ciò che accadde in sèguito, possiamo farci un concetto abbastanza
chiaro della congiura e de' suoi capi. Il Campanella si rivela
certamente il motore unico della macchina: nessuno sarebbe stato in
grado di esserlo al pari di lui; così tutti in massa, congiurati,
denunzianti, persecutori, giudici, inquisiti, non lo posero mai in
dubbio. Consigliere intimo del Campanella era forse Gio. Gregorio
Prestinace, rimasto assolutamente nell'ombra, perchè riuscito a
nascondersi nel tempo delle persecuzioni: conoscitore degli uomini e
delle cose della provincia, egli dovè fornire al Campanella le notizie
delle quali aveva bisogno, e difatti le rivelazioni processuali
ce lo mostrano presente in tutti i colloquii, consapevole anche
de' particolari della repubblica da doversi fondare; l'aver messo
l'occhio su Maurizio, forse anche l'averlo fatto venire a Stilo col
pretesto che bisognava controbilanciare l'influenza di Marcantonio
Contestabile, dovè essere opera sua. Maurizio poi era il capo di
coloro che avrebbero dovuto agire per l'insurrezione, ma prescelto dal
Campanella, esecutore de' progetti del Campanella, mentre Marcantonio,
pur sempre secondo i progetti del Campanella, avrebbe agito del pari
ma in un'altra direzione: egli già uomo d'armi, assennato ed accorto,
diede maggior consistenza a' progetti indicatigli, ne avviò anche i
preparativi con molta efficacia come vedremo in sèguito, ma in somma
accolse i progetti, non li creò; se si spinse a pratiche co' turchi
non concertate precedentemente, ne avea pure avuto qualche cenno dal
Campanella, e ad ogni modo queste sole sue pratiche non basterebbero
a costituirlo capo di una congiura nella quale il Campanella si
sarebbe trovato involto senza saperlo. Quanto a' frati, fra Dionisio
conosceva già i progetti del Campanella, essendone verosimilmente il
consigliere come vedremo del pari in persona del Pizzoni, ma non faceva
che secondarli ed anche in modo tutto suo, rimescolando profondamente
le coscienze di coloro i quali egli voleva spingere ne' concerti per
la ribellione: non si potrebbe credere che egli ritenesse argomenti
serii contro la fede cristiana quelli che svolse a Maurizio, senza
far torto alla sua cultura che sappiamo essere stata non così scarsa,
ma si deve piuttosto dire che ritenesse indispensabile scuotere in
qualunque maniera la fede per destare gli animi e renderli audaci;
così vedremo poi sempre le dette scempiaggini propalate da lui e da
alcuni altri frati suoi adepti, ripetute con storpiature ed aggiunte
da altri adepti insulsi ed esaltati, infine malamente attribuite al
Campanella, il quale aveva senza dubbio convinzioni poco cattoliche,
ma non partecipava alle dette scempiaggini, e voleva una religione
anche come strumento di regno. Quanto al Petrolo, egli pure conosceva i
progetti del Campanella e vi aveva aderito, come nel processo confessò,
ma vi partecipava debolmente, secondo la sua umile posizione: infine
quanto a fra Pietro di Stilo, egli li conosceva del pari e forse più
addentro degli altri; ma vi partecipava meno di tutti, per la ragione
che poco ci credeva, ed anzi quasi ne rideva, come vedremo a suo tempo.
