Era il 1º o il 2º giorno di luglio, quando il Campanella, fra Dionisio

e fra Giuseppe Bitonto, partiti da Stilo giungevano in Castelvetere.

Quivi dapprima visitarono Cesare Pisano nel carcere, di poi così

il Campanella come fra Dionisio si recarono presso il Principe per

supplicarlo che lo liberasse: e pare che il Principe lo facesse

sperare, tanto che circa venti giorni dopo, ritenendo la cosa ben

certa, fra Dionisio ne annunziava la liberazione ad un altro frate che

era zio di Cesare, fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio; ma veramente

il Principe non ne fece nulla. Intorno poi alle parole scambiate

tra' frati e il prigioniero, secondo il Bitonto gli si sarebbe detto

solamente di star di buon animo; secondo Felice Gagliardo si tenne un

discorso lungo e segreto, ed oltracciò, finito il discorso, Cesare

che già si era stretto a lui lo presentò al Campanella dicendo,

«questo giovane è di Condeianni e potrà servire et mover genti», e il

Campanella e fra Dionisio gli avrebbero entrambi detto di dar credito

a quanto gli sarebbe stato comunicato da Cesare[275]. Avvertiamo

una volta per sempre che le asserzioni di Felice Gagliardo non si

possono ritenere senza le più grandi riserve: ma è verosimile che

il Bitonto, nell'altro suo abboccamento con lui, gli avesse parlato

della ribellione, non senza condire il discorso con le teoriche

antireligiose giusta il metodo di fra Dionisio, e che Cesare gli avesse

continuato a parlare sempre più efficacemente nello stesso senso; così

il Gagliardo potè essere presentato al Campanella e a fra Dionisio,

venendo scambiata tra loro qualche parola di complimento e forse anche

qualche allusione coverta alle imprese disegnate. Certo è che fu questa

la prima volta in cui Felice Gagliardo venne a contatto col Campanella

e con fra Dionisio, e per pochi istanti. Certo è del pari che Cesare,

infatuato pe' discorsi precedentemente avuti con fra Dionisio e con

gli altri frati, si fece a catechizzare Felice Gagliardo, il quale non

avea veramente molto bisogno di essere catechizzato, e così pure gli

altri che stavano o vennero successivamente nello stesso carcere per

imputazioni diverse, durante i tre mesi e più che là fu rinchiuso. Con

l'eccitamento del neofito e con la storditaggine che gli era propria,

cominciò fin dalla prima sera a trattenersi con Felice Gagliardo su'

noti argomenti, esagerando quanto aveva imparato ed aggiungendovi del

suo. Non esisteva Trinità, l'ostia non conteneva Cristo (dimostrandolo

col solito fatto osceno, che attribuiva a sè medesimo per vanteria ed

anche al Bitonto), Cristo era un povero pezzente sporco «zazzaruso»,

che si scelse per compagni dodici altri pezzenti ed era in relazioni

pessime con Giovanni; de' miracoli di Cristo non si dovea creder nulla

perchè riferiti da' suoi parenti ed amici; Lazzaro era risorto per via

di erbe, e Maria era una schiava nera d'Egitto concubina di Giuseppe,

e però nell'Officio si diceva «nigra sum»; nel morire le anime si

convertivano in ombre fugaci e spiriti aerei e i corpi in pietre, non

c'era inferno nè paradiso nè diavoli, cose inventate «ad terrorem», le

vigilie co' digiuni erano state inventate per far morir presto, e poi

le solite storie della mala vita de' Papi e dei Cardinali, de' conventi

etc. E poi, che il Messia Campanella aveva armi e genti assai e denari,

ed avrebbe conquistato più Stati e Regni che non ne conquistarono gli

Apostoli, perchè «vis unita fortior»; e presto vi sarebbero rivolture e

Campanella farebbe nuove leggi. Pare impossibile che questo sciagurato

ciarlasse tanto co' suoi compagni di carcere; ma egli medesimo ebbe poi

a dire che discorse così largamente di eresia con loro, perchè «credeva

più facilmente indurli o confirmarli alla ribellione temporale»..

