Per tutti i fatti sinora esposti, nell'arrivare in Calabria, il

Campanella dovea naturalmente giudicare il Governo assai meno forte di

quanto pareva da lontano: ma bisogna aggiungervi ancora un avvenimento,

che egli non credè di dover menzionare nella sua Narrazione, e che è

ricordato da varii documenti di quel tempo. Vogliamo dire la comparsa

del Bassà Cicala con la flotta turca nel golfo di Squillace il 18 7bre

del 1598, la sua discesa appunto al capo di Stilo per fare acqua, con

la devastazione di molte vigne, fienili e case lungo un buon tratto

della costa, e naturalmente anche con la presa di persone di que'

luoghi; il suo allontanamento con poca molestia avuta dalle milizie

del Principe di Squillace, ciò che strombazzavasi sempre quale disfatta

de' turchi; il suo arrivo al seno, o, come allora dicevasi, «fossa» di

S. Giovanni, solito suo luogo di fermata presso il Capo Spartivento,

col ritirarsi delle poche galere di Napoli e di Sicilia che là si

trovavano; il desiderio da lui mostrato di vedere la madre dimorante

in Messina, e l'adempimento di questo suo desiderio che il Vicerè di

Sicilia si affrettò a soddisfare. Già prima, nel maggio 1595, alcune

galeotte di Biserta aveano fatta imboscata sotto Stilo, vi aveano

preso il capitano di una terra di quelle marine, il capitano anche

del battaglione (milizia provinciale) ed altri individui, guadagnando

8 mila scudi di riscatto: ora il Cicala vi scendeva egualmente e non

v'era chi gli facesse opposizione; poi, mentre avea danneggiati luoghi

soggetti a Spagna, otteneva ciò che voleva da' Proconsoli spagnuoli e

ravvicinavasi alla madre conosciuta qual fervente cristiana[220]. Chi

era questo Cicala? Se ne sono dette di molte intorno a lui, ed è tempo

di parlarne con la scorta de' documenti, che per verità non mancano

così negli Archivii come nelle Biblioteche; egli fu poi nominato, e

largamente nominato, nella congiura di Calabria, laonde merita tutta la

nostra attenzione.

Tra i moltissimi genovesi stabiliti nell'Italia meridionale vi erano

parecchi di cognome Cicala, ed alcuni di loro esercitavano l'industria

del corsaro. Al tempo del quale trattiamo l'esercitava ancora un

Edoardo Cicala, in ottime relazioni col Vicerè di Napoli, come

risulta da più documenti che si leggono nell'Archivio di Stato: nè

sarà inutile conoscere che aveano legni in corso anche taluni nobili,

come la Sig.^ra Girolama Colonna citata più sopra, e il Marchese

del Cirò di casa Spinelli, divenuto più tardi Principe di Tarsia;

