Passiamo a vedere le controversie ed inimicizie tra' privati, le

controversie tra' componenti la R.ª Audienza, i banditi e forgiudicati.

In ogni tempo i municipii della Calabria e della più gran parte del

Regno, massime i più notevoli, erano stati travagliati dalle fazioni

per diverse cause; in generale pel «possesso del reggimento» come

allora si diceva, ossia per la riuscita nelle elezioni municipali,

talvolta per fatti assolutamente privati, non esclusi quelli relativi

agli amorazzi, assai più sovente pel semplice gusto della prepotenza

ed anche per la necessità del soverchiare a fine di non essere

soverchiati; da ciò l'aggrupparsi, l'offendere, il menar le mani, il

divenire assassini e perfino predoni, anche quando si era già prima

dato prova di nobili istinti e di tutt'altro genere di vita. Egualmente

in questo si notava una recrudescenza, al tempo in cui il Campanella

tornava in Calabria e si riduceva a Stilo; la cosa è provata da molti

documenti che ne rimangono nell'Archivio di Stato. Vedremo più in là

le fazioni di Stilo: per ora vogliamo dire che nella capitale e nella

più considerevole città della Calabria ultra, già capitale fino al

1592, in Catanzaro ed in Reggio, fervevano le lotte in modo atroce, e

romoreggiavano pure in Cosenza, in Rogliano, in Cassano, principalmente

in Rossano, senza contare le terre minori. Anche qui citeremo i fatti

del 1598-99 e di qualche altro anno successivo, per mostrare che

il calore di queste lotte non si estinse nemmeno con le peripezie

sofferte per la congiura. In Catanzaro si contrastavano da un pezzo

l'amministrazione municipale da un lato i Morano e d'altro lato i

Piterà aiutati dagli Spina, e questa lotta ebbe poi le sue conseguenze

nello sviluppo de' fatti della congiura, come non a torto notò il

Residente Veneto, sebbene vagamente, in una delle relazioni inviate al

suo Governo[197]. Gio. Geronimo Morano, che vedremo figurare nel modo

più sinistro quando la congiura fu scoverta, avea goduto lungamente i

beneficii dell'amministrazione municipale, traendone anche profitto col

procedere nella qualità di Sindaco, per parte della città, all'acquisto

di una casa appartenente a suo fratello Gio. Battista, destinata per

residenza del tribunale della R.ª Audienza; il Vicerè non mancò di

chiederne spiegazioni, e furono fatti anche processi contro alcuni

de' Morano ed alcuni de' Piterà, per ridurli più facilmente alla pace

sotto cauzione, ma pur troppo senza successo; del resto non potremmo

in poche parole esporre le violenze dell'uno e dell'altro gruppo di

contendenti. Appunto nel 1598, l'elezione municipale in Catanzaro era

stata impossibile per le difficoltà e nullità poste in campo da una

delle fazioni, e dovè compiersi successivamente «col braccio» ossia

coll'intervento della R.ª Audienza, che incontrò pur essa talune

difficoltà: per qualche tempo ancora le elezioni non poterono farsi

altrimenti, e gli Spina finirono poi col venire a vie di fatto contro

i Morano, e un Maurizio Spina assaltò i figli di Gio. Geronimo e ne

ferì uno nel braccio[198]. In Reggio il caso era anche più violento,

ma per un fatto di onore passato tra due primarie famiglie, i Del

Fosso e i Serio, postisi in armi coll'aiuto rispettivo dei Melissari

e de' Monsolino, pe' quali parteggiarono ancora variamente taluni de'

Filocamo, de' Laboccetta, de' Sagrignano, de' Baroni; da ciò il sorgere

e persistere di una quantità di banditi, l'intimazione di una grossa

sfida, l'uccisione di alcuni caporali incaricati della carcerazione

de' più riottosi, l'assassinio di fra Paolo Monsolino cavaliere di

Malta sugli scalini della Chiesa del Rosario, il rifugio dei Melissari

colpevoli in questa Chiesa, la loro estrazione violenta da essa per

parte degli ufficiali Regii, e i soliti interminabili conflitti di

giurisdizione coll'Arcivescovo, onde l'Archivio di Stato e poi anche

il Carteggio del Nunzio forniscono del pari notizie moltissime. Sin dal

1596 Gaspare del Fosso, figlio di Tommaso Sindaco de' nobili in Reggio,

essendosi vantato di aver goduta una Signora, a quanto sembra, de'

