Commentando un poco questi fatti, che rappresentano la base di tutto

ciò che accadde in sèguito, possiamo farci un concetto abbastanza

chiaro della congiura e de' suoi capi. Il Campanella si rivela

certamente il motore unico della macchina: nessuno sarebbe stato in

grado di esserlo al pari di lui; così tutti in massa, congiurati,

denunzianti, persecutori, giudici, inquisiti, non lo posero mai in

dubbio. Consigliere intimo del Campanella era forse Gio. Gregorio

Prestinace, rimasto assolutamente nell'ombra, perchè riuscito a

nascondersi nel tempo delle persecuzioni: conoscitore degli uomini e

delle cose della provincia, egli dovè fornire al Campanella le notizie

delle quali aveva bisogno, e difatti le rivelazioni processuali

ce lo mostrano presente in tutti i colloquii, consapevole anche

de' particolari della repubblica da doversi fondare; l'aver messo

l'occhio su Maurizio, forse anche l'averlo fatto venire a Stilo col

pretesto che bisognava controbilanciare l'influenza di Marcantonio

Contestabile, dovè essere opera sua. Maurizio poi era il capo di

coloro che avrebbero dovuto agire per l'insurrezione, ma prescelto dal

Campanella, esecutore de' progetti del Campanella, mentre Marcantonio,

pur sempre secondo i progetti del Campanella, avrebbe agito del pari

ma in un'altra direzione: egli già uomo d'armi, assennato ed accorto,

diede maggior consistenza a' progetti indicatigli, ne avviò anche i

preparativi con molta efficacia come vedremo in sèguito, ma in somma

accolse i progetti, non li creò; se si spinse a pratiche co' turchi

non concertate precedentemente, ne avea pure avuto qualche cenno dal

Campanella, e ad ogni modo queste sole sue pratiche non basterebbero

a costituirlo capo di una congiura nella quale il Campanella si

sarebbe trovato involto senza saperlo. Quanto a' frati, fra Dionisio

conosceva già i progetti del Campanella, essendone verosimilmente il

consigliere come vedremo del pari in persona del Pizzoni, ma non faceva

che secondarli ed anche in modo tutto suo, rimescolando profondamente

le coscienze di coloro i quali egli voleva spingere ne' concerti per

la ribellione: non si potrebbe credere che egli ritenesse argomenti

serii contro la fede cristiana quelli che svolse a Maurizio, senza

far torto alla sua cultura che sappiamo essere stata non così scarsa,

ma si deve piuttosto dire che ritenesse indispensabile scuotere in

qualunque maniera la fede per destare gli animi e renderli audaci;

così vedremo poi sempre le dette scempiaggini propalate da lui e da

alcuni altri frati suoi adepti, ripetute con storpiature ed aggiunte

da altri adepti insulsi ed esaltati, infine malamente attribuite al

Campanella, il quale aveva senza dubbio convinzioni poco cattoliche,

ma non partecipava alle dette scempiaggini, e voleva una religione

anche come strumento di regno. Quanto al Petrolo, egli pure conosceva i

progetti del Campanella e vi aveva aderito, come nel processo confessò,

ma vi partecipava debolmente, secondo la sua umile posizione: infine

quanto a fra Pietro di Stilo, egli li conosceva del pari e forse più

addentro degli altri; ma vi partecipava meno di tutti, per la ragione

che poco ci credeva, ed anzi quasi ne rideva, come vedremo a suo tempo.

Nè lasceremo questi apprezzamenti senza fare avvertire che ciascuno di

costoro mostrò in sèguito precisamente la condotta notata da Maurizio

quando ebbe occasione d'incontrarsi con essi; la qual cosa aggiunge

un peso sempre più grande alla credibilità delle rivelazioni di

Maurizio. — Adunque non solo l'idea di un movimento insurrezionale per

fondare la repubblica, ma anche il modo di procedervi, erano suggeriti

dal Campanella, il quale in alcune circostanze apparve meno, perchè

seppe essere un cospiratore abbastanza circospetto. Infatti talvolta

condusse il suo discorso in modo che la proposta d'insorgere venisse

dal suo interlocutore, e talvolta anche fece parlare ma non parlò;

