E qui, prima d'inoltrarci nel racconto di queste catture, importa

conoscere chi si prestò a dar la caccia agl'incolpati, e chi venne

in aiuto del Governo nella feroce repressione della congiura non

che nella difesa delle coste dal Turco. Solevasi allora «dare una

Commissione» ad individui, che per guadagno si prestavano ovvero anche

spontaneamente si offrivano a perseguitare i ricercati dalla giustizia,

munendoli di lettere patenti, con licenza di scorrere la campagna

a capo di una comitiva armata e con ordine a tutti di favorirne le

mosse: erano questi i così detti «Commissionati» o «Commissarii di

campagna», i quali talvolta, abusando della loro autorità, finivano

per essere ricercati dalla giustizia essi medesimi. Solevasi inoltre

adoperare i fuorusciti, che assumevano gli stessi incarichi e si

dicevano «Guidati», venendo muniti di un guidatico o salvacondotto,

dietro una promessa ed ordinariamente dietro una convenzione scritta

od «albarano», in cui era ben determinato il servizio che doveano

prestare, per poi ottenere l'indulto o assoluzione dei loro delitti.

Nella repressione della congiura vi furono gli uni e gli altri. De'

Guidati conosciamo appena qualcuno, come Giulio Soldaniero unitamente

con Valerio Bruno, de' quali avremo a parlare lungamente in sèguito;

ma l'Audienza ne trovò parecchi dopo il ritorno dello Spinelli dalla

Calabria, fra gli altri un Carlo Logoteta, come a suo tempo vedremo.

De' Commissionati conosciamo più d'uno e d'ogni risma, da' semplici

così detti gentiluomini, quali un Gio. Battista Carlino e uno Scipione

Silvestro, fino a' Nobili più o meno distinti, quali un Gio. Geronimo

Morano fratello del Barone di Gagliato, ed anche D. Carlo Ruffo Barone

di Bagnara, che era parente dello Spinelli ed ebbe poi per questi

suoi servigi il titolo di Duca, divenendo il capo-stipite de' Duchi

di Bagnara; quest'ultimo facevasi chiamare piuttosto «locotenente di

Carlo Spinelli», ma siffatta parola più pomposa non esprimeva altro che

una commissione avuta, e in qualche documento egli è detto nè più nè

meno che «Commissionato»[339]. Vi furono d'altra parte diversi Nobili

già titolati e di prim'ordine, che si distinsero specialmente per

l'operosità spiegata contro l'attesa incursione dell'armata turca, e

taluno di loro anche contro le persone de' fuggitivi, come il Principe

della Roccella, il Principe di Scilla, il Principe di Scalèa, che erano

pure tutti parenti dello Spinelli. Non sarà inutile qualche cenno

intorno a costoro. — Il Principe di Scalèa era Francesco Spinelli,

nipote di Carlo che avea sposato D.ª Maria Spinelli, figliuolo di

Gio. Battista e di Caterina Pignatelli. Capitano di una compagnia di

gente d'arme, che trovavasi di guarnigione appunto in Calabria, era

perciò stipendiato dalla R.ª Corte come allora si diceva[340]: lo

vedremo assistere di persona nelle mosse che si fecero lungo la costa

a fronte dell'armata turca, con cavalli e fanti dello Stato suo, oltre

quelli della sua compagnia, avendo del resto sempre agito in tal modo,

al pari di tutti gli altri Nobili che possedevano Stati in quelle

provincie, tanto che si conosce averne poi miseramente incontrata la

morte nell'anno successivo. Il Principe di Scilla (spagnolescamente

Sciglio) era Vincenzo Ruffo, parente di Carlo Spinelli poichè figlio

di Marcello e Giovanna Benavides de Alarcon, il quale Marcello era

secondogenito di Paolo Ruffo 6.º Conte di Sinopoli e Caterina Spinelli

figlia di Carlo 1.º Conte di Seminara: egli era divenuto Principe

nel 1591, sposando la sua cugina Maria Ruffo Contessa di Nicotera e

Principessa di Scilla, figlia di Fabrizio, che fu il 1.º Principe di

Scilla[341]. Abbiamo già avuta occasione di dire che in questo momento

trovavasi scomunicato dal Vescovo di Mileto: egli teneva sempre 600 de'

