Dopo quattro o cinque giorni o poco più di permanenza in Pizzoni,

il Campanella si ridusse a Stilo, e poi passò anche qualche giorno

in seno alla famiglia in Stignano. Intanto, come risulta da ciò

che scrisse nella sua Dichiarazione, Maurizio venne a Stilo, e non

avendolo trovato, perchè egli era già andato a Stignano, gli lasciò

una lettera con la quale lo pregava di venire a trovarlo a Davoli per

cose d'importanza: dopo qualche esitazione egli vi andò, accompagnato

dal Petrolo e da Fabrizio Campanella, e trovato presso il Pittella

Maurizio, costui gli fece conoscere ciò che avea trattato col Turco

e gli mostrò anche una scrittura turchesca, la quale il Campanella

non seppe leggere. Fermandoci dapprima su questa scrittura turchesca,

dobbiamo dire che essa era senza dubbio un salvacondotto, come risultò

dalla confessione medesima di Maurizio. Dobbiamo aggiungere che

parecchi tra' più vicini a Maurizio la qualificarono egualmente: così

il suo servitore Tommaso Tirotta dichiarò, che quando Maurizio mostrò

al Campanella in presenza d'altri «lo scritto che ebbe da' turchi»,

lo disse un salvacondotto, e che un Pietro Jacovo Garzia diceva, «ora

potremo andare sicuri che abbiamo il salvocondotto». Ma questo si ebbe

dopo che si era «trattato et concluso con Morat Rays» della ribellione,

come risultò dalle parole di Maurizio, e meglio ancora dalle parole

del Campanella nella Dichiarazione, dove egli appunto espose ciò che

Maurizio «havea capitulato con li turchi», riferendolo per dichiarare

che se n'era mostrato dispiaciuto ed allarmato. Maurizio gli avrebbe

detto che «esso havea trattato con Amurat sopra le galere che venisse

l'armata del turco, che esso volea pigliare Catanzaro et la Provintia»:

