fra Cornelio a Compagno del Visitatore, fra Dionisio era tornato a
Nicastro, e quivi si era associato ad un Cesare Mileri di quella città,
molto giovane, come lo dissero tutti coloro i quali ne parlarono, forse
di 17 anni, sebbene un documento da noi rinvenuto nel Grande Archivio
ce lo mostri di 27[291]. Costui d'allora in poi seguì fra Dionisio
in tutte le sue escursioni, onde vedremo che fu più tardi ritenuto
complice, e resosi confesso fu atrocemente giustiziato. Anche egli avea
bisogno di un indulto, non sappiamo per quale colpa, e fra Dionisio
gli discorreva della tirannia del Re, degli enormi pesi fiscali, del
non avergli il Re voluto mandare l'indulto, decidendolo così a volersi
ribellare prendendo parte nella giornata che si farebbe; poichè nel
1600 il Regno dovea mutar padrone, e già con fra Tommaso e Maurizio
aveano concertato la ribellione mercè l'aiuto del Turco e una massa
di fuorusciti ed altra gente, e «il capo della congiura era D. Lelio
Ursino, il quale si volea impatronire di tutto il Regno». Queste cose
rivelò poi il Mileri, aggiungendovi le solite notizie dell'andata di
Maurizio sulle galere di Amurat, della venuta del Turco promessa per
settembre etc., le quali vennero forse da lui riferite per suggestione.
Certo è che egli sollecitò pure per tale impresa un suo amico,
Francesco Antonio delli Joy, e lo trovò già impegnato da fra Dionisio:
ma sebbene avesse accompagnato fra Dionisio da per tutto, dapprima a
Catanzaro, di poi a Stilo (come assicurò anche fra Pietro di Stilo),
quindi certamente ad Oppido, e poi di nuovo a Catanzaro, a Girifalco,
a Nicastro (come assicurò egli medesimo), sebbene avesse visto diverse
persone parlare segretamente con fra Dionisio in tutti questi paesi,
egli non seppe dare alcun nome; tale circostanza, e così pure l'altra
che D. Lelio Orsini dovesse impadronirsi del Regno, attestano che fra
Dionisio non procedeva senza cautela, sempre per altro annunciando
frottole che potessero valere a dar animo, nel qual campo questa volta
si spinse davvero un po' troppo. Secondo il Campanella, precisamente
allorchè seppe la condanna pronunziata contro di lui dal Visitatore,
nella sua esasperazione egli non conobbe più limiti, ed ogni arma gli
parve buona purchè si raccogliesse presto un gran numero di seguaci:
ecco come trovasi esposto nella Dichiarazione questo momento della
propaganda di fra Dionisio. «Havendosi visto condemnato in galera tre
anni, privato dell'havito et di lettorato, secondo che havea comunicato
con Mauritio cominciò in Catanzaro a _predicare rebellione secondo la
prophetia mia_, et per haver molti della sua parte predicò ch'in quessa
congiura _ci era il Papa et Cardinal San Giorgi_, il Vescovo di Melito
et de Nic.º (_intend._ ed il Vescovo di Nicastro), et don lelio Ursino
et li signori del tufo, et tutti quelli ch'esso s'imaginò essere amici
miei et suoi, et io giuro in verità che mai non ho parlato di queste
cose et me pensai che per mezzo nostro se havessero a muovere». Vedremo
tra poco la parte da doversi attribuire al Campanella in tutto ciò:
qui gioverà soltanto notare che molto tempo dopo, nella Narrazione,
egli disse semplicemente che fra Dionisio «tornò a trattare d'uscir
in campagna per vendicarsi del Polistena, che per mezzo del Nizza pur
lo maltrattava, tanto più che ci erano altri monaci in campagna e lui
sparlava delle mutationi e signali del Campanella abusando le parole
per suo disegno»; questa differenza merita di essere notata, poichè
importa molto conoscere da chi veramente e per quale motivo fosse
nata la voce della partecipazione del Papa, del Card.^l S. Giorgio,
di varii Vescovi e nobili alla congiura, ciò che dal Campanella fu
narrato diversamente in diverse circostanze. Pertanto con le frottole
suddette, la maggior parte delle quali a dirittura di nuovo conio,
fra Dionisio continuava la raccolta di aderenti, e nel tempo medesimo
mostrava un vivo desiderio di assoluzione per l'affare di Taverna.