nella faccenda dell'accordo col Turco invogliò soltanto ed anzi fece

invogliare Maurizio ad attendervi, senza esporre francamente il suo

concetto; ebbe perfino cura che qualche affiliato o qualche gruppo

di affiliati non conoscesse l'altro. Bisognava cominciare dal far

l'insurrezione in Catanzaro, poi, alla peggio, si sarebbero ritirati

su' monti segnatamente a Stilo, verso cui i passi stretti rendeano

difficile l'accedere delle milizie[262]; il modo di fornirsi di danaro

era preveduto, ma bisognava far coincidere il movimento con la venuta

de' turchi, i quali avrebbero tenuto a bada gli spagnuoli. Questa

faccenda dell'accordo del Turco fu poi sempre vivamente ripudiata

dal Campanella, che disse l'accordo avvenuto con sua meraviglia e

disapprovazione: ma s'intende che la cosa a que' tempi era tanto

scandalosa da dover obbligare assolutamente a ripudiarla, ed egli, che

avea saputo mantenersi in disparte da questo lato, potea lavarsene le

mani con una certa apparenza di verità; tuttavia dobbiamo ricordare

che professava dovere i turchi dividersi in due fazioni, l'una delle

quali avrebbe combattuta l'altra, che pochi mesi prima avea saputo il

Cicala andato in cerca di sua madre fervente cristiana e separatosi

da essa non senza lagrime, che infine nel libro della Monarchia di

Spagna aveva appunto insegnato come si potesse profittare di qualche

capitano turco stato già cristiano, indicando il Cicala, l'Ochiali, lo

Scanderbergo[263].

Presi i concerti suddetti, ognuno si pose all'opera. Maurizio profittò

dell'occasione per trattare l'accordo co' turchi, e si recò sulle

galere che erano veramente quelle di Amurat, chiedendo di riscattare

quattro persone di Guardavalle come ci dice un frammento della Difesa

di due imputati, mentre il Carteggio del Residente Veneto ci dice che

Amurat appunto a' primi di giugno trovavasi sulle coste di Calabria,

e il giorno 7 fece anche uno sbarco alla Catona presso Reggio[264];

quindi si occupò senza dubbio di trovare amici, e disporli alla

«fattione contro il Re». Marcantonio si pose anch'egli a cercare

amici, e vedremo che tornò poi presso il Campanella col Caccìa ed

un altro fuoruscito affiliato. Fra Dionisio andò a trovare qualche

altro frate, e con lui e con un giovane che convertì per via si spinse

fino a Messina; quindi tornò presso il Campanella, accompagnato anche

dal Petrolo e da un terzo frate, che gli avea procurato l'acquisto

di un'altro giovanotto. In questo mentre avvennero i terribili

terremoti, già previsti e poi più volte ricordati dal Campanella, onde

specialmente in Reggio ed anche in Messina si ebbe grave danno, essendo

durati non meno di tre giorni e fino alla sera del 10 giugno[265]. Il

Campanella fu poco dopo chiamato dal Marchese d'Arena e dovè andare

presso di lui.

Verso il 20 giugno il Campanella ebbe questa chiamata dal Marchese

d'Arena, da non doversi confondere con un'altra chiamata posteriore,

della quale soltanto si ha il ricordo nella sua Dichiarazione. Sappiamo

che era allora Marchese d'Arena D. Scipione Concublet de Bavaria

(corrottamente «De Bavero»), successo a D. Gio. Francesco suo padre e

a D. Carlo suo fratello primogenito, morti l'uno in gennaio l'altro in

settembre dello stesso anno 1582[266]: egli viveva allora con la sua

famiglia nel Castello d'Arena, ma nella 2.ª metà di giugno, trovandosi

in giro per que' paesi, era venuto a Monasterace, non lungi da Stilo,

e quivi era ospite di D.ª Dianora Toraldo Signora della terra, come

la chiamò uno degli inquisiti che depose tale fatto nel processo.