Nè lasceremo questi apprezzamenti senza fare avvertire che ciascuno di
costoro mostrò in sèguito precisamente la condotta notata da Maurizio
quando ebbe occasione d'incontrarsi con essi; la qual cosa aggiunge
un peso sempre più grande alla credibilità delle rivelazioni di
Maurizio. — Adunque non solo l'idea di un movimento insurrezionale per
fondare la repubblica, ma anche il modo di procedervi, erano suggeriti
dal Campanella, il quale in alcune circostanze apparve meno, perchè
seppe essere un cospiratore abbastanza circospetto. Infatti talvolta
condusse il suo discorso in modo che la proposta d'insorgere venisse
dal suo interlocutore, e talvolta anche fece parlare ma non parlò;
nella faccenda dell'accordo col Turco invogliò soltanto ed anzi fece
invogliare Maurizio ad attendervi, senza esporre francamente il suo
concetto; ebbe perfino cura che qualche affiliato o qualche gruppo
di affiliati non conoscesse l'altro. Bisognava cominciare dal far
l'insurrezione in Catanzaro, poi, alla peggio, si sarebbero ritirati
su' monti segnatamente a Stilo, verso cui i passi stretti rendeano
difficile l'accedere delle milizie[262]; il modo di fornirsi di danaro
era preveduto, ma bisognava far coincidere il movimento con la venuta
de' turchi, i quali avrebbero tenuto a bada gli spagnuoli. Questa
faccenda dell'accordo del Turco fu poi sempre vivamente ripudiata
dal Campanella, che disse l'accordo avvenuto con sua meraviglia e
disapprovazione: ma s'intende che la cosa a que' tempi era tanto
scandalosa da dover obbligare assolutamente a ripudiarla, ed egli, che
avea saputo mantenersi in disparte da questo lato, potea lavarsene le
mani con una certa apparenza di verità; tuttavia dobbiamo ricordare
che professava dovere i turchi dividersi in due fazioni, l'una delle
quali avrebbe combattuta l'altra, che pochi mesi prima avea saputo il
Cicala andato in cerca di sua madre fervente cristiana e separatosi
da essa non senza lagrime, che infine nel libro della Monarchia di
Spagna aveva appunto insegnato come si potesse profittare di qualche
capitano turco stato già cristiano, indicando il Cicala, l'Ochiali, lo
Scanderbergo[263].
Presi i concerti suddetti, ognuno si pose all'opera. Maurizio profittò
dell'occasione per trattare l'accordo co' turchi, e si recò sulle
galere che erano veramente quelle di Amurat, chiedendo di riscattare
quattro persone di Guardavalle come ci dice un frammento della Difesa
di due imputati, mentre il Carteggio del Residente Veneto ci dice che
Amurat appunto a' primi di giugno trovavasi sulle coste di Calabria,
e il giorno 7 fece anche uno sbarco alla Catona presso Reggio[264];
quindi si occupò senza dubbio di trovare amici, e disporli alla
«fattione contro il Re». Marcantonio si pose anch'egli a cercare
amici, e vedremo che tornò poi presso il Campanella col Caccìa ed
un altro fuoruscito affiliato. Fra Dionisio andò a trovare qualche
altro frate, e con lui e con un giovane che convertì per via si spinse
fino a Messina; quindi tornò presso il Campanella, accompagnato anche
dal Petrolo e da un terzo frate, che gli avea procurato l'acquisto
di un'altro giovanotto. In questo mentre avvennero i terribili
terremoti, già previsti e poi più volte ricordati dal Campanella, onde
specialmente in Reggio ed anche in Messina si ebbe grave danno, essendo
durati non meno di tre giorni e fino alla sera del 10 giugno[265]. Il
Campanella fu poco dopo chiamato dal Marchese d'Arena e dovè andare
presso di lui.
Verso il 20 giugno il Campanella ebbe questa chiamata dal Marchese
d'Arena, da non doversi confondere con un'altra chiamata posteriore,
della quale soltanto si ha il ricordo nella sua Dichiarazione. Sappiamo
che era allora Marchese d'Arena D. Scipione Concublet de Bavaria
(corrottamente «De Bavero»), successo a D. Gio. Francesco suo padre e
a D. Carlo suo fratello primogenito, morti l'uno in gennaio l'altro in
settembre dello stesso anno 1582[266]: egli viveva allora con la sua
famiglia nel Castello d'Arena, ma nella 2.ª metà di giugno, trovandosi
in giro per que' paesi, era venuto a Monasterace, non lungi da Stilo,
e quivi era ospite di D.ª Dianora Toraldo Signora della terra, come
la chiamò uno degli inquisiti che depose tale fatto nel processo.
Dagli scrittori in materia di nobiltà, e meglio anche da' Cedolarii,
conosciamo che Signore di Monasterace in quel tempo era Giuseppe
Galeota, figlio di Mario e di Eleonora Toraldo: costei, figliuola di
D. Gasparre Toraldo 5.º Signore di Badolato e sposa a Mario Galeota,
era rimasta vedova fin dal 1590; non a torto quindi veniva considerata
Signora di quella terra[267]. Di là il Marchese fece chiamare il
Campanella volendo parlare con lui; e il Campanella si recò in
Monasterace, e vi si trattenne sei giorni. Quali argomenti trattasse il
Campanella col Marchese non ci è noto, ma non è arrischiato l'ammettere
che le vicine mutazioni da tutti aspettate fossero l'oggetto
precipuo dei colloquii, bene inteso rimanendo nascosti i progetti del
Campanella; poichè, quantunque il Marchese fosse poi stato nominato
qual complice, sappiamo invece che egli doveva essere una delle vittime
del movimento; ma interruppe i colloquii fra Dionisio, venuto con
la sua comitiva a Monasterace in cerca del Campanella, che con quel
sèguito fece ritorno a Stilo.
