La più importante cattura di que' giorni fu quella del Campanella in

compagnia di fra Domenico Petrolo, avvenuta nella sera del 6 settembre;

dopo di essa va registrata quella di Claudio Crispo, avvenuta l'8

settembre. La cattura del Campanella merita naturalmente di essere

narrata in tutti i suoi più minuti particolari, e ce li forniscono

assai bene sopratutto le deposizioni che il Petrolo fece in più volte

nel tribunale per l'eresia ed anche nel tribunale per la congiura,

poichè nel processo di eresia si trovano fortunatamente anche le

deposizioni da lui fatte intorno alla congiura, trasmesse in copia da

un tribunale all'altro; del resto il Campanella medesimo ne scrisse

parecchie circostanze nella sua Dichiarazione e poi nelle sue Difese,

nelle sue Poesie e da ultimo nella sua Narrazione, e questa volta le

notizie di entrambi i fonti concordano ne' punti essenziali. Lasciammo

il Campanella, verso il 27 agosto, allontanatosi da Stilo dietro

l'avviso e la sollecitazione di fra Dionisio, ridottosi a Stignano e là

denunziato dall'ospite suo D. Marco Petrolo, denunziato anche dal suo

amico e discepolo Giulio Contestabile, e nascostosi in qualche altra

casa pur sempre a Stignano. Maurizio, con ogni probabilità avvertito

del pari da fra Dionisio, corse pur egli a Stilo per abboccarsi con

lui, e non trovandolo, gli scrisse due volte di tornare a Stilo «chè

esso lo salvava»; ma il Campanella si rifiutò egualmente di unirsi con

lui, mentre il padre suo piangendo diceva volerlo «meglio morto che

uscito in campagna», e si ricoverò sulla collina presso Stignano in

un convento di Francescani detto di S. Maria di Titi[362]. Maurizio

corse ancora su quel convento, e il Campanella, che stava col Petrolo

a pranzo, se ne fuggì, e fu seguito da Maurizio per sette miglia senza

farsi raggiungere, sino a che, presso la Roccella, trovò un contadino

a nome Antonio Mesuraca, il quale, avendo qualche obbligazione verso

il padre di lui, lo accolse insieme col Petrolo con promessa di trovar

loro un imbarco, li tenne seco tre giorni, ma poi li tradì[363]. Questo

ci lasciò scritto il Campanella, ma fra Domenico Petrolo aggiunse

molte altre particolarità. Secondo il Petrolo, essendo in Stilo, ed

avendo udito da fra Dionisio le voci che correvano contro di lui, il

Campanella gli disse, «fra Dominico, si come quando io sono stato

a piacere tu mi sei stato bono amico et hai imparato da me, mi par

ragionevole che ancora m'habbi da seguire in questi travagli et non

abbandonarme, ma esserme fidele amico», e così fuggirono insieme.