«per vedere si loro erano boni per la ribellione»[276]. Avea dunque

adottato pienamente il metodo di fra Dionisio, e con questo metodo

egli infervorava alle cose nuove, oltre Felice Gagliardo, un Orazio

Santa Croce di Gerace, un Geronimo Conia di Castelvetere, un Camillo

Adimari di Altomonte paggio del Principe della Roccella, un Gio. Angelo

Marrapodi di S.^ta Agata mastrodatti: e pare che meno quest'ultimo di

età più inoltrata e repugnante propriamente alle teoriche irreligiose,

gli altri, che aveano da' 19 a' 30 anni di età, consentissero più o

meno ma senza scoprirsi troppo; erano giovani e non de' più pacifici,

stavano in carcere e non vedevano l'ora di uscirne, aveano quindi

ragione di accogliere siffatte cose molto volentieri. L'essere poi

stati, all'infuori del Gagliardo, più o meno discolpati dal medesimo

Pisano negli ultimi momenti di sua vita, come ci mostra un documento da

noi rinvenuto nell'Archivio dei Bianchi di giustizia, deve intendersi

nel senso che essi, all'infuori del Gagliardo, non si manifestarono

esplicitamente con lui; e per verità non avrebbero potuto manifestarsi,

vedendolo facile a ciarlare così leggermente di cose tanto delicate.

Secondo le rivelazioni che più tardi fecero contro di lui gl'individui

suddetti, e segnatamente il Gagliardo ed il Conia, egli avrebbe loro

esposta la congiura per filo e per segno, con molti particolari di

grande importanza: probabilmente costoro vi erano stati già iniziati,

ed anche poterono foggiare molte cose sulle notizie che allora ne

correvano; non di meno deve ritenersi per certo che egli ne abbia

parlato enfaticamente, dietro ciò che glie ne aveano detto in ispecie

fra Dionisio, fra Giuseppe Bitonto e fra Giuseppe Jatrinoli. Pertanto

è facile vedere che lo zelo del Campanella in favore di Cesare non

va spiegato unicamente co' riguardi verso i suoi amici che glie lo

raccomandarono; lo zelo stesso di fra Dionisio per quest'uomo, di cui

non aveva avuto punto a lodarsi in passato, non va spiegato unicamente

co' riguardi verso il Bitonto; senza dubbio le premure pel Pisano

mettevano capo alla sua qualità di affiliato alla congiura.

Vediamo ora le ulteriori mosse del Campanella. È accertato che egli

si trattenne due soli giorni in Castelvetere, e che tornato a Stilo,

insieme con fra Dionisio, continuò d'accordo con costui a sollecitare

amici e far raccolta di fuorusciti. Più volte avea scritto a fra Gio.

Battista di Pizzoni, il quale ricoverava nel suo convento un fuoruscito

molto noto, a nome Claudio figlio di Ferrante Crispo: oltracciò si

trovava ricoverato nel convento di Soriano un altro fuoruscito non meno

noto, Giulio Soldaniero di Borrello in compagnia di un suo servitore

anche più agile di lui nelle armi, a nome Valerio Bruno di Motta

Filocastro, e il Campanella pensò di far parlare egualmente a questo

Soldaniero.