Dagli scrittori in materia di nobiltà, e meglio anche da' Cedolarii,

conosciamo che Signore di Monasterace in quel tempo era Giuseppe

Galeota, figlio di Mario e di Eleonora Toraldo: costei, figliuola di

D. Gasparre Toraldo 5.º Signore di Badolato e sposa a Mario Galeota,

era rimasta vedova fin dal 1590; non a torto quindi veniva considerata

Signora di quella terra[267]. Di là il Marchese fece chiamare il

Campanella volendo parlare con lui; e il Campanella si recò in

Monasterace, e vi si trattenne sei giorni. Quali argomenti trattasse il

Campanella col Marchese non ci è noto, ma non è arrischiato l'ammettere

che le vicine mutazioni da tutti aspettate fossero l'oggetto

precipuo dei colloquii, bene inteso rimanendo nascosti i progetti del

Campanella; poichè, quantunque il Marchese fosse poi stato nominato

qual complice, sappiamo invece che egli doveva essere una delle vittime

del movimento; ma interruppe i colloquii fra Dionisio, venuto con

la sua comitiva a Monasterace in cerca del Campanella, che con quel

sèguito fece ritorno a Stilo.

Ecco pertanto il giro che fra Dionisio finiva di compiere in quel

momento. Licenziatosi in fretta dal Campanella e dagli altri congregati

in Stilo, egli si recò a Condeianni, dove era Vicario del convento de'

Domenicani fra Giuseppe Bitonto di S. Giorgio: abboccatosi con costui

partì l'indomani per Oppido, ove risedeva in qualità di Viceconte il

fratello Ferrante. Fra Giuseppe Bitonto, nello stesso giorno in cui

partiva da lui fra Dionisio, si recava in S. Giorgio e quivi chiamava

un suo cugino Cesare Pisano e con lui raggiungeva immediatamente[268]

fra Dionisio in Oppido: di là tutti e tre l'indomani si recarono

insieme a Bagnara e quindi a Messina. Questo Cesare Pisano, figlio di

Fabio, era un giovane di 24 anni, clerico, ma di costumi assai tristi:

una volta avea servito per testimone al Polistina in Napoli contro

fra Dionisio, quando si trattava la causa dell'omicidio di P.^e Pietro

Ponzio, e però al vederselo davanti, fra Dionisio ne rimase turbato;

ma dietro assicurazioni del Bitonto presto s'acquetò. Trattavasi

di uno di quelli che poteano servire nell'impresa disegnata, e non

appena in viaggio, tra Oppido e Bagnara, fra Dionisio si occupò subito

di catechizzarlo col metodo da lui prescelto, assistendolo pure fra

Giuseppe Bitonto in tale ufficio: cominciò a dire che non c'era Dio,

non c'era altro Dio che la natura, inezia la confessione, inezia il

temere di far peccato, fra Tommaso Campanella avrebbe fatte nuove

leggi essendo quasi un Messia; gli annunciò inoltre una fazione di

grande importanza che si volea fare, per la quale occorrevano uomini

di valore ed alla quale volea che avesse preso parte, giacchè sarebbe

stata l'esaltazione sua, ma per allora non gli spiegò di che si

trattasse. Giungendo a Bagnara e fermandovisi due giorni, fra Dionisio

che era stato invitato a predicare vi fece una delle sue buone prediche

sull'Evangelo, poichè, come diceva al Pisano, «sapeva predicare l'uno

e l'altro». A Messina si trattennero circa sei giorni, dimorando i

due frati nel convento de' Domenicani, e Cesare Pisano all'osteria:

ritornarono quindi per la stessa via di Bagnara, e si ridussero,

fra Dionisio ad Oppido presso il fratello Ferrante, il Pisano a S.

Giorgio, il Bitonto a Condeianni. Ma dopo circa dieci giorni, fra

Dionisio accompagnato da un fra Giuseppe Jatrinoli e da un giovanotto

a nome Giuseppe Grillo figlio naturale di Gio. Alfonso, tornò a

Condeianni; quivi si unì al Bitonto ed anche al Pisano che vi era

venuto da S. Giorgio, e tutt'insieme si diressero a Stilo per vedervi

il Campanella[269]. In questo secondo viaggio si fermarono prima alla

Motta Placanica, ove alloggiarono nel convento, l'indomani si recarono

a Stignano, e là furono a pranzo in casa di Gio. Alfonso Grillo che

era di Oppido ma dimorava a Stignano, coll'intervento di fra Domenico

Petrolo, di un D. Marco Petrolo e di Geronimo Campanella padre di fra

Tommaso, quindi passarono a Stilo menando con loro anche fra Domenico:

non trovarono là fra Tommaso, ed avendo saputo che era in Monasterace

vi si recarono immediatamente, rimanendo a Stilo il solo Giuseppe

Grillo; in Monasterace poi si fermarono appena tre ore, e preso con

loro il Campanella si ridussero tutti insieme a Stilo. Vedremo fra poco

quali furono i discorsi scambiati col Campanella, ma per ora importa

dire che nel pranzo di Stignano fra Dionisio fece uno de' suoi maggiori

sproloquii, evidentemente per catechizzare Cesare Pisano e Giuseppe

Grillo; e disse che non c'era Dio nè Trinità al modo che si crede,

sibbene uno spirito che governa e move il tutto, che Dio era la natura,

che non c'erano diavoli, nè inferno, nè purgatorio, nè paradiso, che

Cristo non era vero figlio di Dio ma un semplice Nazareno, che il

sacrificio della Messa facevasi per bere, che nell'ostia non c'era

Cristo e potea rilevarsi dal fatto che la mangiano i vermi, che fra

Tommaso Campanella volea predicare e fare nuove leggi e nuovi statuti,

ed egli con lui, portando gli uomini alla libertà naturale. Gli altri

frati applaudivano e commentavano, e ne sembravano intesi del pari i

due Petrolo, i quali del resto andavano e venivano (come probabilmente

faceva anche Geronimo Campanella) per rendere servigi agli ospiti, ma

pure non mancavano d'interloquire; p. es. fra Domenico Petrolo diceva

al Pisano, «che ti credi, che ci sia Dio Padre quel barbuto come si

dipinge?», e tutti i frati continuavano separatamente a dire qualche

cosa dello stesso genere. Così si sarebbe parlato contro la verginità

di Maria, contro i miracoli di Gesù ed anche de' Santi, contro le

relazioni tra Gesù e S. Giovanni, contro le prescrizioni della Chiesa,

contro l'istituzione monastica di ambo i sessi, contro l'autorità

e la moralità del Papa, de' Cardinali e de' Vescovi; fra Dionisio

vi avrebbe pure narrato il solito fatto osceno contro il Sacramento

dell'altare, aggiungendovi inoltre il fatto di un Inglese che in Roma

diè un pugno al Sacramento senza alcuna conseguenza miracolosa, ma fu

poi bruciato vivo d'ordine del Papa; e si può dire che queste ultime

proposizioni furono probabilmente enunciate, mentre sulle altre rimane

qualche dubbio[270]. Con ciò si sarebbe parlato ancora di progetti

del Campanella in un modo esageratissimo e scempiato; che egli era il

vero legislatore e il vero Messia, che con la sua predica e dottrina,

e col valore de' tanti che lo seguivano, avrebbe levato la fede di

Cristo e si sarebbe impadronito del mondo; ma infine segnatamente fra

Dionisio e il Bitonto gli comunicarono la risoluzione di ribellare il

Regno e sottrarlo al dominio del Re di Spagna, e che per questo effetto

aveano concerti con molti fuorusciti, ed anche con molti gentiluomini

e Signori, tra' quali il Marchese d'Arena ed altri. Finalmente poi

questi frati, compreso fra Domenico Petrolo, conchiusero che bisognava

far parlare il Pisano col Campanella. — Come dicevamo, non trovarono

il Campanella a Stilo ed andarono a cercarlo a Monasterace. In questa

traversata s'incontrarono con Marcantonio Contestabile, Gio. Tommaso

Caccìa ed un altro fuoruscito abbastanza rinomato per molti delitti,

Gio. Francesco d'Alessandria, i quali si recavano del pari a Stilo

presso il Campanella, e continuarono la loro via, probabilmente dietro

l'assicurazione che fra Dionisio e compagni andavano a prenderlo e tra

poco sarebbero tornati con lui. Essi trovarono infatti il Campanella

a Monasterace, in casa della S.^ra D.ª Eleonora insieme col Marchese

d'Arena, e seppero che vi stava già da sei giorni. Il Campanella prese

subito licenza da questi Signori, e poco dopo, accompagnato da tutta la

comitiva venuta a rilevarlo, tornò a Stilo. Durante il viaggio gli fu

presentato il Pisano come uno degli amici; stando a cavallo gli domandò

se era prete di Messa, e udito che era chierico, tenne qualche discorso

con lui dilucidandogli alcuni dubbi. Secondochè il Pisano potè capire

e riferire col suo limitato intelletto, il Campanella gli avrebbe

confermato che non ci era vita futura, dicendo che i corpi nostri

erano come quelli de' bruti e che le anime nostre si convertivano in

non essere; quanto poi all'essenza di Dio, gli avrebbe detto di star

contento a ciò che i frati gli aveano significato, trattandosi di

cose troppo elevate per la sua intelligenza; così il Pisano rimase

persuaso che quanto gli era stato detto da' frati veniva approvato dal

Campanella[271].