il Campanella non l'avrebbe approvato affatto, per la semplice ragione

che i turchi erano nemici da non potervisi fidare e sempre giuravano

il falso; Maurizio rispose «ch'havea capitulato con li turchi che non

havessero assai a tener dominio in Calabria, ma solum assistere nel

mare per fare paura a chi lo contrastasse, et che li turchi voleano

solo il trafico in questo Regno et non altro», e gli mostrò la carta

turchesca, ma il Campanella continuando a lamentarsi di lui avrebbe

deciso di lasciare la sua amicizia. Questo espose il Campanella; dal

canto suo Maurizio espose, che avendo comunicato ciò che avea trattato

e concluso, «tutti (meno il Pittella che rimase indifferente) mostrorno

haverne gran contento, et ne giubilorno, laudando et dicendo ch'havea

fatto assai di quello che loro desideravano», bensì confermò aver

fatto ogni cosa «da per se solo et non per conseglio ne per ordine

et consenso di detto fra Thomase»[284]. Passando oltre per ora alla

dispiacenza o al giubilo del Campanella, cominciamo dal rilevare che

vi furono patti abbastanza chiari: l'armata del Turco avrebbe dovuto

venire in Calabria (senza dubbio in un tempo determinato e in un numero

di galere determinato) per far paura nel mare a chi contrastasse da

questa via, facendo anche sbarchi ed occupando temporaneamente terre

di Calabria; Maurizio, lui personalmente, avrebbe dovuto pigliare

Catanzaro ed estendere la sua azione a tutta la Provincia, obbligandosi

ad accordare a' turchi per l'avvenire vantaggi commerciali. Con

ogni probabilità vi furono anche altri patti, e per lo meno i patti

precedenti, p. es. quello dell'occupazione delle terre di Calabria

da parte dei turchi, doverono essere meglio determinati. Dal processo

consecutivo non emerse nulla intorno a ciò, ma bisogna ricordarsi che

noi possediamo solamente i brani del processo concernenti le accuse

contro gli ecclesiastici, e il Campanella, e tanto più il Pittella,

dietro la leale confessione di Maurizio risultarono scagionati

dall'accusa della convenzione col Turco. Questo non vuol dire che

veramente il Campanella non ne avesse dirette le fila con molta

astuzia, per mezzo di Maurizio dalla via di Amurat, e forse anche per

mezzo di fra Dionisio dalla via di Messina, ma quest'ultima via rimase

coperta, e l'altra riuscì tutta a carico di Maurizio, ond'è che non

conosciamo il fatto in tutta la sua estensione. Nondimeno quel poco che

ne conosciamo riesce di molta importanza. Era capitolato che i turchi

«non havessero assai a tener dominio in Calabria», ma doveano dunque

tenervi dominio, benchè temporaneo e di breve durata: così non fu una

invenzione degli ufficiali Regii che si volea far occupare la Calabria

da' turchi, e le rivelazioni di taluni complici (Claudio Crispo, Cesare

Mileri), che dissero essersi convenuto di dare molte fortezze e terre

in mano de' turchi, non furono propriamente effetto d'insinuazioni

e di tormenti. E come potremmo credere che il Campanella fosse stato

davvero interamente estraneo alle trattative e dispiaciuto per esse?

Tutti i fatti precedenti e così pure i sussecutivi ci autorizzano a

credere l'opposto. Concediamo pure che forse egli non avrebbe voluto

l'occupazione turca, comunque limitata e temporanea, e che tale

patto convenuto da Maurizio gli abbia recato sorpresa e dispiacere;

ma è facile comprendere che non si poteva fare in modo diverso, e se

veramente così avvenne per parte del Campanella, Maurizio, il quale

rimane sempre il capo responsabile dell'azione con le armi, dovè a sua

volta provare sorpresa e dispiacere, vedendo che volea farsi una guerra

con idee alquanto fantastiche e punto consentanee alla realtà delle

cose. Ad ogni modo non per questo il Campanella si pose in disparte,

e se si decise a lasciare l'amicizia di Maurizio, tale sua decisione

non ebbe effetto, come si rileva da ciò che avvenne ulteriormente in

Davoli.

Maurizio, preoccupandosi del buono andamento delle cose in Catanzaro,

ove era convenuto doversi fare lo sforzo principale della ribellione,

volle che alcuni di questa città si costituissero centro de'

congiurati, e desiderò che il Campanella li persuadesse con la sua

eloquenza, di cui egli faceva gran conto avendola sperimentata sopra

sè medesimo; e il Campanella non si negò menomamente, e si ebbe in

tal guisa, dopo i convegni di Stilo e di Pizzoni, un terzo convegno

parimente assai notato, quello di Davoli. Sia d'accordo col Campanella,

come Maurizio affermò nella sua confessione, sia senza quest'accordo,

come parrebbe dalla Dichiarazione del Campanella, Maurizio chiamò a

Davoli due gentiluomini di Catanzaro assai maneschi, da lui giudicati

«uomini di valore», Gio. Tommaso di Franza e Gio. Paolo di Cordova, il

quale ultimo eragli anche parente per parte di madre[285]; e li chiamò

scrivendogli di venire «sotto colore che voleano trattare la natività

loro», ciò che implicherebbe avergli accennato di dover trattare col

Campanella, il quale veramente s'intendeva di oroscopi e di natività,

ed essi non mancarono di venire, accompagnati da un Orazio Rania.

Questo accadde nella prima settimana di agosto, conoscendosi con

sicurezza che l'8 o il 9 di agosto il Campanella si trovava tuttora

in Davoli, nel convento degli Agostiniani detto di S.ª M.ª del Trono:

oggi ancora sono visibili i ruderi di questo convento e della sua

Chiesa, sopra un colle a meno di un miglio dall'abitato; ed una statua

di S.ª Anna con la data appunto del 1599, ritirata dagli avanzi della

Chiesa, è il più vivo ricordo del luogo e del tempo in cui avvenne una

delle scene più memorabili della congiura. Al momento dell'arrivo di

que' di Catanzaro fra Tommaso già vi era, e come abbiamo visto sopra,

in compagnia di fra Domenico Petrolo e di Fabrizio Campanella; ma non

risulta che costoro fossero presenti al colloquio, ed anzi lo stesso

Maurizio si tenne in disparte dopochè fu esaurita l'esposizione delle

solite cose generali de' prossimi mutamenti e del dovere star pronti;

