Le occupazioni del Campanella nel convento di Stilo furono le sue

solite; dar letture, specialmente di filosofia, e scrivere libri; ma

oltracciò egli adempiva assiduamente a' suoi doveri di buon religioso,

come fu poi attestato da frati non sospetti e da altre persone di Stilo

che ne furono interrogate[233]. Cominciando da quest'ultimo punto,

dobbiamo dire assodato che recitava l'officio quotidianamente, talvolta

insieme con fra Pietro di Stilo e con fra Domenico di Stignano;

assisteva al coro, e solo si notava che «stava astratto», celebrava la

Messa e «tutti l'ascoltavano volentieri» quantunque conoscessero che

era stato inquisito dal S.^to Officio; avea ricevuto dal Provinciale

la licenza di predicare (ciò che conferma non trovarsi per penitenza

a Stilo), e dall'altare «stando sopra una seggia... predicava

cattolicamente, che tutto Stilo l'andava a udire, e diceva bellissime

cose predicando l'Evangelio de verbo ad verbum». In somma dimostrava

buona vita e «passava per uomo onesto», siccome del rimanente nessuno

pose mai in dubbio anche pe' tempi anteriori trascorsi in Calabria, ne'

quali, eccetto l'incidente dell'Ebreo, non si citò alcuno scandalo da

lui dato. Fra i tanti atroci accusatori venuti a galla in sèguito, si

trovò appena un solo individuo, il quale pel tempo cui siamo pervenuti

depose dietro una voce incerta che egli, insieme con altri, avesse

«fatto il _crescite_» con una certa Giulia nella propria cella; fra

Pietro di Stilo poi affermò essersi detto che avea per innamorata una

sorella di fra Domenico di Stignano ed avea peccato con lei, e perciò

costui eragli nemico ed avea cercato di farlo ammazzare; ma senza

alcun dubbio fra Pietro pose innanzi questa frottola per tentare di

far nascere un argomento giuridico d'inimicizia, capace d'invalidare

le gravi deposizioni di fra Domenico a carico del Campanella. Bisogna

a tutto ciò aggiungere che il Campanella, col suo predicare, aveva

in mente pure di eccitare il popolo a costruire pel suo convento una

degna Chiesa, e giunse a scavarne le fondamenta. Nelle Difese, che

ebbe a scrivere ad occasione del suo processo, egli addusse questo

fatto in prova della sua pietà, e vedremo che vi alludeva pure quando

nel carcere mostravasi pazzo e sosteneva i tormenti, gridando che avea

fatto disegnare un convento in Stilo, un convento di S.^to Stefano

con tre monaci, la qual cosa possiamo bene intendere, dopochè il

Capialbi ci ha fatto sapere che il convento di S. Maria di Gesù era

stato fabbricato abusivamente nel territorio de' Certosini di S. Maria

della Torre, e i Domenicani, rimasti soccombenti in una lite, furono

abilitati da' Certosini a dimorarvi, ma riconoscendo il dominio loro e

tenendo dipinte sulla porta del convento le immagini de' protettori de'

Certosini S. Stefano e S. Brunone[234].

Quanto alle letture, occupazione da lui sempre amata, diede nella

propria cella letture di filosofia, e ne profittarono, oltre a fra

Domenico di Stignano pel tempo in cui dimorò nel convento, diversi

individui di Stilo, tra gli altri Giulio Contestabile e Fulvio Vua

assiduamente, e di tempo in tempo Gio. Gregorio Presinace, che trovasi

più spesso detto Prestinace, suo stretto amico, dippiù alcuni giovani

venuti da' paesi vicini, come i due fratelli Jacopo e Ferrante Moretti

di Terranova. Tutti costoro si trovarono di poi involti nelle sventure

del Campanella, e bisogna fin d'ora attendere a ricordarne i nomi.

