Stilo, quella de' Contestabili e quella de' Carnevali, fu commessa
al Campanella dal medesimo Auditore David che non aveva potuto
riuscirvi: questo risulta dalla Dichiarazione che fu poi scritta da
fra Tommaso, e mostra la considerazione di cui godeva non solo presso
i cittadini di Stilo ma anche presso gli Agenti del Governo. Documenti
da noi rinvenuti, nell'Archivio di Stato e nel Carteggio del Nunzio
Aldobrandini, ci mettono in grado di far conoscere gl'individui delle
due famiglie e taluni particolari che riflettono la loro inimicizia.
La famiglia Contestabile componevasi allora di Paolo padre, Porfida
madre, Giulio, Geronimo, Fabio e Marcantonio figli; Geronimo di
Francesco avea sposato Laudomia sorella di costoro. La famiglia
de' Carnevali era più sparpagliata: in una casa dimorava Prospero
Carnevale col fratello Gio. Francesco vecchio sacerdote, e col figlio
Fabrizio Arciprete; in un'altra casa dimorava Gio. Paolo altro figlio
di Prospero con la sua famigliuola; in una terza casa gli altri figli
di Prospero, Fabio e Tiberio (il medico, trasferitosi poi in Napoli
come abbiamo già visto). Causa dell'inimicizia il solito gusto della
prepotenza, col dominio segnatamente nell'amministrazione della città.
De' Contestabili il più giovane, Marcantonio, era manesco e violento
oltremodo: le scritture dell'Archivio di Stato lo mostrano omicida
già prima del 1595, il Carteggio del Nunzio lo mostra fuoruscito per
tentato omicidio in persona di Gio. Paolo Carnevale, il processo di
eresia del Campanella ce lo mostra feritore dell'altro fuoruscito che
soleva accompagnarlo, il Caccìa, mediante colpo di archibugio; del
resto tutti i Contestabili si comportavano con alterigia e violenza,
come lo mostra un documento che non ammette replica, proveniente dal
governatore o capitano di Stilo. I Carnevali non avevano qualcuno
de' loro da opporre a Marcantonio Contestabile, ed interessarono per
questo un amico, Maurizio De Rinaldis di Guardavalle a que' tempi
casale di Stilo, parimente giovane, nobile e fuoruscito per omicidio;
costui naturalmente veniva favorito in tutti i modi da' Carnevali
e loro parenti, e così D. Gio. Francesco e D. Fabrizio Carnevale si
trovavano da Geronimo Contestabile e Geronimo di Francesco accusati
presso il Nunzio di negoziazione illecita e ricetto di banditi, e il
Nunzio li aveva citati a comparire, e per tale motivo figurano nel suo
Carteggio. Con questi due gagliardi a fronte, Marcantonio e Maurizio,
sostenevasi l'inimicizia, e non occorre dire quanto il paese ne fosse
turbato: nel corso del processo del Campanella, essendo accaduto di
doverne parlare, Giulio Contestabile depose che l'inimicizia esisteva
tra Paolo suo padre e Prospero Carnevale, e tra lui Giulio e Gio.
Paolo Carnevale; ma ognuno intende che egli volle attenuare le cose
e porre nell'ombra il fuoruscito Marcantonio[252]. Secondo ciò che
il Campanella scrisse nella sua Dichiarazione, egli menò innanzi gli
accordi fino a doversi «ratificare la pleggeria della pace», e però
ebbe ad intrattenersi più volte con entrambe le parti e loro aderenti,
e poi anche co' fuorusciti che ne rappresentavano il braccio forte: ma
è lecito dubitare che avesse raggiunto tale risultamento, e che per
raggiungerlo vi fosse bisogno della presenza de' fuorusciti. Ad ogni
modo Marcantonio Contestabile, insieme al Caccìa, dimorò otto giorni
nel convento di S. M.ª di Gesù, dove stava sicuro pel dritto di asilo;
i suoi parenti, e massime Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco,
vi accedevano tanto più spesso, e molti discorsi furono in tale
circostanza scambiati col Campanella intorno alle future mutazioni.