ciò si rileva dalla confessione sua, dalle deposizioni di Gio. Paolo

e Gio. Tommaso ed anche dalla Difesa del Campanella, il quale si servì

di questo fatto come di un argomento per sostenere che non vi era stato

convegno. La riunione ebbe luogo presso il convento, in un castagneto,

all'aperto, e come il Campanella scrisse nella sua Dichiarazione, essi

cominciarono dal dimandargli segreti per aver donne che egli pose in

burla (la solita maniera di considerare il Campanella); di poi, pregato

da Maurizio che avesse detto a que' gentiluomini la faccenda delle

mutazioni, egli le confermò, e «tutti gli si offersero che volesse

esser capo et predicare» perchè l'avrebbero seguitato; ma egli non

volle e si partì per disgusto, andandosene a S.^ta Caterina, e dopo

tre giorni a Stilo. Non sarà inutile il dire che di poi, nel processo,

tanto Gio. Paolo di Cordova quanto Gio. Tommaso di Franza confessarono

il convegno avuto col Campanella, e lo confermò pure Tommaso Tirotta

servitore di Maurizio: solamente il Cordova aggravò piuttosto la

condizione di Orazio Rania che era già morto quando egli fece la sua

deposizione (secondo il metodo abituale dei giudicabili), e il Franza

nominò fra Dionisio come colui che gli avea già parlato delle mutazioni

da parte del Campanella; l'uno e l'altro poi dissero che fra Dionisio

veramente, più tardi in Catanzaro, richiese la loro opera per la

ribellione, essendosi nel convegno discorso soltanto di un segreto che

fra Dionisio avrebbe in sèguito manifestato. Ma per quanto apparisca

possibile che fra Dionisio avesse già parlato col Franza, vedremo

altrove che da parte di costui c'erano forti ragioni per le quali egli

dovea sforzarsi di aggravare la mano su fra Dionisio in questo negozio,

ed oltracciò in entrambi ci era tutta la convenienza di mostrare che

le istanze per la ribellione erano state fatte più tardi. Secondo

il Tirotta, nello stesso giorno del convegno, dopo il desinare, essi

ripartirono. Ognuno intanto avrà notato trovarsi dalle parole medesime

del Campanella accertato che tutti gli si offersero, facendogli premura

che volesse esser capo con la predicazione; sicchè rimane soltanto ad

interpetrare se egli veramente rifiutò ed anzi se poteva rifiutare,

mentre tutto si edificava sulla base delle sue profezie e vaticinii, e

la sua eloquenza era già da un pezzo impiegata a persuadere che dovea

fondarsi la repubblica.

Ma durante il soggiorno del Campanella in Davoli accadde pure un fatto

importantissimo, che ebbe le più gravi conseguenze. Appunto l'8 o il

9 agosto, non si sa per quale motivo, capitò al convento suddetto

fra Domenico di Polistina, e seppe da fra Domenico Petrolo che il

Campanella trovavasi nel convento e l'avrebbe veduto con piacere, che

anzi desiderava di vederlo. Egli si presentò al Campanella in Chiesa, e

gli fece i suoi saluti e le sue proteste di amicizia; ma il Campanella

gli rispose che tra loro due non poteva esservi amicizia, trovandosi

l'uno amico di fra Gio. Battista di Polistina e l'altro amico di fra

Dionisio, tra' quali correva inimicizia grandissima. Il Polistina

meravigliato di tale ricevimento si partì. Come mai il Campanella

potè mostrarsi tanto scortese, ed anche tanto imprudente, mentre non

ignorava la potenza e lo spirito d'intrigo de' Polistina? Bisognerebbe

dirlo venuto in una grande boria, per la fiducia ispiratagli da'