Quanto alle opere, abbiamo per questo periodo un garbuglio molto

difficile ad essere districato. La notizia delle opere scritte in

Stilo nella fine del 1598 e parte del 1599, può rilevarsi da quattro

fonti principali che per ordine di data sarebbero: le due Difese

composte durante il processo (1600-601), la Lettera latina al Papa

e Cardinali pubblicata dal Centofanti (1607), la Narrazione ed

Informazione pubblicate dal Capialbi (1620), infine il _Syntagma_

(redatto nel 1631 e pubblicato nel 1642); inoltre può anche fornire

un po' di luce qualche circostanza inserta in talune delle opere

medesime giunte sino a noi[235]. Ma i fonti suddetti sono discordanti,

e la qualche circostanza inserta nelle opere potrebbe rappresentare

una interpolazione consecutiva; giacchè per lunghissimo tempo il

Campanella ebbe bisogno di dimostrare che in Stilo era occupato a

edificare, non a distruggere, in fatto di Stato e di Chiesa, e forse

taluna delle opere fu da lui assegnata a questo periodo mentre non vi

apparteneva. Diremo di un tratto che per quanto possiamo giudicarne,

in Stilo, nel periodo sopra indicato, certamente egli compose una

_Tragedia_ secondo i principii della sua poetica, intitolata _Maria

Regina di Scozia_, ed ancora un libro _De Auxiliis contra Molinam pro

Thomistis_, aggiuntovi un trattato _De Episcopo_; con ogni probabilità

compose inoltre il libro _Della Monarchia di Spagna_, e dippiù i

_Segnali della morte del mondo_, che poi furono rifatti più volte e

dati sotto il titolo di _Articuli prophetales_. La _Tragedia_ nella

1.ª Difesa si dice conosciuta in Stilo ed anche dal Principe della

Roccella, che vedremo dapprima amico e più tardi persecutore del nostro

filosofo; nell'Informazione poi, e del pari nel _Syntagma_, si dice

esplicitamente composta in Stilo. Il libro _De Auxiliis_, col trattato

_De Episcopo_, non si trova registrato nelle Difese, e questo dà un

poco a pensare, ma lo si trova nella Lettera al Papa e Cardinali,

dove si dichiara che componevasi di 150 articoli; lo si trova inoltre

nell'Informazione, dove si aggiunge che fu scritto ad istanza del

Commissario del S.^to Officio di Roma, cioè del Tragagliolo, ed ancora

nel _Syntagma_, dove è affermato, come negli altri fonti anzidetti,

che fu composto in Stilo; solamente in entrambi questi due ultimi

fonti non si dice nulla del trattato _De Episcopo_. Finquì non c'è

alcuna obbiezione da fare: bisogna pertanto aggiungere che questi libri

andarono poi perduti quando il Campanella fu catturato, ne mai più si

è avuta finoggi notizia di essi. — Relativamente poi alla _Monarchia

di Spagna_, di tanto maggiore importanza pel Nostro argomento, essa si

trova registrata nelle Difese due volte, ma con un'aggiunta autografa,

essendo stata taciuta quando le Difese furono scritte, e si trova

registrata al sèguito del libro _De Regimine ecclesiae_, che è dato

siccome scritto in Stilo, mentre sappiamo da altri fonti essere stato

scritto in Padova, esserne stata mandata copia a Mario del Tufo, ed

esserne stato poi perduto l'originale in Calabria; questo dà motivo

di pensare che la _Monarchia_ abbia potuto essere scritta nel carcere

medesimo, bensì durante il 2.º semestre del 1600 e 1.º del 1601, pe'

gravissimi bisogni della causa. D'altra parte la si trova registrata

anche nell'Informazione siccome scritta in Stilo, con la particolarità

che fu scritta ad istanza del Reggente Marthos Gorostiola, Biscaino,

protettore del filosofo; frattanto nel _Syntagma_ la si trova citata

tra i libri composti nel carcere, ma dopo le tre ultime parti della

Filosofia reale, la qual cosa non può assolutamente stare, giacchè

vedremo in modo irrecusabile che alle dette tre parti della Filosofia

fu posto mano dopo l'agosto 1601, mentre l'aggiunta della _Monarchia_

nelle Difese era stata già fatta nel giugno 1601. Ben si rileva che

alle affermazioni del _Syntagma_ si può prestar fede assai meno che a

quelle di qualunque altro fonte, ed anzi, per le troppe inesattezze

che vi sono incorse, non si può prestar fede in modo alcuno. Ma il

garbuglio riesce pur sempre difficilmente districabile, molto più

perchè nelle Difese dicesi la _Monarchia_ scritta «ad instantiam

praetoris», termine vago, che potrebbe indicare il Preside della

provincia D. Alonso De Roxas ed anche il Capitano di Stilo, mentre dopo

tale espressione il Campanella si dice «praetori hispano amicissimus,

et gubernatoribus provintiae, qui eum ad praedicandum rogavit semper»;