Serii, diè motivo all'inimicizia capitale tra le due famiglie e loro

parentele. Inutilmente fu nel 1597 mandato l'Auditore Riccardo per la

pacificazione; bisognò mandarvi nel 1598 l'Avvocato fiscale Xarava, che

catturò e pose sotto processo Gio. Paolo Melissari, Geronimo Filocamo

e Matteo Monsolino; non di meno, essendo liberi Fabrizio del Fosso e

Gio. Domenico e Geronimo Melissari fratelli di Gio. Paolo, si preparò

nel 1599 la sfida, con una grande agitazione della città, sotto i capi

Francesco Pesello e Domizio Barone, sventata poi con la carcerazione

di costoro; alcuni omicidii seguirono tale carcerazione, e dovè essere

inviato nel 1600 l'Auditore Barbuto per le debite inquisizioni, ma

sempre senza risultamento, sino a che non fu ucciso Paolo Monsolino

ed eseguita la cattura violenta de' Melissari uccisori. La lunga

durata di questa lotta, la partecipazione in essa d'individui fatti

venire dalla Sicilia, l'occupazione di più paesi vicini per parte

delle bande delle due fazioni, gli allarmi continui per le offese che

s'infliggevano, tennero veramente agitato il paese in una zona ben più

larga di quella di Reggio[199]. Ricorderemo ancora, perchè da un certo

lato connessa co' fatti della nostra narrazione, la breve ma atroce

lotta verificatasi in Cosenza tra Maurizio Barracco e Ireneo Parisi,

entrambi cavalieri di Malta «potenti e di molto parentato»; il Barracco

era anche persona culta, come lo attestano le Commedie che di lui ci

sono rimaste[200]. Appunto nel 1598, posero entrambi mano alla spada e

non se ne sa il motivo, ma intervennero subito alcuni cittadini, memori

delle gravi lotte tra' Parisi e i Cavalcanti che aveano già lungamente

travagliata la città, e li divisero; intervenne anche il Governo, e

potè avere nelle mani fra Maurizio Barracco ma non fra Ireneo Parisi,

che giunse a mettersi in campagna, e con un suo fratello egualmente

cavaliere, fra Pietro Antonio, diè principio alle solite imprese.

Non sappiamo in qual modo, ma sappiamo con certezza che nel 1600 fra

Maurizio Barracco era stato già ucciso, e fu fatta grazia agli uccisori

probabilmente sicarii, pe' meriti acquistatisi da uno de' denunzianti

della congiura[201]. Infine menzioneremo appena le lotte violentissime

di Rogliano, che fervevano appunto nel 1598 tra' Ricciulli e Lelio De

Piro da una parte, e Pietro Toscano, Giulio De Piro, Giovanni Stefano

e Pietro Arabia, e Desiderio Gio. Cotta dall'altra; dippiù quelle

di Cassano tra i Durabili, i Siena, i Paterini ed altri, nelle quali

allora si contavano già morti e feriti; da ultimo quelle di Rossano

tra i Toscano e gl'Interzato, divenute atroci per essere stato Giulio

Toscano ferito a morte da Scipione Interzato, e rese in sèguito

anche più gravi per l'uccisione di Fabrizio Toscano da parte di fra

Scipione Strambone, Gio. Vincenzo e Gio. Battista Cito, uniti a fra

Giuseppe, Scipione e Giulio Interzato[202]. Di tutte queste inimicizie

si risentivano gravemente non solo le città, ma anche le campagne,

essendone una conseguenza delle più tristi l'aumento de' banditi

e non dell'infima classe: appunto nel 1598 il Vicerè riconosceva

tale fatto, ed approvava che «saria de molto proposito procurare de

pacificare le inimicitie predette con legarli de bona pleggeria»; ma

questo precisamente non era così facile, e potea far verificare anche

le solite quistioni allorchè si trattava, come spesso si trattava,

di cavalieri di Malta. E però, ad occasione delle inimicizie di

Rossano, nello stesso anno il Vicerè scriveva al Governatore di «non

intromettersi nelle paci»[203].