Maurizio allora in più lettere invitò il Campanella a tornare a

Stilo, dicendogli che andasse a tre ore di notte ed escludesse ogni

altro dalla sua compagnia eccetto fra Dionisio, ma egli, il Petrolo,

dissuase il Campanella dal farlo, perchè non si accreditasse sempre

più la voce de' suoi disegni di ribellione, e poi una persona venne da

Stilo e disse che fra Pietro l'avvertiva di stare all'erta dubitando

di Maurizio: arrivava intanto a Stignano gente armata, e il Petrolo,

travestitosi da ortolano, e munito di una zappa, racconciando i canali

lungo la via per non essere riconosciuto, si diresse verso S. Maria

di Titi, e il Campanella lo raggiunse, e ricoveratisi nel convento

mandarono un frate ad informarsi dello stato delle cose; il frate

tornò dicendo che in Stignano non c'era gente, ma in Stilo c'era,

e mentre pranzavano, nella sera seguente, venne un corriere spedito

da fra Pietro di Stilo che li avvertiva di fuggire perchè Maurizio

li voleva ammazzare. Giunse infatti Maurizio, e non trovandoli, li

seguitò per più di dodici miglia a fine di ammazzarli ed indultarsi

(!); essi fuggirono verso la Motta Placanica, ma per via il Campanella

mutò parere e disse che era meglio andare verso la Roccella, e così

facendo, nella notte, incontrarono Gio. Antonio Mesuraca amico di fra

Tommaso, il quale li condusse fuori la terra in una casa in campagna,

e là rimasero tutto il sabato, la domenica e il lunedì, e nella sera

di tale giorno furono tratti in arresto. Guardando le date, si ha che

la fuga da Stilo dovè accadere tra il 27 e il 28 agosto, quella da

Stignano il 2 settembre, quella da S. Maria di Titi la sera del 3, la

permanenza presso la Roccella il 4, il 5 e 6 settembre; ma ecco ancora

alcune notizie su' fatti di questi ultimi tre giorni, come le rivelò

il Petrolo. Non appena giunti nella casa di Mesuraca, costui fece

travestire anche il Campanella da secolare[364], ed almeno per qualche

tempo i due fuggiaschi si tennero insieme nascosti nella paglia al di

fuori della casa; quivi il Campanella avrebbe detto al Petrolo che si

era trattato l'aiuto del Turco e c'era un albarano avuto da Maurizio,

che da 13 anni tenea sullo stomaco que' pensieri di ribellione insieme

con fra Dionisio, che costui era stato da lui mandato alla piana (piana

di Terranova) per tenere in ordine le genti e i fuorusciti di quel

posto, ed avendo alcune scritture in cifra, e domandato dal Petrolo

cosa significassero, avrebbe detto che quelle erano lettere del Pizzoni

scritte in un modo inteso solo tra loro; ma è evidente che siffatti

discorsi rappresentavano per lo meno la continuazione di discorsi

anteriori e non trattavano già quegli argomenti per la prima volta,

come si proponeva di far credere il Petrolo quando li rivelò[365].