straordinariamente poi anche le Corti de' Vicerè, segnatamente le

Viceregine con altri nobili ed impiegati di palazzo, armavano qualche

legno contribuendo «per carata», allorchè v'era speranza di ricco

bottino. Il Carteggio del Residente Veneto ne dà parecchie notizie,

poichè la Serenissima, in pace co' turchi, non vedeva punto bene

questi corsari di tutti gli altri Stati Cristiani, che turbavano

profondamente il commercio, davano motivo ad abusi e recriminazioni

senza fine, aizzavano i turchi alle rappresaglie se mai ve ne fosse

stato bisogno; d'altronde in ultima analisi ne pagavano poi la pena le

infelici popolazioni, abbandonate senza tutela, non essendovi forze

sufficienti a guardarle da' corsari turchi, che erano moltissimi ed

audacissimi[221]. Forse dietro i richiami del Governo Veneto, il Re di

tempo in tempo mandava ordini di proibizione dei legni corsari, e ce ne

rimane tuttora qualcuno, press'a poco di questi tempi, nell'Archivio

di Stato: ma gli ordini non venivano eseguiti, riuscendo tanto comodo

il poter dare una prova di zelo contro i nemici del nome Cristiano

e fare un'eccellente speculazione industriale[222]. Come risulta

dalle Relazioni degli Ambasciatori Veneti, il padre del Bassà Cicala

era appunto un genovese stabilitosi in Messina, che «andava come

corsaro depredando ogni luogo con una galeotta, con la quale fu fatto

prigione finalmente da' turchi col figliuolo, che per esser giovinetto

fu accettato in serraglio e con violenza fatto turco»; e questo

accadde nella terribile ripresa dell'isola di Gerbi presso Tunisi,

il 1560[223]. Nessuna delle Relazioni Venete ne fornisce il nome; ma

documenti da noi rinvenuti nell'Archivio di Stato, riferibili a un

altro figliuolo suo del quale parleremo or ora, ci fanno conoscere che

dovea chiamarsi Visconte Cicala. Tra le tante sue depredazioni vi era

stata quella (se la memoria non ci tradisce) di Castelnuovo alle bocche

di Cattaro, sull'estremo confine della Turchia, dove fece schiava

la figlia di un Bey, avvenente fanciulla, che educò al Cristianesimo

dandole il nome di Lucrezia, e tolse di poi in moglie avendone molti

figli; un primo a nome Filippo, un secondo a nome Scipione che divenne

poi il Bassà Cicala o Sinan Bassà, un terzo a nome Carlo, inoltre varie

figliuole, tuttora, al tempo di cui trattiamo, dimoranti in Messina.

Pe' meriti del padre, Filippo ebbe da Spagna una pensione di D.^i 1100,

pagabili, al solito, dalle casse di Napoli benchè fosse siciliano,

e per tale motivo trovasi più volte nelle scritture dell'Archivio di

Stato con la designazione di «Filippo Cicala del mag.^co Visconte o

«del q.^m Visconte in Messina»[224]; possiamo aggiungere che appunto

nel 1598 egli morì, lasciando un figliuolo chiamato Visconte come

l'avo. Carlo ottenne egualmente da Spagna una pensione di duc.^ti 500,

come pure il titolo di Conte Palatino dall'Imperatore, e il Bassà suo

fratello si era impegnato di fargli avere dal Sultano il Ducato di

Nixia o dell'Arcipelago, già goduto da Giovanni Miques ebreo portoghese

favorito (la signoria di Nixia e di 12 isole, Nasso, Andro, Paro,

Antiparo etc. etc. col pagamento di un tributo), onde l'avea fatto

venire a Costantinopoli sin dal 1594[225]; ma vediamo la carriera

appunto di Scipione, che seppe giungere fra i turchi a' primi gradi

dell'Impero.

Aveva Scipione Cicala 16 anni, allorchè fu preso da' turchi insieme

col padre: costui per danaro potè riscattarsi, ma Scipione, di bella

indole, piacque al Padischah e fu trattenuto nel serraglio[226]. Non

appena uscito dal serraglio andò alla guerra in Persia, e vi compì

fortunatissime imprese, per valore ed ardire della persona, con inganni

e stratagemmi, più che per giudizio e prudenza: dopo la morte di Osman

divise con Fehrad, che ne divenne geloso, il comando dell'esercito

contro i persiani. Sposò dapprima una, e poi, morta questa, ancora

un'altra figlia di Rusten Bassà, la cui moglie era figlia del Sultano

Suliman, molto influente col Serraglio, e ne ebbe due figliuole ed un

figliuolo a nome Corcut. Fu Capudan nel 1581, lungamente governatore

di Babilonia, poi di Diarbech (1590), poi Beglierbey dell'Arcipelago

e Capitano del mare (1594), nel quale ufficio non godeva molta

riputazione, non essendovisi mai esercitato. Si trovava realmente in

questo tempo in Costantinopoli un capitano calabrese, che avea preso

il nome di Giafer ed era «il più intendente» nelle cose del mare,

come ne fa fede il Bailo Zane nella sua relazione; tuttavia il Cicala

era sempre ritenuto pieno di ardire e di risorse; d'altronde gli

fu posto a fianco quasi come guida e luogotenente, facendolo venire

di Barberia, Arnaut Memi corsaro famoso e già vecchio, il cui nome

vedremo figurare anche nella narrazione delle cose del Campanella.

Ed appunto nel d.^to anno 1594, il Cicala, venuto nella fossa di S.

