concetti del Campanella in questo tempo, e l'influenza di essi in
Calabria. Naturalmente noi non li possiamo desumere che da quanto
egli ne scrisse, ma bisogna tener presente che egli ne scrisse in un
tempo in cui dovea salvarsi ad ogni costo; e però le sue affermazioni
vanno accolte fino ad un certo punto. Il lato veramente caratteristico
delle sue affermazioni era rappresentato dal doversi avere un periodo
di felicità prima della fine del mondo. Egli non era uno di quegli
ordinarii Avventisti, de' quali non sono mai mancati gli esempi fino
a' giorni nostri, Avventisti, che predicando essere il mondo vicino
a perire, hanno insegnato doversi oramai pensare solamente all'anima:
egli riteneva che secondo la profezia naturale e divina, prima della
fine del mondo c'era da godere lungamente, e bisognava aspettarsi
mutazioni che avrebbero menato al secolo d'oro, il quale poi era
anche più lungo di quanto la parola stessa potea far supporre, nè
sarebbe avvenuto in modo del tutto facile e piano. Doveano verificarsi
irruzioni di barbari; doveano i Maomettani dividersi sotto due Re,
uno de' quali avrebbe immediatamente abbracciata la fede cristiana
e la repubblica, come poi le avrebbero abbracciate tutti gli altri,
persuadendosi che la glorificazione di Dio era veramente questa
repubblica e non già il loro paradiso; doveano inoltre venire alla
fede anche gli Ebrei, i quali negano il Messia perchè non videro tanta
gloria in Cristo. Doveano venire Gog e Magog ed esser vinti da' Santi;
dovea venire l'Anticristo che si sarebbe sforzato di sovvertire la
repubblica già iniziata, ma del rimanente costui non avrebbe dato da
fare che per soli due anni e mezzo o tre anni e mezzo. E dovea il Re
di Spagna soggiogare tutte le genti e congregare tutti i Regni, facendo
l'ufficio di Ciro, e il Pontefice Romano vi avrebbe regnato costituendo
l'_unum ovile et unus pastor_, la qual cosa sarebbe riuscita utile ad
entrambi, ed anzi al Re più che al Pontefice. Intanto egli co' suoi
calabresi, armati e ritiratisi sulle montagne per difendersi da' nemici
del Re e del Papa, avrebbe dato un piccol saggio della gran repubblica
universale, nè propriamente per acquistarsi uno Stato, ma per fare al
Papa ed al Re un Seminario di uomini illustri nelle lettere e nelle
armi da poter servire nelle missioni di pace e di guerra. Tali sono
le precise parole che leggonsi nelle sue Difese[240]: ma nessuno vorrà
prendere sul serio che egli ritenesse davvero dovervi essere il secolo
d'oro propriamente col Pontefice Romano e con un Ciro della tempra
del Re Filippo III; questo garbuglio di Papa, di Re, e di Seminario
di uomini illustri in loro servigio rasenta la canzonatura. Tutti, non
esclusi coloro i quali si sono rifiutati ad ammettere in lui disegni e
pratiche di congiura, hanno capito che egli avrebbe voluto istituire
ciò che descrisse in sèguito nella sua Città del Sole; e vedremo che
molti cenni intorno alla futura repubblica, emersi nel processo per
bocca de' suoi compagni di sventura, vi corrispondono esattamente.