preparativi della sua impresa ottimamente avviati: ma è verosimile pure

che fosse infastidito dal vedersi ronzare intorno un uomo di quella

fatta, il quale probabilmente ne spiava i passi ed osava dichiararglisi

amico. Intanto il Polistina montato a cavallo se ne partì in fretta,

dirigendosi pel castagneto che era presso il convento: ma «caminato

10 o 12 passi, il garzone o sia vetturino gli disse, se andate per

questa via voi sete morto, perchè mentre ragionavi con il Campanella

in Chiesa, li foresciti che erano alla porta hanno determinato di

ammazzarvi mentre che passaremo nelle castagne, et così pigliò altra

strada et andò a Suriano, dove trovò il Soldaniero nel convento, al

quale raccontò il caso»[286]. È possibile che i seguaci di Maurizio,

p. es. il Tirotta, Gio. Battista Vitale che sappiamo essere sempre

stato anche lui in Davoli, forse pure qualche altro, consapevoli

delle amicizie del Polistina e penetrati della poca opportunità della

sua presenza in quel luogo, avessero borbottato propositi minacciosi

verso di lui; è possibile pure che al vetturino non fosse tornata

molto comoda la risoluzione di battere la via del castagneto, e avesse

cercato di farla cambiare mettendo paura al Polistina: certo è che

il Polistina si diresse ad un luogo e ad un uomo che facevano appunto

per lui, avendo dovuto forse già conoscere dal Priore di Soriano suo

amico le cose passate tra Dionisio e il Soldaniero, ed avendo dovuto

sembrargli giunto oramai il momento di farla finita, poichè non v'era

più da andare fiutando e si avea del resto già tanto in mano da poter

perdere Dionisio e il Campanella. Egli si presentò al Soldaniero come

uomo agitato ed afflitto per la paura avuta, e il Soldaniero, che avea

conosciuto pure fra Gio. Battista di Polistina nella Quaresima passata,

lo secondò dicendo che era stato già deciso che fra Gio. Battista e

i suoi aderenti dovessero essere ammazzati d'ordine del Campanella

ed altri complici, e quindi «non saria stato gran cosa» che avessero

ammazzato anche lui; oltracciò soggiunse che erano stati fatti registri

di eresie da doversi predicare al tempo della ribellione, che Dionisio

gli avea parlato contro i miracoli di Cristo e de' Santi, che gli avea

detto essere il significato delle lettere I N R I, poste in fronte

al crocifisso, non già quello comunemente conosciuto ma quello di una

pessima ingiuria in lingua ebraica, che infine gli avea raccontato quel

tale fatto osceno commesso con l'ostia consacrata ed egli sospettava

essere stato quel fatto commesso precisamente da fra Dionisio. Così

raccontò poi le cose il Polistina, ed anche fra Cornelio che le seppe

dal Polistina. Forse il Soldaniero non ciarlò tanto, ed è possibile

pure che avesse accennato in confidenza quelle cose al Priore di

Soriano, come altrove si è detto, e non già al Polistina: ad ogni

modo vedremo più tardi che il Polistina e fra Cornelio su questa base

architettarono il processo di eresia, riducendo il Soldaniero, con le

buone o con le triste, non solo feroce accusatore ma anche persecutore

a mano armata di coloro i quali avrebbero dovuto essergli compagni

nella ribellione.

Indubitatamente col convegno di Davoli s'inaugurava un periodo di

sempre maggiore attività ne' preparativi della ribellione. Maurizio

continuò senza posa a sollecitare e a raccogliere aderenti: questo

viene accertato pure da un altro brano della Dichiarazione del

Campanella, il quale si lasciò andare sino a far nomi, onde poi gli

ufficiali Regii non ebbero veramente a sforzare la loro immaginazione

per convincersi che la congiura fosse una cosa molto seria. «Mauritio,

quando fummo in Davoli, disse che volea far un giro, et trovar Gio.

Battista Soldano, Giulio Soldanere et Carlo Bravo, et trovare li

foragiti di Reggio et li Baroni et altri, et ch'esso poteva fare

in dieci giorni ducento huomini, et certi di casa dello Stocco in

Cosenza, et entrar in Catanzaro, et pigliar la città et tenerla, ma

non disse quando stava per farlo». Intorno ad alcuni de' fuorusciti

qui indicati abbiamo qualche notizia. Gio. Battista Soldano era un

bandito di Ricadi, casale di Tropea[287]: e bisogna dire che Maurizio

abbia veramente fatto il giro che si proponeva e siasi recato fino a

Tropea, giacchè vedremo poi parecchi di quella città e casali, nè tutti

fuorusciti, gravemente perseguitati per la congiura, come un Tranfo,

un Furci, un Loiacono, un Politi, un Jannello, un Barbèri. Carlo Bravo

era di Montesanto; insieme col fratello Fabrizio scorreva la campagna,

ed avevano entrambi acquistato fama pe' molti delitti commessi. I

fuorusciti di Reggio erano forse quelli che in numero di 42 comandava

Don Giuseppe di Capoa, tra' quali stava pure il fratello di Felice

Gagliardo, come risulta da lettere che il Capoa da Reggio inviava al

Gagliardo quando costui pervenne carcerato in Napoli, e che, essendogli

poi state ritrovate, furono inserte nel processo di eresia insieme con

altre carte di pertinenza del S.^to Officio. I Baroni erano parecchi:

quelli di Reggio si chiamavano Domizio, Paolo e Gio. Domenico, e si

trovavano implicati nelle prepotenze delle fazioni dei Melissari e de'