Fra Gio. Battista di Pizzoni risedeva appunto nel convento di Pizzoni,

paesello distante poche miglia da Soriano: il convento era piccolo

ed abbastanza isolato, e non conteneva più di due sacerdoti e due

o tre «terzini o terzi habitelli» come solevano chiamarsi i frati

inservienti; nè occorre dire che in questa specie di conventi non

c'era ombra di regole monastiche. Fra Gio. Battista vi aveva titolo

di Vicario; con lui stava il suo fido fra Silvestro di Lauriana, e

tra' terzini stava fra Fabio Pizzoni nipote di fra Gio. Battista,

le cui relazioni con fra Silvestro aveano già dato da dire anche

troppo. Non erano mai mancati i fuorusciti in quel convento, e il

predecessore di fra Gio. Battista, fra Ferrante da Soriano, avea

passato pericolo di essere precipitato dalle finestre per mano di

quelli che si trovavano là ricoverati: avendovi giurisdizione il

Vescovo di Mileto, ed obbligando costui, come già conosciamo, i

superiori dei conventi a ricoverare i fuorusciti sotto pena delle

censure ecclesiastiche, Claudio Crispo, giovane fuoruscito per

omicidio, vi stava in piena regola, e fra Gio. Battista mantenevasi con

lui in buonissime relazioni, anche perchè, a quanto pare, gli serviva

da braccio forte verso i suoi nemici. Aveva poi fra Gio. Battista

avuta occasione di conoscere pure Giulio Soldaniero, ed ecco in che

modo. Giulio, anche lui di soli 22 anni, possidente, con moglie, si

era fatto capo di banditi, avendo ucciso due suoi cugini Marcello e

Pietro Soldaniero, oltre una donna, Vera la Rocca, per ereditarne, come

dicevasi, le sostanze; ma ne rimanea tuttora vivo un altro, Eusebio

Soldaniero, e costui si era fatto bandito egualmente, per difendersi

e per vendicare i suoi fratelli. Giulio risedeva ordinariamente nel

convento di Soriano, convento magnifico, divenuto una delle maraviglie

della Calabria, possedendo un'immagine portatavi nientemeno che da

S.ª Caterina e da M.ª Maddalena: egli vi stava già da oltre otto

mesi, avea quivi passata la quaresima assistendo a tutte le prediche

fatte in tal tempo da fra Gio. Battista da Polistina (circostanza da

ricordarsi), e per voto alla Madonna dell'Idria, fatto un giorno che

gli toccò una ferita d'archibugio, si asteneva da' cibi di grasso

il martedì; con tutto ciò i Superiori del convento affermavano esser

lui uomo di mala vita, ma il Vescovo di Mileto non volea che venisse

espulso. Eusebio risedeva ordinariamente in Serrata casale di Borrello;

intanto un giorno corse voce che fosse venuto nel convento di Pizzoni

per trovarsi più vicino a Giulio ed insidiarne la vita; Giulio scrisse

allora una lettera minatoria a fra Gio. Battista, il quale si affrettò

a dissipare l'equivoco, si diè premura di vederlo e rimase con lui in

buoni termini. Potea dunque servire per invitare Giulio a far parte

della congiura; e veramente come costui si fece poi a confidare al

Priore di Soriano, più volte lo sollecitò in questo senso; tuttavia

parve bene che gli si facesse udire anche la voce di fra Dionisio, e

così fu convenuto, quando, dietro le insistenze del Campanella, dovendo

anche aggiustare una faccenda d'interessi con un fra Marcello Basile

francescano, fra Gio. Battista si risolvè di andare a Stilo.

Ma appunto in quel tempo, durante la prima settimana di luglio, il

Campanella, chiamato un'altra volta dal Marchese, dovè recarsi ad

Arena. Fra Gio. Battista di Pizzoni ve l'accompagnò, e così pure fra

Dionisio, unitamente a Marcantonio Contestabile, Gio. Tommaso Caccìa

e un altro fuoruscito, con molta probabilità Giovanni Morabito, che

per essere di Filogasi conoscevasi col nome di Giovanni di Filogasi:

vedremo infatti più tardi distintamente nominato questo Giovanni di

Filogasi come uno della compagnia[277]. Fece inoltre egualmente parte

della compagnia questa volta il fratello del Campanella Gio. Pietro,

armato anch'egli, come i fuorusciti predetti, di fucile e pistola

(scoppetta e scoppettuolo, quest'ultimo noverato tra le armi proibite).

Il Campanella fu alloggiato presso il Marchese in castello, nell'altura

di Arena; tutti gli altri si rimasero nella terra, certamente in

compagnia di Gio. Francesco d'Alessandria che soleva stare in Arena.

Ma l'indomani fra Gio. Battista di Pizzoni e fra Dionisio se n'andarono

alla volta di Soriano presso Giulio Soldaniero; ed ecco due uomini, già

inimicissimi, in sèguito ravvicinati, ora stretti al punto da compiere

insieme una missione molto delicata: volle poi fra Dionisio addurre

l'antica inimicizia per mostrare che la cosa non fosse stata possibile,

ma risulta da fonti numerosi e indubitabili che egli andò veramente

presso il Soldaniero insieme con fra Gio. Battista, e la sua negativa

medesima mostra che quest'andata aveva uno scopo compromettente.

La missione presso Giulio Soldaniero, eseguita senza dubbio con

l'intesa del Campanella ne' primi giorni della sua dimora in Arena, per

la grande importanza che ebbe in sèguito merita di essere conosciuta

ne' suoi più minuti particolari. Giunti i due frati a Soriano, Dionisio

dimandò subito del Soldaniero, ed immantinente ebbe luogo uno stretto

colloquio. Fra Gio. Battista, che sembra essersi allora limitato a

promuovere la reciproca conoscenza tra' due interlocutori, lasciando

a fra Dionisio il còmpito di trattare, l'indomani se ne partì per

Pizzoni: fra Dionisio poco dopo lo seguì senza che se ne sia mai

conosciuto bene il motivo, avendo taluno detto che temeva che fra

Gio. Battista conducesse il Campanella a Pizzoni, ed altri invece

detto che voleva appunto condurre il Campanella a Pizzoni; ma più

plausibile apparisce l'aver voluto far premura a fra Gio. Battista che

senza perdita di tempo conducesse Claudio Crispo presso il Campanella.