Ecco pertanto il giro che fra Dionisio finiva di compiere in quel
momento. Licenziatosi in fretta dal Campanella e dagli altri congregati
in Stilo, egli si recò a Condeianni, dove era Vicario del convento de'
Domenicani fra Giuseppe Bitonto di S. Giorgio: abboccatosi con costui
partì l'indomani per Oppido, ove risedeva in qualità di Viceconte il
fratello Ferrante. Fra Giuseppe Bitonto, nello stesso giorno in cui
partiva da lui fra Dionisio, si recava in S. Giorgio e quivi chiamava
un suo cugino Cesare Pisano e con lui raggiungeva immediatamente[268]
fra Dionisio in Oppido: di là tutti e tre l'indomani si recarono
insieme a Bagnara e quindi a Messina. Questo Cesare Pisano, figlio di
Fabio, era un giovane di 24 anni, clerico, ma di costumi assai tristi:
una volta avea servito per testimone al Polistina in Napoli contro
fra Dionisio, quando si trattava la causa dell'omicidio di P.^e Pietro
Ponzio, e però al vederselo davanti, fra Dionisio ne rimase turbato;
ma dietro assicurazioni del Bitonto presto s'acquetò. Trattavasi
di uno di quelli che poteano servire nell'impresa disegnata, e non
appena in viaggio, tra Oppido e Bagnara, fra Dionisio si occupò subito
di catechizzarlo col metodo da lui prescelto, assistendolo pure fra
Giuseppe Bitonto in tale ufficio: cominciò a dire che non c'era Dio,
non c'era altro Dio che la natura, inezia la confessione, inezia il
temere di far peccato, fra Tommaso Campanella avrebbe fatte nuove
leggi essendo quasi un Messia; gli annunciò inoltre una fazione di
grande importanza che si volea fare, per la quale occorrevano uomini
di valore ed alla quale volea che avesse preso parte, giacchè sarebbe
stata l'esaltazione sua, ma per allora non gli spiegò di che si
trattasse. Giungendo a Bagnara e fermandovisi due giorni, fra Dionisio
che era stato invitato a predicare vi fece una delle sue buone prediche
sull'Evangelo, poichè, come diceva al Pisano, «sapeva predicare l'uno
e l'altro». A Messina si trattennero circa sei giorni, dimorando i
due frati nel convento de' Domenicani, e Cesare Pisano all'osteria:
ritornarono quindi per la stessa via di Bagnara, e si ridussero,
fra Dionisio ad Oppido presso il fratello Ferrante, il Pisano a S.