suoi vassalli pronti ad opporsi al Turco ove il bisogno lo richiedesse;

vedremo che naturalmente in questa occasione non mancò di presentarsi

con la maggiore premura e n'ebbe i più caldi elogi. — Il Principe della

Roccella era Fabrizio Carafa, nipote di Carlo Spinelli, perchè figlio

di Girolamo Marchese di Castelvetere e di Livia Spinelli: s'intitolava

4.º Conte della Grotteria, 3.º Marchese di Castelvetere e 1.º Principe

della Roccella, avendo avuto quest'ultimo titolo nel 1594, nel quale

anno co' suoi vassalli si difese strenuamente contro il Cicala nel

forte di Castelvetere. Questa volta il suo zelo non si spiegò contro il

Turco, ma contro il Campanella, verso il quale avea pure già mostrato

benevolenza, ammirandone qualche lavoro e fra gli altri la tragedia

intitolata Maria Regina di Scozia: vedremo infatti, che accompagnò

veramente lo Spinelli nelle mosse contro il Turco ma senza gente

armata, e si distinse invece promovendo la cattura del Campanella,

denunziando i rapporti di lui col Pisano e poi venendosene a Napoli

con lo Spinelli, su quelle medesime galere che portavano il filosofo

e tutti gli altri imputati in catene. L'Aldimari, che scrisse non meno

di tre volumi in folio sulla famiglia Carafa, ce ne diè l'effigie, che

lo rivela gaudente ed utilitario, e ci lasciò scritto come fosse tutto

occupato nell'ingrandimento della sua casa; difatti la pose di poi in

isfoggio e splendore anche in Napoli, dove fabbricò quel palazzo che

tuttora si vede nella strada Trinità maggiore allora detta strada di

Nido, sulle antiche case di D. Andrea Matteo d'Acquaviva Principe di

Caserta, ed in sèguito il figliuolo Carlo, Vescovo di Aversa e Nunzio

in Germania, vi fabbricò pure il palazzo tanto celebrato sulla riva

del mare[342]. — Veniamo al Barone di Bagnara D. Carlo Ruffo, figlio

di Jacovo e di D.ª Ippolita Spinelli, della linea di Esaù e Nicola

Antonio Ruffo, successo a suo padre fin dal 3 marzo 1582. Era anch'egli

parente di Carlo Spinelli per via della madre; apparteneva ad una

famiglia di nobiltà notevole, ma non godeva una posizione finanziaria

molto brillante. Teneva l'ufficio di Vice-Duca nello Stato del Duca

di Monteleone Ettore Pignatelli, e si faceva raccomandare dalla Corte

di Roma per mezzo del Nunzio, come era frequente e tristo vezzo di

quella Corte, perchè il Vicerè gli favorisse qualche impiego; d'altra

parte il Vicerè ebbe una volta ad ordinare un'Informazione contro di

lui specialmente per contrabbandi ed anche per aggravii e delitti;

questo ci risulta da documenti che abbiamo rinvenuti nel Carteggio

del Nunzio e nell'Archivio di Stato[343]. Naturalmente non mancò di

cogliere l'occasione che gli si offriva, per inaugurare il sistema

d'ingrandirsi sulle sciagure del proprio paese; e vedremo che Carlo

Spinelli cercò di favorirlo per ogni verso, anche con la menzogna,

ed egli segnatamente verso i frati si mostrò un aguzzino de' più

petulanti. — Ci rimane a dire di Gio. Geronimo Morano, che già abbiamo

avuta occasione di nominare a proposito delle fazioni di Catanzaro.