Certo è che nello stesso giorno poi fra Dionisio tornò e ripigliò

i colloquii col Soldaniero, rimanendo una volta anche a pranzo con

lui, e il giorno seguente tornò pure fra Gio. Battista accompagnato

da Claudio Crispo e diretto ad Arena, allo scopo, come egli diceva,

di procurarsi la protezione del Marchese per riscuotere un legato.

Fra Dionisio si fermò in Soriano tutto quel giorno ed anche il giorno

dopo, nel quale, essendo domenica, ad istanza di alcuni cittadini

e propriamente di un Rutilio di Pucci, fece una predica e poi se

ne andò egli pure ad Arena. Questo si può raccapezzare da' racconti

contradittorii ed anche iniqui intorno a siffatta visita di fra Gio.

Battista e fra Dionisio al Soldaniero. Certo è che i colloquii con

costui, segnatamente per parte di fra Dionisio, continuarono in modo

più o meno interrotto dal giovedì alla domenica, e non è difficile

intendere su quali argomenti versassero. Fra Dionisio seguì il suo

solito metodo di catechizzare, accennando le profezie, magnificando

la persona del Campanella, esponendo i disegni della ribellione, ma

sviluppando al tempo medesimo principii irreligiosi: senza dubbio si

può e si deve usare molta riserva intorno alla misura di siffatti

colloquii, avendo di poi influito le più infami circostanze ad

estenderla oltre ogni limite come a suo tempo vedremo; ma intorno alla

natura loro non può muoversi dubbio veruno, essendo una ripetizione

di discorsi analoghi tenuti già in analoghe occasioni. Fra le varie

rivelazioni discordi e bugiarde, abbiamo quelle del Priore e del

Lettore di Soriano (fra Giuseppe d'Amico e fra Vincenzo di Lungro)

che per verità non possono menomamente ritenersi disinteressate, ma ad

ogni modo sono più serie di quelle del Soldaniero e compagno, ed ecco

ciò che risulta da esse. Fra Dionisio avrebbe parlato della ribellione

contro il Re, dicendo pure che molti Signori erano dalla parte de'

congiurati; avrebbe inoltre esternato principii irreligiosi dando

un pugno ad un crocifisso dipinto nel dormitorio e dicendo che non

bisognava credergli, affermando che i Sacramenti erano stati istituiti

per ragione di Stato, che non si dovea credere ad un poco di farina

mista coll'acqua e poi cotta, che taluno (anzi egli stesso) avea fatto

dell'ostia quell'uso osceno tante volte accennato, che i miracoli

erano baie, ed il Campanella potea farli e li avrebbe fatti al tempo

della ribellione. Queste cose il Soldaniero comunicò al Priore ed al

Lettore di Soriano vari giorni dopo che fra Dionisio era partito dal

convento, ed anzi al Priore comunicò dapprima le sole cose concernenti

la ribellione e molto più tardi, in agosto, comunicò pure le cose di

eresia. Nè attribuì mai a fra Gio. Battista, in quel tempo, l'aver

detta alcuna cosa di eresia, comunque avesse affermato che più volte

egli era stato da lui tentato per la ribellione; del rimanente disse

al Lettore che il Campanella, fra Dionisio, fra Gio. Battista, fra

Silvestro di Lauriana, fra Pietro di Stilo e fra Domenico di Stignano

«erano tutta una cosa insieme»; così per la prima volta troviamo fatta

menzione di questo gruppo, che con fra Giuseppe Bitonto, fra Giuseppe

Jatrinoli e fra Paolo della Gretteria rappresentò tutto il gruppo de'