Maurizio, secondochè poi disse il Campanella, chiedeva di poter
dimorare anche lui nel convento, ma il Campanella non volle, forse
perchè temè qualche possibile scena violenta tra lui e Marcantonio, e
difatti essi rimasero sempre separati; si trattenne quindi nella casa
di D. Gio. Jacovo Sabinis sacerdote, cognato di Gio. Paolo Carnevale,
dove il Campanella lo vide andandovi di sera insieme con fra Dionisio
e Gio. Gregorio Prestinace grande amico suo e compare di Maurizio; ma
poi Maurizio venne anch'egli di sera nel convento, in sèguito vi venne
pure di giorno, e naturalmente una gran parte de' colloquii cadde sulle
mutazioni e sul miglior modo di profittarne. I discorsi scambiati su
questo tema debbono essere minutamente riferiti e vagliati; ci occorre
intanto dire che la pace non si effettuò, la qual cosa non può far
meraviglia a chi consideri come si effettuavano allora le paci. Per
regola se ne occupava un Auditore a ciò delegato dalla R.ª Audienza,
e le parti, dietro concessioni reciproche, finivano per sottoscrivere
un atto, dando la parola _sub nomine Regio_ al pacificatore e la fede
vicendevolmente e personalmente tra loro, con promessa ed obbligo
sotto determinata «pena pecuniaria et etiam corporale», di non dover
più, dopo la data parola e fede, mostrarsi nemici. Naturalmente a
tutto ciò non prendevano parte i fuorusciti, i quali si trovavano
fuori la legge, ed avevano la missione pura e semplice di fare un
aggravio e difendere da un aggravio, o per lo meno far paura mostrando
la forza e potenza della parte che li sosteneva in campagna. Laonde,
nel caso attuale, si capisce poco che Marcantonio e Maurizio fossero
venuti per «ratificare la pleggeria della pace»; si capisce un po'
meglio che Maurizio fosse venuto «per farsi vedere a Marc'Antonio
Contestabile, acciò li Contestabili sapessero che i Carnelevari ancora
hanno gente armata et non hanno paura», secondochè espose egualmente
il Campanella nella Dichiarazione medesima. Con siffatta disposizione
degli animi, con la presenza di persone armate di tutto punto, come
le descrissero di poi nel processo diversi testimoni oculari, la pace
non poteva effettuarsi; ma potè effettuarsi una tregua, e certamente
vi contribuirono non poco i discorsi ed anche i progetti intorno alle
mutazioni. Consecutivamente, nel processo, Giulio Contestabile disse
aver lui rotta la trattativa, poichè avendone scritto a suo fratello
Geronimo il quale dimorava in Napoli, costui rispose che il Campanella
era stato inquisito di eresia e che perciò non voleva si trattasse con
simile persona, onde poi essendo stata da lui divulgata la cosa, il
Campanella gli divenne inimico capitale: ma si ravvisa qui facilmente
il solito ripiego della inimicizia capitale, che si costumava mettere
innanzi per invalidare le deposizioni contrarie; Giulio, nel tempo di
cui trattiamo, era e rimase uno de' più fervidi seguaci del Campanella.
