il Campanella trovò la città di Nicastro e tutta la Calabria, onde
non potè non averne una profonda impressione. Si era da qualche
tempo in un periodo acutissimo di lotte giurisdizionali, e quella
di Nicastro fu una delle più gravi: l'argomento merita di essere
ben ponderato, giacchè mentre da una parte il Campanella nella sua
Narrazione dichiara mantenitore delle brighe qualche ufficiale Regio
che ebbe a perseguitarlo, d'altra parte agli ufficiali Regii quel
concorde sviluppo di esorbitanze Episcopali parve il principio di una
vera e propria ribellione; e in ciò non solo il Carteggio del Nunzio
Aldobrandini, ma anche l'Archivio di Napoli e perfino il Carteggio del
Residente Veneto, ci offrono molte notizie e documenti. Limitandoci per
ora alla sola quistione di Nicastro, ecco quanto possiamo dirne. Era
Vescovo di Nicastro Pietro Francesco Montorio nobile Romano, altero,
risentito, tutto imbevuto de' principii della supremazia ecclesiastica.
Creato Vescovo nel febbraio 1594, cominciò dall'affacciare pretensioni
pe' frutti del Vescovato già vacante e fece per questo mali officii
presso la Curia Romana contro il Nunzio; poi negò al Duca di Ferolito,
Conte di Nicastro, un dritto che costui possedeva di «_fidare_ nelle
erbe della Chiesa di Nicastro ed anche venderle agreste», e affacciò
la strana pretensione che per tale controversia venisse citato a
comparire innanzi al tribunale del Nunzio; poi avendo il Duca ottenuto
un decreto favorevole del Sacro Regio Consiglio, tribunale competente,
ed essendo stato mandato dalla R.ª Audienza un Commissario per
l'esecuzione del decreto, egli maltrattò il Commissario e lo scomunicò
con tutti gli ufficiali della città, a capo de' quali era un Gio.
Battista Carpenzano, facendo pubblicare dal suo Vicario un interdetto.
E scrisse a Roma e fece da Roma scrivere al Nunzio che pativa travagli
indebiti, ed appunto nell'aprile 1598 si permise di pubblicare una
cedola venuta da Roma senza l'exequatur: allora il Governo, che si
guardava bene dal tollerare un fatto simile, lo dichiarò licenziato
dalla sua diocesi, e perchè contumace pose sotto sequestro le rendite
del Vescovato; ma egli fece dal Vicario scomunicare l'Auditor Gonzaga
andato ad eseguire i detti ordini, e con lui il Vice Conte Gio. Antonio
Falconi. Di rimbalzo gli ufficiali della città carcerarono parecchi
gentiluomini aderenti del Vescovo, e volendo un giorno que' della
Corte del Duca trarre agli arresti un cuoco del Vescovo che portava
armi senza permesso, videro intervenire il Vescovo medesimo, il quale
li caricò di contumelie, al punto che taluni trassero qualche colpo
di archibugio in aria per farlo tacere, ed egli allora si allontanò
dalla Diocesi[182]. Ma al tempo medesimo i reggitori della città si
occuparono di provvedere perchè l'interdetto fosse revocato, e tenuto
pubblico parlamento, si concluse di nominare fra Dionisio Ponzio ed
Innico de Franza procuratori della città, perchè potessero comparire a
nome di essa in Reggio ed anche in Roma bisognando, a fine di ottenere
da' superiori ecclesiastici la rivocazione dell'interdetto. Il pubblico
istrumento di procura in data 28 agosto 1598, firmato dal dot.^r
Ottavio Serra sindaco, e da parecchi eletti di Nicastro, venne poi da
fra Dionisio originalmente presentato al tribunale dell'eresia quale
attestato di onore, e così abbiamo potuto averne piena conoscenza[183].