Così dalle deposizioni del Barone di Cropani, raccolte nel processo
di eresia, sappiamo che egli si portò a Catanzaro, in casa di un prete
suo amico a nome D. Geronimo Garzia, e là si rivolse appunto al Barone
di Cropani, il quale era Antonino Sersale, appartenente a famiglia che
vantava nobiltà di data antichissima ma d'influenza personale piuttosto
ristretta, già prima domiciliato in Nicastro, ove probabilmente avea
conosciuto fra Dionisio, e passato da qualche tempo ad abitare in
Catanzaro[292]. Il Barone andò a parlare per lui al Provinciale de'
Domenicani, che era allora P.^e Vincenzo della Grotteria, ma costui si
scusò dicendo di non potere far nulla, poichè trovavasi nella Provincia
il Visitatore, e gli suggerì d'impegnare il Vescovo; si rivolse al
Vescovo, che era Nicolò de Horatiis da Bologna, e costui scrisse al
Visitatore, il quale si scusò dicendo che la parte era presente e
volea giustizia; si rivolse infine all'Auditore Vincenzo de Lega e
lo pregò che scrivesse lui al Visitatore, e il De Lega scrisse, ma
pur sempre inutilmente. E mentre si facevano tutte queste pratiche,
dalle deposizioni raccolte nel processo della congiura sappiamo che
fra Dionisio più volte parlò segnatamente con Gio. Tommaso di Franza,
e poi anche con costui e Gio. Paolo di Cordova, inoltre con Giuseppe
di Cumesi, Francesco Striveri, Tommaso Striveri, Nardo Rampano, Mario
Fiaccavento, Gio. Battista Sanseverino, dippiù con Fabio di Lauro
e Gio. Battista Biblia; non occorre ricordare che il Franza ed il
Cordova erano appunto i due chiamati al convegno di Davoli; quanto
al Lauro ed al Biblia, meritano essi pure una menzione speciale, per
la tristissima parte che rappresentarono in sèguito. Fabio di Lauro
era giovane a 20 anni, originario di Amantea e già frate Cappuccino,
Gio. Battista Biblia era mercante, secondo il Campanella di origine
Ebrea, ma nato e domiciliato in Catanzaro, dove la sua parentela
era molto estesa, e suo fratello Marcantonio teneva l'ufficio di
Credenziero della gabella della seta[293]. Fabio e Gio. Battista se
ne stavano ricoverati per debiti nel convento de' frati Zoccolanti o
dell'Osservanza. Secondo alcune testimonianze che si leggono ne' brani
del processo della congiura finoggi conosciuti, fra Dionisio non solo
parlò più volte con costoro, ma scrisse anche una lettera segnatamente
al Biblia. Secondo il Campanella (nell'Informazione), costoro medesimi
diedero a fra Dionisio una lista d'individui i quali volevano uscire in
campagna, e lo fecero parlare ora con l'uno ora con l'altro, per poi
farli comparire come testimoni; la qual cosa si può bene ammettere,
non escludendo che fra Dionisio avea modo di conoscere anche altri
senza l'aiuto di Lauro e Biblia, e rimanendo sempre vero che con tutti
costoro egli parlò della ribellione; ma avendone questa volta parlato
in un senso diverso dal solito, importa vederlo più posatamente.