Giorgio, il Bitonto a Condeianni. Ma dopo circa dieci giorni, fra
Dionisio accompagnato da un fra Giuseppe Jatrinoli e da un giovanotto
a nome Giuseppe Grillo figlio naturale di Gio. Alfonso, tornò a
Condeianni; quivi si unì al Bitonto ed anche al Pisano che vi era
venuto da S. Giorgio, e tutt'insieme si diressero a Stilo per vedervi
il Campanella[269]. In questo secondo viaggio si fermarono prima alla
Motta Placanica, ove alloggiarono nel convento, l'indomani si recarono
a Stignano, e là furono a pranzo in casa di Gio. Alfonso Grillo che
era di Oppido ma dimorava a Stignano, coll'intervento di fra Domenico
Petrolo, di un D. Marco Petrolo e di Geronimo Campanella padre di fra
Tommaso, quindi passarono a Stilo menando con loro anche fra Domenico:
non trovarono là fra Tommaso, ed avendo saputo che era in Monasterace
vi si recarono immediatamente, rimanendo a Stilo il solo Giuseppe
Grillo; in Monasterace poi si fermarono appena tre ore, e preso con
loro il Campanella si ridussero tutti insieme a Stilo. Vedremo fra poco
quali furono i discorsi scambiati col Campanella, ma per ora importa
dire che nel pranzo di Stignano fra Dionisio fece uno de' suoi maggiori
sproloquii, evidentemente per catechizzare Cesare Pisano e Giuseppe
Grillo; e disse che non c'era Dio nè Trinità al modo che si crede,
sibbene uno spirito che governa e move il tutto, che Dio era la natura,
che non c'erano diavoli, nè inferno, nè purgatorio, nè paradiso, che
Cristo non era vero figlio di Dio ma un semplice Nazareno, che il
sacrificio della Messa facevasi per bere, che nell'ostia non c'era
Cristo e potea rilevarsi dal fatto che la mangiano i vermi, che fra
Tommaso Campanella volea predicare e fare nuove leggi e nuovi statuti,
ed egli con lui, portando gli uomini alla libertà naturale. Gli altri
frati applaudivano e commentavano, e ne sembravano intesi del pari i
due Petrolo, i quali del resto andavano e venivano (come probabilmente
faceva anche Geronimo Campanella) per rendere servigi agli ospiti, ma
pure non mancavano d'interloquire; p. es. fra Domenico Petrolo diceva
al Pisano, «che ti credi, che ci sia Dio Padre quel barbuto come si
dipinge?», e tutti i frati continuavano separatamente a dire qualche
cosa dello stesso genere. Così si sarebbe parlato contro la verginità
di Maria, contro i miracoli di Gesù ed anche de' Santi, contro le
relazioni tra Gesù e S. Giovanni, contro le prescrizioni della Chiesa,
contro l'istituzione monastica di ambo i sessi, contro l'autorità
e la moralità del Papa, de' Cardinali e de' Vescovi; fra Dionisio
vi avrebbe pure narrato il solito fatto osceno contro il Sacramento
dell'altare, aggiungendovi inoltre il fatto di un Inglese che in Roma
diè un pugno al Sacramento senza alcuna conseguenza miracolosa, ma fu
poi bruciato vivo d'ordine del Papa; e si può dire che queste ultime
proposizioni furono probabilmente enunciate, mentre sulle altre rimane
qualche dubbio[270]. Con ciò si sarebbe parlato ancora di progetti
del Campanella in un modo esageratissimo e scempiato; che egli era il
vero legislatore e il vero Messia, che con la sua predica e dottrina,
e col valore de' tanti che lo seguivano, avrebbe levato la fede di
Cristo e si sarebbe impadronito del mondo; ma infine segnatamente fra
Dionisio e il Bitonto gli comunicarono la risoluzione di ribellare il
Regno e sottrarlo al dominio del Re di Spagna, e che per questo effetto
aveano concerti con molti fuorusciti, ed anche con molti gentiluomini
e Signori, tra' quali il Marchese d'Arena ed altri. Finalmente poi
questi frati, compreso fra Domenico Petrolo, conchiusero che bisognava
far parlare il Pisano col Campanella. — Come dicevamo, non trovarono
il Campanella a Stilo ed andarono a cercarlo a Monasterace. In questa
traversata s'incontrarono con Marcantonio Contestabile, Gio. Tommaso
Caccìa ed un altro fuoruscito abbastanza rinomato per molti delitti,
Gio. Francesco d'Alessandria, i quali si recavano del pari a Stilo
presso il Campanella, e continuarono la loro via, probabilmente dietro
l'assicurazione che fra Dionisio e compagni andavano a prenderlo e tra
poco sarebbero tornati con lui. Essi trovarono infatti il Campanella
a Monasterace, in casa della S.^ra D.ª Eleonora insieme col Marchese
d'Arena, e seppero che vi stava già da sei giorni. Il Campanella prese
subito licenza da questi Signori, e poco dopo, accompagnato da tutta la
comitiva venuta a rilevarlo, tornò a Stilo. Durante il viaggio gli fu
presentato il Pisano come uno degli amici; stando a cavallo gli domandò
se era prete di Messa, e udito che era chierico, tenne qualche discorso
con lui dilucidandogli alcuni dubbi. Secondochè il Pisano potè capire
e riferire col suo limitato intelletto, il Campanella gli avrebbe
confermato che non ci era vita futura, dicendo che i corpi nostri
erano come quelli de' bruti e che le anime nostre si convertivano in
non essere; quanto poi all'essenza di Dio, gli avrebbe detto di star
contento a ciò che i frati gli aveano significato, trattandosi di
cose troppo elevate per la sua intelligenza; così il Pisano rimase
persuaso che quanto gli era stato detto da' frati veniva approvato dal
Campanella[271].
