Nello stesso giorno 4 settembre, dopo che D. Carlo Ruffo ebbe

presentato i due carcerati al Visitatore e gli ebbe da lui ricevuti

in consegna, il Visitatore e fra Cornelio cominciarono ad esaminare

il Pizzoni[356]; ed ecco i risultamenti dell'esame, che non possiamo

dispensarci dal riferire con una certa larghezza quantunque assai ci

pesi l'entrare in molte particolarità, giacchè sopra di esso e degli

altri seguenti si fondò quel famoso processo, che durò più anni e diè

materia a 4 volumi di scritture. Interrogato sul modo e sul motivo

presumibile della sua cattura, il Pizzoni ne espose le principali

circostanze, ma tacque la presenza di fra Dionisio nel convento, e

subito dichiarò essersi immaginato che dovesse venire interrogato

«come testimone» sulle cose del Campanella e fra Dionisio, i quali

erano stati in Pizzoni nel luglio scorso; di poi, dietro analoghe

interrogazioni, esposte le relazioni precedenti avute con loro, li

qualificò «uomini tristi», affermando che in Pizzoni il Campanella gli

avea detto di volerlo «far homo», poichè aveva profezie di gran rumori

e ribellioni le quali profezie erano per lui, che bisognava trovarsi

armati, che si collegasse a lui ed avendo aderenze con fuorusciti

glie li mettesse a sua devozione; ma egli rifiutò ogni sua proposta,

e il Campanella sdegnato disse che giustamente fra Gio. Battista

(di Polistina) glie l'aveva dichiarato un traditore. Soggiunse che

il Campanella avea detto pure sembrargli che Iddio l'avesse proprio

eletto ad insegnare la verità e togliere gli abusi della Chiesa, che

i Sacramenti erano per ragione di Stato, che il canto in Chiesa era

cosa frivola. Ma gl'Inquisitori non si contentarono di queste poche

rivelazioni, e sebbene egli accennasse a voler dire qualche altra cosa,

decisero di riporlo in carcere per atterrirlo: ed egli «atterrito»