— Che il Campanella in tale occasione abbia prese le parti del Vicario
del Vescovo, riesce pienamente credibile, poichè in ultima analisi
egli era ecclesiastico; ma che abbia potuto influire sulla elezione di
fra Dionisio egli nuovo in Nicastro, e che l'invio di fra Dionisio e
del Franza abbia potuto dispiacere all'Avvocato fiscale, si comprende
poco. Avremo ad occuparci largamente anche dell'Avvocato fiscale, e lo
vedremo in realtà scomunicato dal Vescovo di Mileto, ma vedremo pure in
quel tempo, per varii fatti, qualche Auditore egualmente scomunicato,
qualche altro avvertito di essere incorso nella scomunica, ed uno di
loro è stato già menzionato più sopra; tutto ciò rincresceva senza
dubbio al Vicerè, non al Re che stava troppo lontano ed occupato in
altre cure, ma in fin de' conti attestava negli ufficiali colpiti una
fedele esecuzione degli ordini ricevuti ed un lodevole adempimento del
proprio dovere. Così l'Avvocato fiscale non poteva dispiacersi che le
cose si avviassero alla quiete, nè poteva ritenere per lui necessaria
una discolpa: d'altronde il Governo aveva trovata una singolare maniera
di rimediare agl'imbarazzi che nell'amministrazione derivavano dalle
scomuniche degli ufficiali; mandava una «hortatoria» al Vescovo, e
con ciò riteneva di aver provveduto per l'assoluzione, dandosi anche
l'aria di considerare sospeso l'effetto delle scomuniche. Mettiamo
qui che fra Dionisio e il Franza, si recarono a Reggio e quindi a
Ferrara, dove si trovava Papa Clemente occupato a consolidarsi nel
nuovo acquisto, nè tornarono a Nicastro che al principio dell'anno
successivo. Durante questo tempo l'affare del Vescovo di Nicastro si
trattava nelle più alte sfere. Il Papa medesimo, nel settembre 1598,
ne scrisse direttamente al Re, il quale rispose con una breve lettera
molto dignitosa; il Residente Veneto per le sue vie coperte potè aver
copia di entrambe le lettere e trasmetterle a Venezia, e così leggonsi
nel suo Carteggio. Il Duca di Sessa Ambasciatore spagnuolo in Roma
ne trattò col Card.^l S. Giorgio, e nel Carteggio del Nunzio vi è la
lista delle domande del Vescovo, tra le quali figura quella che tutti
coloro i quali l'avevano insultato fossero gastigati, e tutti, ma
principalmente il Carpenzano e il Falconi, non potessero più esercitare
ufficii in Nicastro e nelle altre terre della Diocesi. Nell'ottobre
furono concordati 10 capitoli, che conosciamo egualmente per cura del
Residente Veneto, tra' quali primeggia la rivocazione del decreto del
Sacro Regio Consiglio favorevole al Duca di Ferolito; ma il Vicerè fece
difficoltà a rivocare il pronunziato solenne di un tribunale supremo di
appello, onde le cose si protrassero fino al marzo dell'anno seguente.
Ed allora l'interdetto fu tolto, ma non per opera di fra Dionisio, ciò
che trovasi attestato pure dalla Narrazione[184]. Vedremo poi che il
Vicerè non attese nemmeno che l'interdetto fosse tolto, per rivocare,
da parte sua, il divieto del ritorno del Vescovo nel Regno, ma costui
non si mosse da Roma, sicchè, sopravvenuta la congiura di Calabria,
diè motivo a far credere che egli pure vi partecipasse. E ciò basti
pel momento circa i conflitti co' Vescovi; avremo tra poco occasione
di parlare del conflitto col Vescovo di Mileto, per lo quale si trovò
scomunicato l'Avvocato fiscale Xarava, ed anche il Principe di Scilla
(corrottamente Sciglio) e il Governatore del Pizzo.
Proseguiamo ora a dire del Campanella, sempre con la scorta della
Narrazione. «Alli 15 d'agosto poi esso Campanella andò a Stilo sua
padria, dove il Vescovo di Milito era venuto a processar un Arciprete
di Stignano, et Campanella andò con lui fino a Jeraci e dispiacque
assai alli officiali scomunicati che havesse dato consulta di canoni
e ragioni al Vicario di Nicastro et al Vescovo di Milito per aiuto
delle giurdittioni. Di più tutte le città principali oltre le discordie
tra gli Ecclesiastici, e Regii, erano divise in fattioni, e Stilo in
particolare havea la fattione de' Carnelevari et Contestabili, et capo
dell'una in campagna era Mauritio Rinaldis, et dell'altra M. Antonio
Contestabile. Et in Catanzaro erano due fattioni: a l'una favoriva lo
Xarava a l'altra D. Alfonso de Roxas governatore della provincia. Et
tutti li conventi erano pieni di banditi particolarmente della diocesi
di Milito, el Vescovo li dava de mangiare per zelo della giurdittione,
quando erano assediati da sbirri. E Xarava ponea fama ch'il clero
volesse ribellare».