Inoltre allora appunto, nel mangiare alcuni fichi, il Petrolo avrebbe

dimandato al Campanella se quelle erano le frutta per le quali peccò

Adamo, e il Campanella avrebbe risposto con uno scherzo e detto che

quelle erano baie. Ancora il Campanella avrebbe parlato al Mesuraca

dell'aver mandato Maurizio al Turco, dell'aspettativa in cui si era

delle galere del Turco, dell'aver lui procurato che queste venissero, e

dimandatogli se venivano ed avuto per risposta che ne venivano trenta,

avrebbe detto, «queste vengono per me, per che Mauritio hà parlato

ali turchi, però trovati modo di mettermivi di sopra che vi farò

grand'homo»; la qual cosa non ci pare affatto inverosimile, giacchè,

pur non essendo vero che Maurizio fosse stato mandato proprio da lui,

importava in quel momento il farlo credere per dare animo a tutti e

tenere il Mesuraca in fede. Ma come il tempo passava, gli animi si

abbattevano e il Mesuraca faceva i suoi conti. Il Petrolo pregò il

Mesuraca che volesse porlo in disparte dal Campanella, non avendo il

coraggio di andarsene per la quantità di gente armata che era sparsa

in quella regione e che al vedere la sua corona l'avrebbe preso in

iscambio del Campanella; d'altra parte il Campanella, essendo solo

col Petrolo, lo pregò che volesse radergli la corona, ma il Petrolo

si rifiutò, ed egli fattosi malinconico diceva, «Dio te lo perdoni,

che non me lasciasti pigliare da Turchi questi giorni passati, quando

vennero sotto la torre di Badolato», mostrandosi persuaso che non

l'avrebbero fatto schiavo perchè amico di Maurizio. Infine la sera

del 6 settembre, venne uno stuolo di armati, e i due miseri traditi,

aspramente legati, furono condotti a Castelvetere. Dalle notizie che

fornisce il Carteggio del Vicerè si ha che il Mesuraca avea rivelata la

faccenda al Principe della Roccella, e costui gli avea promesso un buon

guiderdone. Dalle notizie che forniscono gli Atti giudiziarii esistenti

in Firenze si ha che, al momento della cattura, il Campanella disse,

«io vengo volentieri, et dirò quanto si voleva fare et dimostrarò

con che ragione si voleva fare», aggiungendo al Mesuraca che «fussero

raccomandati li parenti suoi, per che esso andava a morire in potere

della Giustitia»; ma il Petrolo a sua volta disse, «ammazzatime, non

me levati vivo». Dolevasi pure molto il Campanella de' Contestabili

di Stilo, dicendo che essi l'aveano fatto carcerare: da parte sua il

Mesuraca si scusava dicendo che avea dovuto agire a quel modo, per

timore del Principe di cui era vassallo, e soggiungeva al Campanella

che subito sarebbe morto «e che venea per questo Xarava el Baron della

Bagnara el Baron di Gagliato con più di 200 persone, li quali venuti

li dissero che dovea morire e che F. G. Battista di Pizzoni havea detto

tante heresie con la ribellione»[366].

Ma come mai il Campanella si era mostrato così restio ai consigli di

fra Dionisio e poi agl'inviti ripetuti di Maurizio, e si era spinto

ad una fuga disordinata innanzi a costui? La cosa più naturale è

certamente il ritenere che ognuno avesse agito secondo gli dettavano

le proprie qualità dell'animo. Fra Dionisio, coraggioso e bollente,

dovè pensare che il meglio possibile fosse il cadere da forti sul

campo, e cominciò in tal guisa a spiegare quella sua condotta, che

vedremo ammirevole nella fortuna avversa. Maurizio, coraggiosissimo ma

prudente, dovè scorgere impossibile anche l'uscita in campagna quando

si era già raccolto un così gran numero di milizie, e d'altra parte

era già cominciata a manifestarsi la demoralizzazione de' congiurati;