Giovanni con 95 galere, saccheggiò Reggio co' suoi casali, e poi

Vibona, Catona, Condeianni, S. Nicola, Ardore, la Motta Bovalina,

Cirò, Soverato, Montepavone, quattordici terre in tutto, distruggendo

non solo le immagini de' Santi, le campane, le Chiese, le ossa di

Mons.^r Gaspare Ricciulli stimato Santo, le torri di guardia, le

superbe stalle che il Governo teneva in Bovalina per le razze, ma

ancora gli aranceti, gli oliveti, le vigne, le moltissime piantagioni

di gelsi che servivano all'industria della seta tanto diffusa in

quella regione. Era stato mandato contro di lui Carlo Spinelli, che

dovrà pure figurare moltissimo nella nostra narrazione, e costui,

senza forze sufficienti, non seppe far altro che ordinare la ritirata

anche de' terrazzani ne' luoghi alpestri, lasciando al Cicala tutto

l'agio di devastare il paese a suo talento[227]. Ma le necessità della

guerra lo fecero richiamare all'esercito, e nel 1596 fu l'eroe di

quella battaglia di Agria che lo innalzò all'apice della sua gloria.

Come è noto, l'Arciduca Massimiliano con Schvarzenberg e Tauffenbach,

col Principe di Transilvania e Palfy, a capo di un grosso esercito

composto di alemanni, ungheresi ed italiani, sbaragliò i turchi in

modo da penetrare fin nel loro campo, e il Cicala, comandante della

retroguardia, dovè avvertire il sultano Mehemet III che si salvasse,

come difatti si salvò fuggendo co' suoi Spahi fino a Solnoc e Buda:

ma poco dopo, calcolando che i cristiani dovessero trovarsi occupati

a svaligiare le tende, il Cicala li sorprese e ne fece un macello,

impadronendosi anche di tutta l'artiglieria e del bagaglio; morirono

così 40 capi principali e tra essi i due Duchi di Holstein, morirono

quasi tutti gl'italiani co' Conti Pietro di Collalto e Giulio Cesare

Strasoldo, si salvò a stento l'Arciduca Massimiliano a Cassovia e il

Principe di Transilvania a Tokai. All'annunzio inaspettato di sì gran

vittoria, come scrisse il Bailo a Venezia, «il Sig.ºr in premio della

virtù e valor del Cigala in quella fattione si cacciò dal tulpante

un pennacchio e glie lo diede, creandolo gran Visir; la Sultana ne

fu turbatissima» (la Sultana madre protettrice del Visir Hibraim).