intanto nelle copie manoscritte della _Monarchia_, che tuttora esistono

in buon numero, alle volte si trova citato semplicemente un «Sig.

D. Alonso» a richiesta del quale il libro sarebbe stato scritto ed

al quale l'autore l'avrebbe indirizzato dalla sua «celletta», dove

si trovava uscito dall'infermità e da dieci anni di travagli, altre

volte invece si trova ampiamente citato il «sig.^r Reggente Marthos

Gorostiola» nelle medesime circostanze, citato il «conventino di

Stilo», il «Monasterio di Santa Maria di Giesù», dal quale l'autore

avrebbe mandato il libro al Marthos, con la data iniziale e finale

della composizione «15 di Xbre» e «31 di Xbre 1598». Non volendo

intralciare ancora di più la narrazione nostra con altrettali minute

disquisizioni, ci limitiamo a dire che si può ritenere essere stata

la _Monarchia di Spagna_ scritta veramente in Stilo oltrechè inviata

confidenzialmente a D. Alonso de Roxas, e forse per covrire ciò

che s'intendeva di fare («ad malum tegendum» come nelle Difese il

Campanella mostra di prevedere che si sarebbe pensato circa le cose

da lui scritte e dette in favore di Spagna); esser stata poi rifatta

nel carcere durante il 2.º semestre del 1600 e 1.º del 1601, dopochè

se n'era perduta la prima composizione in Calabria al momento della

cattura, col confuso indirizzo al Sig.^r D. Alonso, dovendo l'autore

guardarsi dal mettere innanzi D. Alonso De Roxas, cui si era attribuita

non la connivenza, ma la tolleranza de' maneggi per la congiura; essere

stato da ultimo, con una interpolaziene posteriore, sempre pe' bisogni

della causa, volendo eliminare affatto la reminiscenza di D. Alonso

De Roxas e chiarire anche meglio le circostanze convenienti, apposto

il nome del Reggente Marthos Gorostiola con tutte le particolarità

suddette, e ciò dopochè il Marthos era trapassato, mentre si conosce

che morì alla fine di gennaio 1601. Ma ciò che più c'importa si è

il notare come per la _Monarchia di Spagna_ non si possa stabilire

altra data che quella o della fine del 1598, o del 2.º semestre del

1600, del tempo cioè nel quale o si meditava la congiura, o si dovea

dimostrare ad ogni costo che non c'era stata congiura; e da ciò

segue che precisamente nella forma in cui essa è giunta fino a noi,

non si possa ritenere l'espressione certa degl'intimi convincimenti

dell'autore, ma piuttosto l'espressione delle necessità supreme che

stringevano l'autore da ogni lato. Sotto questo punto di luce, che ci

sembra tanto più contemplabile dietro la nozione vera della data del

libro, noi vorremmo che fosse considerata la _Monarchia di Spagna_

da coloro i quali attendono a ricercare le dottrine del Campanella,

non potendosi ammettere in alcun modo che essa sia stata scritta

dieci anni dopo la carcerazione, cioè nel 1609, come è stato finoggi

erroneamente ritenuto[236]. Da ultimo, circa il libro de' _Segnali

della morte del mondo_, anch'esso d'importanza grandissima per

l'argomento nostro, lo si trova registrato nella 1.ª Difesa sotto il

titolo di _Articuli prophetales_ (Doc. pag. 480), i quali _Articuli_ si

vedono poi costituire la 2.ª Difesa; e questo mostra che essi abbiano

dovuto essere redatti appunto dopo che era stata già scritta la 1.ª

Difesa, e redatti di seconda mano dopo che se n'era perduta la prima

composizione in Calabria per la solita circostanza della cattura.