Non pare dubbio essersi questa volta fra Dionisio spinto fino a dire
che il Papa, dolente di tanta miseria e tirannia, volea liberare
il popolo rivendicando il Regno alla Chiesa cui apparteneva, ma
contentandosi che si costituisse in repubblica col riconoscimento
dell'alta Signoria ecclesiastica e pagamento di un mediocre tributo;
che per divine rivelazioni ed ispirazioni sapevasi di certo dover
questo accadere coll'aiuto di Dio; che erano già pronte a moversi
moltissime città e terre, d'accordo anche col Turco, il quale avea
promesso di venire in settembre per impedire qualunque soccorso alle
forze Regie dalla via del mare; che molti predicatori, a capo de' quali
il Campanella, avrebbero fatta conoscere la verità, essendo stata già
da loro preparata e disposta ogni cosa per l'insurrezione; che vi era
l'intesa di diversi Vescovi ed anche di parecchi Nobili desiderosi
di uscire dalla servitù della Corona di Spagna; che era importante ed
utile il prender parte all'impresa, e bisognava far entrare incogniti
e di notte in Catanzaro tre a quattrocento uomini armati, i quali
sarebbero rimasti sotto gli ordini di alcuni Catanzaresi e in un
momento designato avrebbero servito per la rivolta. E nominava città e
terre impegnate nell'impresa, nominava individui aderenti fuorusciti e
non fuorusciti, nominava perfino i Vescovi ed i Nobili che vi avrebbero
partecipato[294]. Così de' Vescovi fu nominato in primo luogo quello
di Mileto, Marcantonio del Tufo, che sapevasi tanto battagliero nelle
cose giurisdizionali, oltrechè in ottime relazioni col Campanella ed
accanito fautore de' fuorusciti; dippiù il Vescovo di Nicastro, Pier
Francesco Montorio, che dopo quella lotta giurisdizionale così ardente,
e dopo l'accomodamento fatto col Governo fin dal marzo, trattenevasi
pur sempre in Roma senza sapersene il motivo, e dicevasi dover venire
incognito in Calabria al momento opportuno; furono infine nominati
ancora i Vescovi di Oppido e di Gerace e parimente quello di Catanzaro,
il quale ultimo, per essersi impegnato presso il Visitatore in favore
di fra Dionisio, si poteva far credere impegnato nell'impresa che
costui promoveva, se non che, mentre era compreso tra' congiurati,
per taluno di costoro era compreso al tempo medesimo tra le autorità
da doversi uccidere in Catanzaro al primo momento della rivolta. Ma
bisognerebbe essere di una ingenuità colossale, per voler trovare
tutte coerenti e sensate le voci che si fanno circolare quando si
prepara un'insurrezione. De' Nobili poi fu nominato un numero ancora
più grande. In primo luogo, naturalmente, D. Lelio Orsini, il quale per
verità era stato nominato da un pezzo, come colui che avendo in passato
grandemente favorito il Campanella ne' travagli sofferti, essendo
pur sempre in corrispondenza epistolare con lui, e dovendo venire a
governare lo Stato di Bisignano, sarebbesi trovato non lontano dal
campo della rivolta e in condizioni da poterla favorire ottimamente:
si è visto che il Campanella medesimo avea già fatta balenare questa
speranza a Maurizio, forse ne parlò pure a fra Gio. Battista di Pizzoni
il quale non mancò di affermarlo nella prima deposizione sua, e stando
così le cose, probabilmente egli dovè parlarne anche a fra Dionisio.