Poco dopo fu reintegrato Hibraim, «Cigala fu lasciato in Adrianopoli,

il Sig.ºr era malinconico»; ma il Cigala fece dire da parte sua al

Sig.ºr, che «se voleva esser Re et Imperatore, non doveva ascoltar la

madre», e la Sultana in gran collera lo fece relegare ad Erzerum, e

lo minacciò anche di farlo strangolare. Passò così tutto l'anno 1597,

ma in aprile del 1598 «il Cigala fu dichiarato Capitano del mare, la

Sultana madre del Sig.ºr minacciata di relegazione in Amasia o ritiro

nel serraglio»[228]. Quest'ufficio era molto desiderato dal Cicala,

tanto che lo si vide più tardi rifiutare il Visirato per rimanere nel

Capitanato del mare, sia perchè vi godeva maggior riposo, avendo già

54 anni di età passati in molti travagli, sia perchè gli fruttava un 40

mila zecchini l'anno, ed egli avea bisogno di conciliarsi co' donativi

il favore del Serraglio. I Baili Veneti non lo vedevano bene, poichè

non era punto affezionato a Venezia, «dicendo, benchè nato in Messina,

di discender da Genova, patria naturalmente poco amica a questa Ser.^ma

Republica»; eppure il solo suo amico fidato era il Capi-Agà, veneziano

rinnegato, poichè veneziani, genovesi, corsi, napoletani ed anche

calabresi in buon numero occupavano allora grossi ufficii nell'impero

ottomano. I Baili lo dichiararono sempre sprezzatore di chicchessia,

arrogante perfino col Sultano, bugiardo, ingannatore, avaro; tuttavia

non mancarono mai di riconoscere in lui certe grandi qualità, e non

lasciarono mai nulla intentato per renderselo propizio, come per

ispiarne ogni passo. Già nella condotta de' Veneti in Costantinopoli,

quale risulta dal Carteggio de' Baili, non si saprebbe cosa ammirare

di più, se la pieghevolezza e la pazienza, o l'astuzia e l'impiego

opportuno di tutti i mezzi atti all'acquisto di buone intelligenze

e buone informazioni; oltre i zecchini, erano sempre distribuiti con

giudizio rasi, velluti, cristalli, orologi, e verso il Cicala Capitano

del mare si usava una larghezza anche maggiore. La Repubblica gli

regalava 2 mila zecchini ogni anno, perchè, dicevasi, tenea sgombro

il mare da' pirati, e quando giungeva a Corfù e Zante, gli faceva

dare non solo il presente in moneta ma anche ciò che poteva piacergli

in vettovaglie fresche; un presente gli era del pari dato dalle

navi veneziane, dovunque egli ne incontrasse nelle sue escursioni, e

la Repubblica non ci trovava a ridire. In Costantinopoli poi, alla

sua partenza come al suo arrivo, visite, complimenti e regali. Si

compiaceva di pitture, e il Bailo gli manda miniature; altra volta

gli manda lastre di vetro, carte di cosmografia, libri di storia,

«per raddolcirne l'animo»; altra volta egli stesso chiede un orologio

da tavola, «di quelli che battono forte»; la moglie, guastatosi un

orologio, lo manda a casa del Bailo per farlo accomodare, e il Bailo le

compiace e ne fa sempre relazione a Venezia. Ma «non legge prontamente

franco (_int_. italiano), e si «fa leggere le lettere da persone che

l'intendono», e il Bailo per le sue vie coperte giunge ad avere da

queste persone copia delle lettere a misura che arrivano dall'Italia e

le trasmette a Venezia; in tal guisa si hanno le copie delle lettere

di Carlo suo fratello e diverse piccanti informazioni circa l'affare

del Ducato di Nixia, che al Papa, alla Spagna, a' Vicerè di Napoli e

di Sicilia parve una bella occasione per avere in mezzo a' turchi un

uomo devoto a' cristiani, mentre al Bassà Cicala era parsa una bella

occasione per attirare il fratello e la vecchia madre alla religione

musulmana. Egualmente, dentro l'arsenale di Costantinopoli e a bordo

delle galere che uscivano nelle escursioni annuali, sempre che poteva,

il Bailo teneva qualche uomo di sua fiducia, il quale in determinate

circostanze ed al ritorno dalle escursioni era interrogato in forma

legale con giuramento, e la copia dell'interrogatorio veniva trasmessa

in cifra, al pari di tutta l'enorme corrispondenza, a Venezia.

Come dicevamo, nell'estate del 1598 il Bassà Cicala fece la sua

escursione con la flotta venendo in Calabria al capo di Stilo. Il

Carteggio del Bailo da Costantinopoli c'informa che l'8 agosto era

partito con 47 galere munite di zappe e scale, aumentate poi a 50 e

travagliate durante il viaggio dalla peste; la quale circostanza forse

eccitò tanto maggiormente nel Bassà il desiderio di rivedere dopo tanti

anni la vecchia madre. Il Carteggio del Residente in Napoli c'informa,

che giunto nel golfo di Squillace con 48 galere e 7 galeotte, fece il

19 7bre sbarcare al capo di Stilo gli uomini di tre sole galere, e che

il 20 a tre ore di mattino ripartì lasciando anche le tracce del suo

passaggio nelle coste della Roccella, Gerace, Condeianni e Bianco;