Senza dubbio egli intendeva il secolo d'oro con un governo sacerdotale,
come l'intendeva anche Platone, vale a dire con un capo politico e
religioso ad un tempo; ma i principii che dovevano campeggiare nel
secolo d'oro, e nella sua repubblica destinata a farlo gustare, erano
ben diversi da quelli del Concilio di Trento e delle Prammatiche
spagnuole. Creda dunque chi vuole alla sua fede nella Monarchia
universale da doversi acquistare da Spagna, e nella Monarchia cristiana
da doversi reggere da Roma; noi ci permetteremo sempre di dubitarne
moltissimo, almeno pel periodo che stiamo svolgendo e che fu appunto
quello in cui egli scrisse la Monarchia di Spagna. Certa solamente
giudichiamo la sua fede nella «profezia naturale e divina» quale egli
l'espose ne' documenti sopra indicati, e però non crediamo che in lui
la maschera del profeta abbia coverto il volto del cospiratore. Ci mena
a ritenerlo la sua devozione costante alla sapienza per istinto divino
e all'astrologia, come pure la qualità medesima della sua impresa;
giacchè, per quanto i più sublimi atti di patriottismo risultino
spesso una sublime follia, riescirebbe incredibile la follia di voler
liberare il suo paese, con mezzi tanto limitati, da una potenza così
sterminata come era a que' tempi la spagnuola, senza la fede in eventi
straordinarii più o meno vicini, e in una grande missione alla quale
per osservazioni proprie e d'altrui si credeva chiamato. Nè riesce
dubbio che egli solo, animato da queste convinzioni, potè con acconci
discorsi ispirare a determinate persone il proponimento audace di
liberarsi dalla signoria spagnuola e costituirsi in repubblica.
La notizia pura e semplice della vicina fine del mondo, come già
altre volte era avvenuto dovunque, avrebbe tutt'al più ispirata a'
calabresi la donazione de' beni alla Chiesa per salvarsi l'anima;
invece in parecchi di loro, stati già in relazione col Campanella e
dediti a raccogliere compagni armati, si trovò non solo la notizia
di vicine mutazioni ma anche la notizia della «prossima apertura de'
sette sigilli», il proponimento della «fondazione di una repubblica»
con norme analoghe a quelle più tardi esposte nella Città del Sole,
e sempre sotto gli auspicii del Campanella, nuovo profeta, nuovo
legislatore, nuovo Messia, dottissimo in tutte le scienze, capacissimo
nella divinazione del futuro, inoltre possessore di spiriti quantunque
egli lo negasse costantemente.
Vediamo ora i particolari della sua azione. Nelle conversazioni
private, uno de' primi cui manifestò dovervi essere una repubblica fu
certamente fra Gio. Battista di Pizzoni. Costui fin dal 7bre 1598,
come affermò il Campanella nella sua confessione _in tormentis_, si
preparava a difendere certe «conclusioni» nel Capitolo da doversi
tenere nel maggio 1599, e tra esse v'era una _de statu optimae
reipublicae_; il Campanella, richiesto di consigli, parlò di questa
repubblica, e disse che si dovea avere prima della fine del mondo
perchè così era profetato[241]. Un altro con cui parlò di mutazioni
e di futura repubblica fu fra Dionisio, dopochè costui venne da Roma
e narrò i particolari dell'inondazione del Tevere, i quali doverono
realmente destare una sensazione profonda; ne parlò quindi certamente
ad altri, e poco dopo, lasciato ogni riserbo, ne fece il tema di una
delle solite prediche nella Chiesa del convento. Il giorno della
Purificazione di Maria, cioè il 2 febbraio (1599), il Campanella
per la prima volta predicò che dovevano esservi presto mutazioni,
naturalmente «nel Regno de Napoli, che fu sempre de revolutione, et
hebbe principio mezo et fine in brieve sotto diverse fameglie... tanto
più che parlando alli popoli li vedea lamentarsi delli Ministri del Re
de molte cose»; era stato sollecitato da molti amici a dire il parer
suo sulle novità che si aspettavano, ed egli si prestò volentieri[242].