Adunque alla metà di agosto 1598 il Campanella passò da Nicastro a
Stilo, ma forse ciò accadde qualche giorno più tardi, poichè si hanno
nel processo di eresia due deposizioni, che attestano essere andato
a Stilo dopo un mese dal suo arrivo in Nicastro[185]. Il Pizzoni ve
l'accompagnò, rimanendovi anche lui per curarsi, come attestò perfino
il suo confidente Lauriana che lo servì; e vi rimase qualche mese,
poichè sappiamo esser venuto nell'ottobre a far parte del convento
fra Pietro Presterà di Stilo, e costui allora lo medicò con le sue
mani. Frattanto nel settembre, per un'accidentale venuta del Vescovo
di Mileto a Stignano, ebbe il Campanella occasione di ossequiare
questo Vescovo che era Marc'Antonio del Tufo, e di andare con lui «in
visita verso la marina». Tale fatto trovasi nel processo attestato
dal Pizzoni, che depose ancora essere accaduto nel settembre. Il
Campanella naturalmente vi andò in qualità di Teologo, e giova
ricordarsene, poichè vedremo in sèguito il Governo Spagnuolo assai
mal prevenuto specialmente contro il Teologo del Vescovo di Mileto,
mostrando d'imputare a lui le risoluzioni violente che dal Vescovo
spesso si prendevano. Non apparisce e non è plausibile che quella
visita sia durata molto: ad ogni modo il Campanella nel suo ritorno si
fermò alquanto in Stignano presso suo padre, come attestò parimente
il Pizzoni, e poi si ridusse a Stilo nè ebbe mai più altra stanza:
lo vedremo più tardi in varie escursioni, ma di breve durata, e pur
sempre assegnato o meglio dimenticato in Stilo. È certo poi che le
trattative di pace tra' Contestabili e Carnevali, registrate nella
Narrazione subito dopo la visita fatta col Vescovo di Mileto, accaddero
veramente non prima del maggio dell'anno successivo: questo risulta
dal processo ed anche da altri cenni sparsi nella Narrazione medesima,
sicchè non dobbiamo occuparcene per ora, e possiamo invece approfondire
un poco le cose del Vescovo di Mileto, i conflitti giurisdizionali,
le fazioni e inimicizie cittadine, le discordie de' componenti la R.ª
Audienza, i banditi in armi nella provincia. Lo stesso Campanella più
volte affermò che questo grave turbamento sociale, unito alla comparsa
di fenomeni meteorologici straordinarii, lo menò a credere tanto più
fermamente alla vicina fine del mondo e a predicarla, onde poi alcuni
presero animo a concertarsi per una ribellione: trattasi dunque di una
materia in relazioni strettissime col nostro argomento, ed è necessario
occuparcene di proposito; l'Archivio di Stato in Napoli, parzialmente
anche il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ce ne forniscono molti
documenti, e di essi bisogna senz'altro profittare.
Il Vescovo di Mileto (latinamente Melito) si era già fatto distinguere
da un pezzo pel suo modo energico di procedere nelle quistioni
giurisdizionali, un po' più di tutti gli altri suoi colleghi, che
pur essi non mancavano di farle sorgere ogni momento e trattarle con
poca mansuetudine e nessuna misura. Egli non trovavasi in conflitto
per interessi personali come il Vescovo di Nicastro, ma per principii
profondamente sentiti, e quanto è dubbio che il Campanella abbia potuto
richiamare sopra di sè l'attenzione degli ufficiali Regii pel conflitto
del Vescovo di Nicastro, altrettanto è sicuro che abbia dovuto esser
notato pe' conflitti del Vescovo di Mileto; perchè con costui egli
si trovava in relazioni dirette, e da costui era stato scomunicato
quell'Avvocato fiscale Xarava al quale egli attribuì tutte le sue
sventure; solamente bisogna dire che abbia dovuto esser notato non
così presto come apparirebbe dalla sua Narrazione, ma quando già si era
fatto conoscere direttamente per altre cose. È pur troppo vero che il
Vescovo di Mileto avesse procurato che i banditi, i quali si trovavano
in asilo massime ne' conventi, fossero alimentati semprechè i birri
li assediavano per catturarli: questo emerse poi anche dal processo
del Campanella, e in realtà una tenerezza pe' malviventi rifugiati
ed assediati si verificava del pari in altre Diocesi, con diversi
modi singolari che non mancheremo di vedere: il Governo riteneva che
pe' delitti gravi, «imperiosi, e di molto malo exemplo» come allora