pregò di voler parlare, ed espose una quantità di eresie dettegli dal

Campanella circa l'Eucaristia, i Sacramenti in generale, il crocifisso,

la verginità di Maria, gli atti carnali, la verità de' detti degli

Apostoli, i miracoli, i demonii, il Papa, la Trinità, eresie che

affermò avere udite dalla bocca del Campanella, in piccola parte in

Stilo e poi in Pizzoni; dietro interrogazioni aggiunse che pure fra

Dionisio gli avea già prima palesate le medesime opinioni dicendo che

le teneva per vere, che gli aveva inoltre raccontato il fatto osceno

di un tale verso l'ostia consacrata, ed egli, il Pizzoni, sospettò che

quel tale fosse stato fra Tommaso! Dietro altre interrogazioni rivelò

che in Stilo il Campanella gli avea detto essere Maurizio stato sulle

galere di Amurat, e fra Dionisio gli avea parlato degli albarani fatti

tra loro; che entrambi volevano far la repubblica con l'aiuto di molti

potentati, e dapprima con la lingua e con le armi de' fuorusciti, come

Maurizio, il D'Alessandria, il Cosentino, i figli di Jacobo grasso

e Giulio Soldaniero, il quale «dovea sapere il tutto di questo fatto

che gli fu pienamente narrato et comunicato dal Pontio»; che avevano

aderenti in Stilo, in Catanzaro e in Davoli, e il favore di D. Lelio

Orsini, del Bassà Cicala e perfino de' Veneziani, pensando lui che in

Padova, dove il Campanella era stato, si avea fatto amici Veneziani

e glie l'avea comunicato! Aggiunse che il Barone di Cropani era pure

fautore come gli avea detto fra Dionisio, che si doveva ammazzare il

Governatore e gli Ufficiali e poi gridar repubblica, che tra' frati

erano complici il Petrolo, il Bitonto, il Jatrinoli e fra Paolo della

Grotteria, e dietro interrogazione dichiarò di aver parlato non per

timore del carcere ma spontaneamente! — Come ben si scorge, il Pizzoni

rivelò tutto ed anche qualche cosa di più, solo pensando a salvare

la sua persona e non avvedendosi che in tal modo la comprometteva

maggiormente. Vedremo che, secondo il carattere suo versipelle, egli

pensò poi di far credere a fra Tommaso aver parlato dell'eresia per

sottrarsi alla furia secolare, e non aver parlato propriamente di

ribellione, o almeno di quella ribellione che si diceva; ma il fatto

è che parlò dell'una e dell'altra cosa ampiamente, senza far figurare

il Papa nella congiura sol perchè non sapeva che fra Dionisio avesse

propagata una simile frottola in Catanzaro, e si può ben credere che

questo non dovè dispiacere agl'Inquisitori[357]. Vedremo pure che egli

in ultima analisi non smentì mai queste sue deposizioni, pur troppo

ostili al Campanella più che a fra Dionisio, ma solo si dolse che fra

Cornelio avea scritto nel processo verbale frati «complici» mentre si

era parlato di frati «familiari» del Campanella, ed oltracciò avea

scritto essersi da lui deposto che il Soldaniero conosceva tutto,

omettendo di leggerlo prima della sottoscrizione per non incontrare

una smentita: giunse veramente a dare per sospetto tanto fra Cornelio

quanto il Visitatore, e disse falso tutto il processo per le male

arti usate nel far deporre dagl'inquisiti e per le estorsioni fatte,

ma ciò a fine d'invalidare le cose emerse in sèguito contro di lui,

senza ritrattare quelle da lui deposte contro gli altri. Certamente

più cose recano maraviglia in quel processo verbale, ma sopratutto il

trovarvi da lui dichiarato di aver deposto non per timore del carcere

bensì spontaneamente, mentre pure, come vi si legge, durante l'esame

fu ordinata la riconduzione dell'inquisito nel carcere «ad terrorem»

ed egli pregò che si continuasse l'esame «terrore ductus», la qual

cosa non era neanche conforme alla procedura ecclesiastica[358]. Ma

ben altro venne a sapersi in sèguito, e non dal solo Pizzoni, sibbene

anche da parecchi altri suoi compagni di sventura, e giova parlarne

una volta per sempre, poichè fu quello un metodo tenuto con tutti

gli altri frati via via che vennero presi ed interrogati. Si esaminò

con una lista di notizie tra mano (evidentemente la lista de' capi di

accusa crescente a misura che si raccoglievano anche le deposizioni)

«rinfrescando la memoria» di colui che era esaminato; s'insinuò doversi

«dare qualche satisfatione a' Giudici secolari, e che poi passata

quella furia sarebbero tutti andati in Roma al S.^to Officio e là si

saria accomodata ogni cosa»; si volle che fosse deposto il più gran

numero di eresie, dicendo che si farebbe cosa grata al Generale, e che

in tal modo ne succederebbe la remissione al S.^to Officio; si promise

una sollecita scarcerazione se le deposizioni corrispondessero a quanto

si pretendeva, e nel caso contrario si fecero minacce di consegna a'

Giudici secolari; si permise a D. Carlo Ruffo, il quale spaventava

ed ingannava i carcerati con false notizie, che assistesse agli esami

d'Inquisizione, mentre la procedura ecclesiastica, fondata tutta sul

più stretto segreto, non consentiva la presenza di estranei, salvo due

testimoni in qualche caso, da doversi notare nel processo verbale. Fin

da principio la deposizione del Pizzoni fu fatta servire di norma agli

altri, leggendola loro in privato, e si annunziò falsamente che il

Pizzoni era stato scarcerato dopo di aver deposto in quella guisa, e

si progredì nelle minacce e maltrattamenti, nello scrivere in un modo

e leggere in un altro, non facendo mai processi verbali delle sedute

cominciate e non proseguite, come talora accadde anche ripetutamente

per un solo interrogato, tacendo sempre i molteplici incidenti

sorti per le resistenze degli esaminati ad attestare quelle cose che

personalmente ad essi non costavano. Ma intorno a ciò occorrerà tenere

un conto speciale de' fatti in ciascun caso.