Si direbbe che il Campanella, in mezzo a quella balda gioventù, a
contatto di que' focosi e audaci fuorusciti, la cui esuberanza di
vita poteva esser diretta a uno scopo tanto migliore, non abbia
veduto più alcuno ostacolo all'attuazione de' suoi disegni: di certo
in pochi giorni egli si spinse incomparabilmente più di quanto avea
fatto sin allora, ma pur sempre con cautela e circospezione. Sin
allora, tra' discorsi generali intorno alle mutazioni e alla santa
repubblica che dovea godersi prima della fine del mondo, egli aveva
appena lasciato intravvedere in privato, alle persone intime, che le
profezie additavano segnatamente lui stesso, che parevagli averlo
Iddio «eletto proprio a insegnare la verità et levare molti abusi
grandi che regnavano nella Chiesa», come disse a fra Domenico Petrolo e
separatamente anche al Pizzoni: ma a fra Pietro di Stilo sappiamo che,
presente l'altro amico Gio. Gregorio Prestinace col quale confabulava
in segreto spessissimo, egli due volte avea fatto conoscere come
godendo l'influsso di sette pianeti ascendenti favorevoli si aspettava
di essere Monarca del mondo; la quale proposizione, tenendo conto del
linguaggio fratesco, potrebbe anche semplicemente significare che si
aspettava di essere capo di uno Stato. Inoltre si era lasciato sfuggire
di bocca certi principii meno ortodossi, che aveano scandalizzato
qualcuno, ma non già tutta quella massa di principii eretici, veri e
supposti, che emerse in sèguito e che si deve riferire ad un periodo
posteriore. Difatti, fra Francesco Merlino, al quale non vi è ragione
di negar fede, trovandosi priore in Placanica ed avendo scambiate varie
visite col Campanella, poteva affermare solamente di avere udito dire
da lui che nel mondo si vive a caso, aggiungendo che molte cose furono
dette dopo la carcerazione senza sapersi come uscissero in campo. Fra
Gio. Battista di Placanica, al quale si può del pari aggiustar fede,
avendo dimorato nel convento di Stilo dal febbraio all'aprile dello
stesso anno, poteva affermare qualche cosa di più, ma non altro che
questo: che il Campanella parlava degli atti venerei in modo da far
credere che non costituissero veramente peccato, dicendo essere ogni
membro destinato a certe funzioni, e certi organi fatti appunto per
gli atti venerei; che paragonava la legge de' Turchi con quella de'
Cristiani e la lodava in certe cerimonie; che giudicava inutili tanti
Ordini religiosi, ritenendoli baie fatte per tener quieti i popoli;
che non credeva poter le Messe giovare alle anime de' defunti quando
il celebrante fosse in istato di peccato mortale; che discorrendo una
volta dell'inferno con alcuni suoi discepoli avea detto «che inferno,
che inferno!» Aggiungeva poi che avendo il Campanella domandato a
Mons.^r di Squillace ed al Provinciale la licenza di predicare in
Monasterace, la licenza non gli fu concessa, ed in tale occasione
si era spinto a dire qualche cosa in dileggio della scomunica. Forse
anche dietro tale circostanza accadde, che avendogli il povero padre
suo raccomandato di accettare una predicazione offertagli dalla città
di Stilo col compenso di 200 ducati (verosimilmente la predicazione
Quaresimale) per venire in aiuto alle sorelle che erano «pezzenti»,
egli disse che «non voleva fare l'officio di Cantanbanco»; per le quali
parole rivelate da taluno di Stignano, insieme col fatto dell'avere
fra Tommaso divinato l'avvenire de' suoi fratelli, e dell'essersi
occupato a scrivere quel tale libro che non l'avea scritto nè Luca nè
Giovanni, il povero Geronimo fu poi menato innanzi al S.^to Officio in
Napoli. Del resto non bisogna nemmeno credere che il Campanella avesse
sempre manifestato con serietà proposizioni incriminabili, mentre,
comunque i suoi biografi ce l'abbiano descritto grave e cogitabondo
perchè filosofo, è certo invece che soleva di continuo burlare e
motteggiare specialmente i frati, e la tendenza sua a motteggiare,
come al contraddire, era spesso il movente di altrettali proposizioni.
Talora il suo motteggio riuscì davvero scandaloso; infatti più volte
nell'incontrare alcuni frati di S. Francesco della Scarpa (altro
convento di Stilo) mentre andavano nella loro Chiesa, alludendo a Gesù
crocifisso egli si pose a dire, «dove andate? andate ad adorare un
appiccato!» «Cose fratesche, cose ociose» le definiva fra Pietro di
Stilo, aggiungendo sul Campanella, «quando burlava con li frati... dico
che era malo», e a fra Pietro si può credere pienamente[253].