Una seconda volta bene accertata predicò sullo stesso tema, nella
Settimana Santa, o meglio subito dopo la Settimana Santa che da altri
documenti sappiamo essersi in detto anno celebrata dal 4 agli 11
aprile, questa volta sicuramente a proposito delle pioggie torrenziali
che contristarono la città[243]. Giusta la deposizione processuale
di un frate suo compagno, «predicando dall'altare sopra la seggia»
egli avrebbe _più volte_ parlato delle profezie e delle mutazioni,
«benvero che nella predica non diceva che quelle profezie parlassero
di sè, ma lo diceva poi»[244]: frattanto bisogna riconoscere che non
vi sono elementi per affermare che queste prediche fatte più volte
siano state fatte veramente spesso; e però il Campanella nella sua
Dichiarazione potè dire che giurava di non aver mai pensato che le
parole _della sua predica_ avrebbero mossa tanta gente. Invece vi sono
parecchi elementi per dire, che diffusa questa voce delle mutazioni
secondo le profezie accertate dal Campanella, molti si dirigevano
a lui per conoscere la cosa più addentro, e in questi colloquii
privati egli parlava con maggior libertà e si estendeva a ragionare
più largamente del secolo d'oro, esprimendo a tempo e luogo qualche
suo pensiero intorno al modo di prepararvisi e di contribuirvi. Tutto
mena a far credere che le prediche siano state poche e poco esplicite,
avendole principalmente destinate a far intendere che il mondo era
sul punto di «andare sottosopra». Ad una di esse, verosimilmente
alla 2ª suddetta, fu presente l'Auditore Annibale David, venuto a
Stilo per trattare la pace tra le famiglie de' Contestabili e de'
Carnevali, e bisognerebbe non conoscere cosa fosse un Auditore, per
ammettere che costui avrebbe potuto lasciar correre la predica laddove
questa gli fosse parsa criminosa. Solamente, giusta una deposizione
che può ritenersi attendibile, durante la predica egli avrebbe una
volta esclamato, «oh s'io potessi dire a modo mio»! con che senza
dubbio riusciva ad eccitare tanto maggiormente la curiosità di coloro
i quali più s'interessavano per le cose nuove[245]. Non fu dunque
un predicatore entusiasta a modo p. es. di fra Girolamo Savonarola;
fu invece un cauto e circospetto agitatore, il quale, senza creare
propriamente un fermento, perocchè questo già esisteva dovunque ed
era più vivo in Calabria, col suo prestigio non solo lo favorì, ma
col minore strepito possibile lo diresse ad uno scopo patriottico
anzi umanitario. Tutti gli dimandavano spiegazioni, massimamente i
cittadini più animosi e avversi alla signoria spagnuola, i fuorusciti
tanto più avversi al Governo per le loro speciali condizioni, i Signori
e gli ufficiali stessi del Governo. Il Capitano Francesco Plutino gli
comunicò certe profezie di un Abate Idruntino divulgate in Napoli, le
quali accennavano a mutazioni da dover accadere in Sicilia, in Toscana,
in Calabria, e gli dimandò l'avviso suo sopra di esse: il Campanella,
secondo ciò che scrisse nella sua Dichiarazione, gli avrebbe
semplicemente risposto che potevano esser vere, perchè altri astrologi
e savii predicevano lo stesso; pertanto un testimone non sospetto
depose che il Capitano diceva con ammirazione, «voi vedrete quello che
è il Campanella»[246]. Infine lo stesso Governatore della Provincia
D. Alonso De Roxas si diresse a lui «per lettera di curiosità»
dimandandogli notizia delle mutazioni che tutti si aspettavano; e il
Campanella lo compiacque, forse anche in tale occasione gli mandò il
suo libro della Monarchia di Spagna già scritto pel Marthos e posto
da banda senza avervi più pensato. Ad ogni modo il Campanella e il
Governatore rimasero in termini amichevoli[247]: nè veramente il
Governatore sospettò mai del filosofo; bensì vedremo che non mancò
di occuparsi della cattura dei frati, quando si giunse a fargliene
comprendere i disegni.