si diceva, non dovesse riconoscersi il diritto di asilo ne' conventi
e nelle Chiese; ma i Vescovi rispondevano con le scomuniche a tutti
coloro i quali eseguivano gli ordini del Governo, e con una maggiore
protezione a' più tristi soggetti, onde si può immaginare quanti
scandali ne dovessero nascere. I Cavalieri Gerosolimitani molto sparsi
nel Regno, che col titolo di frati e col beneficio della giurisdizione
ecclesiastica spesso si vedevano commettere prepotenze e delitti,
scorrendo la campagna con comitive armate e chiudendosi in qualche
castello di casale isolato senza che il Governo potesse raggiungerli,
fornivano un altro grosso contingente di conflitti: al tempo del
quale trattiamo, un cav.^re fra Maurizio Telesio di Cosenza trovavasi
nella condizione anzidetta, e il Governo avea mandato contro di lui
l'Auditore Vincenzo di Lega, che era giunto a catturarlo e si occupava
in prendere la relativa informazione; e subito da «un preite a nome
del Rev.^do Vescovo di Melito gli fu notificato in parola che lui et li
detentori di detto fra Mauritio erano incorsi in censure, admonendoli a
liberarlo»[186]. Ma il contingente maggiore era fornito da' così detti
«diaconi selvaggi» o «clerici coniugati», una specialità fiorente nella
Calabria, laici anche con mogli e figli, a' quali i Vescovi concedevano
di poter indossare un ferraiolo nero, ed avendoli in tal guisa fatti
clerici, pretendevano che fossero esenti dalle contribuzioni fiscali
e dal peso degli alloggi, esenti anche dalla giurisdizione laica, o
come allora si diceva «temporale»: i comuni o «Università» reclamavano,
ed egualmente reclamavano i Baroni, nel vedersi sfuggire di mano i
contribuenti e dover gravare di pesi insoffribili gli altri cittadini,
come pure nel vedere invasi i dritti della giurisdizione baronale: il
Governo mandava hortatorie, ma coloro che doveano consegnarle venivano
scomunicati[187]. Nel tempo di cui trattiamo, un Marcantonio Capito,
diacono selvaggio della Diocesi di Mileto, avea bastonato un frate
basiliano: la R.ª Audienza intervenne, e il Capito si rifugiò in una
Chiesa; il Vescovo, sempre per mantenere intatta la giurisdizione,
non volle permettere che fosse estratto dalla Chiesa, nè volle curarsi
che fosse chiuso nelle carceri vescovili pel dovuto gastigo. In tale
occasione l'Avvocato fiscale D. Luise Xarava dovè entrare nella Chiesa,
prendere il Capito e farne consegna nelle carceri del Castello del
Pizzo; ma finì per essere scomunicato lui, il governatore del Pizzo
D. Fabrizio Poerio e il Principe di Scilla signore del luogo. Le
hortatorie non mancarono, ma il timore della scomunica, che allora
menava a conseguenze anche sociali non indifferenti, rendeva perplessi
coloro i quali doveano presentarle: il Vicerè ebbe quindi a risentirsi
con la R.ª Audienza perchè erano state fatte presentare «per banno»,
vale a dire coll'affissione, e la R.ª Audienza ebbe a discolparsi
negando il fatto, che pare essere stato solamente un progetto. Intanto
il Vescovo, non rimasto pago alle scomuniche, nel febbraio 1598 mandò
al castello del Pizzo suo fratello Placido Del Tufo, il quale sulla
sua parola indusse il Castellano a far uscire il Capito dal carcere,
e metterlo in una stanza, ma poi nella notte, coll'aiuto di due
domestici del Vescovo e mediante una corda, lo fece fuggire e andare a
ricoverarsi nel palazzo Vescovile; laonde il Vicerè ebbe ad ordinare
l'arresto di Placido Del Tufo, il quale per lo meno dovè nascondersi
e molto più tardi poi fu graziato. Così tese erano allora le relazioni
tra il Governo e il Vescovo di Mileto. Più tardi non avendo il Vescovo
dato alcun gastigo al Capito, ed avendolo anzi lasciato andar libero a
Seminara, il Vicerè lo fece carcerare di nuovo, ma i preti, armati di
accette ed aiutati anche da alcuni laici, lo liberarono a viva forza;
questo accadde nel tempo in cui fervevano i concerti per la ribellione,
sicchè appunto pel Capito avvenne quel «rumor di clerici di Seminara
che ruppero li carceri gridando viva il Papa», come è registrato in
altro luogo della Narrazione del Campanella (pag. 30), onde sembrò che
il Vescovo di Mileto partecipasse a' concerti e che «il clero volesse
ribellare»[188].