frati promotori della ribellione[278]. Non ci fermiamo sopra altre

circostanze della ribellione e dell'eresia, che il Soldaniero manifestò

più tardi, quando tradì nel modo più atroce i congiurati, e che per

tale motivo non possono tutte accogliersi alla leggiera; probabilmente

fra Dionisio disse molto più di quanto il Soldaniero comunicò al Priore

ed al Lettore, ma ciò che ci risulta dalle rivelazioni di costoro

basta per fare intendere, che sollecitato dal Pizzoni, persuaso da

fra Dionisio, sotto gli auspicii del Campanella, il Soldaniero col

suo Valerio Bruno per lo meno era in via di entrare a far parte della

congiura. Dobbiamo poi notare un'altra circostanza importantissima,

che fu rivelata dal medesimo Priore fra Giuseppe d'Amico. Un giorno,

nell'agosto, gli fu mostrata dal Soldaniero una lettera scritta e

sottoscritta dal Campanella, il cui carattere egli conosceva molto

bene, e nella fine di essa si leggeva il seguente brano, «di quel

tanto che vi ha ragionato il Padre lettore fra Dionisio, del tutto mi

rimetto al mio locotenente fra Gio. Battista di Pizzone». Pur troppo

il Campanella si spinse fino a dar fuori sue lettere, dirigendone non

solo al Soldaniero ma anche a qualche altro fuoruscito; e vedremo che

questa diretta al Soldaniero fu portata da fra Pietro di Stilo, come

risulta da una spontanea deposizione di fra Pietro medesimo, al quale

è impossibile negar fede. Dopo tutto ciò non farà meraviglia che nella

Dichiarazione, e così pure nella Difesa, il Campanella non abbia mai

parlato di queste sue relazioni col Soldaniero, ed invece abbia appena

citato quest'uomo nella Dichiarazione tra gli amici di Maurizio, ed

abbia poi ingarbugliato le cose di questo periodo nella Narrazione

così come segue: «Sapendo Fra Dionisio ch'il Polistena volea farlo

uccidere com'il zio per mezzo di Giulio Saldaneri, che stava ritirato

in convento di S. Domenico di Suriano per haver ucciso dui proprii

fratelli per la robba, però cercò guastar quella amicizia del Polistena

col Saldaneri per via di Mauritio Rinaldi amico di Saldaneri, e volea

uscir con loro in campagna risolutamente per ammazzar il Polistena.

Però con tutti parlava di mutatione di secolo et del Regno». È facile

rilevare che queste cose furono scritte assolutamente pel bisogno di

scolparsi, ma sono ben lontane dalla verità.

Abbiamo veduto il Pizzoni con Claudio Crispo andare presso il

Campanella ad Arena. Fu questo evidentemente un altro acquisto per la

ribellione, e Claudio, nel processo consecutivo, confessò in tortura

di aver trovato ad Arena il Campanella, che nel castello medesimo

del Marchese, in una camera segreta, gli comunicò la ribellione,

aggiungendo pure nientemeno che erano in aiuto di essa il Principe di

Bisignano e D. Lelio Orsini, ed egli promise di trovar gente, e parlò

con Gio. Tommaso Caccìa e Giovanni Morabito; sicuramente d'allora in

poi il Crispo ed il Caccìa rimasero in molto stretta relazione tra

loro. Ma secondo la Dichiarazione del Campanella, che fu poi confermata

in un senso meno semplice dalla sua confessione in tortura, egli venne

pregato da fra Gio. Battista di visitare Pizzoni e di parlare delle

mutazioni al Crispo; e così andò a Pizzoni e là, coll'occasione di

un discorso sulla fabbrica dell'Astrolabio, si fece a parlare delle

mutazioni e della convenienza di trovarsi pronti e di avere molti

compagni. Aggiunge ancora nella confessione, e poi nella Difesa, che

fra Gio. Battista avea premura che si parlasse al Crispo, perchè costui

volea passare a nozze e conveniva distoglierlo da tale idea, ad oggetto

di mantenerselo disponibile come suo braccio forte. Ma evidentemente

questo fatto potea bene stare insieme con l'altro, eppure deve notarsi

che la faccenda delle nozze non si pose innanzi fin da principio nella

Dichiarazione, sibbene più tardi, allorchè vi fu tempo di poter trovare

qualche pretesto: importa poi ben poco che il colloquio siasi tenuto in

Arena o invece in Pizzoni, rimanendo sempre indubitato che si sollecitò

Claudio Crispo a prender parte nelle mutazioni da dover accadere, ed

egli si offerse, vantandosi anche di avere amici per l'impresa; in ciò

si accordano tanto il Crispo quanto il Campanella. È verosimile che in

Arena sia stato cominciato isolatamente, ed in Pizzoni poi sia stato

proseguito con più largo uditorio, il discorso delle mutazioni con

le relative conseguenze: poichè vedremo il convegno di Pizzoni avere

avuta un'importanza assai più grande, e il Campanella dovè in sèguito

studiarsi di restringerne le proporzioni, limitandolo al solo discorso

per Claudio Crispo.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 23 / 55 段