Dal libro del Parrino emergono abbastanza bene le vivacissime discordie

surte in Napoli tra' Nobili e il Vicerè, ad occasione del nuovo Banco

privilegiato che s'intendeva istituire dal Saluzzo di Genova col favore

Vicereale: ma non emergono le violenze e le scellerate maniere di agire

che tenne il Vicerè Conte Olivares, nè le agitazioni e li scoppi di

odii privati che si verificarono tra' Nobili durante quel trambusto; ce

ne dànno pertanto notizia i Carteggi massime del Residente di Venezia

e in piccola parte anche dell'Agente di Toscana, e da essi desumeremo

ciò che ha maggiore attinenza con la nostra narrazione. Fin dal luglio

1598, come risulta dal Carteggio Veneto, cominciarono le preoccupazioni

pel disegno del Banco Saluzzo. «Trattavasi, dice l'Agente di Toscana in

una sua lettera dell'8 7bre, di erigere in questo Regno un depositario,

il quale solo havesse tutti i depositi de' dinari vincolati, et il

negotio era mal sentito quà dall'universale, et giudicato molto dannoso

alla libertà et commercio pubblico»; onorevole maniera di giudicare

il fatto, non resa bene dal Parrino, che l'espose come una quistione

di comodità e di gelosia cittadina verso un forestiero qual'era il

Saluzzo; per un fatto simile a' tempi nostri sarebbero corsi fiumi di

eloquenza e d'inchiostro, ma allora si discusse un poco ne' Seggi e si

decise di mandare con gran segreto a Madrid Gio. Battista Brancaccio

fratello del Vescovo di Taranto, perché presentasse un reclamo a nome

della città. Ed appunto questo segreto mosse a sdegno il Vicerè, e

alla fine di agosto con brutti modi cominciò dal far carcerare Matteo

Acquaviva d'Aragona Principe di Caserta, che fu preso mentre andava

in carrozza, rinchiuso in Castello dell'Ovo e tenuto in una stanza

nuda e senza letto; egualmente fece prendere D. Alfonso di Gennaro

e rinchiuderlo in Vicaria nella stanza de' condannati a morte; poco

dopo anche, a' primi di settembre, colse D. Ottavio Sanfelice e lo

fece rinchiudere del pari in Vicaria, e sempre perchè costoro si

erano mostrati più operosi nel far decidere l'invio del Brancaccio a

Madrid. Molti Nobili allora si nascosero e fuggirono, e tra essi il

Conte della Rocca, il Marchese di Mottagioiosa, il Marchese Bonati:

ma il Marchese di Mottagioiosa, ricoverato in un monastero, essendosi

dopo qualche mese provato ad andare talvolta a casa di notte, pedinato

dalle spie fu preso egualmente e rinchiuso in Castelnuovo. Intanto,

fin dalla stessa 1.ª settimana di settembre, quattro Seggi di Nobili

si erano immediatamente riuniti, e scelti 12 Deputati li aveano fatti

presentare al Vicerè per annunziargli che volevano mandare qualcuno

a Madrid per querelarsi degli aggravii fatti alla Nobiltà, ma il

Vicerè volle prender tempo, disse che lasciassero memoriale, e subito

dopo guadagnò il Seggio di Portanova e tentò guadagnare l'Eletto del

Popolo. Nello stesso mese di settembre i Nobili mandarono a Madrid

D. Ottavio Tuttavilla de' Conti di Sarno, cui si unì Dezio Rocco

quale inviato speciale del Principe di Caserta; ed ecco il Vicerè

nuovamente occupato a cercare ogni mezzo per fare sfregio a' suoi

oppositori. Trovavasi da tre anni rinchiuso in Castel S. Elmo un tale

di cognome Ricca, agiato popolare, perchè sorpreso in casa di una

sorella del Tuttavilla, vedova e molto bella; il Vicerè lo fece subito

liberare. Ma peggio anche, la sera del 26 8bre, fece da più di 60 birri

circondare la casa di Fabrizio di Sangro Duca di Vietri alla piazza

di S. Domenico, e imprigionarlo con la più grande sorpresa di tutti,

dopo di avere concertato con un nemico di lui Gio. Antonio Carbone

già Marchese di Padula, mediante un tal Cesare Russo-Romano, una più

che turpe imputazione «de attentato crimine pessimo passive»! È questo

uno de' fatti che hanno un certo interesse per la nostra narrazione,

dappoichè naturalmente il Duca ne divenne invelenito, e si disse che

avrebbe aiutata l'insurrezione di Calabria: dobbiamo quindi riferirne

qualche cosa, facendo conoscere un po' addentro la persona del Duca

e determinando le date precise de' travagli che soffrì; per fortuna

non ci mancano i documenti, avendo anche trovata nell'Archivio di

Urbino tutta una sua corrispondenza autografa dal 1594 al 1621, senza

contare altre sue lettere esistenti nell'Archivio Mediceo le quali

sono posteriori al periodo di cui stiamo trattando[175]. Abbiamo avuta

già occasione di menzionare Fabrizio di Sangro Duca di Vietri, come

suocero del Marchese di Lavello e poi come Curatore del Principe di

Bisignano: qui dobbiamo dire che egli era già vecchio in questo tempo,

di 64 anni, con uno stato di servizio de' più onorevoli e costituito

in un'alta dignità per l'ufficio che teneva. Secondogenito di Ferrante

di Sangro, avea servito come luogotenente di suo padre nella guerra

di Siena, poi come capo di una compagnia di 300 fanti italiani sulle

galere del Principe Doria, poi come luogotenente di suo zio Geronimo,

colonnello con mille fanti, trovatosi anche all'espugnazione di S.

Quintino, poi come Agente speciale presso l'Ambasciatore Cattolico più

volte in Roma: in sèguito, eletto Papa Paolo IV Carafa suo parente, fu

da costui indotto a prender l'abito di clerico, inviato qual Nunzio

a Venezia, designato anche Cardinale; ma scoppiata la guerra tra

il Papa e il Re di Spagna, posto il Regno di Napoli in pericolo di

cadere sotto le Sante Chiavi, egli partì da Roma e si schierò tra gli

oppositori del Papa. Tale era la condotta del Nobile napoletano, che

aveva una mente ed un braccio da poter mettere in servizio del suo

paese: nessuna meraviglia che questa condotta oggi più che mai sia

poco conosciuta ed abbia pochi imitatori. Non avea pertanto deposto

ancora l'abito di chierico, e morto Paolo IV fu mandato a sorvegliare

il Conclave; servì anche il nuovo Papa Pio IV quale inviato al Re di

Spagna; ma dopo che vide perseguitati da lui i Carafeschi, depose

l'abito di clerico e se ne tornò a casa. Ebbe quindi l'ufficio di

Doganiere di Puglia già tenuto da suo padre (1574); poi fu creato

Duca della terra di Vietri, che si aveva acquistata nel 1587, ed anche

promosso all'ufficio di Scrivano di razione (1596), ufficio che tenne

con abilità ed integrità[176]. La colpa appostagli non fu creduta da

alcuno, ma intanto egli rimase in prigione non meno di 16 mesi, nè fu

liberato se non dopo la venuta del successore del Conte Olivares ed

anche 7 mesi dopo, l'8 febbraio 1600, avendo il suo medesimo difensore,

Ottavio Stinca, destramente prolungata la trattazione della causa, fino

a che non vide del tutto scomparse le influenze che l'avevano generata;

e la decisione della gran Corte della Vicaria non poteva riuscire più

onorevole pel Duca[177].