Anche nelle copie degli _Articuli prophetales_ giunte fino a noi,

e rimaste manoscritte, il titolo dice «prout auctor prophetavit _ac

scripsit_ in anno 1599»; ma vedremo a suo tempo che fu questa una 3.ª

composizione fatta egualmente nel carcere, sibbene più tardi, il 1607,

dopo che era stata per l'autore perduta la 2.ª composizione, rimasta

allegata nel processo, di dove oggi appena esce alla luce; intanto

non farà meraviglia che nel _Syntagma_ si trovino citati gli _Articuli

prophetales_ insieme con altri libri scritti in un tempo più inoltrato

del carcere, mentre veramente la 3.ª composizione fattane in tal

tempo vedesi incomparabilmente più larga delle anteriori, sulle quali

d'altronde l'autore non potea più fare alcuno assegnamento. Vi è poi

anche un altro argomento atto a dimostrare che il Campanella compose

davvero in Calabria un libro de' _Segnali della morte del mondo_, ed

esso è che il povero padre del filosofo, come emerge dal processo,

nella sua ignoranza manifestò ad una persona essere il figlio occupato

in comporre «un libro che non lo fece nè Luca, nè Giovanni, nè nisiuno

degli apostoli» etc., e questo libro naturalmente non poteva essere

altro che il libro di cui stiamo trattando: del resto dobbiamo pure

fare avvertire, che per quanto si voglia ritenere prodigiosa la potenza

mentale del Campanella, apparisce pur sempre impossibile che nelle più

feroci strette del carcere, tra il 1600 e il 1.º semestre del 1601, con

la sorveglianza assidua nella quale era tenuto, co' duri tormenti a'

quali si trovava sottoposto, egli abbia potuto scrivere, oltre la 1.ª

Difesa, gli _Articuli prophetales_ e la _Monarchia di Spagna_, senza

una precedente composizione di questi libri fatta in Calabria. Con ciò

chiudiamo la lunga discussione, che non parrà eccessiva a chi consideri

l'importanza capitale dell'argomento.

II. Continuando il racconto della vita del Campanella giungiamo al

periodo dell'azione da lui spiegata in Calabria, che menò alle pratiche

definite di poi congiura o tentata ribellione. L'idea della vicina

fine del mondo, accertata dalle profezie, da' calcoli astronomici,

da' fenomeni meteorologici, dal turbamento ed anche dallo scontento

del paese, fu da lui efficacemente divulgata, con la giunta de' grandi

fatti che doveano precederla. Dapprima nelle conversazioni, poi anche

nella predicazione alla quale attendeva nella Chiesa del convento, egli

annunziò che per la vicina fine del mondo dovevano esservi mutazioni e

novità, e con ciò spinse all'estremo limite l'agitazione di aspettativa

in ogni ceto della provincia; in sèguito, trattando con individui

audaci e ben disposti, persuase loro segretamente che era venuto il

tempo della santa repubblica universale da doversi godere prima della

fine del mondo, che bisognava mettersi in armi e raccogliere compagni

per proclamarla; essi con le armi, egli unitamente a' suoi frati con

la lingua, avrebbero contribuito al movimento, e vi sarebbero nuove

leggi, nuove costumanze, assai migliori delle precedenti, naturalmente

da lui meditate. Qui non più la sua Narrazione soltanto, ma anche

la Dichiarazione che scrisse nel momento in cui fu catturato, le

Difese presentate nel processo che ne seguì, le diverse Lettere che

scrisse più tardi in sua discolpa, l'Apologia che annesse all'ultima

composizione degli Articoli profetali, dànno notizie in grande

abbondanza; se non che queste debbono essere sempre rigorosamente

vagliate, riscontrandole con le relative deposizioni de' suoi

compagni di sventura, le quali, d'altra parte, debbono essere vagliate

egualmente con molto rigore, poichè senza dubbio non tutte degne di

fede.

