Dobbiamo ora notare un altro fatto che il Campanella affermò avvenuto

durante la sua permanenza in Arena, l'avere cioè saputo per lettera

di Giulio Contestabile che Maurizio era andato sulle galere d'Amurat

Rais. Nella Dichiarazione egli disse che questa lettera era venuta

a lui medesimo; nella confessione disse invece che era venuta a fra

Gio. Battista di Pizzoni e a Claudio Crispo. La prima versione è

certamente più probabile, come è più probabile che la lettera gli sia

stata diretta da Maurizio in persona[279]. Con questa lettera ci sembra

chiaro che doveva essergli partecipata non già l'andata sulle galere

di Amurat, a lui certamente già nota, ma la risposta di Costantinopoli,

la notizia della sicura venuta del Cicala in settembre e dell'adesione

sua a' loro progetti: una galera distaccata del medesimo Amurat, di

quelle che si dicevano «lingue» perchè prendevano e davano informazioni

sulle coste, potè servire a tale scopo, sicchè Maurizio dovè recarvisi

di nuovo e conoscere l'esito della trattativa. I particolari poi di

ciò che si era convenuto furono da Maurizio spiegati al Campanella

più tardi, quando potè abboccarsi con lui: ne parleremo dunque anche

noi a suo tempo, e qui notiamo, che al punto cui siamo pervenuti il

Campanella potè esser certo che le trattative col Turco erano state

conchiuse. Aggiungiamo poi che la lettera la quale annunziava le

trattative conchiuse fu con ogni probabilità recata da fra Pietro di

Stilo, poichè troviamo fra Pietro venuto allora in Arena, a quanto

pare accompagnato da Fabrizio Campanella parimente armato come Gio.

Pietro Campanella: questa venuta di fra Pietro, il quale «era un poco

parente di Maurizio» come ebbe poi a dire nel processo di eresia,

dà motivo a credere che la lettera di annunzio delle trattative

conchiuse dovè essere stata scritta dallo stesso Maurizio, e che fra

Pietro, compreso della gravità di essa, non volle affidarla ad altre

mani. Così accadde pure che lo stesso fra Pietro, dopo alcuni giorni,

si fece latore di un'altra lettera scritta dal Campanella a Giulio

Soldaniero, e si recò in sèguito a Davoli, appunto in quella terra

in cui soleva risedere Maurizio presso il sacerdote D. Marcantonio

Pittella. Aggiungiamo inoltre che poco dopo, in data del 25 luglio,

Maurizio si fece a scrivere al Crispo che egli era «l'istessa persona

con fra Tomase», per eccitarlo senza dubbio a seguirne i ragionamenti

col mettergli innanzi la propria partecipazione all'impresa. Del pari

in data del 25 luglio, da Davoli, Maurizio scrisse ad un Gio. Francesco

Ferraima «che venesse a trovarlo senza dire nè dove va nè a chi va,

e vada cautelatamente, e quando entra sia con honestà, et che Donno

Marco Antonio Pittella li darà nova dove me ritrovo, et che entrii di

notte, et che haveano da raggionare negotio importantissimo, il quale

non patisce dilatione, e tardando sgarraremo (_intend_. sbaglieremo)