Furono nominati ancora Mario del Tufo e Geronimo del Tufo figlio
di Fabrizio, amici notissimi del Campanella e parenti del Vescovo
di Mileto: in ispecie si diede una grande importanza a Geronimo che
risedeva nel castello di Squillace, come ci mostra uno de' documenti
rinvenuti in Simancas, e dicevasi che avrebbe dato quel castello
a' rivoltosi, come di poi rivelò Gio. Paolo di Cordova. Non ci è
riuscito finora di trovare a qual titolo egli risedesse nel castello di
Squillace; abbiamo tuttavia trovato un documento che mostra essergli da
non molto tempo morto il padre Governatore appunto della provincia di
Calabria ultra, sicchè Geronimo anche per questo solo fatto avea potuto
conoscere ben da vicino gli uomini e le cose di quella regione; ed
abbiamo pure trovati due documenti di più anni dopo, che ce lo mostrano
Capitano di Tropea, sicchè può presumersi aver tenuto egualmente nel
1599 l'ufficio di Capitano in Squillace, ufficio ripigliato più tardi
in Tropea quando per la persona sua rimasero cancellati i ricordi della
tentata ribellione[295]. Fu nominato inoltre il Duca di Vietri Fabrizio
di Sangro, che abbiamo visto congiunto per doppia parentela a' Signori
Del Tufo, conosciuto certamente dal Campanella, carcerato già dal
Conte Olivares ed in isperanza d'imminente liberazione per parte del
successore Conte di Lemos giunto in Napoli fin dal 16 luglio; dippiù il
Marchese di S.^to Lucido Francesco Carafa, che abbiamo visto fuoruscito
in campagna ricercato dalla giustizia, e che perdurava tuttora in
questa condizione; infine il Principe di Bisignano Nicola Bernardino
Sanseverino, che abbiamo visto lungamente carcerato non che privato
dell'amministrazione de' suoi beni, e che allora sapevasi fuggito da
Napoli, ma disposto a tornare e desideroso di andarsene agli Stati
suoi in Calabria. Sommando tutto, si dicevano partecipanti e fautori
della congiura, oltre il Papa e in suo nome il Card.^l S. Giorgio,
cinque Vescovi e sei Nobili di famiglie primarie napoletane, senza
contare i Nobili di provincia, de' quali, al tempo cui siamo pervenuti,
si conosceva solamente il Barone di Cropani, come risulta dalla
confessione di Maurizio, mentre poi ne' processi se ne vide un certo
numero tra gl'inquisiti, a ragione od a torto. Questo fatto, ritenuto
da alcuni un grave argomento che la congiura fosse stata ben grossa,
tanto che il Campanella dovè avervi solamente una piccola parte,
ritenuto invece da altri un grave argomento che la congiura non avesse
mai esistito, sicchè tutto dovè essere un'invenzione degli ufficiali
Regii, può oramai ridursi al suo giusto valore e merita bene di essere
ponderato.
Certamente dall'esposizione minuta ed ordinata de' fatti si rileva
che il nome del Papa, sotto i cui auspicii avrebbe dovuto sorgere
la repubblica, e così pure i nomi de' Vescovi, furono messi innanzi
addirittura tardi, all'ultima ora, mentre per varii mesi non se
n'era parlato in tal guisa, ed anzi se n'era parlato in dispregio.
Si era detto che il Campanella avrebbe fatto nuove leggi e tolti gli
abusi nella Chiesa di Dio, gli abusi introdotti appunto dal Papa,
da' Cardinali e da' Vescovi, e si erano enunciati principii niente
ortodossi e del tutto ereticali che avrebbero dovuto imperare nella
repubblica. Non deposero mai altrimenti coloro i quali figurarono
sin da principio ne' convegni col Campanella anche essendo stati a
contatto di fra Dionisio prima dell'andata sua a Catanzaro (p. es.
il Caccìa, il Pisano, Maurizio); nemmeno parlarono mai del Papa quale
ispiratore del movimento Gio. Tommaso di Franza, Gio. Paolo di Cordova
e lo stesso Cesare Mileri; appena il Franza dichiarò vagamente che si
diceva trattarsi «di un negotio di gran qualità e _servitio di Dio_»,
la qual cosa neanche implicava propriamente gli auspicii del Papa.
Invece quelli di Catanzaro dell'ultima ora, sollecitati esclusivamente
da fra Dionisio, massime Biblia e Lauro, parlarono tanto del Papa e
de' Vescovi, da far credere che la mutazione di Stato fosse voluta e
promossa appunto dal Papa in servigio di Dio e della Santa Chiesa.