Ma ne' colloquii con Maurizio, con Marcantonio e Gio. Tommaso Caccìa,
co' parenti o aderenti di costoro e con gli amici suoi che in questo
tempo frequentavano pure la sua cella, egli si pose ad eccitare
vivamente ciascuno che volesse profittare delle mutazioni, che volesse
concorrere e trovare molti compagni i quali concorressero a fondare
la repubblica, indicando il modo, disegnando il tempo e le alleanze,
prevenendo e combattendo le obbiezioni, manifestando alcune riforme
civili ed anche religiose che bisognava introdurre, atteggiandosi
francamente a riformatore e legislatore; e fra Dionisio si pose a
secondarlo, bensì con certi modi tutti suoi, e i più infiammati si
posero a numerare le forze e gli amici; di poi ciascuno più o meno,
non escluso il Campanella medesimo, si occupò veramente di procurare
amici e di prepararsi al gran giorno. Come fu rivelato ne' processi
consecutivi da Gio. Tommaso Caccìa, e del pari da fra Pietro di Stilo
e dal Petrolo (ciò che mostra la credibilità delle rivelazioni del
Caccìa), frequentavano la cella di fra Tommaso e parlavano segretamente
con lui, oltre Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco cognati,
Gio. Gregorio Prestinace «amico e familiare di notte e di giorno»,
Fulvio Vua, Tiberio Marullo; inoltre Scipione Marullo figlio di
Tiberio, D. Gio. Jacovo Sabinis, Giulio Presterà, Francesco Vono,
Fabrizio Campanella e Paolo Campanella, i quali ultimi sappiamo che
dimoravano in Stignano. Erano le dette persone di Stilo, per la massima
parte, delle migliori famiglie della città e ne' migliori anni della
loro gioventù, come ci risulta da' documenti che per alcuni ci è
riuscito di trovare; a ragione quindi il Campanella nelle sue Difese
potè dire, che non si propose di servirsi soltanto di fuorusciti, i
quali del resto considerava meno come nemici del Re che come uomini
armati, menandoli nella retta via, ma «si propose di servirsi ancora
di uomini dabbene non fuorusciti come dal processo è comprovato»[254].
A costoro si deve aggiungere un fra Scipione Politi conventuale di S.
Francesco, che poco prima o poco dopo questo tempo rimanea sovente a
pranzo col Campanella e qualche volta rimase con lui anche di sera,
come fu attestato da fra Pietro di Stilo. Ma se tutti costoro ebbero
colloquii intimi col Campanella, per la più gran parte di essi,
riuscita a sfuggire alle ricerche del Governo, ce ne sono rimasti
ignoti i particolari, mentre il Campanella soleva sempre parlare
a non più di uno o due amici per volta: ed è facile intendere che
segnatamente i particolari de' colloquii in persona di Gio. Gregorio
Prestinace, amico sviscerato del Campanella e compare di Maurizio,
sarebbero riusciti importantissimi, come pure, ad un grado minore
ma sempre cospicuo, quelli in persona di Marcantonio Contestabile;
possediamo intanto quelli nelle persone di Giulio Contestabile e
Geronimo di Francesco, del Caccìa, di Maurizio, ed essi valgono a farci
capire gli altri che ci mancano. Eccoci dunque a darne conto e senza
parsimonia, anche a costo di doverci ripetere quando avremo a narrare
lo svolgimento de' processi; giacchè possiamo desumere le notizie di
tali colloquii, come di tutto l'andamento della congiura, solo da ciò
che ne' processi si raccolse, e quindi siamo costretti a riferire le
deposizioni ed anche a discutere la credibilità di esse ogni volta;
così le ripetizioni riescono inevitabili e non può accadere altrimenti,
semprechè non si voglia un racconto della congiura meramente fantastico
o per lo meno non documentato.