negotio, che spero arrivaremo hoggi, et che desiderando haver contento

dele cose ch'hà desiderate si ne venghi subito». Vedremo che queste

lettere furono disgraziatamente trovate ed inserte nel processo che

ne seguì: esse intanto mostrano che a quella data Maurizio, avuta

l'assicurazione della non lontana venuta dell'armata turca e del poter

procedere d'accordo con essa, si dava grandissima premura di affrettare

i preparativi, e dopo aver cercato d'infondere la premura medesima nel

Campanella e socii, cercava di eccitare personalmente gli amici a lui

noti ed anche di raccoglierne de' nuovi. Le sue sollecitazioni non

riuscirono inutili; ma già il solo annunzio dell'accordo co' turchi

avea destato in tutti un gran movimento. Fra Gio. Battista, nella data

medesima del 25 luglio, scriveva a un fra Pietro Musso da Monteleone

una lettera, nella quale «trattava di congregatione di forasciti et

arme», come già fra Dionisio gli avea pure scritto precedentemente in

data del 10 giugno. E sembra che del pari al 25 luglio debba riferirsi

una lettera di Claudio Crispo a un Geronimo Camarda, nella quale «li

tratta della congiura et de la sicura vittoria _nel mese di settembre_,

nomina fra Gio. Battista, fra Dionisio et il Campanella, saluta Donno

Gio. Battista Cortese et Donno Gio. Andrea Milano, advertendo pur

vengano con V. S. conferme semo stati a Filogasi con fra Gio. Battista

de Pizzoni, et finisce venga in effetto quel che noi speramo». Anche

queste lettere vedremo che caddero in mano degli ufficiali Regii

e furono come le precedenti inserte nel processo, dal quale ebbe a

rilevarle il Mastrodatti facendone il sunto che abbiamo fedelmente

riportato: e bisogna aggiungere inoltre ciò che il Campanella manifestò

nella sua confessione. Fra Gio. Battista e Claudio Crispo mandarono

a chiamare perfino Eusebio Soldaniero; a tale scopo fra Silvestro

di Lauriana si portò a Serrata, ma Eusebio non ci volle andare.

Evidentemente si riteneva che questa impresa dovesse segnare il termine

di tutti gli odii anche più implacabili, dovesse apportare il bacio

della pace generale, come del resto si è preteso sempre in altrettali

momenti; se non che Eusebio forse dubitò di qualche tranello da parte

d'individui i quali erano in istretta relazione col suo nemico Giulio,

e ad ogni modo non ne volle sapere. Intanto fra Dionisio se n'era in

tutta fretta andato a Nicastro, per passare immediatamente a Taverna,

dove era stato assegnato come lettore fin dal maggio senza aver mai

curato di recarvisi, e quindi, messa in regola la sua posizione,

ripigliare le sue escursioni per raccogliere amici, segnatamente in

Catanzaro, dove era convenuto che avesse a spiegare la sua azione.

Il Campanella poi, non appena potè lasciare il Marchese, se ne andò a

Pizzoni, per infervorare gli amici già raccolti ed assicurarsi anche

di Giulio Soldaniero, il quale avrebbe dovuto egualmente là convenire.

Dobbiamo del resto rammentare che, oltre la sollecitazione di Maurizio,

raddoppiò il fervore del Campanella la comparsa di quella tale cometa

marziale e mercuriale, che appunto in luglio fu vista correre presso

la terra da ponente a levante, e che egli interpretò per la venuta di

gente dal di fuori contro i Reggitori della Provincia.

Erano già quindici giorni da che il Campanella si trovava in Arena,

e di là potè finalmente recarsi in Pizzoni. Secondo fra Gio. Battista

ciò accadde il 25 luglio; ma dovrebb'essere accaduto non così tardi,

avendo lo stesso fra Gio. Battista dichiarato che due giorni prima

fra Dionisio, di passaggio per Pizzoni, si era trattenuto un poco con

lui, e sappiamo di certo per un documento inserto nel processo, che

fra Dionisio il giorno 21 era già in Nicastro. O dunque il Campanella

partì prima del 25, o fra Dionisio non si fermò punto in Pizzoni:

questa seconda ipotesi è più probabile, giacchè da una parte fra

Dionisio avea molta fretta, e d'altra parte fra Gio. Battista dichiarò

che in questa sua fermata fra Dionisio gli avea tenuto discorsi di

eresia, la qual cosa, come vedremo in sèguito, non si può accettare

senza riserva. Il Campanella fu accompagnato a Pizzoni dagl'individui

medesimi che l'avevano prima accompagnato in Arena, con queste poche

varianti. Mancava fra Dionisio, già partito; vi era invece fra Pietro

di Stilo, e con lui probabilmente, come abbiamo detto, Fabrizio

Campanella armato. Quest'ultima circostanza risulterebbe dalla

deposizione di fra Gio. Battista, che confusamente parlò di «parenti

armati» i quali accompagnavano il Campanella in Arena; oltracciò dal

fatto, che lo stesso Fabrizio Campanella lo accompagnò più tardi a

Davoli presso Maurizio. E su tale proposito bisogna notare che il

Campanella, nella sua Dichiarazione, cercò quasi di giustificare la

compagnia di gente armata, col dire che un Colella e un Giovannello

di Gioia l'aspettavano per ammazzare suo fratello che era con lui;

la qual cosa in realtà non sarebbe per que' tempi inverosimile[280].