Sembrerebbe questo un artificio ideato da costoro al momento in
cui si rendevano denuncianti, per accrescere l'importanza del fatto
che svelavano al Governo Vicereale; ma abbiamo la Dichiarazione del
Campanella scritta in un momento in cui i garbugli non si erano ancora
tanto moltiplicati, ed essa attesta egualmente la partecipazione del
Papa e de' Vescovi essere stata divulgata da fra Dionisio, sicchè
intorno al fatto non può elevarsi alcun dubbio; nè deve sfuggire che
ne risultano smentite le affermazioni tardive del Campanella, espresse
nelle lettere del 1606-07 al Card.^l S. Giorgio, al Papa etc. che
cioè la partecipazione della Curia Romana, come la partecipazione
de' turchi, al pari delle eresie, furono invenzioni sue e de' frati
inquisiti per salvarsi[296]. Relativamente alla partecipazione di que'
parecchi Nobili, per certo anche da questo lato fra Dionisio si fece a
parlare con la più grande disinvoltura, dando per fatto sicuro il loro
aiuto morale e materiale; ma il Campanella medesimo avea dovuto dirne
qualche cosa, e per lo meno avea dovuto comunicare i discorsi fatti col
maggior numero di loro intorno alle prossime mutazioni, forse cercando
d'illudere, forse illudendosi egli pure sulla parte che avrebbero presa
allorchè il movimento si fosse mostrato serio e vigoroso. Ad ogni
modo è pure degno di nota che da principio si parlò solamente di D.
Lelio Orsini, e più tardi, assolutamente all'ultima ora, in Catanzaro
e da fra Dionisio, si parlò di tutti gli altri. — In fondo poi questa
miscela di elementi affatto eterogenei, resi anche più eterogenei dalla
partecipazione del Turco, quest'accordo del Papa e del Turco che allora
erano nemici davvero, e si facevano la guerra sul mare preparandosi a
farsela di nuovo anche in Ungheria, quest'accordo de' Vescovi e de'
Nobili che usurpavano a vicenda le rispettive giurisdizioni, e si
trovavano in lotte continue, questa tolleranza del Papa, de' Vescovi
e de' Nobili non solo pel Turco, ma anche per una repubblica nella
quale dovea viversi con comunanza de' beni e perfino delle donne, tutte
queste baie avrebbero fatto sorridere ognuno se le menti non fossero
state eccitate al maggior segno; ma si sa che quando si aspettano
mutazioni, le dicerie più strane possono correre e trovar credito senza
ombra di difficoltà. Vedremo che il Vicerè, non appena seppe queste
cose, le disse «una grande stravaganza, un'invenzione de' frati», e
non si ingannò; tuttavia, abbondando sempre in tenerezza verso la Curia
Romana, non lasciò mai di tenere gli occhi bene aperti sulle possibili
mire ambiziose di essa. In quanto a' Vescovi, potevano dar da pensare
specialmente quello di Mileto, che avea tollerato ed anche protetto
un principio di ribellione in Seminara con le grida di Viva il Papa,
più ancora quello di Nicastro, che malgrado gli accordi fatti non
si era mosso da Roma forse per qualche disegno occulto, e del resto,
dipendendo tutti dal Papa, bastava aver ritenuto la partecipazione del
Papa per ritenere la partecipazione di tutti loro; difatti veramente
il Vescovo di Nicastro teneva allora mano ad un intrigo nel Regno
e giunse fino a provvedere armi per esso, ma l'intrigo si riferiva
all'isola di Tremiti, non alla Calabria[297]. Quanto a' Nobili, una
nozione più esatta della condizione di ciascuno de' nominati bastava a
fare eliminare per quasi tutti la possibilità della loro partecipazione
alla congiura. Difatti D. Lelio Orsini, benchè avesse con la sua andata
a Madrid ottenuta una risoluzione favorevole intorno all'ufficio di
curatore ed amministratore de' beni di Bisignano assegnatogli dal
R.º Consiglio, aspettava ancora il _placet_ Regio, e l'aspettò poi
un bel pezzo, come si rileva da una sua lettera che abbiamo rinvenuta
nell'Archivio Mediceo: curatore di Bisignano, dopo la carcerazione del
Duca di Vietri, era stato nominato Gio. Serio di Somma, il quale già
trovavasi in Calabria anche con commissione contro i fuorusciti. Il
Principe di Bisignano poteva ritornare in Napoli sicuro di non esservi
ulteriormente carcerato, poichè sin dal gennaio 1599 S. M.^ta aveva
dato quest'ordine, ma tutte le sue pratiche dopo la fuga da Napoli
mostravano in lui ben altra intenzione che quella di ribellarsi;
difatti, dietro accordi col Duca di Sessa Ambasciatore spagnuolo a
Roma, il 13 agosto 1599 tornò nel Regno, ed in ottima intelligenza
col Vicerè andò ad abitare il suo palazzo a Chiaia. Il Duca di Vietri
non poteva esser liberato prima che fosse compiuta la sua causa, la
quale era appena cominciata; inutilmente, ad occasione dell'entrata in
Napoli del Vicerè Conte di Lemos, innanzi al suo palazzo al largo di S.