Monsolini, ma esercitavano anche violenze per conto proprio. A miglior

luogo avremo campo di far conoscere i documenti che abbiamo rinvenuti

intorno a tutti costoro. Quanto a Giulio Soldaniero, ne sappiamo

abbastanza dalle cose dette avanti; e non può non riceversi qui una

certa impressione dal vedere che il Campanella, il quale avea fatto

tanto per avere quest'uomo a sè, lo mette poi esclusivamente a carico

di Maurizio. E da notarsi frattanto che Maurizio oramai si proponeva

di entrare in Catanzaro e pigliar la città; sicchè non attendeva più,

per moversi, che Catanzaro «si cominciasse a ribellare», come dapprima

si era protestato con fra Tommaso. Egli medesimo nella sua confessione

dichiarò essersi concluso «con fra Tomase et fra Dionisio, che quando

fra Dionisio havesse finito di trattare, et havere quelli di Catanzaro,

havesse avvisato, per che s'haveria pigliato espediente ad effettuare

detta rebellione, et entrare a Catanzaro, et fra Tomase diceva,

che si havea da gridare libertà, scassare le carcere et ammazzare

l'officiali». Vedremo difatti più in là che fra Dionisio in Catanzaro

trattava per far entrare incogniti e di notte tre a quattrocento uomini

armati; e comunque si fosse detto che sarebbero entrati con lui e

sarebbero rimasti sotto gli ordini di alcuni di Catanzaro tra' quali

Gio. Tommaso di Franza, tutto mena a credere che avrebbero dovuto

entrare, certamente in minor numero, sotto gli ordini di Maurizio:

dopochè Maurizio si era obbligato co' turchi di pigliare Catanzaro,

tanto meno poteva confidare ad altri, massime poi a coloro i quali

deposero tale fatto, un'impresa così rilevante e a dirittura capitale.

— Da parte sua il Campanella continuò parimente ad infervorare i suoi

amici, come lo attestano fuori ogni dubbio due lettere scritte di

suo pugno a Claudio Crispo, le quali disgraziatamente vennero poi a

cadere in mano degli ufficiali Regii e furono inserte nel processo.

La prima, a quanto pare, venne affidata a fra Paolo della Grotteria

che non si curò di consegnarla: per negligenza del Mastrodatti non ne

conosciamo la data, ma da parecchie circostanze si può bene desumere

che dovè essere scritta a' primi di agosto, probabilmente da Davoli,

ed inviata a Stilo perchè di là fosse spedita a Pizzoni. Ecco il sunto

che ne diede nel processo il Mastrodatti: «Desiderava raggionare con

l'amici et per questo volea venire in Pizzoni, ma per che non li era

stato scritto, ch'erano venuti, me parse soverchio per buoni rispetti

non venire a trovarla, pur se dimani venerando (_sic_) venerò a stare

con lei tre hore et poi ritornerò, et l'huomo non deve mai mutare

(senza certo disegno) stanza, per che il mondo non pensi a male, però

spero a San Domenico che serà alli 5 esser con V. S. et avanti, frà

tanto anderà il P. Dionigio ad acconciare le cose sue in Catanzaro, et

poi visti ci revederemo, et infine dice, si V. S. parla con li amici

suoi, sia insieme col P. Gio. battista et dicali in quella maniera l'ho

insegnato a lui, mentre eravamo sul ponte di legname qui». Sapendosi

che il giorno di S. Domenico, determinato nel giorno 5, viene a cadere

in agosto, e che fra Dionisio avea guastate le cose sue in Taverna e

doveva accomodarle in Catanzaro appunto a' primi di agosto, riesce

chiaro che la lettera dovè essere scritta precisamente poco avanti

questo tempo. La circostanza poi del «ponte di legname» indicherebbe

che il Campanella scriveva da Stilo, dove forse il Crispo l'aveva

accompagnato insieme con gli altri, al ritorno da Pizzoni, e si era

trattenuto a udire gli ultimi discorsi sul ponte dello Stilaro, fiume

che scorre sotto Stilo: ma non è arrischiato l'ammettere, che per uno

de' soliti artificii de' cospiratori, egli mostrasse di scrivere da

questa città. E come mai, avendo da pochissimo tempo lasciato Pizzoni,

sentiva già nuovamente il bisogno di andarvi? Probabilmente voleva

parlare ad amici non intervenuti nel primo convegno, e però vedeva

utile tenerne un secondo; forse anche volea comunicar loro doversi

oramai disporre ad entrare in Catanzaro, ed ivi trovarsi pe' primi di

settembre (al tempo della venuta de' turchi); ma si preoccupava di ciò

che avrebbe potuto dirne il mondo, e difatti con la seconda lettera

pregò il Crispo di voler lui venire a trovarlo. Intanto anche questa

volta designava quasi suo luogotenente fra Gio. Battista, come già

prima avea fatto verso il Soldaniero. La seconda lettera, che venne

trovata sulla persona del Crispo, reca la data certa dell'8 agosto,

e sappiamo sicuramente che a questa data il Campanella si trovava in

Davoli, essendo allora appunto accaduto il suo incontro col Polistina.