I colloquii con Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco furono
esposti dal Campanella medesimo nella sua Dichiarazione, e naturalmente
riescono del tutto a carico di costoro, verso i quali il Campanella era
allora animato da fortissimo risentimento, avendone avuto un orribile
voltafaccia: ma apparirà evidente che per fare e dire come questi
due fecero e dissero, aveano dovuto essere stati già eccitati dal
Campanella, il quale del resto, anche in altri casi analoghi, parrebbe
che procedendo con molta circospezione avesse talvolta eccitato
gl'interlocutori a pronunziarsi, senza che egli medesimo si fosse
pronunziato troppo. Giulio dunque si mostrava molto infiammato contro
Spagna, ed un giorno nella stanza del Campanella, presente il Petrolo,
calpestò ed ingiuriò l'immagine del Re Filippo dicendo «guarda a chi
stamo soggetti, al Re delli uccelli»; e si lagnava degli ufficiali
Regii e degli spagnuoli, che gli aveano posto il padre in prigione,
favorendo, secondo lui, i Carnevali; e diceva che più volte era stato
disposto ad andare in Turchia e che co' turchi si aiuterebbe, e altre
volte vantavasi di avere, nell'anno precedente, concertato con alcuni
soldati spagnuoli di ribellarsi perchè il Re non li pagava. Geronimo
di Francesco poi mostravasi non meno infiammato: si lagnava di aver
dovuto spender molto delle sue sostanze pe' lunghi travagli patiti,
e diceva di avere speranza solo nelle mutazioni che si aspettavano,
avvertendo il Campanella che non si esternasse con Giulio suo cognato
perchè era amico infedele, ma che al tempo del negozio avrebbe fatto
molto, perchè era astuto e sagace. L'uno e l'altro poi, quando il
Campanella diceva che sarebbero avvenute mutazioni, affermavano che
vi avrebbero avuto gran parte, e indicavano Marcantonio come colui
che aveva a sua disposizione molti banditi, ed amici e parenti, la
qual cosa il Campanella giudicava esser bene, poichè succedendo una
guerra si potea stare con chi vincesse. Ed una volta che il Campanella
diceva loro che la terra di Stilo non avea bisogno di presidio, come
era stato notato dal Principe di Squillace, perchè tutti i passi sono
stretti, essi affermavano che vi starebbero per liberarsi dal Governo
spagnuolo, e numeravano i molti amici di Marcantonio, il figlio di
Nino Martino con molti altri della piana (piana di Terranova), i
Grassi con cinquanta compagni, i molti parenti di Mesiano patria della
madre de' Contestabili[255]. A queste rivelazioni potremmo aggiungere
anche un'altra tratta da deposizioni di altri individui, che cioè il
Di Francesco voleva dal Campanella uno spirito familiare per vincere
al giuoco; ma ci preme tener dietro alla faccenda della congiura.
I due cognati dunque avrebbero con Marcantonio, e con tutti que'
fuorusciti e parenti, liberato Stilo da Spagna, e poi? I colloquii
con altre persone, rivelati da chi non aveva un interesse diretto a
nascondere qualche cosa, rispondono a tale dimanda. — Veniamo a Gio.