Domenico per tre giorni si era fatta gran festa con una spettacolosa
illuminazione, e due fontane di vino aveano per tre ore ogni giorno
rallegrato il popolino a sue spese; la durata della causa si protrasse
sino al febbraio del 1600, e non prima di tale data potè uscire di
carcere. Mario del Tufo per lo meno non era così potente da recare
aiuti considerevoli in una faccenda come quella di ribellarsi al Re
di Spagna; invece Geronimo del Tufo, per la sua speciale posizione,
poteva recare un aiuto da non doversi disprezzare, e vedremo infatti
che non appena fu conosciuta dal Governo la voce della partecipazione
di lui alla congiura, fu subito carcerato. Infine anche il Marchese
di S.^to Lucido, egualmente per la sua speciale condizione, confortata
da notevole ricchezza ed influenza, avrebbe potuto recare un aiuto da
doversi tanto meno disprezzare; ma appunto con costui il Campanella non
aveva mai avuta alcuna relazione, e come ci hanno mostrato le nostre
ricerche egli trovavasi allora rifugiato a Roma ed attendeva solo a
grandeggiare, sicchè la voce della sua partecipazione alla congiura
non avea davvero ombra di fondamento[298]. Non di meno, col mettere
innanzi i nomi di quegli alti personaggi, fra Dionisio potè dare un
prestigio grandissimo alla congiura, e col mettere innanzi i nomi de'
Vescovi, del Card.^l S. Giorgio e del Papa, potè ad un tempo farle
acquistare sempre maggiore prestigio ed anche attenuare l'impressione
destata dall'aiuto del Turco e dalla professione di principii
eterodossi, notizia che si era abbastanza diffusa e che non avea
potuto riuscire gradita a moltissimi fra coloro i quali avrebbero forse
preso parte alla ribellione: d'altronde l'ora della venuta del Turco
si avvicinava nè c'era più tempo da perdere, e questa circostanza,
ancor più dell'altra della sua esasperazione per la condanna avuta dal
Visitatore, ci apparisce un motivo plausibile dell'essere ricorso a
mezzi di eccitamento d'ogni genere, anche a mezzi del tutto diversi da
quelli che avea fin allora prescelti. Ed essi fruttarono molto bene,
giacchè fu raggranellato in Catanzaro un numero di congiurati non
indifferente, massime se si considera il breve tempo impiegatovi, come
ne' processi avremo occasione di vedere. In conclusione dunque l'aver
fatto figurare nella congiura alti personaggi fu un tardo e industrioso
ripiego di fra Dionisio: vedremo poi che nella sua confessione _in
tormentis_ il Campanella rivelò di aver detto, che dovendovi essere
_unum ovile et unus pastor_, egli ed altri avrebbero «predicato in
favore di questa repubblica profetizata in favore del Papa, et che
il Papa li avrebbe esaltati perchè si voleano pigliare alcuna parte
della Provintia»; ma evidentemente fu questo anche da parte sua un
tardo ed industrioso ripiego, che pur troppo riuscì ad aggravare la
posizione sua, mentre nè il Papa poteva proteggerlo come egli sperava,
nè il Governo poteva udire il nome del Papa senza un aggravamento de'
suoi sospetti. Ma se non si ebbe una congiura tanto grossa, se n'ebbe
tuttavia una abbastanza seria; nè deve sfuggire, che pur quando si
fecero figurare gli alti personaggi, il Campanella non fu lasciato
nell'ombra, ma invece fu sempre tenuto nel posto principale. Vedremo
che coloro i quali rivelarono la congiura al Governo, non posero a capo
di essa altri che lui, con la grande scienza, con l'assistenza del