Fra Gio. Battista medesimo, certamente insieme con Claudio Crispo,

volle pur egli accompagnare il Campanella, e difatti si portò

ad Arena, non senza rivedere il Soldaniero nel suo passaggio per

Soriano; giunto quindi presso il Campanella entrò a far parte della

comitiva. Si ebbe così una comitiva piuttosto numerosa, certamente più

numerosa di quanto poteva comportare il piccolo convento destinato

ad accoglierla, e però dovè fare una certa impressione; giacchè

troviamo essersi detto più tardi che v'era stato in Pizzoni un gran

convegno di congiurati e un gran banchetto, in cui si era stretto

il fascio e si erano spinti innanzi gli accordi. Giulio Soldaniero,

il quale avrebbe dovuto andarvi e non vi andò, giunse a dire che

«se ricolsero in Pizzoni più di trenta cinque capi»[281] de' quali

non sapeva il nome, citando però tra coloro che conosceva Eusebio

Soldaniero nemico suo per comprometterlo; forse anche l'aver creduto

che vi si dovesse trovare Eusebio lo decise a non andarvi. E poichè

si riteneva aver proceduto di pari passo la trasgressione nelle cose

dello Stato e quella nelle cose della Chiesa, venne poi facilmente

accolta pure la voce che nel banchetto, tenutosi di venerdì, si era

mangiato carne e segnatamente si era mangiata la porchetta. Fra Paolo

della Grotteria, il quale da Vallelonga convenne pure a Pizzoni ma

vi giunse la sera sul tardi, depose che la riunione accadde realmente

di venerdì, e potè dare soltanto la lista del desinare dell'indomani

concepita in termini più che magri, quali si leggono ne' documenti

annessi a questa narrazione: relativamente poi alle persone riunite,

egli nominò, oltre il Campanella, fra Gio. Battista di Pizzoni, fra

Silvestro di Lauriana che co' «due terzi habitelli faceva la cucina»,

fra Pietro di Stilo, un giovanetto che chiamavano Gio. Pietro (Gio.

Pietro Campanella) «et con questo dui altri, uno basciotto et un altro

alto negro» (Fabrizio Campanella e Marcantonio Contestabile); dippiù

«v'erano dui figlioli di ferrante Chrispo, c'era anco uno di Squillace

chiamato Gio. thomase caccia che diceano ch'era preite, c'era anco

un altro giovane di Filogaso chiamato Gioanne, et non mi recordo il

cognome... tutti questi sopra nominati stavano armati di scopette et

scopettolo, eccetto uno dilli figli di Chrispo»[282]. Troppo furono

ingrandite in sèguito le proporzioni di questo convegno: ma, tolte di

mezzo le esagerazioni, rimane sempre che i principali fuorusciti[283]