Diremo d'un tratto esservi ogni motivo di ritenere, che l'idea della

vicina fine del mondo, nella maniera da lui concepita, sia stata

l'espressione de' suoi intimi convincimenti, non già un trovato per

raggiungere maliziosamente il suo scopo, in cui si comprendeva un

alto interesse pubblico, e al tempo medesimo un interesse personale,

il compimento degli alti destini a' quali si credeva nato; bensì

egli stimò conveniente trarre da tale idea un sollecito partito,

sembrandogli i tempi molto propizii, per iscuotere il giogo spagnuolo e

fondare il sistema di governo politico-religioso, che aveva immaginato

poter dare all'umanità un assetto felice. Innanzi l'estremo anelito del

mondo doveva godersi il secolo d'oro, ma occorreva far qualche cosa per

conseguirlo; doveva godersi la santa repubblica antevista da' profeti,

da' filosofi, da' savii d'ogni genere, ma occorreva pure arditamente

conquistarla e difenderla. Di certo nell'ultimo periodo della sua

dimora in Roma, e ne' sette mesi che passò in Napoli, egli ebbe a

rivedere i tanti libri di profezia e di astrologia, che troviamo da lui

citati ne' suoi Articoli profetali, e che gli sarebbe stato impossibile

avere in Stilo. Così, oltre i libri de' Profeti e dell'Apocalisse,

avea rovistato i detti di S.^ta Brigida, S.^ta Caterina, Dionisio

Cartusiano, S. Serafino da Fermo, S. Vincenzo Ferrer, Abate Gioacchino,

fra Girolamo Savonarola, tutti in somma quei pensieri di menti esaltate

e però inferme, venerati e sostenuti con uno strano abuso di così

dette _figure_, che darebbero argomento interessante per una storia,

la quale narrasse almeno i principali tra gli enormi danni da essi

recati. Aggiuntevi le considerazioni fatte da Lattanzio Firmiano, S.

Ireneo, S. Giustino, S. Berardino, Clemente Alessandrino, Tertulliano,

Vittorino, S. Sulpizio, Martino, Origene, ed inoltre i detti delle

Sibille, dei Filosofi, de' Poeti, compresi Dante e Petrarca, avea

trovato una colluvie di ragioni in sostegno della sua tesi, ragioni

che sarebbe inutile ripetere ed è poi facile rilevare anche da que'

ristretti Articoli profetali dati in sua difesa e riportati ne' nostri

Documenti. D'altronde nella sua casa medesima seppe che la cugina

Emilia, prima che egli tornasse in Calabria, era stata tenuta per

morta durante tre giorni, e poi ripigliata la vita avea discorso delle

cose e de' fatti di un altro secolo, con grande stupore de' teologi,

diretta nelle sue visioni da un Cappuccino di Stilo che egli trovò già

defunto; e chi sa quali visioni e presagi avea dati fuori questa cugina

convulsionaria e catalettica intorno allo stesso Campanella, che ebbe

a dichiararsene stupefatto[237]! In conclusione egli vide sempre più

chiaro l'avvicinarsi della morte del mondo, e con essa la conversione

delle nazioni, il secolo d'oro e la repubblica cristiana universale che

dovea godersi prima della fine del nostro pianeta; vide inoltre che i

frati di S. Domenico doveano predicare e preparare questa repubblica e

questo secolo d'oro, nè riesce difficile intendere che in ciò doveva

essere a lui riserbata la parte principale. Ma insieme co' libri di

profezia egli avea rovistato anche quelli di astronomia ed astrologia,

segnatamente quelli del Cardano, del Cipriano, dello Scaligero,

dell'Arquato[238], e rifatti anche varii calcoli, si era persuaso

dell'avvicinamento del sole alla terra per 10 mila miglia, della

restrizione della via del Zodiaco, dello spostamento degli apogei,

delle figure e perfino de' poli, in somma di una quantità di volute

_dissorbitanze_, e molta impressione gli avea fatta la comparsa di una

nuova stella avvenuta nel 1572, la coincidenza delle ecclissi prevedute

pel 1601, 1605, 1607, de' _grandi sinodi_ o della _congiunzione

magna_ determinata pel 24 10bre 1603. Cumulando tutte queste cose

con le profezie, egli era venuto sempre più nel concetto che non

solo le mutazioni dovessero dirsi immancabili, ma anche assai vicine,

instanti, e tali le ripetè in sèguito del pari nelle sue Poesie, dove

sono esposti alcuni profetali ed egualmente la congiunzione magna con

la data assegnatale: se non che egli poi non attese il 1603 per le

mutazioni prevedute, ma si diede a volerle pel 1600 ed anche prima, la

qual cosa merita di essere notata.