Era costui di nobile famiglia residente in Catanzaro ma proveniente

da Stilo, donde emigrò il suo avo dello stesso nome Gio. Geronimo,

come abbiamo rilevato da ricerche fatte nel Grande Archivio[344];

ed appunto nel territorio di Stilo la sua famiglia possedeva un

gran feudo detto Burgli russi o Burgorusso sulla marina tra Stilo e

Guardavalle, ereditato per via di donne da Francesca Connestavolo ossia

Contestabile di Stilo, oltre la Baronia di Gagliato già del Principe

di Squillace, acquistata da Carlo Alfonso Morano e da costui ceduta al

fratello Gio. Geronimo seniore nel 1543[345]. Gio. Geronimo iuniore,

di cui qui trattiamo, era secondogenito di Gio. Antonio, e quindi

fratello di Gio. Battista Barone di Gagliato, il quale era morto nel

1594, lasciando una figliuola a nome Camilla e la vedova Anna Sances

nata di Loise Sances fratello del Marchese di Grottola[346]; nè si

creda questo un vano lusso di erudizione, mentre invece il Campanella

medesimo ha rese indispensabili tali noiose ricerche, coll'aver messo

innanzi, nella sua Narrazione, la parentela del Morano co' Sances, la

figlia unica del Barone di Gagliato, il progetto di matrimonio di essa

con un figlio del Morano ed anche il desiderio di un certo feudo, per

ispiegare la persecuzione ed anzi la morte data a Maurizio de Rinaldis.

Adunque la famiglia Morano era molto ricca, e lo stesso Gio. Geronimo

trovavasi in buone condizioni, poichè oltre la così detta vita-milizia,

cioè l'assegno di secondogenito, egli possedeva beni fideicommissati

rimastigli dall'avo, ma si era già fatto notare per una colpevole

avidità in beneficio della famiglia; se n'ha la prova in un documento

rinvenuto nel Grande Archivio, dal quale si rileva che il Vicerè si

era visto nell'obbligo di domandar conto alla R.ª Audienza di Catanzaro

del prezzo esorbitante pagato per una casa del Barone di Gagliato, che

Gio. Geronimo, essendo Sindaco della città, aveva acquistato in nome

di essa per provvedere di residenza il tribunale[347]. Conoscitore de'

luoghi e delle persone di Stilo e suoi casali, vedremo che egli si pose

a perseguitare i principali incolpati, e cavalcando giorno e notte ebbe

il tristo merito di raggiungerli con molta soddisfazione dello Spinelli

e del Vicerè.

Ma un aiuto ancor più rilevante trovò il Governo nel Visitatore fra

Marco di Marcianise e nel compagno di lui fra Cornelio di Nizza, i

quali istituirono contemporaneamente con lo Spinelli e Xarava una

gravissima Inquisizione, com'era nel loro dritto ed anche nel loro

dovere, se non che la istituirono con una compiacenza estrema verso

gli ufficiali Regii e co' più iniqui maneggi suggeriti dagli odii

frateschi, ciechi ed interessati, segnatamente contro fra Dionisio e

di rimbalzo contro il Campanella. Abbracciando le cose di eresia ed

anche le cose della congiura, essi formarono un processo terribile, e

spinsero la compiacenza al punto da tollerarvi l'ingerenza illecita

degli ufficiali Regii e da comunicar loro ogni cosa; basta dire che

rilasciarono perfino una copia legale de' primi e più gravi atti

di un processo d'Inquisizione, i quali per tal modo giunsero al

Vicerè in Napoli, e da costui furono mandati al Re in Ispagna, dove

ancora oggi possono leggersi tra le carte conservate in Simancas.

Naturalmente riuscirono così favorite fuor di misura le investigazioni

governative, agevolate le catture de' frati ritenuti colpevoli,

ribadite le atroci accuse: laonde bene a ragione lo Spinelli ebbe a

lodarsene grandemente, per quanto ebbe a lamentarsene il Campanella,

che da questo lato può dirsi davvero non essersi lamentato abbastanza.