Dopo il Pizzoni, nel giorno seguente, fu esaminato il Soldaniero[359].

A tale scopo il Visitatore, «essendogli stato rivelato potersi da

un certo Giulio Soldaniero dimorante nel convento di Soriano avere

una fida testimonianza in questa faccenda», commise a fra Cornelio

di recarsi a Soriano per riceverla; e fra Cornelio vi si recò

immediatamente, e dispose che il Priore e il Lettore del convento

fossero presenti all'esame quali testimoni. Il Soldaniero disse

aver lui mandato a Monteleone, non potendovi andare personalmente,

ad avvertire che volea comunicare qualche cosa; essersi in luglio

presentato a lui fra Dionisio da parte del Campanella che stava in

Arena ed egli non conosceva, per dirgli «hora sete homo» (sempre la

medesima storia con le medesime parole); che facendo quanto diceva il

Campanella sarebbe stato poco a divenire lui Principe e fra Dionisio

Cardinale; che il Campanella aveva inviato lettere al Gran Turco con

le galere di Amurat, volendogli «dare questo Regno in mano», perchè

gli mandasse aiuto per mare mentre egli avrebbe fatta la ribellione;

che voleva adoperare due mezzi, cioè la lingua e le armi. Aggiunse che

il Campanella aveva molte opinioni terribili, e venendo a specificarle

disse che volea predicare la libertà e contro la tirannide del Re

Filippo, degli Ufficiali e dei Numeratori, che Cristo non era Dio, che

le lettere I N R I significavano una pessima ingiuria, che fra Dionisio

comunicandogli queste cose diè un pugno ad un crocifisso dipinto sul

muro del dormitorio; che il Campanella e fra Dionisio professavano

i Sacramenti essere per ragione di Stato e il Sacramento dell'altare

essere una bagattella, che fra Dionisio avea commesso un fatto osceno

contro l'ostia consacrata portandola «per sei ad otto giorni» in

certe parti vergognose del corpo, che gli raccontò avere un inglese

in Roma dato un pugno al Sacramento; e poi che il Campanella credeva

non esservi Dio, non esservi nè paradiso nè inferno nè diavoli, non

esservi miracoli, e che fra Dionisio assicurava «veri miracoli poter

fare solo il Campanella e non altri» e ne avrebbe fatti al tempo della

predicazione, oltracciò essere invulnerabile. Del rimanente dichiarò

di non aver mai veduto il Campanella, di essere stato dissuaso da fra

Dionisio intorno all'astinenza dal mangiar carne nei giorni pe' quali

avea fatto voto e ne' giorni proibiti dalla Chiesa, di aver udito

tutte le cose suddette anche da fra Gio. Battista di Pizzoni venuto

egualmente a parlargli da parte del Campanella, di averle udite del

pari da fra Pietro di Stilo venuto a sollecitarlo perchè si recasse

presso il Campanella, ed a pregarlo che almeno non volesse palesar

nulla di questo fatto, di aver saputo da fra Dionisio e fra Gio.

Battista che la setta si faceva in Stilo e che si preparavano prediche

_in scriptis_ e si davano a' complici. Sviluppando la faccenda della

ribellione, dichiarò di aver saputo da' suddetti due frati che si era

deciso di liberare il Regno dalla tirannide del Re Filippo e «darlo

al turco sotto tributo» riducendo la provincia in repubblica, che il

Turco avrebbe fornito aiuto per mare ed a tale scopo aveano mandato

presso il Cicala un gentiluomo e ne aveano ricevuto polizini: dietro

interrogazioni aggiunse che non gli aveano parlato dell'aiuto de'

Veneziani, ma del favore di sette Principi, nominandogli solamente

Lelio Orsini che dovea venire a governare lo Stato di Bisignano e potea

dare più di mille soldati; che di particolari gli aveano nominato Gio.