Diversi fenomeni straordinarii, avvenuti nel tempo di cui stiamo

trattando e in una gran parte del 1599, gli sembrarono anche un

preludio delle mutazioni aspettate; ma con ogni probabilità gli

sembrarono al tempo stesso utili incidenti per mettersi in grado

di compiere la mutazione da lui concepita, profittando della grave

impressione avutane nel paese. Vi fu prima di tutto la terribile

inondazione del Tevere, oltre quella del Po, avvenuta nella penultima

settimana del 1598 e continuata tre giorni interi, dal martedì al

venerdì: questo immenso disastro della capitale del mondo cattolico fu

conosciuto in Calabria a' primi giorni del 1599 e vi fece grandissimo

senso. Come è ricordato nella Narrazione, fra Dionisio, tornando da

Ferrara, si trovò in Roma nel tempo del disastro, e giunto in Calabria

raccontava qual testimone oculare lo spaventoso avvenimento. Il

Campanella predisse allora che vi sarebbero terremoti, come ricordò

nella Lettera scritta alcuni anni dopo al Card.^l Farnese, e realmente

se ne verificarono gravissimi in Calabria e Sicilia più tardi, con

altri fenomeni che spaventarono le moltitudini e che menzioneremo qui

tutt'insieme per non intralciare di troppo il nostro racconto. Vi fu

dapprima una enorme invasione di bruchi, e poi una pioggia torrenziale

che precisamente in Stilo, durante la settimana di Pasqua, recò danni

molto gravi, essendo anche parso a parecchi di vedere in aria una

scala nera con un cipresso in cima; in sèguito, da' 7 a' 10 giugno,

si verificarono i terremoti, disastrosi specialmente per Reggio e

Messina, e poi, nel luglio, si vide «una cometa marziale e mercuriale,

vicina a terra, che scorrea da levante a ponente», e il Campanella

vaticinò «romori nella provincia e incursione armata contro i Reggitori

di essa», vaticinio molto significativo, specialmente tenuto conto

del tempo in cui fu fatto. Ma a tutti questi fenomeni sovrastava la

condizione torbidissima della Calabria per le tante cause già esposte.

Il Campanella non mancò di ricordarla, dichiarando essergli sembrata

egualmente un preludio delle mutazioni: «le menti degli uomini colpite,

le escursioni de' turchi e de' fuorusciti (de' quali i conventi erano

pieni), i conflitti giurisdizionali, le scomuniche de' magistrati,

indicavano ragionevolmente che era per seguire l'universale mutazione

della terra». Le cose stavano veramente così, ed anche circa le

escursioni de' turchi, documenti del tempo ci dicono che i corsari

di Barberia, capitanati dal vecchio Amurat come in sèguito si vedrà,

discesero il Venerdì Santo presso la Roccella e vi catturarono 40

persone[239]. C'era poi ancora un altro fatto molto più significativo

che il Campanella espose nella sua Dichiarazione: «conobbi con ogn'un

che parlavo che tutti erano disposti a mutatione, et per strada ogni

villano sentiva lamentarsi: per questo io più andava credendo questo

havere da essere». Indubitatamente tali circostanze favorevoli decisero

il Campanella ad osare, nè si potrebbe dire che avesse osato con poca

prudenza. Vedremo infatti che dapprima si limitò ad annunziare le

mutazioni immancabili e vicine, senza che le autorità spagnuole se ne

offendessero, la qual cosa merita pure di essere notata; quindi si pose

a promuovere non senza destrezza i maneggi e i concerti per attuare

il movimento, confidando, come è solito ne' cospiratori, che tutti

vi avrebbero preso parte, e che con l'esempio il movimento si sarebbe

propagato.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 19 / 55 段