Prima di andar oltre riesce necessario chiarire un poco tutto questo
andirivieni. Vi sarebbero due maniere di spiegarlo; o che fra Dionisio,
con la sua tendenza a vagare e col bisogno di una compagnia, tanto
per soddisfare alla sua indole ciarliera quanto per provvedere alla
sua sicurezza personale, sia andato fino a Messina per fare qualche
acquisto associandosi a qualche compagno di viaggio, e poi abbia fatto
lo stesso nel volersi recare a Stilo; ovvero, con l'impegno di trovare
amici ed alleati per l'impresa da doversi compiere, siasi rivolto al
suo germano Ferrante e ad altri individui di sua conoscenza, e tra
essi a que' frati, che potevano fare al caso suo e raggranellare anche
qualcuno, principalmente poi abbia adempito ad una missione segreta
in Messina, e sia venuto da ultimo presso il Campanella per dar conto
di questa missione e di tutti gli altri maneggi, presentando i frati
amici insieme co' primi saggi della loro raccolta. Quando più tardi si
dovè rendere ragione di questi viaggi ne' tribunali, si disse appunto
che fra Dionisio era andato a Messina per comperar pepe, tostati e la
Biblioteca Santa del Sisto, come il Bitonto per comperar materassi;
del viaggio sussecutivo a Stilo non si rese ragione alcuna, e solo il
Bitonto accennò all'essere andato a Stilo per pregare il Campanella
che gli facesse avere l'incarico di qualche predicazione. Tutto ciò
è possibile, ma è possibile anche l'altra versione, specialmente se
si tengano presenti tutte le circostanze anteriori e posteriori: a
noi pare molto accettevole la seconda maniera di spiegare la cosa,
e giungiamo fino a credere che fra Dionisio abbia potuto andare in
Messina per far arrivare cautamente al Cicala qualche sua lettera,
giacchè un documento da noi trovato nell'Archivio di Spagna in Simancas
ci mostra che appunto in questo tempo da Messina e dalla casa stessa
del Cicala partivano le informazioni che costui desiderava, e poi,
alcuni anni dopo, si vide fra Dionisio scappato dal carcere riparare
appunto in casa del Cicala a Costantinopoli[272]. Il viaggio a Messina
fu più tardi minutamente vagliato intorno all'eresia e non intorno
alla congiura: noi non vorremmo menomamente sembrare più crudeli del
crudelissimo Avvocato fiscale che tanto aggravò la causa di questi
disgraziati, e però ci limitiamo ad enunciare la nostra idea e ad
abbandonarla alla meditazione de' lettori, ma ricordando che nel tempo
in cui fra Dionisio si recava a Messina, Maurizio non aveva ancora
avuta occasione di andar lui presso i turchi. Certamente poi da tutto
l'insieme de' fatti successivi, ed anche soltanto da' fatti che si
verificavano in quei giorni, si ha motivo di ritenere che i suddetti
viaggi si connettevano col lavoro per la congiura.
In Stilo non sappiamo veramente quali discorsi siano stati allora fatti
tra il Campanella e que' frati: sappiamo solo che l'indomani parlarono
a lungo tra loro senza l'intervento del Pisano e del Grillo, e poi,
rimanendosi fra Dionisio, ciascuno degli altri prese la volta della
sua dimora. Ma vi erano già arrivati anche Marcantonio Contestabile
col Caccìa e con Gio. Francesco d'Alessandria, il quale era stato
sollecitato propriamente dal Caccìa. Nemmeno sappiamo i discorsi fatti
col Contestabile; c'è tuttavia ogni ragione di credere che costui abbia
dovuto egualmente render conto de' suoi maneggi e de' compagni che avea
trovati. Sappiamo solamente i discorsi fatti dal Campanella in presenza
del Caccìa e del D'Alessandria, secondochè li rivelò poi il Caccìa nel
processo della congiura, ma, come abbiamo già avuta occasione di dire,
alle rivelazioni del Caccìa non si può troppo aggiustar fede, essendo
state fatte fra tormenti atroci. Secondo il Caccìa, nella sua cella
insieme con fra Dionisio, il Campanella manifestò loro la congiura
e i preparativi che già si faceano: ripetè che in quell'anno 1599 e
1600 dovevano esservi le grandi mutazioni, affermò che ci erano molti
altri congiurati per fare le Provincie di Calabria repubblica, con
l'aiuto anche del Turco e d'altri Signori, manifestò che «Mauritio e un
altro di Reggio di Casaspano (_sic_) haveano fatto una gran quantità
di forusciti», e che lui, il Campanella, «voleva essere Monarca del
mondo et dare nova legge»[273]. In verità non apparisce credibile che
quest'ultima proposizione abbia potuto essere stata detta ad un uomo
come il Caccìa, e però tutta la rivelazione sua rimane infirmata:
può ammettersi solamente che Gio. Francesco d'Alessandria dovè essere
catechizzato nel senso delle prossime mutazioni e rivoluzioni, e tutti
doverono essere infervorati a star pronti e a cercare altri compagni.