non ignorante delle arti di guerra, dovè giudicare non impossibile uno

scampo, malgrado la presenza di tanti nemici, e difatti mostrò bene di

saperlo trovare fino a che si trattò di schermirsi da loro, e vedremo

che ebbe a soccombere solo per gli elementi avversi; dovè quindi

realmente avere in animo di salvare il Campanella, salvarlo malgrado

la renitenza di lui, onde fece quella corsa, prova del suo coraggio,

da Guardavalle a Stilo e poi a Stignano e poi sulla via di Placanica,

mentre quei posti già venivano occupati dalle milizie. Ma non si

può menomamente ammettere che egli avesse avuto in animo di uccidere

il Campanella e il Petrolo per indultarsi; tale concetto è respinto

da quanto sappiamo della vita di Maurizio e delle condizioni stesse

occorrenti per avere un indulto. Abbiamo visto che l'indulto bisognava

pattuirlo coll'autorità mercè una convenzione od almeno una promessa

antecedente, ed era lecito a Maurizio, uno de' capi, compromesso quanto

il Campanella e forse più, sperare un indulto, e sperarlo senza patti

espressi ed al momento al quale si era giunti? E se lo avesse sperato,

gli sarebbe convenuto di esigere che il Campanella si fosse recato

presso di lui egli solo e non già insieme col Petrolo, mentre così

avrebbe potuto presentare due compromessi invece di uno? Nè poi si

capisce perchè avrebbe dovuto ucciderli, mentre si sa che acquistavasi

maggior merito presentando vivi quelli che erano fortemente ricercati

dalla giustizia. Fra Pietro di Stilo, tenerissimo del Campanella e

trepidante per lui, potè per un momento pensare che le calde insistenze

di Maurizio nascondessero un agguato a fine d'indultarsi, tanto più

che avea sotto gli occhi esempi di perfidia incredibile, capaci anche

troppo di far vacillare la sua ordinaria avvedutezza e serenità di

giudizio. D'altra parte il Petrolo, timidissimo ed avvilito fuor di

misura, come lo rivelano le parole che pronunziò quando fu catturato

e poi quelle che gli vedremo pronunziare quando si trovò al cospetto

degl'Inquisitori, potè scorgere un grave pericolo nell'unirsi a

Maurizio e in sèguito un pericolo ancora più grave nel possibile

risentimento di Maurizio per aver consigliato di non unirsi con lui. Ma

non si può facilmente sostenere che tanto da parte del Petrolo, quanto

da parte del Campanella, fosse stato accolto il pensiero di fra Pietro

di Stilo, e che la loro fuga innanzi a Maurizio fosse stata motivata

dalla credenza che costui volesse ucciderli a fine d'indultarsi,

mentre veramente un tale motivo della persecuzione di Maurizio fu

da loro addotto abbastanza tardi e per convenienza della loro causa.

Infatti il Petrolo da principio disse che Maurizio voleva ucciderlo

perchè egli avea dissuaso il Campanella dal recarsi presso di lui, la

qual cosa evidentemente non avea potuto nemmeno giungere all'orecchio

di Maurizio: il Campanella poi da principio, nella Dichiarazione che

scrisse ne' primi giorni della sua prigionia, parlò della persecuzione

di Maurizio nel senso che costui volea salvarlo ed egli si rifiutò di

associarvisi essendone disgustato; più tardi, nella Difesa, scrisse che

Maurizio voleva ucciderlo perchè temeva che egli rivelasse l'accordo

da lui preso col Turco, e perchè era sdegnato dell'aver fatto salvare

Giulio Contestabile da' furori di lui; assai più tardi, scorsi già

parecchi anni, nella Narrazione, scrisse che Maurizio voleva ucciderlo

ed indultarsi[367]. A noi sembra che il Campanella, potentissimo

in cognizioni ed in astuzie, dovè credere più pericoloso per lui il

trovarsi armato di un fucile in campagna, che armato di sottigliezze

nel foro, quantunque non ignorasse che nel foro avrebbe incontrato

manigoldi piuttosto che giudici; dovè quindi sembrargli suo primo

bisogno distaccarsi appunto da fra Dionisio e da Maurizio, che aveano

rappresentato una parte attiva più appariscente, e dopo ciò tentare

ancora uno scampo in mare presso il Turco mediante una persona che avea

motivo di ritenere fidata, quale il Mesuraca, mentre in terra vedeva

perfino taluni de' più accesi nella faccenda della congiura voltargli

brutalmente le spalle ed agire a suo danno.

Proseguiamo intanto la narrazione de' fatti del Campanella dopo la

sua cattura. Abbiamo visto che molti accorsero quando fu preso,

in particolare i più grossi Commissionati, il Morano ed il Ruffo

co' loro armigeri, e può intendersene facilmente il motivo: ognuno

volea farsi bello di questa cattura, la quale in realtà fu eseguita

dagli armigeri del Principe della Roccella, onde a costui venne poi

attribuita, quantunque egli non avesse fatto altro che spedire i suoi

bravi e promettere in nome del Re un buon guiderdone al Mesuraca che

gli diè l'avviso, non risultando che siasi recato egli medesimo sopra

luogo, siccome da taluni Storici fu detto. Così quel gran numero di

armati servì solo ad accompagnare il Campanella e il Petrolo fino

a Castelvetere; ma doverono forse esser pure condotti con costoro

tredici altri individui catturati in quelle vicinanze, che lo Spinelli,

nel riferire in fretta al Vicerè l'importante avvenimento, annunziò

essere stati trovati in compagnia de' due frati vestiti da secolari,

i quali volevano imbarcarsi ed andare in cerca delle galere toscane

o di qualche legno inglese o dirigersi in Turchia, mentre sappiamo da

parecchie testimonianze che veramente i due frati erano stati essi soli

in mano del Mesuraca. Quegli aguzzini contristavano per via l'animo del

Campanella, annunziandogli che dovea morire e manifestandogli che il

Pizzoni avea rivelato grandi cose di eresia e di ribellione (ciò che

realmente era noto a D. Carlo Ruffo stato presente agl'interrogatorii);