diavolo, con l'intesa de' Nobili, de' Vescovi, del Papa e del Turco,
con le armi del gran numero de' congiurati specialmente fuorusciti,
e con la lingua de' molti predicatori di varii ordini monastici;
nè soltanto per queste rivelazioni, ma in verità per tutto ciò che
sappiamo del modo in cui la congiura si svolse, è chiarissimo che il
Campanella non vi prese una parte indiretta con le sue profezie, bensì
una parte direttissima con pratiche e maneggi d'ogni sorta.
Ci rimane ora a narrare cosa abbia fatto e detto il Campanella in
quest'ultimo periodo, durante l'agosto 1599, mentre fra Dionisio
compiva il suo lavoro in Catanzaro, riassumere i concetti che lasciò
intendere circa la futura repubblica ed i principii che avrebbero
dovuto imperarvi, vedere fino a qual punto poteva sperare in un felice
successo dell'insurrezione.
Egli non si mosse mai più da Stilo, avendo a fianco fra Domenico
Petrolo come compagno abituale, e fra Pietro di Stilo come Superiore
del convento. Non pare dubbio che in questo tempo abbia mantenute
corrispondenze epistolari anche in cifra: vedremo che il Petrolo,
al quale, malgrado i suoi terrori e tentennamenti, non si può negar
fede, disse e sostenne sempre di aver avuto sott'occhi, segnatamente
nel tempo della fuga, lettere in cifra venute al Campanella, che
il Campanella medesimo gli affermò essere di fra Gio. Battista di
Pizzoni; ed aggiungiamo che pure i delatori della congiura dissero
aver viste cifre e segni nelle mani di fra Dionisio, la qual cosa
verrebbe indirettamente confermata da quanto rivelava il Petrolo.
Nè sappiamo di altre relazioni personali di una certa intimità,
acquistate dal Campanella in tale periodo, oltre quelle già conosciute.
Nelle passeggiate l'accompagnava quasi sempre il Petrolo, il quale
ebbe poi a ricordare specialmente una contrada presso il convento
denominata Lanzari, dove il Campanella, che la ricorda pure nella
sua Dichiarazione, passeggiando gli avrebbe tenuto qualche discorso
confidenziale segnatamente intorno a principii religiosi[299]. Nella
cella, come ebbe a dire lo stesso Petrolo e in parte pure qualche
altro, continuarono i colloquii massimamente col Prestinace ed anche
col Vua, inoltre co' due Marullo, con Giulio Contestabile e il Di
Francesco, Paolo e Fabrizio Campanella, Giulio Presterà, Francesco
Vono e fra Scipione Politi. Una volta con taluni di costoro si
fece una scampagnata sul monte Consilino, il monte di Stilo lodato
dal Campanella anche nelle sue Poesie, e non vi mancò il discorso
della montagna, come quello del Redentore: ma di esso conosciamo
appena qualche frase, la quale del rimanente basta a mostrare che
vi si svolsero le più rosee speranze in un lieto avvenire; il monte
fu chiamato «monte pingue e di libertà». E senza dubbio a misura
che le speranze crescevano, vedendo le cose della congiura avviate
tanto bene, con gl'individui sopra nominati, e con altri anche, il
Campanella fu all'ultim'ora un po' meno guardingo, e di tratto in
tratto enunciò alcuni principii politici e religiosi, che ci fanno
capire con bastante larghezza quali idee fervessero nella sua mente:
gli stessi aderenti suoi furono allora più espansivi co' loro parenti
ed amici, onde accadde che solo durante la persecuzione venissero a
galla molte notizie del detto genere, le quali sembrarono di nuovo