Non molto dissimile era la condotta degli altri Vescovi della Calabria:
ne daremo alcuni cenni riferibili al periodo di cui trattiamo ed
anche a qualche anno successivo, ciò che servirà pure a mostrare che
essi continuarono sempre nella loro via, perfino quando, scoverta la
congiura, gli ufficiali Regii spiegarono una influenza esorbitante.
Il Nunzio medesimo scriveva a Roma che alcuni Vescovi componevano con
danaro ogni delitto de' clerici, sia facendo pagare una somma alla
Curia, sia facendo dare una pingue elemosina a qualche luogo pio, onde
presso gli ufficiali Regii s'incontravano difficoltà ad ottenere la
consegna de' clerici prigioni[189]. Ma specialmente i clerici selvaggi
in tutta la Calabria davano troppi motivi di scandali, mentre erano
ovunque aumentati al punto che il Vescovo di Mileto potè dire di averne
nella sua Diocesi molto meno degli altri, nè poi venivano sempre scelti
tra le persone per bene: così l'Arcivescovo di S.^ta Severina ne aveva
creati in numero infinito, ed aveva anche introdotta un'altra classe
col nome di «familiari», che non vivevano a sue spese e che tuttavia
esigeva fossero esenti dalle tasse e dalla giurisdizione baronale e
Regia, minacciando non solo la scomunica ma anche il carcere a chi
gli presentasse le hortatorie; d'altra parte il Vescovo di Cariati li
sceglieva perfino tra gl'inquisiti e i contumaci della Gran Corte della
Vicaria, e s'intende che i reclami e i conflitti dovevano essere senza
fine[190]. Non bastando i clerici selvaggi e i familiari, altri Vescovi
inventarono anche i «commissarii delle feste», laici deputati a far
osservare la santificazione delle feste, pe' quali non solo esigevano
le solite franchigie dalle tasse, dagli alloggi e dal foro laico, ma
anche il dritto di portare armi proibite, concedendone essi la licenza:
il Vescovo di Squillace ne avea creati 37, e in maggior numero ancora
ne avea creati l'Arcivescovo di Reggio, il quale volle egualmente
estese le franchigie a molte donne che in S.^ta Agata indossavano
abiti frateschi, come pure alle beghine o «bizoche» di Reggio, ed
una volta, avendo i gabelloti trasmesso a queste beghine col consenso
esplicito del Governo l'ordine di pagare le gabelle, fece venire da
Roma ed affiggere alle porte delle Chiese ed a' luoghi pubblici della
città un monitorio con le solite minacce, che citava que' gabelloti a
comparire fra un dato termine in Roma, innanzi all'Auditorato della
Camera Apostolica[191]. Non poche altre pretensioni ed ingerenze
indebite essi spiegavano con modi sempre nuovi in singoli casi.
Il Vescovo di Nicotera costringeva con la scomunica il Castellano
del luogo a ricevere nelle carceri del Castello clerici ed altri
ecclesiastici prigioni in suo nome; quello di catanzaro accoglieva in
un monastero di pentite la moglie di un uomo che con l'aiuto di essa
aveva ammazzata la sua 1ª moglie, ed esigeva dal Giudice, intervenuto
per le debite informazioni, un decreto liberatorio in favore di quella
donna senza neanche esaminarla[192]. Il Vescovo di Squillace, dopo
di avere scomunicato il Capitano di Stilo, non solamente si faceva
consegnare dal Giudice un grosso malfattore a nome Colella Bua, col
solito pretesto che era clerico selvaggio, ma anche un inquisito di
stupro ed omicidio in persona di una parente, col pretesto che esso
era domestico di una monaca. Il Vescovo di Gerace spediva monitorio al
Capitano e al Giudice della città, perchè sotto pena di scomunica, in
forza della Bolla _In coena Domini_, consegnassero tra 18 ore un ladro
di giumente e il rispettivo processo già formato, col pretesto che 12
anni prima era stato tonsurato (sebbene non avesse mai funzionato da
clerico), oltrechè gli era stata trovata sulla persona un'orazione a S.