Prima di andar oltre riesce necessario chiarire un poco tutto questo

andirivieni. Vi sarebbero due maniere di spiegarlo; o che fra Dionisio,

con la sua tendenza a vagare e col bisogno di una compagnia, tanto

per soddisfare alla sua indole ciarliera quanto per provvedere alla

sua sicurezza personale, sia andato fino a Messina per fare qualche

acquisto associandosi a qualche compagno di viaggio, e poi abbia fatto

lo stesso nel volersi recare a Stilo; ovvero, con l'impegno di trovare

amici ed alleati per l'impresa da doversi compiere, siasi rivolto al

suo germano Ferrante e ad altri individui di sua conoscenza, e tra

essi a que' frati, che potevano fare al caso suo e raggranellare anche

qualcuno, principalmente poi abbia adempito ad una missione segreta

in Messina, e sia venuto da ultimo presso il Campanella per dar conto

di questa missione e di tutti gli altri maneggi, presentando i frati

amici insieme co' primi saggi della loro raccolta. Quando più tardi si

dovè rendere ragione di questi viaggi ne' tribunali, si disse appunto

che fra Dionisio era andato a Messina per comperar pepe, tostati e la

Biblioteca Santa del Sisto, come il Bitonto per comperar materassi;

del viaggio sussecutivo a Stilo non si rese ragione alcuna, e solo il

Bitonto accennò all'essere andato a Stilo per pregare il Campanella

che gli facesse avere l'incarico di qualche predicazione. Tutto ciò

è possibile, ma è possibile anche l'altra versione, specialmente se

si tengano presenti tutte le circostanze anteriori e posteriori: a

noi pare molto accettevole la seconda maniera di spiegare la cosa,

e giungiamo fino a credere che fra Dionisio abbia potuto andare in

Messina per far arrivare cautamente al Cicala qualche sua lettera,

giacchè un documento da noi trovato nell'Archivio di Spagna in Simancas

ci mostra che appunto in questo tempo da Messina e dalla casa stessa

del Cicala partivano le informazioni che costui desiderava, e poi,

alcuni anni dopo, si vide fra Dionisio scappato dal carcere riparare

appunto in casa del Cicala a Costantinopoli[272]. Il viaggio a Messina

fu più tardi minutamente vagliato intorno all'eresia e non intorno

alla congiura: noi non vorremmo menomamente sembrare più crudeli del

crudelissimo Avvocato fiscale che tanto aggravò la causa di questi

disgraziati, e però ci limitiamo ad enunciare la nostra idea e ad

abbandonarla alla meditazione de' lettori, ma ricordando che nel tempo

in cui fra Dionisio si recava a Messina, Maurizio non aveva ancora

avuta occasione di andar lui presso i turchi. Certamente poi da tutto

l'insieme de' fatti successivi, ed anche soltanto da' fatti che si

verificavano in quei giorni, si ha motivo di ritenere che i suddetti

viaggi si connettevano col lavoro per la congiura.