Quanto alle lotte tra' componenti la R.ª Audienza, ecco ciò che

possiamo dirne, con la scorta de' documenti da noi trovati. Era

Governatore della provincia di Calabria ultra D. Alonso De Roxas de

Anoya, che è stato detto pure De Roscias, De Roggias, De Rosas e De

Rojas, senza dubbio pel desiderio di riprodurre alla meglio il suono

ovvero la forma della _chôla_ con cui scrivevasi il suo cognome in

castigliano; erano membri dell'Audienza, che egli presedeva, gli

Auditori Annibale David e Vincenzo Di Lega, i quali principalmente

figurano nelle cose del Campanella, ma anche Antonio Santamaria, Gio.

Lorenzo Martire, un Consaga, un Miranda, i quali troviamo sparsamente

nominati nelle scritture di quel tempo; teneva l'Ufficio di Avvocato

fiscale D. Luise Xarava, ed aggiungiamo pure che funzionava da

Segretario dell'Audienza Guarino de Bernaudo, sostituto con pubblico

istrumento a Camillo Passalacqua che godeva la Segreteria di entrambe

le provincie di Calabria. D. Alonso de Roxas, sempre citato dal

Campanella sotto l'aspetto più favorevole, apparteneva alla prima

nobiltà (vedremo che la Viceregina Contessa di Lemos gli era parente),

apparteneva quindi al numero de' privilegiati che si facevano presto

una posizione. Nel 1594 lo troviamo provveduto dell'ufficio di Capitano

di Lanciano, con una condizione che basta essa sola a faro intendere

come agisse il Governo spagnuolo, vale a dire «non obstante che non

vaca, per ordine di sua Excellentia»; nel 1595 lo troviamo Capitano

di Cotrone[204]. Ma nel 1598 dovè essere incaricato interinalmente

dell'ufficio di Governatore, Preside o Vicerè della Calabria ultra,

come allora anche si diceva magnificando ogni cosa, in sostituzione

di D. Francesco de Regina Carafa Conte di Macchia; passato appunto in

quell'anno dalla Calabria ultra a governare la Calabria citra. Buona

pasta d'uomo, amico del quieto vivere e poco avveduto, non ismentì

mai siffatte qualità in tutto il tempo in cui rimase al governo della

provincia, amareggiato solamente dalle esorbitanze dell'avvocato

fiscale Xarava, che egli non poteva comportare, come non aveano

egualmente potuto comportarlo i suoi predecessori; del resto egli non

dovea nemmeno occuparsi della persecuzione de' banditi, essendo questa

affidata al Conte di Macchia che avea facoltà di attendervi in entrambe

le provincie di Calabria. D. Luise Xarava del Castillo, citato sempre

dal Campanella come un mostro, aveva qualità precisamente opposte a

quelle del De Roxas; molti documenti abbiamo trovati intorno a lui

nell'Archivio di Napoli, ma anche diverse sue lettere autografe abbiamo

trovate nell'Archivio di Firenze, essendosi lui pure ingegnato di

procurarsi le grazie del Gran Duca, coll'offrirgli e fargli lungamente

aspettare una tavola di diaspro «una mesa de jaspe», trovata senza

dubbio in Calabria ed ora forse esistente tra quelle che si ammirano

nel Palazzo Pitti[205]. Granatese di origine lo disse il Campanella

nelle sue poesie, ma con ogni probabilità per rilevarne «il moresco

core»: ad ogni modo egli era Avvocato fiscale in Calabria ultra

già da alcuni anni, e molti documenti ce lo mostrano soverchiatore

e riottoso, non senza anche una certa dose di avidità, ma al tempo

medesimo operoso ed energico, tanto che i Vicerè di quell'età non

cessavano di dargli commissioni scabrose nella provincia, sebbene

dovessero poi quasi sempre finire per dirigergli qualche rimprovero.