In essa egli scrive al Crispo, «che vogli venire con qualche amico, et

particolarmente con Gio. Francesco d'Alisandria»[288]. Da tutto ciò si

può ben rilevare che il Campanella non pensò mai veramente a tenersi

in disparte, e continuò ad agire in que' modi e limiti che la sua

posizione gli permetteva.

Lasciando Davoli, il Campanella si recava a S.^ta Caterina e là

rimaneva, come egli medesimo assicurò, «tre dì a spasso». Dagli atti

del processo di eresia sappiamo che dimorò nel convento Domenicano

di S. Nicola esistente in quella terra, e che i frati l'onorarono con

banchetti, alcuno de' quali finì in un'orgia immonda, se deve credersi

alla deposizione di una vedovella molto pudica e serva di Dio, ma

altrettanto energumena contro fra Tommaso e con ogni probabilità tratta

in inganno[289]. Del resto un'orgia immonda tra' frati di quel tempo,

dopo un desinare, non era cosa straordinaria, e il processo medesimo

ne ricorda un'altra, comunque in proporzioni assai minori, avvenuta

in Nicastro durante il priorato di fra Dionisio: ma dobbiamo notare

che appunto in S.^ta Caterina «diciano le genti che (il Campanella)

non guardava hom'in faccia ma sempre si guardava la unghia», onde

potè accreditarsi la voce che avesse il suo spirito familiare proprio

nell'unghia[290]. Ciò mostra solamente ch'egli stava in un contegno

assai riservato: non sappiamo pertanto se nell'andare a S.^ta Caterina

abbia avuto qualche scopo recondito, ma è probabile che sia stato

indotto a ripetervi le profezie sulle future mutazioni, ed oltracciò

abbia dovuto abboccarsi con altri affiliati di quella terra, giacchè

vedremo essere stati poi forgiudicati per la ribellione anche Franc.º

Paolo Santaguida ed Antonio Merlino di S.^ta Caterina. Ma finalmente

se ne tornò a Stilo, nè mai più ebbe ad allontanarsene fino al momento

in cui la congiura fu scoperta. — Nell'occasione del suo ritorno a

Stilo ritornò del pari al convento fra Domenico Petrolo, il quale,

senza dubbio per la venuta del Visitatore in Calabria, avea dovuto

finalmente decidersi a lasciare la casa sua in Stignano e ripigliare

la vita claustrale troppo lungamente interrotta: era stato in convento

durante il maggio per alcune settimane, quando si sciolse il Capitolo

di Catanzaro, e vi si restituiva nell'agosto, rimanendo sempre,

d'allora in poi, a fianco del Campanella, sicchè le sue rivelazioni

destano pel periodo attuale il più grande interesse. Una delle prime

visite ricevute dal Campanella in Stilo, come risulta anche dalla

sua Dichiarazione, fu quella di fra Dionisio che andava ad Oppido, ed

era sempre preoccupato del Visitatore; onde il Campanella gli avrebbe

suggerito di «tornare a conciare le cose sue». Siamo in grado di poter

dire che questa visita dovè accadere verso il 12 agosto, poichè fra

Dionisio fu in Oppido la vigilia dell'Ascensione, vale a dire il 14

agosto, e vi rimase anche il 15; l'assicurò nel processo di eresia

fra Pietro Ponzio, il quale fu egualmente in Oppido a quel tempo,

dimorando presso l'altro fratello Ferrante, il Viceconte, che trovavasi

allora colpito da scomunica, certamente per una delle solite baruffe

giurisdizionali. Ben si scorge intanto che fra Dionisio non avea poi

troppa fretta di «tornare a conciare le cose sue» come il Campanella

disse di avergli suggerito, e piuttosto tornava ad andare qua e là,

senza posa, con altri disegni. Siamo così ricondotti a parlare di lui e

delle sue escursioni.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 25 / 55 段