Tommaso Caccìa, Marcantonio Contestabile, Giovanni di Filogasi, Gio.

Battista Cosentino, Eusebio Soldaniero ed altri, essendo stati più

di 35 capi allorchè si riunirono in Pizzoni, e de' frati che doveano

predicare, oltre il Campanella, fra Dionisio e fra Gio. Battista, gli

aveano nominato fra Pietro di Stilo, fra Paolo della Grotteria e fra

Silvestro di Lauriana. Infine dichiarò che gli aveano detto doversi

cominciare dal far ribellare Catanzaro ammazzando il Governatore, il

Vescovo e gli Ufficiali, di poi si sarebbe ribellato Stilo e i luoghi

vicini: dietro interrogazione disse che non sapeva dove si trovavano

il Campanella e fra Dionisio, ma che gli avevano detto essere stati

carcerati il Pizzoni e il Lauriana, e conchiuse aver rivelato tutto

ciò per solo riguardo alla fede, pel servizio di Sua M.^tà e per

l'estirpazione dell'eresia. — Tale fu la deposizione del Soldaniero,

e riescono senza dubbio sorprendenti le parole con le quali venne

conchiusa, mentre vi erano state promesse di un guidatico e di un

indulto già convenute appena qualche giorno innanzi; del resto si

comprende che essa fu composta in famiglia, mettendo in carta quanto si

era precedentemente deciso che egli dovesse rivelare, massime riguardo

al Campanella e agli altri frati, perchè riguardo a fra Dionisio,

senza dubbio costui dovè dirgli una gran parte delle cose che il

Soldaniero affermò, essendosi sempre comportato in questa guisa nel

far proseliti per la ribellione prima della sua andata a Catanzaro:

intorno alle cose dette da fra Dionisio dovè radunarsi tutto ciò che

si era potuto conoscere da altri fonti, specialmente su' particolari

della ribellione, che non potevano mai essere stati comunicati con

larghezza al Soldaniero, e tanto meno in un primo colloquio, ond'è che

si veggono rivelati così goffamente; ma anche una notevole quantità di

eresie dovè essere aggiunta, e però in sèguito si vide il Soldaniero

molto impacciato innanzi a' Giudici, ricordando abbastanza male ciò

che avea rivelato. Pertanto, oltre il gran disordine di redazione

e la trivialissima dicitura con circostanze scioccamente esagerate,

vi si nota la molta cura di non far apparire il Soldaniero complice

o _socius criminis_: da parte di lui si trova nominato tra' ribelli

Eusebio Soldaniero, che sappiamo suo capitale nemico e rifiutatosi ad

intervenire a' colloquii per la ribellione, e non nominato Maurizio de

Rinaldis, che sappiamo suo conoscente ed amico e adoperatosi perchè

egli aderisse alla ribellione; oltracciò vi si trova taciuta la

circostanza della lettera inviatagli dal Campanella per mezzo di fra

Pietro di Stilo e da lui non rifiutata, ciò che conoscevasi pure dal

Priore del convento il quale assisteva alla deposizione, tanto che egli

stesso lo rivelò in sèguito, allorchè fu chiamato in Napoli per essere

udito in questa causa. In somma tutto fu concertato per guisa da far

risultare il Soldaniero un testimone inoppugnabile, quantunque nei casi

di lesa Maestà, come in quelli di eresia, i socii nel delitto fossero

testimoni pienamente validi.

Il 6 settembre si venne all'esame del Lauriana in Monteleone[360]. Come

già il Pizzoni, egli fu interrogato dal Visitatore e da fra Cornelio

sul modo e sul motivo presumibile della sua cattura; ed espose tutte

le circostanze, non esclusa quella della presenza di fra Dionisio e

del Caccìa giunti in convento poco tempo prima, e del travestimento

e della fuga di fra Dionisio non appena riconosciuta la qualità

della gente armata (con che già la condizione del Pizzoni rimanea

vulnerata); inoltre dichiarò subito che il Pizzoni medesimo gli avea

detto, «sta a vedere che saremo presi per le cose del Campanella».