Fin dal 1590, per essere andato sopra una galeotta di D. Pietro De

Leyva, generale delle galere, senza la licenza del Governatore, egli

si pose in discordia con costui, e il Vicerè Conte di Miranda dovè

intervenire a biasimare l'uno e l'altro[206]. Nel 1594 lo stesso Conte

di Miranda gli affidava «la visione delli conti delli sindici et altri

administratori del peculio dela università di Catanzaro» da dieci

anni in poi, e nel 1595 gli prorogò il termine assegnatogli per tale

commissione[207]: naturalmente egli dovè così riuscire bene accetto

ad una e odioso a un'altra delle due fazioni che si laceravano in

Catanzaro. Il Vicerè Conte di Olivares, dal 1596 in poi, gli affidò

egualmente diverse missioni ed ebbe più volte a mostrarsi dispiaciuto

di lui pel suo carattere. I contrasti, i diverbî, i soprusi da parte

sua riescono abbastanza notevoli, qualche volta rasentano perfino

il comico, e gioverà averne notizia, trattandosi di un individuo di

tanto interesse per le cose del Campanella. Nel marzo 1596 il Vicerè è

costretto a scrivere all'Audienza che faccia osservare all'Avvocato e

al Procuratore fiscale gli ordini che tengono: l'Avvocato maltrattava

il Procuratore, al punto che mentre costui se la passava con un po'

d'allegria in casa tra le persone di sua famiglia, essendo l'ultima

notte di carnevale, gli mandò un suo schiavo negro a tirare molte

sassate alla porta e alle finestre. Poco dopo, in aprile, il Vicerè

fa sapere all'Audienza di avere scritto all'Avvocato, «da che il suo

stile è di scomponersi con tutti li officiali del tribunale» che tenga

ogni buona corrispondenza col Governatore e gli Auditori, avvertendo

che essi debbono eseguire il simile: infatti con sua lettera quasi

contemporanea scrive all'Avvocato, «semo stati informati che al spesso

per l'ingiusti termini di procedere che da voi si usano turbate la

quiete di questo tribunale discomponendovi tanto con il magnifico

governatore di quessa provintia quanto con li magnifici auditori, non

tenendo con essi la correspondentia che si ricerca et doveti, volendo

voi solo componer ogni cosa con extraordinaria authorità, il che non

possemo credere, che quando lo sapessimo di certo, non mancariamo di

fare contra di voi le debite provisioni che si ricercano»[208]. Nella

stessa data è costretto a scrivergli che non faccia «tirare a costo del

R.º fisco una piazza de algozino ordinario, e cossi anco una piazza di

5 ducati il mese di soldato di campagna da doi soi criati di casa»;