Difatti, scagliandosi contro fra Cornelio, nell'Informazione egli disse

che il Visitatore era «huomo buono ma ingannato... che stava _tanquam

idolum et pastor_»; ma se è certo che lasciò fare anche troppo a fra

Cornelio, è certo egualmente che non perciò si astenne dalle violenze,

dalle improntitudini e dagl'inganni, servendo «per niente con zelo»

come disse il medesimo Campanella nella Narrazione, ma «_non sine

scientia_». — C'incombe qui il debito di parlare del processo formato

da costoro, mettendo da parte per ora quello formato dallo Spinelli e

Xarava; poichè entrambi i processi furono iniziati appena con un giorno

d'intervallo, e menati innanzi parallelamente, ond'è che bisogna dar

conto di entrambi al tempo medesimo.

II. Nel dover parlare del processo ecclesiastico di Calabria, conviene

cominciare dagli antecedenti di esso che si tennero segreti, per poi

passare ad esporne gli Atti quali furono distesi, commentandoli con

ciò che venne a sapersene in sèguito. Negli antecedenti, come è facile

capire, figurano i due Polistina legati a fra Cornelio, concordi

nell'odio contro fra Dionisio e gli amici suoi: de' due Polistina

figura veramente molto più fra Domenico, ma solo perchè egli era il

Procuratore di fra Gio. Battista, e fra Gio. Battista, avendo avuto

quel lungo processo per l'assassinio del Provinciale P.^e Pietro

Ponzio, non poteva agire che copertamente; del resto troveremo anche

lui abbastanza in mostra qualche volta. I procedimenti di costoro si

rilevano non solo da quanto dissero poi in Napoli gl'infelici carcerati

sottratti a' terrori di Calabria, ma anche da' Sommarii autentici di

tutto il processo di eresia, compilati più tardi in Roma ed egualmente

in Napoli, dove si trovano registrati i sunti delle lettere che fin

dalla metà di agosto fra Cornelio scriveva al Generale dell'Ordine e

poi al Card.^l di S.^ta Severina sommo Inquisitore in Roma, come pure i

sunti delle dichiarazioni da lui fatte in sèguito al Vescovo di Termoli

in Napoli, e delle deposizioni fatte in Roma quando il S.^to Officio

volle interrogarlo sul modo in cui era stato condotto il processo;

ed ecco i particolari di questo importante momento. — Ricordiamo

che fra Domenico di Polistina verso l'8 o il 9 agosto avea avuto un

incontro col Campanella in Davoli, e di là, minacciato da' fuorusciti

che si trovavano nel convento, s'era portato subito a Soriano presso

il Soldaniero, il quale, secondo lui, impietosito per la paura a cui

lo vedeva in preda, gli raccontò i maneggi di fra Dionisio, le eresie

che costui professava e la ribellione che promoveva sotto gli auspicii

del Campanella. Il Polistina si recò allora immediatamente presso fra

Cornelio, che si trovava col Visitatore in Catanzaro, e gli raccontò

ogni cosa. Senza perdita di tempo, il 14 agosto, fra Cornelio scrisse

al Generale, vale a dire al P.^e Ippolito Beccaria, di aver saputo «da

un certo nobile» le eresie del Campanella, il quale si era fatto capo

de' banditi in Stilo e diceva le cose de' Cristiani esser baie, che

nel mese allora scorso, stando in compagnia di certi banditi, aveva

indotto uno di loro a compiere un lurido fatto in dispregio dell'ostia

consacrata, che diceva poter risuscitare morti, pigliar città, far

comparire diavoli, che volea predicare nuova legge e già distribuiva

le città e le signorie a que' suoi banditi, che due mesi prima avea

mandato due di loro presso il Gran Turco per chiedere aiuto, e che

parecchi erano complici in quel trattato, in ispecie fra Dionisio.