Tommaso Caccìa. Con questo giovane bandito di Squillace, di soli 25
anni ed abbastanza incolto quantunque clerico, dipendente in tutto da
Marcantonio Contestabile, i colloquii non furono molto larghi, eppure
forniscono qualche utile notizia[256]: il peggio è che essi risultano
dalle deposizioni del Caccìa medesimo, e queste, per abuso, furono
fatte anche nel tribunale laico fra tormenti atroci, e nel tribunale
ecclesiastico fra gravi paure e seduzioni. Egli seppe da Marcantonio
che il Campanella era un grande uomo, e presso di lui vide e conobbe
Dionisio: trovatosi una volta solo col Campanella, ebbe curiosità
di dimandargli qualche cosa intorno alla magia, ma il Campanella lo
chiamò sciocco, perchè credeva a' diavoli e all'inferno. Frattanto,
nel parlare con Marcantonio, il Campanella diceva di voler fare nuove
leggi, migliori di quelle de' Cristiani, e che quando predicherebbe
si sarebbe conosciuta la verità, e volea perfino far mutare il modo
di vestire solito, «et volea che si portasse una giobba longa o
sia veste» (qualche cosa di ciò che fu poi scritto nella Città del
Sole). E diceva che presto doveano esservi mutazioni, sollevazioni e
rivoluzioni, perchè così conosceva per scienza, astrologia e profezia,
e perciò beato chi si trovasse armato, ed ognuno dovea star pronto e
cercare di avere amici, che gli sarebbe stato utile assai. E una volta
Giulio Contestabile, dopo di avere parlato segretamente col Campanella,
dimandò al fratello Marcantonio: ebbene Marcantonio che ne dici?
sarà vero ciò che dice fra Tommaso? E Marcantonio: troppo sarà vero e
presto lo vedrai. Così egli poi, il Caccìa, si diede a cercare qualche
amico, e condusse al convento un altro fuoruscito, Gio. Francesco
d'Alessandria, e fece varii altri giri presso il Pizzoni, presso
Dionisio etc. come vedremo a suo tempo.
Passiamo a' colloquii avuti con Maurizio de Rinaldis, colloquii
d'interesse capitale, poichè, dopo il Campanella, egli fu il soggetto
più importante in questa faccenda, onde a ragione, nelle lettere al
suo Governo, il Residente di Venezia in Napoli lo indicò qual «capo
secolare della congiura». Appunto per tale circostanza è necessario
dare qualche notizia di più intorno alla persona sua: per disgrazia
i documenti ci fanno difetto in modo straordinario; non di meno
abbiamo tanto da poter mettere la sua nobile figura nel posto che le
compete. Giovane a 27 anni, sposo a Giulia Vitale da cui avea avuta
una figliuoletta a nome Costanza, apparteneva ad una delle più nobili
famiglie di Stilo, che dimorava in Guardavalle, a que' tempi, come
abbiamo già detto, casale di Stilo. Tutti gli storici particolari di
Calabria, ripetendosi, parlano de' quattro fratelli de Rinaldis di
Stilo, Patrizio, Nicola, Francesco e Ludovico, cospicui nelle armi, che
furono dichiarati familiari da Carlo V pei meriti loro, ed ottennero di
portare nel loro stemma l'aquila nera imperiale: noi ci siamo ritenuti
in dovere di farne ricerca nell'Archivio di Stato, ed abbiamo rinvenuto
che Nicola e Francesco furono una persona sola, e che vi fu invece un
altro de Rinaldis premiato a nome Antonello, verosimilmente fratello
di costoro, tutti figli di Tommaso de Rinaldis; i lettori potranno
avere ogni cosa sott'occhio, consultando i nostri documenti[257]. Il
Parrino disse Maurizio «persona di non mediocri ricchezze», e vedremo
il Campanella, benchè inesattamente, attribuire la persecuzione e
morte di Maurizio al desiderio ingeneratosi nel fiscale della causa di
avere un feudo che Maurizio possedeva. Secondo le notizie del Residente
di Venezia che ne fece sempre in vita e in morte i più grandi elogi,