inoltre s'ingegnavano di sapere da lui i complici, e raccolsero infatti

diversi nomi, segnatamente quello di Mario del Tufo, che uno di loro

affermò essere stato pronunziato dal Campanella in tale occasione; ma

il Campanella ebbe poi a negarlo assolutamente, spiegando la cosa col

dire, che avea manifestato doversi Mario del Tufo, e tutti coloro che

erano amici suoi, guardare di non esser presi, perchè li sarebbero

andati carcerando. E in questo mentre, riflettendo alla condotta del

Pizzoni, egli «pensò subito che questa fu arte del Pizzoni per fuggir

la furia secolare, et avvisò... a F. Domenico di Stignano ch'era seco

carcerato, che pur dicesse heresie»: così ci fece sapere egli medesimo

nella sua Narrazione, e vedremo infatti che fra Domenico finì per

rivelarlo, senza per altro scagionare il Campanella come eretico;

solo non può accettarsi che egli avesse pur allora artificiosamente

manifestato essersi «più presto negotiato con Turchi e non col Papa,

ma per hereticare, e che però Mauritio era andato sopra le galere di

Amurat Rais» etc. e che «così piacque poi allo Xarava che ci entrassero

i Turchi» e lo fece deporre a' primi rivelanti. Di questi rivelanti

abbiamo la denunzia autentica scritta fin dal 13 agosto, nella quale

aveano già parlato de' turchi e dell'andata di Maurizio; rimane quindi

vero solamente che piacque alle Autorità il raccogliere, bene o male,

che egli non tenesse intelligenze col Papa, essendo stato trovato

in via di fuggirsene in tutt'altra direzione che in quella di Roma;

vedremo infatti che così scrisse lo Spinelli al Vicerè, il quale lo

accettò immediatamente, senza dubbio perchè riusciva soddisfacentissimo

il non aversi ad occupare di un soggetto così scabroso qual'era il

Papa, e il poter mettere sempre più in luce soggetti tanto odiosi quali

erano i turchi. — Venne poi, qualche giorno dopo, nelle prigioni di

Castelvetere anche lo Xarava, non accorso col Morano e col Ruffo al

momento della cattura, come potrebbe credersi leggendo la Narrazione,

ma inviato subito dallo Spinelli «perchè procurasse di aver chiarimenti

dalla bocca di lui sulla congiura della quale era imputato, prima

che egli trattasse con alcuno», ed anche «perchè venisse sicuro»

da Castelvetere a Squillace, come rilevasi dal Carteggio Vicereale.

Probabilmente lo Xarava si comportò col Campanella in un modo affatto

diverso da quello usato dal Morano e dal Ruffo, dandogli buone parole,

condolendosi e lusingandolo, per mantenerlo ben disposto a largheggiare

in una «Dichiarazione che volle fare di sua mano» innanzi a lui. La

scrisse difatti molto larga e con qualche condiscendenza, siccome

si rileva specialmente verso la fine di essa, là dove si trovano due

periodi, in uno de' quali sono registrati certi nomi di fuorusciti, e

in un altro, più chiaramente aggiunto, è registrato il nome del Rania,

di cui egli non si era ricordato prima e da ultimo si ricordò dietro

suggerimento dello Xarava: siffatta circostanza, e poi il suo silenzio

costante su questa Dichiarazione scritta, e il suo odio mortale verso

lo Xarava manifestato sempre con gli epiteti più atroci in prosa ed

anche in versi[368], ci menano a credere non aver lui mai più potuto

rammentare senza vivissimo sdegno che, sebbene maestro in astuzie,

si fosse lasciato trarre in inganno da quest'uomo di «volpino pelo»,

mentre solamente più tardi, dopo ottenuta la Dichiarazione, lo Xarava

dovè scovrirsi nel senso di sostenere che questi frati avessero a

morire _jure belli, inconsulto Pontifice_.