Con altre lettere consecutive scrisse di aver udito che il Campanella

predicava la libertà mescolando le cose della fede, e diceva che

la vera fede non era stata ancora intesa, e sarebbe stata in breve

predicata da lui, che infine tutta la città di Stilo era imbevuta

de' suoi dogmi. Ma quando alcuni mesi dopo venne in Roma interrogato

su ciò che avea scritto, confessò che fra Domenico da Polistina fu

il primo a dargli notizia delle eresie del Campanella, narrando le

escursioni fatte da quel frate a Davoli, poi a Soriano, e da ultimo a

Catanzaro «tra il 10 e il 14 agosto»; confessò inoltre che alla data

in cui scrisse la sua prima lettera, non avea veramente visto ancora

quel nobile, il quale era Giulio Soldaniero, ma era stato assicurato

da fra Domenico che di certo gli avrebbe parlato e gli avrebbe detto

maggiori cose. E nel doversi recare a Roma, parlando in Napoli col

Vescovo di Termoli, gli avea pure manifestato che il primo a rivelargli

la faccenda della ribellione era stato un giovane a 20 anni, per nome

Fabio di Lauro[348]: onde apparisce che egli dovè mettersi in relazione

co' denunzianti della congiura, senza dubbio per mezzo del medesimo

Polistina e dietro un colloquio con lo Xarava. Aggiungasi che scrisse

pure al Card.^l di S.^ta Severina diverse lettere, per una delle

quali è conosciuta la data del 2 settembre, ed in esse affermò che

il Campanella sprezzava il crocifisso ed aborriva i sacramenti, che

prometteva nuova legge e nuovo Stato, che Stilo, Stignano, Monasterace,

Pizzoni, Arena etc. etc. erano «infette delle opinioni di questo

scellerato» e che nella sua venuta a Roma egli avrebbe potuto dare a

voce altre informazioni; ma poi in Roma non seppe dir nulla oltre ciò

che il processo recava, e in somma confessò di aver tratto i capi di

accusa che servirono di base al processo da quanto gli dissero in parte

il Polistina, in parte il Soldaniero e poi il Vescovo di Catanzaro, e

perfino i rivelanti e gli ufficiali Regii; laonde non fece rimanere

soddisfatto il S.^to Officio, che anzi lo lasciò persuaso di avere

affermato solo per sua immaginazione che tanti paesi fossero infetti di

eresia, come lasciò persuasi i Giudici di Napoli di avere presupposto

molte cose per «animosità». Adunque è ufficialmente assicurato che

nell'istituire il processo campeggiò l'odio, e che le notizie de' fatti

criminosi provennero da' Polistina, dal Soldaniero, dal Lauro, dallo

Xarava, dal Vescovo di Catanzaro; massime dal Soldaniero, che è detto

«un certo nobile» rimanendone nascosta la vera condizione.