Dietro interrogazioni, venne ad esporre le sue relazioni antecedenti

col Campanella e fra Dionisio, li dichiarò del pari «homini tristi»

da che vennero a Pizzoni nel luglio scorso (sempre secondo la solita

dicitura), ed espose le relazioni avute col Pizzoni che qualificò uomo

da bene. Dipoi rivelò che stando il Campanella in Pizzoni con fra Gio.

Battista e fra Dionisio, nel dopo pranzo, disse una quantità di eresie:

non esservi Dio ma alla natura aver noi messo nome Dio, non esservi

nè paradiso nè inferno nè diavoli, i Sacramenti essere per ragione di

Stato; e poi contro il Sacramento dell'Eucaristia, contro i miracoli e

che il Campanella «avea fatti e volea fare miracoli», contro la verità

de' detti degli Apostoli, contro la proibizione degli atti carnali, e

che il Campanella volea fare nuova legge. Dietro altre interrogazioni

soggiunse che egli non aderì mai a queste cose, che forse fra Dionisio

aderiva poichè una volta, presente il Campanella, gli avea detto

qualche parola in dispregio dell'ostia, ed anche non essere peccato ciò

che rimane occulto! Ma interrogato se il Pizzoni aderiva, disse di non

saperne niente, e qui cominciarono le minacce degl'Inquisitori: gli

fu intimato di dire la verità sotto la pena della galera accresciuta

di altri sei anni, e frattanto che ritornasse in carcere; ed egli,

ripensandoci alquanto, pregò che continuassero l'esame. Dichiarò

allora che il Pizzoni aderiva, poichè lo aveva esortato a credere in

quelle cose, aggiungendo che non aveva mai udito il Campanella e fra

Dionisio predicarle in pubblico, bensì aveva udito esprimere da loro

il voto che venisse presto quel giorno in cui potessero predicarle

pubblicamente, e che sospettava trovarsi pure fra Pietro di Stilo

tra' settarii «per essere intrinseco del Campanella»! Interrogato

poi sulla congiura disse che stando il Campanella in camera con fra

Dionisio, il Pizzoni, lui, e «mastro Gio. Pietro di Stilo fratello del

Campanella» parlò delle rivoluzioni di Stati e di tre gran terremoti da

dover accadere in un giorno nel 1600, del voler essere apparecchiato

a ribellar la provincia e farla repubblica, dell'aiuto de' fuorusciti

per opera di Maurizio e dell'aiuto del Turco dalla via di mare, onde

«si pigliarebbe Reggio et poi a poco a poco le altre terre»; e dietro

successive interrogazioni aggiunse di sapere che Maurizio avea trattato

col Turco, che non avea notizie di altri potentati salvo il Turco,

nè di altri Principi e particolari «salvo il Maurizio e il fratello

del Campanella, e de' frati fra Domenico di Stignano e fra Pietro di

Stilo, perchè attendeva allhora a far la cucina per loro». Infine,

dietro apposita interrogazione, disse di aver rivelato liberamente, e

di non aver «deviato nè per carcere nè per cosa nessuna». — Anche qui

è sorprendente la conchiusione di non aver avuto paura del carcere,

dopo tutto ciò che è registrato nel processo verbale. Ma non occorre

fermarci troppo su questo esame, in cui si vede chiaro lo stampo degli

altri esami precedenti. Solo accade di notarvi che nella faccenda

della ribellione, parlando de' congiurati non claustrali, il Lauriana

tacque i nomi del Crispo, del Morabito, del Caccìa, del Contestabile,

di quanti altri avea dovuto vedere in Pizzoni nel tempo al quale il suo

esame si riferiva, essendosi limitato a nominare appena il fratello

del Campanella e Maurizio de Rinaldis: ma si può ritenere che que'

nomi non furono da lui pronunziati perchè non gli vennero suggeriti,

riuscendo difficile potergli accordare un certo grado di accorgimento,

quando non mostrò neanche quello di tacere la presenza di fra Dionisio

nel convento allorchè si era proceduto alla cattura sua e del Pizzoni.