Tre giorni durò la permanenza di questi fuorusciti nel convento di
Stilo: il Campanella e fra Dionisio rimasero soli, ma per brevissimo
tempo; giunse in fretta il Bitonto e fu necessario che il Campanella,
insieme con lui e fra Dionisio, si mettesse di nuovo in viaggio.
Passiamo a dire ciò che era accaduto.
Nel partire da Stilo, fra Giuseppe Bitonto e fra Giuseppe di Jatrinoli
furono accompagnati da Cesare Pisano fino alla Motta Placanica; di
là, separandosi dal Pisano, proseguirono fino a Castelvetere e si
fermarono nel convento del loro Ordine; e sia per accidente, sia con
premeditazione, videro un Felice Gagliardo di Gerace che stava nelle
carceri di Castelvetere e tennero con lui un abboccamento. Questo
Felice Gagliardo ci darà molto da dire nel sèguito della nostra
narrazione. Giovane a 22 anni, di molto ingegno e di nessuna coscienza,
temerario e peggio, avea preso moglie in Condeianni ma dimorava in
Gerace con un Pietro Veronese suo patrigno, ed entrambi menavano
pessima vita: nel Grande Archivio abbiamo intorno a loro trovato un
documento che mostra come fin da due anni prima si dilettassero di
grassazioni e di furti[274]. Vedremo più tardi che Felice, stando poi
carcerato in Napoli, continuava a tenere corrispondenza con una banda
di fuorusciti, alla quale non era estraneo il Veronese e della quale
facea parte un suo fratello a nome Lucio, che andò a finire ucciso
come bandito con taglia, e Felice medesimo, liberatosi da' travagli
per la congiura e l'eresia, andò poi a finire sul patibolo per delitti
comuni. Egli avea da due anni conosciuto il Bitonto che era stato in
Condeianni a predicare: in sèguito, essendo sorta inimicizia tra lui e
il proprio cognato a nome Felice Regitano, gli avea tirato un colpo di
fucile, per la qual cosa si trovava in carcere. Secondo il Bitonto, il
Gagliardo lo chiamò per raccomandarsi che avesse pregato i suoi parenti
in suo favore, procurandogli la remissione da parte loro; ma ciò non
toglie che il Bitonto, a quanto pare, avesse fatto assegnamento sopra
di lui per la ribellione; di fatti gli avrebbe detto di voler procurare
l'accomodamento in Condeianni, e frattanto stesse di buon animo, chè
vedrebbe succedere cose le quali gli sarebbero di grandissima utilità.
Giunto a Condeianni, non mancò di trattare co' parenti del Gagliardo,
ma costoro si negarono affatto: pertanto Cesare Pisano veniva
carcerato, e il Bitonto dovè occuparsi di lui. — Di ritorno dal viaggio
fatto, Cesare Pisano si era appropriata una giumenta del Principe
della Roccella, che era pure Marchese di Castelvetere, e però fu preso
dagli ufficiali del Principe e tratto alle carceri di Castelvetere: il
Bitonto gli avrebbe detto che andasse di buon animo, che troverebbe là
Felice Gagliardo amico suo; frattanto cercò subito che il Campanella e
fra Dionisio parlassero al Principe della Roccella in favore di Cesare,
e così ebbero a mettersi di nuovo in viaggio tutt'insieme per tale
scopo.