e più tardi, in maggio, dietro le istanze dell'Avvocato scrive al

Governatore che gli restituisca lo schiavo che si trova in suo potere,

donde apparirebbe che questo schiavo fosse il ministro delle prepotenze

dell'Avvocato[209]. Verso lo stesso tempo vuol sapere dall'Avvocato

perchè è partito dall'Audienza, malgrado l'ordine che nessuno parta

senza licenza scritta, e più tardi vuol sapere perchè va poche volte

al tribunale; in sèguito lo minaccia perchè non ha eseguito gli ordini

di tenere bona corrispondenza col Governatore, e contemporaneamente

inculca al Governatore che tenga bona corrispondenza coll'Avvocato,

altrimenti provvederà, notandogli che una volta si è sdegnato con

lui al punto di fargli minaccia di volerlo carcerare; se non che

è costretto a dimandare all'Avvocato, come mai, dovendosi inviare

un Commissario a Policastro ed essendo stato scelto dal tribunale

questo Commissario, egli ne abbia poi inviato un altro[210]. Intanto,

mentre gli si era ingiunto che non partisse dall'Audienza, accade un

brutto fatto in Cassano, e lo stesso Vicerè ve lo manda «malgrado

li precedenti ordini in contrario»; e negli anni seguenti lo manda

a Reggio pe' gravi trambusti suscitati dalle lotte tra i Melissari

e i Monsolino, ed egli carcera alcuni de' contendenti già menzionati

altrove, ma si trova che ha fatto bandi, abbreviato i termini della

forgiudica, promesso indulti, cose che nemmeno tutto il tribunale

dell'Audienza avea facoltà di fare senza un ordine speciale, e quindi

gli s'ingiunge di partire da Reggio e tornare all'Audienza; non di

meno egli non se ne cura, e si trova dippiù che contro la volontà

dell'Audienza ha fatto aprire le carceri, estrarre un carcerato e

consegnarlo allo Stratico di Messina che lo reclamava, onde gli si

ordina che lasci immediatamente Reggio e torni all'Audienza[211].

Abbiamo poi veduto come egli appunto venisse mandato ad estrarre dalla

Chiesa il diacono selvaggio Marcantonio Capito, affrontando lo sdegno

e la scomunica del terribile Vescovo di Mileto; aggiungeremo che nel

1599 lo si trova mandato per un altro affare scabroso a Tropea dove un

dot.^r Francesco Blanco falso Commissario Regio con 34 soldati armati

a modo di banditi faceva le parti di un vero Commissario, ed egli

giunge ad arrestarne 21 col loro capo; di poi lo si trova colpito da

rimproveri, per essersi intromesso in un processo condotto dal Capitano

di S.^ta Agata, arbitrandosi perfino di citare il Capitano a comparire

davanti a lui[212]. Questa maniera di agire dello Xarava si riscontra

perfino negli anni posteriori, quando già il processo della congiura

era terminato ed egli era divenuto Consigliere; e però deve dirsi che

la prepotenza era nella natura sua, ma che l'energia di cui si mostrava

dotato faceva tollerare dal Governo i suoi gravi difetti. Relativamente

alla capacità, il Campanella, nell'Informazione pubblicata dal

Capialbi, lo dichiara un ignorante in modo assoluto, «talmente che

prese carcerato Gio. Francesco Branca medico di Castrovillari, perchè

scrisse al Campanella c'havea fatto un libro _de adventu portentoso

locustarum in Italiam_, pensandosi che _locustae_ volesse in latino

dir fuste di Turchi». Forse, con la mente invasa dall'idea che ognuno

tramasse per la congiura, vide anche in questo caso un gergo, ma

l'equivoco sembra difficile, mentre non di rado venivano all'Audienza

ordini del Vicerè per «l'extirpatione de' brucholi»; piuttosto

l'aver solamente rilevata un'amicizia col Campanella lo decise per

la carcerazione del Branca, ma del rimanente poteva bene appartenere

a quella classe di spagnuoli che divoravano il Regno con l'aria

di sapientoni, e davano origine a quel titolo di dileggio tuttora

rimastovi de' «dottori della Salamanca». Certamente la qualità sua

più brutta era la prepotenza e la bramosia di valere più degli altri:

questa gli procurò l'avversione non solo di D. Alonso de Roxas ma

anche di tutti gli Auditori. Infatti verso la fine del 1598 si verificò

questo caso singolare, che l'Audienza non permise allo Xarava l'entrata

nel tribunale ad esercitarvi il suo ufficio, adducendo che egli

trovavasi scomunicato dal Vescovo di Mileto, la qual cosa era veramente

accaduta già da qualche tempo: e il Vicerè non approvò la condotta

dell'Audienza, ed ordinò di non fare allo Xarava un simile ostacolo, il

quale si può comprendere solo ammettendo che l'Audienza avesse voluto

tener lontano quell'uomo divenuto odioso per la sua prepotenza[213].

Così la lotta tra' componenti la R.ª Audienza mantenevasi tra lo Xarava

da una parte e tutta l'Audienza dall'altra, e ad essa si appoggiavano

anche le inimicizie delle due fazioni di Catanzaro, dopochè lo Xarava

avea riveduto i conti dell'amministrazione municipale; nè riesce

difficile intendere quanto in pari tempo l'andamento di tutta la

provincia dovesse risentirsi di un simile stato di cose.