Ma ciò non è tutto. Per istituire il processo occorreva a questi

frati almeno un rivelante, e l'unico rivelante possibile appariva il

Soldaniero, mentre il Polistina e gli altri frati della loro fazione

erano troppo notoriamente nemici di fra Dionisio, e quindi, secondo

la giurisprudenza del S.^to Officio, non potevano testificare contro

di lui, o meglio, testificando, le loro affermazioni non avrebbero

avuta alcuna efficacia[349]. Importava dunque poter disporre del

Soldaniero; ma costui, sebbene rivelante de' frati congiurati

a fra Domenico da Polistina, e poi anche a fra Gio. Battista da

Polistina come egli medesimo affermò in sèguito, non voleva aderire

a rappresentare questa parte pubblicamente, sicchè fu necessario di

obbligarvelo. Come venne poi affermato nel processo da varii carcerati,

a tempo delle loro difese, e come ripetè pure il Campanella nella sua

Narrazione, fra Cornelio e fra Domenico da Polistina con molti soldati

e birri circondarono il convento di Soriano e posero al Soldaniero

l'alternativa, o di rivelare contro fra Dionisio e il Campanella,

o di lasciarsi consegnare alla Corte dalla quale non poteva mancare

di essere appiccato pe' suoi delitti: che anzi egli medesimo avrebbe

confidato a qualcuno tali cose per iscusarsi, allorchè venne nelle

carceri di Napoli ad istanza de' Giudici dell'eresia, aggiungendo che

fra Cornelio fu in quella manovra assistito da Gio. Francesco Alemanno

fiscale della Corte di Monteleone con 40 persone armate (onde comincia

fin d'ora ad apparire l'azione di D. Carlo Ruffo), e i due frati da

Polistina col Priore del convento lo persuasero a farsi rivelante,

e fra Cornelio gli ottenne una promessa d'indulto da Carlo Spinelli

coll'obbligo di perseguitare e consegnare i complici; avrebbe pure

detto altre volte che l'indulto gli era costato tre mila ducati e

la perdita dell'anima, e che i suddetti frati l'avevano ridotto in

mano del diavolo. Forse egli, che veramente per quanto ne sappiamo ci

risulta assai sollecitato ma non del tutto deciso a prender parte alla

congiura, penò ben poco a resistere alle insistenze di fra Cornelio;

forse pure, deciso da Maurizio negli ultimi tempi a partecipare alla

congiura, e poi vedutala scoperta, richiese egli medesimo l'indulto,

sborsando per esso danari e più ancora sciupandone nella persecuzione

de' fuorusciti, ma non tanto quanto esageratamente affermò, siccome

suole accadere allorchè si parla di danaro perduto; sicuramente poi

egli rivelò più di quel che sapeva e si prestò a dire tutto ciò che

fra Cornelio avea raccolto dalle tante diverse vie e perfino dagli

ufficiali Regii, onde in sèguito si mostrò di poco buona memoria

su quanto avea rivelato, e si potè realmente sentire oppresso da'

rimorsi. Ma vera o finta che sia stata quella manovra di fra Cornelio,

certo è che costui richiese ed ottenne un guidatico, che equivaleva

ad una promessa d'indulto non solo per Giulio Soldaniero ma anche

pel servitore e compagno di lui Valerio Bruno: questo si rileva dalla

copia legalizzata dell'indulto, che fu poi presentata da fra Dionisio

nelle sue difese, e che giova conoscere anche per intendere appieno la

procedura in corso relativamente agl'indulti, la qual cosa riuscirà a

chiarire qualche altro punto oscuro nel sèguito di questa narrazione.

Con una maniera di scrivere che non fa onore al Severino Segretario

di Carlo Spinelli, vi si dice: a «dì 3 de 9bre 1599 nel pizzo, per

quanto li mesi passati frà cornelio del monte secretario del padre

visitatore... scrisse a noi alcune lettere dicendone che dovessimo

guidare à Giulio Soldaniero et valerio Bruno che haverebbeno fatto

alcuni servitij nella materia della sedutione de popoli ch'haveano

incominciato à fare fra Thomase Campanella de stilo fra Dionisio ponso

de necastro et mauritio de Rinaldis de guarda valle avisandoci de più

detto fra cornelio che il detto Giulio et valerio come pratthichi del

paese haveriano fatto assai onde ngi parse guidarli per alcuni giorni

nelli quali ngi portorno carcerati... _etc_. et havendono continuato

al servitio non sparagnando cosa che da noi li è stata commessa, per li

quali servitii ngi habbiamo fatta provisione de indultu sincome con la

presente li induldamo et per induldati li dichiaramo et agratiamo de

tutti li lloro delitti per la potestà che tenemo..» etc.[350]. Furono

dunque costoro, per opera di fra Cornelio, dapprima _guidati_ e più

tardi _indultati_ da Carlo Spinelli. Fra Marco e fra Cornelio, nella

qualità d'Inquisitori non avrebbero potuto farlo: avrebbero potuto

soltanto nominare Commissionati dopo di avere richiesto ed ottenuto

l'aiuto del braccio secolare; e difatti il Visitatore ne nominò alcuni;