di quelle parti facevano corona al Campanella e a fra Gio. Battista,

meno Gio. Francesco d'Alessandria che forse accompagnò fra Dionisio,

e Giulio Soldaniero che mancò all'appello. La riunione durò quattro o

cinque giorni secondo il Pizzoni, sette giorni secondo fra Silvestro

di Lauriana. Stando alle dichiarazioni di fra Paolo della Grotteria,

«il Campanella e fra Gio. Battista di Pizzoni tutto il giorno parlavano

con li banditi in secreto et a longo»; ma certamente non v'erano

altri estranei co' quali potessero parlare. Stando alle dichiarazioni

di fra Gio. Battista, precisamente il 28 luglio, nel passeggiare

con lui in Chiesa, il Campanella gli avrebbe parlato in particolare

delle sue previsioni e profezie, de' futuri rumori, ribellioni e

mutazioni di Stati, dimandandogli se avesse aderenza con fuorusciti,

ed invitandolo a volergli dare costoro a sua devozione e collegarsi

con lui: ma non occorre far avvertire che tali discorsi erano passati

tra loro molto tempo prima. Inoltre avrebbe detto che gli pareva di

essere stato proprio eletto da Dio per insegnare la verità e levare

molti abusi grandi che regnavano nella Chiesa e massime ne' Prelati,

che i Sacramenti erano solo per ragione di Stato, che il canto usato

dalla Chiesa era una cosa frivola e pareva quasi che con esso si

burlasse Iddio: e poi che il Sacramento dell'altare era una semplice

commemorazione e tutti gli altri Sacramenti non erano stati ordinati

da Gesù, la Trinità era una chimera, e molte e molte altre eresie, le

quali del rimanente gli sarebbero state già prima comunicate una per

una da fra Dionisio Ponzio, allorchè, due giorni innanzi, era passato

per Pizzoni. Ma vedremo a suo tempo quali e quante ragioni influissero

a far parlare fra Gio. Battista in tal modo, senza per altro escludere

che il Campanella alle volte esternasse tra gli amici da lui stimati

più fidi (e fra Gio. Battista era del numero) qualcuna delle sue intime

credenze, non che qualcuna delle riforme le quali avrebbe avuto in

animo d'introdurre: intorno a ciò ci riserbiamo di esporre più in là,

una volta per sempre, quanto ci risulterebbe più vero tra le tante cose

che gli vennero attribuite. Vediamo intanto ciò che sarebbe avvenuto

in Pizzoni secondo lo stesso Campanella: ecco come egli ne fece il

racconto nella sua Dichiarazione. «Me venne a visitare (_in Arena_)

fra Giovan Battista Cortese de Piczoni con Claudio Crispo, et pregato

ch'io andase a Piczoni che l'haveriano havuto in favore grande, et

cossì ci andai, mosso da paura che certi nemici della casa mia, Colella

e Giovanello de Gioia, m'aspettavano per amazzare mio fratello che era

con me, et do poi in Piczoni ragionai con loro, et havendo visto che

fra Gio. Battista tenea un libro della fabrica dell'Astrolabia, et che

parlava de cose future, richiesto da loro disse della mutatione che

si aspettava secondo fra Gio. Battista havea detto a loro; et Claudio

vantandosi d'havere amici se fosse bisogno de fare guerra, io le

disse che sarebbe bene haverne assai, per che sempre giova, et che li

Principi et Re tengono conto di coloro i quali han più amici, et sempre

vi servirano, et cossì le disse quel che havea detto a Mauritio, il

qual'ancora era amico di Claudio, et conobbi con ogn'un che parlavo,

che tutti erano disposti a mutatione, et per strada ogni Villano

sentiva lamentarsi; per questo io più andava credendo questo havere da

essere». Quasi non occorre dire che tali cose furono certamente dette

non al solo Claudio Crispo, ma anche a tutti gli altri là presenti, i

quali il Campanella ebbe cura di non nominare; nè a tali cose soltanto

dovè limitarsi il discorso. Se si potesse accogliere pienamente quanto

si fece poi a deporre fra Gio. Battista, il Campanella già si vantava

di avere l'aiuto del Turco, essendosi negoziato col Bassà Cicala, e

diceva che in principio gli bastavano la lingua a persuadere i popoli

e le armi de' banditi, e poi avrebbe quelle di altri più potenti, che

voleva predicare contro la tirannide di Re Filippo e de' suoi Principi,

ed anche contro il Papa, i Cardinali e i Vescovi, che prima si doveva

ammazzare il Vicerè di Catanzaro e poi gli ufficiali, ed allora alzar

voce di ribellione e far repubblica. Non si potrebbe menomamente

affermare che tutto ciò sia stato palesato a' convenuti in Pizzoni,

ma è credibilissimo che qualche cosa di simile sia stata annunziata.

Intanto il Campanella pensò pure ad assicurarsi del Soldaniero, e

non avendolo visto, prese la grave determinazione di scrivergli una

lettera, la quale fu consegnata da fra Pietro di Stilo, che si partì

un giorno prima degli altri da Pizzoni per recarsi a Davoli, e passò

a tale scopo per Soriano. Quando più tardi fu conosciuto l'iniquo

voltafaccia del Soldaniero, fra Pietro, ritenendo senza dubbio che la

cosa fosse stata già palesata, si diè premura di non nasconderla, e

non solo attestò di aver consegnata al Soldaniero questa lettera, ma

ancora di avergli detto per imbasciata che il Campanella «l'era molto

servitore et che desiderava molto di vederlo», lodandogli grandemente

fra Tommaso e pregandolo che volesse andare da lui; parrebbe pure che

il Soldaniero gli avesse detto di essergli stati comunicati da fra

Dionisio i progetti del Campanella con tutto il corredo delle eresie,

e che fra Pietro gli avesse raccomandato di non palesar nulla di tali

cose essendo fra Dionisio uno scapato. Da parte sua il Soldaniero

negò sempre di aver ricevuta una lettera del Campanella, e ciò si

spiega considerando che tale fatto l'avrebbe dato a divedere complice

nell'impresa: ma abbiamo già avuta occasione di dire che il Priore di

Soriano assicurò di aver letto egli medesimo una lettera del Campanella

mostratagli dal Soldaniero, in fine della quale il Campanella diceva di

rimettersi al suo locotenente fra Gio. Battista; v'è quindi ogni motivo

di ritenere non solo che la lettera sia stata realmente inviata, ma

anche che con essa il Campanella, non avendo potuto di persona trattare

col Soldaniero, abbia accreditato fra Gio. Battista presso di lui.