Patrizio, la quale dovea vedersi se fosse superstiziosa e spettante al
S.^to Officio, ed ebbe il ladro e lo mandò via impunito; dippiù spediva
un altro monitorio perchè si rilasciasse un contumace, e si lacerasse
l'informazione presa contro un inquisito del ratto di una donna, perchè
la carcerazione e l'informazione erano state eseguite nel giovedì _in
albis_, e nulla di simile dovea farsi durante tutta la settimana dopo
Pasqua[193]. — Può bene immaginarsi la condotta del Clero inferiore
dietro siffatti esempi. Lo stesso Nunzio scriveva a Roma: «molti
si fanno clerici per esimersi dalla giuriditione temporale, et per
una banda, circa negotii, fugir le gabelle delle robe et gli altri
carichi che si portono seco, et per altra in essi, come sottoposti
alla giurisditione ecclesiastica, far ciò che vogliono»[194]: tali
erano veramente i motivi precipui del loro moltiplicarsi in modo
esorbitante, quali clerici secolari e regolari, e sotto le forme più
svariate ed anche più strane. Lasciando da parte gli esempi della loro
condotta individuale, appena ricorderemo la protezione che comunemente
accordavano a' malfattori, ricoverandoli nelle loro case ed aiutandoli
anche con le pratiche del loro ministero, le violenze alle quali si
spingevano in massa nelle loro bizze o in quelle de' loro superiori.
Qualche fatto di tal genere riesce abbastanza curioso ed istruttivo.
P. es. in Roggiano, gli assoldati del Governo impegnano una zuffa co'
banditi, li stringono in una casa, sono sul punto di prenderli; ed
ecco i preti parenti de' banditi che vengono in quella casa col SS.^mo
Sacramento, poco dopo ne riescono avendo affidato a' banditi le mazze
del pallio, e così conducono questi in una Chiesa sorridenti sotto gli
occhi degli assoldati del Governo genuflessi ed umiliati. In Policastro
alcuni clerici hanno una vertenza col domestico del Capitano, e il
domestico vien chiuso in prigione; ma ecco i clerici, non contenti,
con l'aiuto di altri laici rompono le carceri, prendono e feriscono
quell'uomo, quindi lo traducono nella Chiesa dove lo schiaffeggiano
e lo bastonano, mentre il Capitano non osa penetrarvi[195]. Cosa si
proponevano segnatamente i Vescovi con una condotta simile? Esercitare
la prepotenza, niente altro che la prepotenza, per lo meno secondo il
gusto del tempo tutto impregnato di prepotenza: e però non sapremmo
menomamente farne ad essi un addebito speciale, bensì non sapremmo non
riconoscere in essi le virtù e i vizii comuni, e non riconoscere negli
uomini del Governo, tra le prepotenze comuni anche a loro, un po' di
maggior cura, e laboriosissima cura, di avviare le cose verso l'equità
e la giustizia; sconoscer questo, o peggio scambiare le parti, ci
sembra una stranezza o una mistificazione. Cosa faceva il Governo, cosa
faceva Roma in questi conflitti? Roma aveva in cima de' suoi pensieri
non altro che «la superiorità ecclesiastica»: nessun provvedimento
troviamo da parte sua nemmeno circa l'istituzione de' clerici selvaggi
o coniugati evidentemente ingiusta: le sue istruzioni al Nunzio circa
i torti de' Vescovi erano «et scusarli et difenderli sempre»[196]. Il
Governo strepitava, mandava hortatorie a' Vescovi ed ordini rigorosi
a' suoi ufficiali; ma la paura delle scomuniche, fino a quando l'abuso
di esse non ne scemò l'efficacia, tratteneva ognuno, e il Governo
medesimo in ultima analisi diveniva arrendevole e finiva poi sempre per
pentirsene, come si verificò p. es. nel fatto di Marcantonio Capito. In
conclusione nè al Governo, nè allo Xarava che dipendeva dagli ordini
del Governo, riusciva conveniente mantener le brighe; e il Campanella
in tutte queste brighe potè scorgere i segni della vicina fine del
mondo, ma dovè anche scorgere che il Governo non era poi così forte
come ne correva la fama.