Ci rimane a dire de' banditi e forgiudicati. Questa piaga già

antica, non curata mai efficacemente in tutto il Regno e massime

nella Calabria, presentava anch'essa una notevole recrudescenza,

principalmente per gli scoppi de' conflitti derivanti dalle inimicizie

private. Si era visto di molto peggio in passato, e si ricordava p.

es. la desolazione della città di Terranova, che non si rialzò più mai

dopo i conflitti de' banditi ingenerati dalle inimicizie de' Marini co'

Geronimi. Consalvo Marino, forgiudicato, si era unito a Nino Martino

de' Casali di Reggio (nome da doversi tener presente per intendere

un certo punto della Dichiarazione del Campanella), e coll'adesione

anche del nobile giovane Ferrante Ruffo aveva assoldato fino a 300

banditi a piede e a cavallo, aveva combattuto molto bene le milizie

capitanate dal Conte di Nicastro, era una prima volta penetrato nella

città con uno stratagemma, poi una seconda volta per sorpresa, mentre i

cittadini riuniti in Chiesa festeggiavano il SS. Sacramento, e vi avea

fatto uccidere barbaramente i suoi nemici; minacciò di volervi tornare

ancora una terza volta, e il Governatore non seppe far di meglio che

ordinare a tutti i cittadini di uscir fuori dalla città e da' casali

in un giorno che fu la Domenica delle palme, e si sarebbe avuto questo

spettacolo miserando, se nella notte precedente uno de' medesimi

seguaci di Consalvo non l'avesse per carità di patria ucciso[214].

Le inimicizie recavano sempre questa grave conseguenza, l'aumento

de' banditi, ed essendo divenute così numerose nel tempo di cui

trattiamo, i banditi erano numerosi egualmente, non a grosse compagnie

ma disseminati dovunque; del resto e i conflitti giurisdizionali e le

lotte tra' componenti la R.ª Audienza, col rilassamento degli ordini

pubblici che n'era la conseguenza inevitabile, facevano moltiplicare

i delitti e con essi i fuorusciti, che poi divenivano banditi e

fuorgiudicati; certo è che pure il Residente Veneto, con sua lettera

del 9 giugno 1598, ebbe a partecipare al suo Governo questo aumento

di fuorusciti, e da tale testimonianza le affermazioni del Campanella

risultano indubitabilmente comprovate[215]. La severità delle leggi,

spinta troppo facilmente a certi estremi dagli ordini Vicereali,

contribuiva essa pure all'aumento de' banditi. Purchè il delitto fosse

tale da recare la pena di morte, e la categoria di questi delitti era

allora larghissima, dietro una dispensa Vicereale dalla procedura

ordinaria i delinquenti venivano con un bando citati a comparire

sotto pena di forgiudica, essendo alle volte abbreviati i termini

della comparsa a un punto, che questa diveniva perfino materialmente

impossibile; rimasta quindi la citazione senza effetto, i delinquenti

risultavano colpiti dalla forgiudica, cioè costituiti fuori ogni adito

al giudizio, donde il nome di banditi e forgiudicati. Vedremo più

opportunamente qualche altra particolarità di siffatta procedura, con

tutte le sue terribili conseguenze, allorchè tratteremo del processo

per la congiura del Campanella: qui dobbiamo dire che già da un pezzo

erano state date al Governatore Conte di Macchia le solite facoltà

straordinarie per la estirpazione de' fuorusciti, che basta leggere

per capire come le popolazioni dovessero sentirsi malmenate più da'

Commissionati contro i banditi che dai banditi medesimi, e quindi

dovessero divenire favorevoli più che ostili a' banditi; ma si stimò

necessario anche, a' primi del 1599, concedere straordinariamente

alla R.ª Audienza per mesi sei, e prorogare di poi ogni tre mesi

«il rigoroso rimedio de abbreviare il termine dela forgiudicatione»