Come si vede, quando le cose stringevano, fra Pietro di Stilo non

rifuggì dall'impegnarsi personalmente nella faccenda della congiura.

Amava moltissimo il Campanella, di cui non cessava di lodare la grande

dottrina; si occupava pure di un matrimonio tra un suo fratello e una

sorella (cugina) di fra Tommaso «pur sua parente», matrimonio che poi

non ebbe effetto pe' dolorosi incidenti sopravvenuti; oltracciò era

«un poco parente di Maurizio». Tali circostanze, emerse nel processo

di eresia, spiegano il suo impegno diretto in questo momento assai

delicato delle trattative: del resto possiamo dire che egli dubitò

sempre della serietà dell'impresa, e sovente si permise di scherzare

intorno ad essa: difatti, mentre ognuno se ne imprometteva onori e

grandezze, egli soleva dire tra i frati che avrebbero preso una moglie

per uno, e da parte sua moriva della voglia di prenderla, delle quali

proposizioni dovè poi render conto al S.^to Officio. Vedremo che il

Campanella nella sua confessione in tortura, rivelando coloro i quali

doveano con lui predicare per la repubblica, nominò il Pizzoni, il

Petrolo, il Lauriana, fra Dionisio, e soggiunse che fra Pietro di Stilo

avea saputo la cosa all'ultima ora, e nemmeno interamente, poichè non

ispirava fiducia, essendo un pazzo! Evidentemente il Campanella volle

nascondere qualche cosa, ma la definizione che diè del suo amico,

messa in raffronto con gli scherzi di lui intorno a' beneficii della

grande impresa, conferma che fra Pietro ci credeva poco, e vi si

trovò impigliato per compiacenza più che per convincimento. Secondo le

sue deposizioni, allorchè s'incontrarono in Arena, il Campanella gli

avrebbe parlato delle profezie, delle mutazioni prossime e dell'esser

bene per chi si trovasse armato, e presolo per la mano gli avrebbe

detto, «fra Pietro, è stato scritto contro di me da quelli di Stilo

al Nuntio et al Papa, ch'io ho amicitia di banniti, per questo io

me spagnio, (_int._ mi spavento) un poco». Ma forse accadde appunto

il contrario, e dovè fra Pietro spaventarsi un poco ed avvertire

ancora una volta il Campanella, che qualcuno di Stilo avrebbe potuto

rivelare la sua amicizia co' banditi: circa poi le profezie e tutto il

resto, fra Pietro dovea aver conosciuto da lungo tempo ogni cosa, e

forse anche per esse egli ebbe tanto meno la forza di contraddire al

Campanella, mentre tutti vi credevano e a tutti una mutazione pareva

inevitabile. Così non poche furono le ragioni che l'indussero ad uscire

dalla sua riserva e farsi latore di lettere, le quali, se fossero

cadute nelle mani degli ufficiali Regii, l'avrebbero compromesso nel

peggior modo. Al momento cui siamo giunti, egli si recava a Davoli,

alla residenza abituale di Maurizio; non sappiamo cosa vi andasse

a fare, ma si può ben ritenere che andasse a consegnare a Maurizio

qualche lettera del Campanella.

III. Oramai il lavoro ferveva da tutti i lati, e non giunse ad

interromperlo nemmeno un avvenimento verificatosi in que' giorni

appunto, avvenimento che contribuì in modo gravissimo alla rovina

de' frati e di tutta l'impresa. Per commissione del P.^e Generale

una Visita si dovea fare ne' conventi delle Calabrie, essendo stato

mandato qual Visitatore il P.^e Marco da Marcianise, di cui abbiamo

già avuta occasione di dire qualche cosa nel parlare de' tumulti di S.