Tutto ciò mostra che il nome del Campanella risuonava in una sfera
larghissima; e la cosa merita di essere notata, poichè da lui medesimo
nelle sue Difese, e poi da molti altri fino a' giorni nostri, è
stato detto impossibile che un povero frate, da poco tempo venuto in
Calabria, avesse concepito un così audace progetto, ed avuto tanto
credito. Ma le sue stesse affermazioni in altri documenti, al pari
degli atti processuali, mostrano che il suo credito era divenuto
straordinario. Egli medesimo affermò, che «tutta la gente» accorreva
a lui per dimandargli della «fine del mondo e della renovation del
secolo» dopo che egli le avea predicate, che inoltre «quando caminava
per le ville e pe' castelli, si vedeva innanzi stupefatto torme di
uomini che chiedevano rimedii per le proprie infermità e per quelle
delle pecore e de' buoi», ed egli li indicava, e «tutti ritornavano
lodando Dio»[248]. Nell'insieme del processo che ne seguì, da qualunque
lato, da' frati e da' laici, da' fautori e da' persecutori, da' più
alti e da' più umili, egli trovasi riconosciuto ed acclamato sempre
«dottissimo in tutte le scienze, grandemente dotto, grand'omo», e il
suo credito si rivela altissimo ed incontrastato. A lui venivano «le
migliara di persone»; e l'accorto e prudente fra Pietro di Stilo,
suo angelo tutelare, lo riprendeva pel tanto conversare con laici:
tutti chiamavano «beato» il povero padre suo, e i nobili e Signori,
particolarmente il Marchese d'Arena e il Principe della Roccella,
che dimoravano più d'appresso a Stilo, lo vedevano volentieri e
talvolta lo chiamavano nei loro castelli[249]. Non ci è noto di che
discorressero; ma senza dubbio l'argomento principale de' discorsi
doveva essere la vicina fine del mondo, con tutti i cataclismi e
l'immancabile secolo d'oro che dovevano precederla: e merita pure di
essere ricordato un fatto da molti deposto nel processo, che cioè egli
aveva una forza di persuasiva straordinaria, «perchè quando parlava
tirava ognuno a lui». Ma vi era anche qualche motivo riposto, atto
a spiegare il prestigio di cui godeva, poichè l'ingegno, gli studii,
i libri composti non sarebbero stati sufficienti in Provincie nelle
quali, bisogna riconoscerlo, neanche oggi queste cose rappresentano
i fondamenti del credito. Vi era l'opinione che egli «avesse spiriti,
comandasse spiriti, disponesse di spiriti»: lo si diceva pubblicamente
in Calabria, e i più timorati pensavano che la sua scienza era o del
demonio o d'Iddio, ma la massa de' frati, de' laici e di ogni ceto,
riteneva con sicurezza che fosse del demonio. Si era giunto perfino a
scovrire dove avesse il suo spirito familiare; l'avea nell'unghia. Così
dicevasi a Stilo, e forse se ne può trovar la ragione in un'abitudine
del Campanella di guardarsi le unghie, come più in là vedremo notato
segnatamente da' terrazzani di S. Caterina, nel convento Domenicano
di S. Nicola ove una volta si recò[250]. Certo è che a cominciare da'
frati suoi più intimi amici, come fra Dionisio Ponzio, ed anche fra
Domenico Petrolo, ebbero, ognuno a sua volta, la curiosità di chiedere
direttamente al Campanella se fosse vero che avea spiriti; tra le
persone poi che trattarono con lui per la congiura, taluno gli dimandò
in generale de' diavoli e dell'arte magica, qualche altro gli chiese
uno spirito familiare per vincere al giuoco, altri chiesero segreti per
avere donne; ancora, a tempo delle carcerazioni, taluno voleva che il
Campanella «havesse fatto tanto con gli diavoli che l'havessero cavato
de prigione»[251]. Fra Tommaso mostravasi quasi sempre infastidito
di siffatte dimande, e ne prendeva talvolta occasione per manifestare
che egli non credeva all'esistenza nè de' diavoli nè dell'inferno, ed
anzi al Petrolo una volta disse che in Roma, dove era conosciuto, si
riteneva che egli non credesse a queste cose; ma specialmente i laici
non ne rimanevano persuasi, e qualcuno anche si scandalezzava che
negasse i diavoli. Aggiungiamo che fra Dionisio medesimo gli domandava
confidenzialmente se in Roma fosse stato mai condannato all'abiura,
ed egli lo negava, ed adduceva quale unico motivo de' suoi travagli
l'essere stato erroneamente creduto autore di un bruttissimo Sonetto
contro Gesù Cristo: così non si divulgò mai il fatto dell'abiura, e il
suo credito rimase anche da questa parte inalterato.