In Stilo non sappiamo veramente quali discorsi siano stati allora fatti

tra il Campanella e que' frati: sappiamo solo che l'indomani parlarono

a lungo tra loro senza l'intervento del Pisano e del Grillo, e poi,

rimanendosi fra Dionisio, ciascuno degli altri prese la volta della

sua dimora. Ma vi erano già arrivati anche Marcantonio Contestabile

col Caccìa e con Gio. Francesco d'Alessandria, il quale era stato

sollecitato propriamente dal Caccìa. Nemmeno sappiamo i discorsi fatti

col Contestabile; c'è tuttavia ogni ragione di credere che costui abbia

dovuto egualmente render conto de' suoi maneggi e de' compagni che avea

trovati. Sappiamo solamente i discorsi fatti dal Campanella in presenza

del Caccìa e del D'Alessandria, secondochè li rivelò poi il Caccìa nel

processo della congiura, ma, come abbiamo già avuta occasione di dire,

alle rivelazioni del Caccìa non si può troppo aggiustar fede, essendo

state fatte fra tormenti atroci. Secondo il Caccìa, nella sua cella

insieme con fra Dionisio, il Campanella manifestò loro la congiura

e i preparativi che già si faceano: ripetè che in quell'anno 1599 e

1600 dovevano esservi le grandi mutazioni, affermò che ci erano molti

altri congiurati per fare le Provincie di Calabria repubblica, con

l'aiuto anche del Turco e d'altri Signori, manifestò che «Mauritio e un

altro di Reggio di Casaspano (_sic_) haveano fatto una gran quantità

di forusciti», e che lui, il Campanella, «voleva essere Monarca del

mondo et dare nova legge»[273]. In verità non apparisce credibile che

quest'ultima proposizione abbia potuto essere stata detta ad un uomo

come il Caccìa, e però tutta la rivelazione sua rimane infirmata:

può ammettersi solamente che Gio. Francesco d'Alessandria dovè essere

catechizzato nel senso delle prossime mutazioni e rivoluzioni, e tutti

doverono essere infervorati a star pronti e a cercare altri compagni.

Tre giorni durò la permanenza di questi fuorusciti nel convento di

Stilo: il Campanella e fra Dionisio rimasero soli, ma per brevissimo

tempo; giunse in fretta il Bitonto e fu necessario che il Campanella,

insieme con lui e fra Dionisio, si mettesse di nuovo in viaggio.

Passiamo a dire ciò che era accaduto.

Nel partire da Stilo, fra Giuseppe Bitonto e fra Giuseppe di Jatrinoli

furono accompagnati da Cesare Pisano fino alla Motta Placanica; di

là, separandosi dal Pisano, proseguirono fino a Castelvetere e si

fermarono nel convento del loro Ordine; e sia per accidente, sia con

premeditazione, videro un Felice Gagliardo di Gerace che stava nelle

carceri di Castelvetere e tennero con lui un abboccamento. Questo

Felice Gagliardo ci darà molto da dire nel sèguito della nostra

narrazione. Giovane a 22 anni, di molto ingegno e di nessuna coscienza,

temerario e peggio, avea preso moglie in Condeianni ma dimorava in

Gerace con un Pietro Veronese suo patrigno, ed entrambi menavano

pessima vita: nel Grande Archivio abbiamo intorno a loro trovato un

documento che mostra come fin da due anni prima si dilettassero di

grassazioni e di furti[274]. Vedremo più tardi che Felice, stando poi

carcerato in Napoli, continuava a tenere corrispondenza con una banda

di fuorusciti, alla quale non era estraneo il Veronese e della quale

facea parte un suo fratello a nome Lucio, che andò a finire ucciso

come bandito con taglia, e Felice medesimo, liberatosi da' travagli

per la congiura e l'eresia, andò poi a finire sul patibolo per delitti

comuni. Egli avea da due anni conosciuto il Bitonto che era stato in

Condeianni a predicare: in sèguito, essendo sorta inimicizia tra lui e

il proprio cognato a nome Felice Regitano, gli avea tirato un colpo di

fucile, per la qual cosa si trovava in carcere. Secondo il Bitonto, il

Gagliardo lo chiamò per raccomandarsi che avesse pregato i suoi parenti

in suo favore, procurandogli la remissione da parte loro; ma ciò non

toglie che il Bitonto, a quanto pare, avesse fatto assegnamento sopra

di lui per la ribellione; di fatti gli avrebbe detto di voler procurare

l'accomodamento in Condeianni, e frattanto stesse di buon animo, chè

vedrebbe succedere cose le quali gli sarebbero di grandissima utilità.

Giunto a Condeianni, non mancò di trattare co' parenti del Gagliardo,

ma costoro si negarono affatto: pertanto Cesare Pisano veniva

carcerato, e il Bitonto dovè occuparsi di lui. — Di ritorno dal viaggio

fatto, Cesare Pisano si era appropriata una giumenta del Principe

della Roccella, che era pure Marchese di Castelvetere, e però fu preso

dagli ufficiali del Principe e tratto alle carceri di Castelvetere: il

Bitonto gli avrebbe detto che andasse di buon animo, che troverebbe là

Felice Gagliardo amico suo; frattanto cercò subito che il Campanella e

fra Dionisio parlassero al Principe della Roccella in favore di Cesare,

e così ebbero a mettersi di nuovo in viaggio tutt'insieme per tale

scopo.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 22 / 55 段