quindi, non senza pericolo pel forte vento, penetrò nella fossa di

S. Giovanni, dove si trovavano 6 galere di Sicilia e 6 di Napoli, le

quali, tirati alcuni colpi di cannone, cedendo al numero si ritirarono

a Messina. Il Duca di Maqueda Vicerè di Sicilia aveva già ordinato

in Messina che niuno uscisse dalla città, pena la forca, temendo

intelligenze co' turchi; in Reggio poi la guarnigione spagnuola,

poco prima rinforzata con 600 uomini, non fece che continui spari di

artiglieria, pretendendo che così il Cicala non sarebbe sbarcato. Ed

ecco come il Residente Veneto riferì al Ser.^mo Principe il sèguito

dell'avvenimento: «dalla fossa di S. Giovanni Cigala il 23 espedì un

christiano a Messina con lettere sue al V. Re e alla sua propria madre,

dimandando di vederla, che si faccia riscatto di schiavi et bazaro,

come V. Ser.^tà intenderà distintamente dalle copie che saranno in

queste: havendosi poi il 24 esseguito il mandar à Messina il figlio

del Cigala con una galea per ostaggio, et la madre à lui con la galea

General di Napoli, ciò è fino a Rigio, et di là con filuche fino

all'armata, dove si fermò poche ore et ritornò piena di lagrime et

di donativi, etiandio di qualche denaro non solo dal figliolo ma da

tutti i capi di galea, et di militia, che honororono nella persona di

lei il Bassà secondo l'usanza turca. Dicevasi che il giorno sequente

partiriano per levante 14 galee con infermi, et che il Bassà col

rimanente passava in Barbaria» etc.; (continua annunziando che Reggio

13 volte arsa ed afflitta da' turchi speravasi questa volta rimarrebbe

illesa; dà quindi le copie delle lettere sud.^te «tradotte dal

turchesco»). Così fin d'allora le lettere scambiate in tale circostanza

furono immediatamente note; e basta dire che le troviamo perfino

negli Avvisi ossia ne' Giornali manoscritti del tempo; le troviamo

pure stampate più tardi nel Glorioso trionfo di Paolo Gualtieri, ma

sfuggite a tutti coloro i quali si sono occupati del Bassà Cicala a

proposito del Campanella[229]. Ecco poi le ulteriori notizie circa il

colloquio tra il Bassà e la madre riferite dallo stesso Residente:

«Il Cigala donò alla madre 2 mila cechini (_sic_) et la richiese di

ricordarsi d'esser nata turca, ed a dargli come madre la benedittione

del Profeta, et ella costantemente negò di farlo dicendo ch'essendo lui

maledetto da Dio non poteva giovargli la benedittion di alcun'altro,

ben promettendogli di pregar la divina M.^tà fino all'ultimo sospiro

della morte che à lui faccia quella gratia che hà fatto ad essa di

conoscer la vera fede di Giesù christo, nella quale anch'essa con più

ragione gli ricordava che lui era nato. Et viene affermato in lettere

di persone di molto conto, ch'egli non lasciò nel spatio che furono

insieme di accompagnar le lagrime della madre con qualche tenerezza».

Il Cicala non tardò a partirsene senza fare altri danni in Calabria:

ne fece bensì a Malta, sbarcando con 2 mila uomini in Gozo, e poi

se ne andò alla Barberia, dove si trattenne costruendo un forte in

Porto-farina; quindi si ritirò a Costantinopoli.

Un avvenimento di questa natura non potè non fare una grande

impressione sul Campanella. Vedremo che tra' diversi presagi, sui

quali egli allora rivolgeva la sua attenzione, vi era quello del

medico ed astrologo M.º Antonio Arquato, che recava doversi l'Impero

ottomano dividere in due parti, una delle quali si sarebbe convertita

al Cristianesimo ed avrebbe combattuto l'altra: forse nella visita del

Cicala alla madre egli intravvide che il presagio dovea verificarsi.

All'opposto, come abbiamo detto, il Cicala agiva nel senso di condurre

il fratello e la madre all'islamismo; nè le sue azioni erano meglio

giudicate presso i musulmani. Sappiamo che il Muftì, divenutogli

nemico, enumerava diverse sue colpe; la principale fra queste era, che

la prima volta uscito fosse andato a prendere il fratello per condurlo

a Costantinopoli, ed andato in sèguito a visitare la madre ed avutala

sulla galera, non si fosse curato di «liberarla di cristianità»,

per la qual cosa aveva offeso Dio e doveva riportarne gastigo[230].

Ad ogni modo poi il Campanella non poteva non vedere in tutto ciò

l'insigne debolezza del Governo, il quale non era in grado di opporsi

alle imprese del Cicala, lasciava che devastasse il paese, e invece di

combatterlo lo compiaceva nei suoi desiderii. — Pertanto verificavasi

ancora un altro avvenimento degno del pari di essere ricordato. Il

30 7bre si conosceva in Napoli che al Re di Spagna era stata aperta

una postema al petto, e se ne attendeva la prossima fine; l'8 8bre si

annunziava che era morto. Al temuto Filippo II succedeva un Principe

debole, e già, mentre ascendeva al trono, poco stimato: il fatto non

era di lieve importanza; gl'insofferenti del giogo spagnuolo aveano

motivo di rallegrarsi e di trarne i migliori augurii.