Domenico di Napoli. Fu questo il motivo per lo quale fra Dionisio ebbe

fretta di portarsi a Nicastro e quindi a Taverna, volendo mettersi in

regola e poi continuare la sua propaganda. Egli si sentiva minacciato

di una sostituzione nel lettorato di Taverna e forse anche di qualche

maggiore gastigo, per la protratta noncuranza dell'assegnazione

avuta dal Capitolo. Ciò risulta da una sua lettera in data del 21

luglio da Nicastro, diretta a fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio,

nella quale, mentre gli annunzia la liberazione del Pisano per opera

sua e del Campanella, credendola in realtà avvenuta, dice ancora,

«molte altre cose passano che non le può sopportar penna»; partecipa

inoltre l'arrivo del Visitatore nella Provincia, e mostra di credere

che tale visita sia una conseguenza de' suoi memoriali al Papa contro

l'ex-Provinciale fra Giuseppe Dattilo, denominato nel gergo fratesco

il Cepolla; infine soggiunge che si sarebbe portato l'indomani a

Taverna lettore, «per non dar sodisfatione ad alcuni che han cercato

andarci». Evidentemente a quella data fra Dionisio non conosceva

ancora chi fosse il Visitatore, in caso opposto non avrebbe mai potuto

crederlo favorevole alla fazione sua. Ad ogni modo andò al suo posto

in Taverna; se non che quivi, coll'indole sua irrequieta ed impetuosa,

finì per aggravare moltissimo la sua condizione. Facea parte di quel

convento un giovane frate, piccolo, rossetto (così ci viene descritto

da più fonti), nativo di Nizza del Monferrato, a nome fra Cornelio:

il Campanella nelle sue Difese lo disse lombardo, e nell'Informazione

ci fece sapere che non era nemmeno regolarmente professo, sibbene un

intruso; questa circostanza non potrebbe far maraviglia, visto il

procedere scompigliato di que' tempi, ed è superfluo poi ricordare

che la presenza de' napoletani e de' lombardi era allora un fatto

ordinario ne' conventi Domenicani delle due regioni. Fra Dionisio,

trovato questo frate alla mensa in un posto che invece spettava a lui,

lo fece levare di là bruscamente; in questo si accorda ciò che disse

il Campanella nell'Informazione e ciò che fu scritto negli Articoli

difensivi dati da fra Dionisio nel consecutivo processo di eresia; ma

quivi si aggiunse ancora, che innanzi a più e diversi frati lo avea

confuso dicendogli che non intendeva la materia _de censuris_ e la

scomunica. Fra Cornelio vendicativo più dello stesso fra Dionisio, ed

inoltre ambizioso e maligno all'eccesso, fu preso quale compagno dal

Visitatore, dietro consiglio de' Polistina, del Dattilo e di tutta la

fazione avversa a fra Dionisio: vedremo subito con quale spirito egli

entrasse in ufficio, e sarà noto una volta di più come gravissimi fatti

possano nascere dalle più lievi cause. Una rissa accaduta poco tempo

dopo, nella quale fra Dionisio venne a ferire un frate, diè l'occasione

alle prime avvisaglie. Questo è accennato anche dal Campanella

nell'Informazione; ma nel processo di eresia è narrato in tutti i suoi

particolari ed in un modo abbastanza comico dal Barone di Cropani, il

quale fu uno de' carcerati come complice nella congiura, e disse di

aver trattato con fra Dionisio solamente per siffatto motivo. «Havendo

fra Dionisio una cagnola quale mangiò la piatanza ad un frate, quello

frate venne in rissa con fra Dionisio, di maniera che fra Dionisio

bastoniò quel frate, et per questo mi pregò andare dal Provintiale

di Calabria che io lo facesse venire da lui, che con una correggia in

canna se li voleva buttare alli piedi e dimandare l'assolutione de la

scomunica incorsa». Veramente fra Dionisio non era soltanto incorso

nella scomunica, sibbene, come ci fece sapere il Campanella nella

Dichiarazione e poi nell'Informazione, sempre con qualche variante atta

ad aiutare la sua causa, era stato dal Visitatore condannato al confine

in Celico, casale di Cosenza, sotto pena della galera con la privazione

del lettorato e dell'abito per tre anni: ma anche prima di conoscere

tale condanna, egli si pose in giro, con la ragione o col pretesto

di trovare amici che lo facessero assolvere, e al tempo stesso col

proposito sempre più acuto di trovare amici per la ribellione. Vedremo

più in là i particolari di quest'altro periodo della sua propaganda;

per ora c'importa non lasciare troppo indietro il Campanella.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 24 / 55 段