contro coloro i quali commettessero omicidii proditorii mediante

archibugiate[216]. Intanto specialmente pel ricovero nelle case

de' clerici, nelle Chiese e ne' conventi, i banditi e in gran parte

anche i forgiudicati potevano eludere le persecuzioni con bastante

successo: i clerici, che si rendeano colpevoli di queste «negoziazioni

illecite», trattando o ricoverando i banditi in casa loro, abbiamo

visto che cadevano sotto la giurisdizione del Nunzio, e costui era

troppo lontano e disponeva di pochi mezzi per poter colpire dovunque

e colpir giusto; i preti e i frati, che li ricoveravano nelle Chiese

e ne' conventi, guadagnavano la benemerenza de' Vescovi, e spesso pure

qualche cosa di più. Potremmo riferire molti aneddoti intorno al prezzo

che non di rado costava a' banditi un tale ricovero, e segnatamente

intorno alla demoralizzazione dei frati, che ne' conventi in ispecie

rurali spingevano, aiutavano, ed anche personalmente intervenivano

alle escursioni predatorie de' banditi ricoverati: ci ripugna il fare

questa cronaca, la quale suol chiamarsi scandalosa, unicamente dacchè,

o per malizia o per eccessivo zelo del bene, è piaciuto attribuire alla

massa degli ecclesiastici d'ogni sorta e d'ogni grado una maniera di

sentire e di vivere essenzialmente diversa da quella de' laici, una

singolare ed impossibile immunità da' vizi del proprio tempo. Abbiamo

visto che il Vescovo di Mileto procurava che ne' conventi si fornisse

il vitto a' banditi ricoverati e assediati, e il Governo naturalmente

se ne doleva: del pari si doleva che p. es. in Rossano contumaci e

delinquenti «indifferentemente si serveno di tutte le ecclesie di

detta città, et non solo ci habitano loro, ma ci conducono le moglie

et altre donne, et armati di arme prohibite passeggiano per avanti le

porte di dette ecclesie»; si doleva che p. es. in Reggio, essendosi

alcuni banditi per causa di omicidio «andati a salvare dentro una

ecclesia di detta città, et havendoli posto le guardie attorno, il

Rev.^do in Christo padre Arcivescovo non le ha voluto permettere se

non per quaranta passi attorno detta ecclesia»[217]. Il Carteggio del

Nunzio Aldobrandini, testimone non sospetto delle imprese de' frati

in connivenza co' banditi, ci mostra che fin dal 1595 il Governo avea

dirette calde istanze a Roma perchè si facessero disabitare i conventi

in campagna, dando di essi una lunga lista molto istruttiva[218].

Ma se ne scrisse e riscrisse inutilmente in quell'anno ed anche nel

1596, nè si venne ad una conclusione prima del 7bre 1599, al tempo

in cui la congiura fu scoverta: allora soltanto si mandò da Roma un

ordine a' Prelati di non permettere che i malviventi e i fuorusciti

dimorassero nelle Chiese e ne' conventi, al quale ordine successe di

poi un Breve in regola, che prescriveva potersi concedere a' ministri

laici, non ostante la Bolla di Gregorio XIV, il fare l'estrazione de'

banditi dalle Chiese ed altri luoghi pii, e ciò pel tempo di sei mesi,

da prorogarsi quando ve ne fosse il bisogno. Ed ecco qualche Prelato

muovere il dubbio, se i banditi che stavano già ricoverati da un pezzo

dovessero pure concedersi a' ministri laici, e poi, scorsi i sei mesi

e non venuta la proroga, si videro i frati «accettare ne' conventi più

che mai i banditi e i delinquenti con grave scandolo»; onde il Nunzio,

ricordando continuamente gli scandali, chiedeva con istanza la proroga,

e si noti, non per la nequizia intrinseca della cosa, ma perchè si

stava «in pericolo di qualche stravaganza de' ministri Regii che li

caccino violentemente». Ma si vide venire la proroga soltanto dopo un

altro anno, e una nuova proroga farsi aspettare ancora otto mesi, e

sempre non tutti i Prelati impegnati ad occuparsene con serietà, e in

ispecie il Vescovo di Mileto dichiarato «fiacco a risolversi» da D.ª

Girolama Colonna zia del Duca di Monteleone, che si lagnava dei banditi

cresciuti a dismisura nello Stato suo[219].

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 17 / 55 段