Ma è tempo di vedere la vita del Campanella in Stilo, ciò che egli vi

diceva e faceva.

Il convento di S.^ta Maria di Gesù, dove egli avea stanza, era un

piccolo convento, annesso ad una Chiesetta, e rappresentava appena

un Vicariato[231]. Poteva contenere soltanto tre o quattro sacerdoti

ed un laico assistente: allorchè vi giunse il Campanella, avea

l'ufficio di Vicario fra Simone della Motta Placanica; i sudditi poi

variavano spesso. Oltre il Pizzoni e il Lauriana avventizii, vi erano

un fra Domenico di Riaci e un fra Domenico Petrolo di Stignano, il

quale ultimo era veramente assegnato a Cosenza ma deputato a Stilo,

e si rimaneva volentieri a casa sua in Stignano; sappiamo per altro

che dopo la venuta del Campanella dimorò nel convento dal Natale

al carnevale, per tutto l'inverno successivo e poi di nuovo più

tardi, ma anche allora temporaneamente. In ottobre venne a starvi

fra Pietro Presterà di Stilo, che vi dimorò sempre, e nel Capitolo

tenuto in maggio dell'anno successivo fu creato Vicario del convento

in luogo di fra Simone; poi vi venne anche un fra Gio. Battista di

Placanica, che vi rimase solo per tre mesi, dal febbraio all'aprile.

Il Campanella si strinse specialmente a fra Pietro di Stilo sua

vecchia conoscenza, e a fra Domenico di Stignano proveniente dal

luogo in cui dimorava la propria famiglia. Fra Domenico era stato

novizio in Lombardia ed avea dimorato in Milano, mentre eravi pure

un Padre Gonsales, che incontreremo nel corso di questa narrazione:

estremamente impressionabile, ed anche manesco, avea bastonato alcuni

frati ed era stato punito per tale mancanza, ma non avea fatto parlare

di sè per altre cose. Quantunque già sacerdote e predicatore da due

anni, era tuttora «studente formale» com'egli medesimo dichiarò, e

seguì un corso di filosofia che il Campanella si fece a dettare in

Stilo: segnatamente per tale circostanza venne a trovarsi in una

certa intimità col Campanella, e quindi lo vedremo compagno di fra

Tommaso ne' suoi travagli, testimone importante ma non sempre fedele,

massimamente per la sua grande impressionabilità, rovina della causa

di fra Tommaso per vigliaccheria, come ebbe a dirlo fra Pietro di

Stilo. Quanto a fra Pietro, l'abbiamo già veduto condiscepolo ed

amico del Campanella fin dagli anni più teneri, e dobbiamo aggiungere

che fu con lui in familiarità sino a che vestì l'abito di religioso;

di poi non ebbe più occasione di vederlo, eccettochè per circa due

mesi in Cosenza nel 1588. Avea poco progredito negli studii, ma erasi

mantenuto ne' buoni costumi e si distingueva tanto per l'ottimo cuore,

quanto per una grande prudenza e un senso pratico squisito, che lo

faceva di rado fallire nella giusta estimazione degli uomini e delle

cose. Riconoscente al Pizzoni già suo lettore, ossequente al Polistina

Provinciale, non aveva mai avuto simpatia per fra Dionisio, massime

perchè lo sapea proclive a' risentimenti, ed abituato a' discorsi più

osceni: era stato anch'egli assegnato a Nicastro mentre fra Dionisio

vi tenea l'ufficio di Priore, ma non volle andarvi e non si diè pace

finchè non s'ebbe procurata un'altra assegnazione. Fu pel Campanella

un amico tenero, disinteressato, costante; può dirsi essere stata

quest'amicizia la cagione sola delle atroci sciagure che patì, e non di

meno la mantenne sempre ed efficacemente; in somma vedremo in lui una

simpatica e cara figura tra molta bordaglia[232].

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 18 / 55 段