Siamo in maggio 1599. Avvennero allora due fatti interessanti per
la nostra narrazione; il Capitolo de' Domenicani in Catanzaro, la
trattativa di pacificazione delle famiglie de' Contestabili e de'
Carnevali di Stilo.
Il Capitolo de' Domenicani in Catanzaro fu preseduto da fra Giuseppe
Dattilo di Cosenza, essendo Definitore fra Gio. Battista di Polistina,
due nomi che dimostrano assolutamente in auge la fazione avversa a
quella di fra Dionisio Ponzio, e però avversa agli amici di costui,
tra gli altri al Pizzoni che avea disertato il campo del Polistina, ed
anche al Campanella antico amico di fra Dionisio. Comunque i Capitoli
fossero di breve durata (questo di Catanzaro non durò più di quattro
giorni), i più culti tra' frati costumavano darvi un saggio della
loro abilità sostenendo «conclusioni», ossia facendo una disputa
sopra alcune proposizioni che annunziavano in precedenza. Il Pizzoni,
andatovi a sostenere le conclusioni che abbiamo già menzionate più
sopra, si vide per la sua mala vita condannato al carcere, dietro
proposta del Polistina che volle trarne vendetta. Per non esser
preso se ne fuggì immediatamente, senza cappello e senza cappa, con
grande scandalo della città, andando a rifugiarsi in un convento di
Zoccolanti; ma fu subito richiamato, mercè l'opera del Vescovo di
Catanzaro, perchè sostenesse le conclusioni state già pubblicate,
e le sostenne con plauso alla presenza anche del Governatore De
Roxas e degli Auditori invitati ad intervenire alla disputa; di poi,
saldati i suoi conti, se ne andò al piccolo convento di Pizzoni,
dove era stato assegnato e dove più in là lo troveremo. Quanto al
Campanella, egli avrebbe certamente disputato in quel Capitolo, ma
non vi fu neanche chiamato; ed è certo che se ne lagnò in sèguito
con fra Paolo della Grotteria, dicendo che «li litterati non erano
premiati nè exaltati secondo il dovere, et anzi sbassati et tenuti
sotto contra ogne giustitia, et che a tale effecto non era esso stato
chiamato al Capitolo di Catanzaro, perchè essendo litterato cercavano
di tenerlo sepolto». Le cose stavano realmente così, nè c'è da farne
le meraviglie: si è visto sempre tra' frati esaltata anche più del
dovere la dottrina di qualcuno elevatosi un poco sul livello comune,
poichè questo accredita l'Ordine, ma si è vista ben di rado onorata
la dottrina nelle candidature agli ufficii; e del Campanella può
dirsi con certezza che tra' frati non aveva e non ebbe mai sèguito,
quantunque ne avesse tanto tra' laici. Più tardi, nelle Difese, egli
scrisse che non aveva mai ambìto i gradi de' quali era degno nella
Religione: ma il fatto è che nessuno pensò mai di dargli gradi, che
non fu nemmeno chiamato al Capitolo e che ne rimase scontento. Quanto
a fra Dionisio, egli non ebbe la conferma nel Priorato, rimase puro
e semplice lettore ed assegnato al convento di Taverna; ma sdegnato
ed inquieto andò vagando a lungo per la provincia, innanzi di recarsi
al luogo assegnatogli. Scorse due settimane dalla celebrazione del
Capitolo, si recò a Stilo presso il Campanella, con nessun gusto di
fra Pietro di Stilo, che trovandosi in buoni termini col Polistina
era stato creato Vicario di quel convento. Fra Pietro riprendeva
il Campanella per questa sua amicizia con fra Dionisio, parendogli
che quei di Stilo, soliti a visitarlo e a fargli ossequio, se ne
allontanavano stomacati dall'udire fra Dionisio che parlava senza
ritegno delle più laide oscenità, delle quali si vantava per giunta.