egli era stato uomo d'arme, e tale troviamo veramente il costume di
casa sua e de' pochi nobili di provincia non degenerati; avrebbe
allora con ogni probabilità servito nel Battaglione a piedi della
milizia provinciale. Del resto siamo per vederne l'assennatezza, la
preveggenza, l'attività, la forza d'animo anche straordinaria, con la
quale seppe esser superiore ad ogni risentimento e sfidare torture
inaudite, non disgiunta per altro da un attaccamento tenace alla
religione dei padri suoi, attaccamento[258] dichiarato al Campanella
fin da principio, per lo quale s'indusse poi a fare le più larghe
rivelazioni a piè del patibolo «senza alcuna condizione di salvarsi
la vita». Il Campanella dapprima sentì per lui la più viva simpatia,
«per haverlo visto cossì pronto et audace» come si legge nella sua
Dichiarazione; di poi lo proclamò «generoso», lo qualificò un «eroe»,
avendo udito che nelle atrocissime torture non avea rivelato nulla,
come si legge nelle sue Poesie clandestine che oggi abbiamo la fortuna
di poter pubblicare; da ultimo l'infamò con la più grande disinvoltura,
avendo saputo che sotto il patibolo avea fatto rivelazioni, come si
legge nelle stesse Poesie, nella Difesa, e in tutte le altre scritture
analoghe date fuori in sèguito. Vedremo queste cose ampiamente a
tempo e luogo, ma essendo finora conosciuta la sola parte ignominiosa
attribuita a Maurizio dal Campanella, dobbiamo notare che essa non fu
punto vera, premendoci di chiarire le qualità di Maurizio e al tempo
stesso la credibilità delle sue rivelazioni; poichè i colloquii da
lui avuti col Campanella, e tutti i fatti consecutivi, si desumono
essenzialmente dalle sue rivelazioni, le quali sono degne di fede per
loro medesime, più che per vederle appoggiate da quelle degli altri
inquisiti che gli erano stati sempre a fianco. Aggiungiamo che Maurizio
era fuoruscito dal novembre 1598, come fu deposto dal suo cognato e
compagno Gio. Battista Vitale, nobile anche lui ma di un livello morale
abbastanza inferiore[259]: costui disse pure che si erano allontanati
da Guardavalle «per certe pugnalate», e che queste pugnalate avessero
prodotto omicidio lo attestò poi dovunque il Campanella, specificando
nella sua Narrazione essere stati uccisi da Maurizio un suo cugino e
una donna. Gio. Battista Vitale eragli compagno, e solevano insieme
alloggiare in Davoli presso il sacerdote D. Marcantonio Pittella; ma
questa volta, nella venuta a Stilo, Maurizio fu accompagnato solamente
da un suo servitore a nome Tommaso Tirotta, il quale lo attestò nella
sua deposizione, poichè egli pure, egualmente che il Pittella, fu
poi inquisito per la congiura[260]. — Come dicevamo, i colloquii del
Campanella con Maurizio si desumono essenzialmente dalle rivelazioni
di Maurizio, le quali furono di doppio ordine, le une relative alla
congiura fatte nel tribunale laico, le altre relative all'eresia fatte
a Delegati del S.^to Officio; e poichè possediamo le une e le altre, le
prime veramente in brani, ma bastevoli pel caso attuale, le seconde per
intero, invitiamo i lettori a percorrerle, facendo anche il confronto
con ciò che il Campanella espose nella sua Dichiarazione[261]. In
tale confronto si noterà certamente la concordanza da più lati tra
il Campanella e Maurizio, malgrado il molto tempo e i terribili
avvenimenti interceduti; e questo ci sembra anche un argomento non
lieve per giudicare la veridicità di Maurizio egualmente nelle cose le
quali il Campanella, pei bisogni della sua difesa, o tacque o espose
per modo da mostrarne autore Maurizio.