La Dichiarazione del Campanella merita di essere ben ponderata.

Abbiamo già dovuto riportare sparsamente, durante tutta questa

narrazione, le notizie che vi si contengono, ma non possiamo

dispensarci dal darne qui uno schizzo, per vederla nel suo complesso

e farvi qualche commento[369]. In essa, accennati i suoi studii di

profezia, i prossimi mutamenti da lui aspettati «nel Regno de Napoli

che fu sempre de revolutione», i pareri analoghi anche di varii

uomini insigni napoletani e stranieri, le cose prodigiose apparse in

quell'anno, la sua predica intorno a questi fatti, la pace tentata

tra' Contestabili e i Carnevali, il Campanella rivela diffusamente i

desiderii d'indipendenza dal Governo spagnuolo che gli manifestarono

Geronimo di Francesco e Giulio Contestabile, l'odio di Giulio verso

gli Ufficiali spagnuoli, l'oltraggio da lui fatto ad un'immagine del Re

Filippo in presenza anche del Petrolo, la fiducia di lui in Marcantonio

e ne' numerosi amici e parenti e perfino ne' turchi. Poi cita altri

individui di Stilo co' quali ha parlato della prossima mutazione,

e dice che col Pizzoni e fra Dionisio ne parlavano sovente, ed essi

mostravano di gradirla. In sèguito viene a Maurizio e racconta che

costui lo interrogò sulle mutazioni, mostrandosene lieto, e aggiungendo

che se così fosse stato avrebbero avuto molti amici, e che egli, il

Campanella, gli disse che chi tiene molti amici può diventar grande,

adducendo molti esempi di uomini divenuti grandi ed animandolo al bene.

Poi parla dell'andata ad Arena ed a Pizzoni, dove vide il Crispo,

e dice che discorrendosi delle mutazioni, costui si vantò di avere

amici se vi fosse bisogno di far guerra, ed egli approvò che ne avesse

molti. Ma da una lettera di Giulio Contestabile seppe che Maurizio

era andato sulle galere di Amurat, e recatosi quindi a Davoli presso

il Pittella, seppe da Maurizio che realmente vi era stato ed avea

trattato che venisse l'armata turca, giacchè volea pigliare Catanzaro

e la provincia, ed avea «capitolato» che i turchi non avrebbero dovuto

tenere dominio a lungo ma solo assistere nel mare, contentandosi poi

del traffico nel Regno, e gli mostrò una scrittura in lingua turchesca,

ed egli si lamentò di quest'atto, facendogli notare che i turchi non

osservano fede, e volea rompere ogni relazione con lui. Vide allora

il Franza, il Cordova ed un altro, chiamati da Maurizio a Davoli, e

pregato di parlare delle mutazioni non potè non confermarle; fu anche

invitato a volere esser capo e predicare, ma si negò e si partì per

disgusto. Intanto fra Dionisio, perseguitato dal Visitatore, andò a

Catanzaro a predicare ribellione secondo la profezia di lui, e per

avere molti aderenti disse che nella congiura c'era il Papa, il Card.^l

S. Giorgio, il Vescovo di Mileto etc. D. Lelio Orsini, i Signori del

Tufo e tutti coloro che s'immaginò essere amici di lui e suoi; ma

egli giura di non aver mai parlato di tali cose, nè pensato che per

mezzo di loro frati si avessero a muovere. Poi fra Dionisio andò a

sollecitarlo perchè uscisse in campagna, ma egli non volle e riparò

a Stignano; in sèguito Maurizio gli mandò a dire di ritornare perchè

l'avrebbe salvato, ma egli pure si rifiutò andandosene a S. Maria di

Titi, e Maurizio cercò di raggiungerlo ed egli fuggì, dandosi nelle

mani di Mesuraca, il quale promise di salvarlo in mare, lo nutrì per

tre giorni e poi lo consegnò alla giustizia. Infine, ricordando che

del pari in Roma e in Napoli si prevedevano mutazioni, dice voler

rendere conto a S. M.^tà di quello che Dio manda al mondo per il bene

comune, che egli guarda alla salute comune e per essa vuole morire.