Circa dieci giorni si trattenne fra Dionisio presso il Campanella:
non sappiamo di quali argomenti si occupassero i due frati ne' loro
colloquii, ma forse le tirate oscene di fra Dionisio servivano a
mascherare gli argomenti veri. Certo è soltanto che negli ultimi giorni
della sua dimora in Stilo, verso la fine di maggio, essendo venuti,
ad occasione della pace tra' Contestabili e i Carnevali, da un lato
Marcantonio Contestabile accompagnato da un Gio. Tommaso Caccìa di
Squillace e d'altro lato Maurizio de Rinaldis di Guardavalle, tutti
e tre fuorusciti, fra Dionisio si strinse in amicizia specialmente
con Maurizio e col Caccìa che non aveva mai conosciuti. E dopo certi
colloquii intimi, de' quali dovremo occuparci più in là, fra Dionisio
partì in cerca di amici, e con essi se ne andò fino a Messina, senza
che sia stato mai chiarito lo scopo di tale viaggio. Ci basterà
qui, intorno a' detti colloquii, ricordare pel momento ciò che il
Campanella ne disse nella sua Narrazione. «Erano stati in convento di
Stilo Mauritio Rinaldi, e M. Antonio Contestabile per trattar la pace
tra Carnelevari et Contestabili; et Fra Dionisio sendo di passaggio
intervenne a questi trattati e strinse amicitia con Mauritio e trattò
di uscir in campagna e dimandavano il Campanella essi e molti altri di
quella cometa di Calabria et terremoti, et segnali della rinnovatione,
e li dimandavano se venia rovina alla provincia come parea da ponente
secondo il corso della cometa (come proprio venne Carlo Spinello che
la travagliò) che cosa havevano da fare; e lui diceva mettersi sù le
montagne con le armi come fecero li Venetiani nelle lacune quando venne
Attila, et li Spagnoli in Asturia, quando intraro li Mori in Ispagna, e
questo dicea per modo di ragionamento e mischiava li segni del giudizio
universale col particolare della provincia, secondo s'usa, et ognuno
pensava a cose nove, e sparlavano in diverse guise». La cometa fu
vista veramente più tardi, in luglio, e d'altra parte il Campanella e
fra Dionisio aveano già discorso con Maurizio, in casa di un sacerdote
a nome Gio. Jacovo Sabinis, prima che Maurizio venisse nel convento,
come risulta da' particolari della trattativa di pace; ad ogni modo
le preoccupazioni vi erano, e ne fu discusso in guisa, che da queste
discussioni prese origine e data quella serie di concerti e maneggi
che diedero motivi all'accusa di congiura. Più volte in sèguito il
Campanella affermò pure in sua discolpa, che fra Dionisio voleva uscire
in campagna per ammazzare coloro i quali avevano ammazzato suo zio; ma
questo fatto era già vecchio di alcuni anni, ed abbiamo veduto che vi
erano stati per esso lunghi processi in Calabria e in Napoli menati
innanzi da fra Dionisio; certamente costui, venuta la «rinnovazione
del secolo», avrebbe vendicata la morte di suo zio, ma appunto questa
rinnovazione bisognava innanzi tutto procurare fondando la repubblica.