conio e potrebbero tuttora credersi foggiate da' persecutori; ma
vedremo che non manca il modo di convincerci che tale opinione sarebbe
insostenibile, e che solamente può ammettersi la diffusione di una
parte di dette notizie per non avere gl'inquisitori serbato il silenzio
voluto dalle leggi. Vi furono per altro sempre cenni staccati, ed anche
semplici «motti» come li disse il Petrolo, giacchè que' principii,
in ispecie i religiosi, non riuscivano nemmeno graditi a tutti gli
aderenti: abbiamo infatti veduto che quando il Campanella diede qualche
barlume di riforma religiosa a Maurizio, costui dichiarò che non
vi avrebbe mai consentito; qui dobbiamo aggiungere che p. es. Paolo
Campanella, avendo una volta udite certe proposizioni intorno alla
Trinità ed all'Eucaristia, dichiarò al fratello Fabrizio che avrebbe
pagato 50 ducati per non udire quelle proposizioni; da ciò si vede
che gli uditori doverono di tempo in tempo rimanere scandalizzati, ma
sino a che durò il fascino della parola del Campanella, nessuno ebbe
ardire di fargli opposizione. Del resto, se con gli amici e parenti
spesso citati fu più o meno esplicito secondo il rispettivo grado di
familiarità, con tutti gli altri fece appena intendere qualche cosa
a sbalzi, bensì sempre in modo da destare un notevole entusiasmo,
segnatamente dal lato politico, acquistandosi il titolo di Messia, non
che di futuro Monarca del mondo.
Invano dunque si cercherebbe un quadro autentico, pieno ed intero,
delle istituzioni politiche e religiose che il Campanella si proponeva
di attuare con la futura repubblica; ma adunando le notizie sparse,
ed ordinandole, si potrà avere un quadro notevolissimo. Basterà
dare dapprima uno sguardo a ciò che fecero conoscere fra Pietro di
Stilo e il Petrolo, i quali si trovarono più strettamente uniti al
Campanella appunto all'ultima ora, e poi, per le convenienze della
causa, a suggestione del medesimo Campanella, non tacquero le eresie
da lui enunciate; quindi nel modo più sommario possibile, a fine
di non incorrere in eccessive ripetizioni, dare un cenno di ciò che
vedremo raccolto dal Vescovo di Squillace in un singolare processo, nel
quale tra moltissimi interrogati figurarono anche i parenti liberi di
Giulio e Marcantonio Contestabile, buona parte dei Carnevali, alcuni
parenti del Prestinace, di fra Pietro di Stilo ec., Giulio Presterà
e Francesco Vono con altri amici, conoscenti, estranei, dietro una
citazione larghissima; aggiungendovi anche le notizie più degne di
fede raccolte ne' processi principali, alcune delle quali abbiamo
già avuta occasione di narrare, e mettendo un po' d'ordine in tutta
questa farragine di cose, si avrà ciò che si cerca, non senza un
certo riscontro molto notevole, onde ne rimane accresciuto il grado
di credibilità. Naturalmente questa lunga serie di detti e fatti del
Campanella non appartiene tutta all'ultimo periodo della congiura, ma,
come abbiamo notato, vi appartiene per la più gran parte, essendosi
il Campanella reso mano mano più esplicito; se non che oramai, al
punto cui siamo pervenuti, una precisione cronologica, mentre riesce
impossibile, riesce anche superflua, e senza mettere interamente da
banda la cronologia, conviene sforzarsi di avere innanzi agli occhi
tutto il complesso delle idee manifestate dal Campanella, onde farsene
un concetto ben chiaro e meno fallace.