Tutto ciò che depose dovè essergli suggerito, poichè realmente egli

era così dappoco, da non potersi ammettere che gli fossero stati

fatti tanti discorsi e tante confidenze; conoscendo egli medesimo il

suo valore, si era facilmente adattato a' più umili servigi presso il

Pizzoni e a «fare la cucina», sicchè potè forse prestare qualche opera

materiale ed anche udire qualche cosa alla sfuggita, ma non più di

questo. E vedremo ad esuberanza più tardi che in fondo non sapea nulla,

e fu prima lusingato e poi intimidito dagl'Inquisitori, non escluso D.

Carlo Ruffo, il quale presenziò del pari l'esame di lui; onde accadde

che in sèguito si mostrò tentennante e vario nel peggior modo, non

ricordando più una parola sola di ciò che gli si era fatto deporre; e

tra l'incubo del rimorso e il terrore del poter essere incriminato qual

falso testimone, finì per accumularne tante, che lo stesso Pizzoni, il

quale avea procurato di servirsene per appoggio nelle cose sue, dovè

dichiararlo testimone falso e contribuire a renderlo il ludibrio di

tutti i compagni di carcere.

Così menavasi innanzi il processo ecclesiastico, e pur troppo il

metodo non fu mai cambiato per tutto il tempo in cui esso si svolse

nella Calabria: invano si cercò di apprestarvi qualche rimedio, e

continuò sempre, anzi in modo anche più grave, l'impiego delle minacce

e maltrattamenti non che delle lusinghe e false promesse, l'uso di non

scrivere ne' processi verbali se non quello che piaceva a' Giudici,

l'intervento degli Ufficiali Regii nelle sedute del tribunale, e

poi la comunicazione scritta, a loro richiesta, delle cose che vi

si raccoglievano, fino a quando la causa non venne tratta a Napoli e

commessa a Giudici molto più degni. Da' precedenti è manifesto che non

si creavano accuse essenzialmente false, e questo c'interessa molto

che rimanga ben fermato: non si creavano accuse essenzialmente false,

poichè è indubitato che le cose le quali si raccoglievano, così dal

lato religioso come dal lato politico, erano state nella loro massima

parte ventilate tra gl'inquisiti; ma è indubitato del pari che si

esageravano nel peggior modo, si accumulavano interamente sul capo di

ciascuno inquisito senza distinzioni, e sopratutto con le arti più

inique si facevano testimoniare anche da coloro i quali ne sapevano

poco o nulla, per ribadirle in guisa da chiudere ogni via di scampo

agl'incolpati. E già con le sole tre deposizioni finora esposte si era

pervenuto a risultamenti della più grande importanza, ed è certo che

più tardi lo Xarava ottenne di vederle e di averne copia. Si trovano

infatti nel processo segni ed appunti marginali sulle cose della

ribellione vergati da una mano differente da quella solita a far lo

stesso sulle cose di eresia, e non è per nulla arrischiato l'ammettere

che que' segni ed appunti sieno stati vergati dallo Xarava: inoltre

si trova ancora in Simancas la copia di queste deposizioni tutte

intere, estratta, collazionata e firmata da fra Cornelio per ordine del

Visitatore in data del 12 settembre, con la speciosa clausola «praevia

protestatione in forma et citra poenam sanguinis et ad evitandum poenas

irregularitatis», mentre le prescrizioni categoriche della procedura

ecclesiastica lo vietavano assolutamente[361]. — Possiamo frattanto

ritornare allo Spinelli e allo Xarava, e vedere i progressi che costoro

fecero nella persecuzione e cattura degl'incolpati, come pure nella

compilazione del processo al quale attendevano.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 32 / 55 段