In sostanza, sia pure che Maurizio abbia rivolto al Campanella
le solite dimande sulle mutazioni e su ciò che vi era da fare, il
Campanella, in presenza di fra Dionisio e del Prestinace, lodò che
egli stesse in arme e l'eccitò ad avere molti compagni, poichè in tal
guisa sarebbe divenuto grande, adducendo gli esempi del Caldora, del
Piccinino, del Fortebracci; stigmatizzò con argomenti tratti dalla
Bibbia la nuova numerazione fatta dal Governo (la numerazione de'
fuochi fatta nel 1596, rifatta nel 1598, contro la quale Maurizio non
era in grado di conoscere gli argomenti Biblici); infine gli disse di
voler fondare la repubblica, dandogli animo a concorrervi con amici,
ed egli si offrì. Solamente obbiettò che senza danari non si potea far
nulla, ma il Campanella gli rispose che li avrebbe presi Marcantonio
Contestabile dal Castello di Arena; e gli fece anche intendere che ne
avea parlato ad uomini principali, tra gli altri a D. Lelio Orsini, il
quale dovea venire a governare lo Stato di Bisignano e avrebbe aiutato
l'impresa (supposizione del Campanella, se non artificio). Dichiarò
inoltre Maurizio che non sarebbe intervenuto nè avrebbe condotto
gente, se non avesse vista già cominciata la guerra (la guerra da cui
avrebbero dovuto scaturire le mutazioni di Stato); e il Campanella gli
disse che avrebbe cominciato dal far ribellare Catanzaro, e si convenne
che fra Dionisio, presente al colloquio, sarebbe andato a trovar
gente in Catanzaro per fare la ribellione, onde egli vi acconsentì.
Poi un giorno, essendosi visti alcuni legni turchi, fra Dionisio e il
Campanella dissero voler andare a trattare di quel negozio, facendo
intendere a Maurizio che bisognava cercare l'aiuto e il favore de'
turchi, e fra Dionisio, in compagnia del Petrolo ovvero senza tale
compagnia, mostrò di scendere alla marina per andarvi, sotto pretesto
che dovea riscattare un suo fratello preso da loro; ond'egli più tardi,
all'occasione della comparsa di Amurat Rays in quelle marine, si decise
ad andare lui stesso a trattare, senza esservi stato propriamente
mandato dal Campanella. D'altra parte il Prestinace gli disse che
nella repubblica si sarebbe vissuto in comune, e il Campanella gli
confermò questo, e gli disse pure che la generazione dovea farsi dagli
uomini buoni, cioè valorosi e gagliardi (ciò che fu scritto poi nella
Città del Sole); e il medesimo Campanella disse che voleva aprire i
sette sigilli, che al tempo della guerra avrebbe fatto miracoli, che
intendeva dar libri in volgare e far bruciare i latini, forse alludendo
a' libri della fede, perchè i latini imbrogliavano la gente, ed anche,
parlando de' turchi, ne disse bene, e parlando di Gesù lo disse un
grande uomo dabbene in guisa da far sospettare che non credesse alla
divinità di lui. Maurizio dichiarò che la religione doveva esser messa
da parte, e che non avrebbe mai consentito che se ne fosse trattato;
ma il Campanella gli spiegò che intendeva solamente riformare gli abusi
della religione. Intanto fra Dionisio interloquiva anch'egli, ma sempre
in un senso irreligioso. Un giorno, e forse questa volta d'accordo col
Campanella, notò che il Papa e i Cardinali non rispettavano i precetti
ecclesiastici relativi al digiuno e all'astinenza dal mangiar carne; un
altro giorno parlò di un fatto osceno commesso da un frate coll'ostia
consacrata, e dell'annegamento di un sacerdote avvenuto in Roma
insieme con le ostie che era andato a ritirare da una Chiesa durante
l'inondazione del Tevere, volendo inferirne che l'Eucaristia non
avesse il valore attribuitole, non essendosi verificato alcun miracolo
in tali circostanze; un altro giorno, avendo visto nella Chiesa del
convento Maurizio inginocchiato, gli disse all'orecchio che voleva gli
uomini appunto così, che sapessero fingere. — Dobbiamo aggiungere che
quando Maurizio trovava Giulio Contestabile presso il Campanella, come
accadeva quasi sempre, Giulio non dava a diveder nulla, e Maurizio
seppe dal Campanella la partecipazione di lui nella congiura sol quando
erano stati già da un pezzo carcerati: inoltre che durante i colloquii
fra Pietro di Stilo andava e veniva, ma non vi prendeva alcuna parte.