come un Carlo di Paola amico di Gio. Tommaso Caccìa, e un Ottavio

Gagliardo Castellano di Monteleone, che vedremo or ora nell'esercizio

del loro mestiere. Pertanto, non appena ingaggiato un testimone

opportuno, fra Cornelio pose rapidamente mano al processo, e di questo

andiamo oramai a dar conto, esponendone gli atti così come furono

compilati, ma accompagnandoli co' debiti commenti.

Il processo che diremo ecclesiastico, perchè fatto da ecclesiastici,

e concernente non la sola eresia ma anche la congiura, cominciò con la

data del 1.º settembre 1599[351]. Gli si diede il titolo «Inquisitionis

acta contra Patres Fratres Thomam Campanellam, Dionisium de Neocastro,

Jo. Baptistam de Pizzone et alios Inquisitos, Squillacensis» (_intend._

Squillacensis dioecesis), con la sottoscrizione «Marcianese Visitatore,

Nizza». Percorrendo questo processo, il Visitatore fra Marco di

Marcianise vi si trova sempre come protagonista, ma si rileva dalle

prime carte fino alle ultime, ed anche da ciò che seguì, ogni cosa

essere stata manipolata da fra Cornelio di Nizza, nella qualità

espressa in più modi, di Socio della Visita, Segretario, Scriba e

cancellario, Notario, talvolta anche coll'aureola di «dottore dell'una

e dell'altra legge». Nell'esordio, in nome di Dio e della Beata

Vergine, il Visitatore dice che per voce pubblica, non di malevoli ma

d'individui degni di fede più illustri e religiosi, i suddetti frati

hanno macchinato contro la Maestà Divina ed umana; enumera 36 capi di

eresia e di ribellione che, il Campanella come settario, e gli altri

come capi principali, fautori e complici, affermavano, comunicavano

tra loro ed erano anche preparati a far credere agli altri; enuncia

la deliberazione di procedere tanto per proprio ufficio, quanto per

richiesta di D. Alonso il Governatore, di Carlo Spinelli Cavaliere

e Consigliere di Stato, di tutti gli Ufficiali del Re e del molto

Illustre e Rev.^do Vescovo di Catanzaro. Come si vede, fu adottata

la maniera di procedere per pubblica voce e fama, mentre c'era un

accusatore (il Polistina) o almeno un denunziante (il Soldaniero),

e sarebbe stato più conforme a verità l'adottare altra maniera di

procedere, ricevendo da uno di costoro una scritta o una deposizione

in presenza di testimoni e servendosi di essa come base secondo la

giurisprudenza[352]. Continua il Visitatore dicendo che, per prendere

e tenere in carcere i colpevoli, ha mandato nel medesimo giorno fra

Cornelio a Catanzaro a fine di implorare l'aiuto del braccio Regio,

ottenuto il quale assai volentieri dal Governatore e dallo Spinelli,

ha rilasciato le lettere di cattura procedendo senza ritardo in una

causa così grave, fino a che non sia provveduto meglio dal Papa e dal

S.^to Officio; delle lettere di cattura riporta poi anche la formola.