Dichiara che a fra Dionisio spetta dire il resto, avendo lui trattato

il negozio con fatti, mentre egli, il Campanella, l'ha trattato solo

con parole. In sèguito aggiunge varii nomi di fuorusciti co' quali

Maurizio diceva voler pigliare Catanzaro, e manifesta che l'altra

persona, la quale venne col Franza e col Cordova in Davoli, era il

Rania, ricordandolo dietro le parole dello Xarava. — Come ben si vede,

in questa Dichiarazione la congiura non è menomamente negata, che anzi

è esposta in tutti i suoi più minuti particolari, e perfino chiarita in

quel suo lato che riusciva ancora oscuro e confuso alle Autorità, vale

a dire la partecipazione del Papa, dei Vescovi e de' Nobili, insieme

co' turchi; soltanto essa è attribuita ad altri, e il Campanella vi

figura appena come colui che vi ha dato innocentemente occasione,

col parlare delle profezie e de' presagi di mutazioni prossime, ed

un poco anche col consigliare a trovarsi armati e in buon numero

coloro i quali vi si mostravano propensi. Era il meno che egli potesse

dichiarare sul conto proprio, e bisogna riconoscere che, quantunque

avesse scritto in un momento di suprema angoscia, seppe dichiararlo

con la solita abilità ed anche con molta unzione, mostrandosi quasi

indifferente alle mutazioni, le quali sarebbero avvenute come Dio

avrebbe voluto; nè fuor di proposito egli giurava di non aver mai

predicato ribellione, e parlato di tali cose, e pensato che per mezzo

di loro frati avessero a muoversi, riferendosi a' maneggi fatti in

Catanzaro, e alla partecipazione del Papa, de' Vescovi e de' Nobili.

Intanto nominava parecchi, anche troppi, i quali avrebbero dovuto

rispondere della congiura. In primo luogo nominava i Contestabili col

Di Francesco, e massime Giulio, citandone detti e fatti assai gravi,

ciò che si spiega col suo vivissimo risentimento verso di loro; inoltre

il Pizzoni ed anche il Crispo, citando appena il nome del primo ed

aggravando la mano sul secondo, ciò che si spiega coll'essergli noto

che il Pizzoni avea già deposto in materia di eresia e di ribellione,

senza per altro sospettare che avesse deposto tanto; sopra tutti poi

nominava fra Dionisio e Maurizio, citandone azioni gravissime e tali da

renderli i soli veramente responsabili di tutto, ciò che può spiegarsi

unicamente coll'ammettere che egli credeva essersi costoro già posti

in salvo, mentre sapeva che Maurizio vi avea pensato da alcuni giorni.

Rimaneva alle Autorità il decifrare come potessero trovarsi insieme i

Contestabili e Maurizio inimici, senza un certo tratto di unione, e se

il Campanella potesse veramente ritenersi estraneo a questi maneggi:

disgraziatamente la cosa riusciva molto facile ad intendersi, ed anzi

era già conosciuta molto bene a quell'ora; nè occorre far notare che

dopo siffatta Dichiarazione ci volle in sèguito molta disinvoltura da

parte del Campanella, per dire che la congiura era stata un'invenzione

dello Xarava, de' denunzianti e del Governo! Certamente egli non potè

trovarsi contento di aver rilasciata quella Dichiarazione. Quando ebbe

a vedere fra Dionisio e Maurizio in carcere, dovè rimanerne confuso,

e si conosce che più tardi, anche per conto suo, cercò d'impugnare

il contenuto della Dichiarazione, ma, naturalmente, invano[370].

All'opposto lo Xarava dovè rimanerne soddisfattissimo; e si può

argomentarlo dal fatto che, invogliato dalla felice riuscita della sua

pratica, corse immediatamente a far lo stesso col Pizzoni.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 33 / 55 段