In sèguito sono allegate solamente due lettere originali, una del

Vescovo di Catanzaro e l'altra di D. Alonso di Roxas[353]. Nella

prima, del 25 agosto, il Vescovo dice che si è trattato un negozio di

molta importanza, il quale laddove seguisse, recherebbe «gran danno

e disriputatione» alla Religione Domenicana, che egli «ha remediato

quanto ha potuto», ma vorrebbe che il Visitatore o qualche suo fidato

venisse a Catanzaro per potergli liberamente parlare; e il Visitatore

aggiunge che, arrivata questa lettera il 28, egli nel giorno seguente

mandò fra Cornelio rivestito di tutta la sua autorità; ma, come ben

si vede, in questa lettera, nella quale pare che copertamente si

accenni all'aver fatto fuggire fra Dionisio, non è punto espressa

la richiesta di procedere contro i frati, che anzi trasparisce un

pensiero del tutto diverso. Nella seconda lettera, di difficilissima

lezione, che è di D. Alonso il Governatore, si ha una risposta a fra

Cornelio del 2 settembre, in cui D. Alonso chiaramente dice di aver

«ricevuta la relazione del negozio» dalla Paternità sua, e spera che

la Paternità sua abbia subito nelle mani qualcuno de' pretesi rei, e

almeno fra Gio. Battista di Pizzone e il suo compagno (vale a dire il

Lauriana): laonde nemmeno si trova qui la richiesta di procedere da

parte di D. Alonso, il quale, per sua disgrazia, era sempre l'ultimo

a sapere ciò che accadeva, ed anche questa volta, invece di dirlo lui

al Visitatore, lo seppe da fra Cornelio. Infine si ha la Commissione

data dal Visitatore il 3 settembre a Carlo di Paola di carcerare i

frati suddetti, comandando a' Superiori di non fare ostacolo sotto pena

della scomunica ed anche della galera per 10 anni; poi la presentazione

fatta al Visitatore il 4 settembre da D. Carlo Ruffo, nel castello di

Monteleone, de' due frati carcerati da Carlo di Paola, con la preghiera

del Visitatore a D. Carlo di tenerli nelle carceri Ducali a nome del

Papa e del Generale; da ultimo la formola del precetto adottato per

gli esami da istituirsi. Dopo questi atti iniziali vengono i processi

verbali delle deposizioni, cominciando da quelle del Pizzoni, del

Soldaniero e del Lauriana.

Ecco pertanto in che modo furono presi il Pizzoni ed il Lauriana[354].

Essi dimoravano nel loro convento di Pizzoni, e nella notte del venerdì

3 settembre, due ore innanzi l'alba, Carlo di Paola ed una mano di

soldati con le micce accese giunsero sotto il convento. Poco prima di

costoro, nella medesima notte, era quivi giunto anche fra Dionisio

accompagnato da Gio. Tommaso Caccìa, sicuramente per abboccarsi col

Pizzoni come già più sopra si è detto[355]. Secondo il Pizzoni, egli e

il Lauriana pensavano che potessero essere ricercati dalla giustizia

per una sella, o una giumenta di un tale, che «tenevano presa» nel

convento; ma poichè avea già parlato con fra Dionisio, avea dovuto

capire perfettamente di che si trattasse, e infatti, secondo il

Lauriana, avendo lui dimandato cosa pensasse della venuta di quella

gente armata, il Pizzoni rispose, «sta a vedere che saremo presi per

le cose del Campanella». Gio. Tommaso Caccìa cominciò a dire «olà, che

gente sete, state largo», e quelli di sotto risposero che erano gente

del Battaglione e che venivano da Squillace o andavano a Squillace;

allora fra Dionisio e il Lauriana si diedero a sonare le campane

all'arme, accorsero i terrazzani di Pizzoni, e seppero dagli armati che

volevano riposarsi un poco e udir la Messa, per poi proseguire il loro

viaggio; fu quindi aperto il convento, e saputosi che Carlo di Paola

comandava quella gente, Gio. Tommaso Caccìa che lo conosceva gli andò

incontro per riceverlo. Fra Dionisio, non appena intese che era gente

di Monteleone, si travestì da secolare e profittando della folla, che

verosimilmente avea fatta raccogliere a bella posta, se ne andò via

senza essere conosciuto; il Pizzoni disse la Messa, può immaginarsi con

quale animo, e Carlo di Paola con la sua gente l'udì; finita la Messa,

fu presentata la Commissione del Visitatore, ed entrambi i frati furono

condotti a Monteleone.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 31 / 55 段