L'azione del Vicerè aveva intanto provocata una scissura in seno

alla Nobiltà. Durante lo stesso ottobre 1598 egli era riuscito ad

indurre gli Eletti della città a far mandare una lettera a Madrid,

nella quale, mentre si condolevano della morte del Re, chiedevano

che il Vicerè fosse confermato in ufficio per un altro triennio; e

giunsero fino ad apporvi una firma falsa di D. Lelio Orsini, che era

Eletto del Seggio di Nido ma che era poco prima già partito per Madrid

allo scopo di difendere la sua nomina di Curatore ed Amministratore

di Bisignano avversata dal Vicerè. Il Marchese di Padula, Pompeo

Seripando, ed Ottavio di Capua, mandavano essi pure lettere a S. M.^ta

in favore dell'Olivares, ed a questi dissensi di ordine amministrativo

vennero ben presto a mescersi gli odî privati. Tra gli avvenimenti

di quest'ultimo genere vi furono tre archibugiate tirate il 28

dicembre a Scipione Orsini Conte di Pacentro, che ne rimase ucciso, ed

un'archibugiata tirata al Conte di Montemiletto amico del Pacentro,

rimanendone ucciso il cavallo[178]; fu presto ritenuto da tutti che

quelle archibugiate fossero partite dal Marchese di S.^to Lucido e

sua comitiva, ed ecco un altro fatto che c'interessa per la nostra

narrazione, poichè egualmente di questo Marchese di S.^to Lucido,

il quale era già latitante e si teneva in campagna da fuoruscito con

comitiva armata, si disse più tardi che avrebbe aiutata l'insurrezione

di Calabria. — Non ci è riuscito veramente facile specificare con

esattezza chi sia stato il Marchese di S.^to Lucido di cui qui si

tratta, mentre i libri delle famiglie nobili che noi conosciamo non

fanno parola di azioni delittuose, e d'altronde il semplice titolo

non determina l'individuo nella serie di coloro che ne sono stati

fregiati. Ma qualche indizio, rilevato dal Carteggio Veneto e Toscano,

e sufficientemente appoggiato anche da un ms. che si conserva nella

Bibl. nazionale di Napoli, ci ha fatto persuasi che si tratti qui di

Francesco Carafa, da parte del padre, Ottavio, 2.º Marchese di Anzi, e

da parte della moglie, Giovannella Carafa, Marchese di S.^to Lucido. Il

primo suo delitto sarebbe stato nientemeno l'aver «fatto svenare alla

presenza sua la Marchesa d'Anzi sua propria madre» per causa di onore,

l'altro sarebbe stato l'aver fatto ammazzare il Conte di Pacentro,

«perchè havesse ingiuriato la casa del Marchese et col congiungersi

con la madre et col vantarsene», la qual cosa teneva «commossa et

quasi divisa la città»[179]. Infatti, non appena seguito il triste

avvenimento, il primogenito del Conte di Pacentro, D. Ottavio Orsini,

e insieme con lui il Marchese di Brienza, uscirono in campagna con

cavalli, ma non giunsero ad incontrarsi col S.^to Lucido, e il giovane

Conte di Pacentro, nel luglio 1600, finì per far correre cartelli di

sfida. Il S.^to Lucido, che negò sempre la sua colpabilità, fu citato

a comparire, e non essendo comparso venne dichiarato forgiudicato;

spese molto, si avviò alla rovina della sua fortuna, e giunse a

scansare allora gli effetti della forgiudica e a liberarsi più tardi

da ogni travaglio. Ma tenne lungamente la campagna, si rifugiò anche

per qualche tempo a Roma menandovi splendida vita, nè venne in mano

della giustizia che nell'agosto del 1600: uscì poi dal Castel nuovo

con D.^ti 30 mila di cauzione e fu abilitato a risedere in Vico, ma

quivi, nell'ottobre dello stesso anno, fece udire che gli erano state

tirate fucilate nella camera da letto attribuendole al Pacentro;

ricominciarono quindi i dissidii ed egli tornò in prigione, dove fu

stipulata la pace _sub verbo Regio_ col Pacentro nel settembre 1601,

e sebbene dopo la pace gli fosse stato accordato di tenere la casa

_loco carceris_ con la stessa cauzione di d.^ti 30 mila, egli non uscì

veramente di prigione co' detti obblighi che il 30 marzo 1602. D'altra

parte il Conte di Pacentro, perchè avea fatto correre i cartelli di

sfida, e più ancora perchè si voleva obbligarlo a far la pace, fu

perseguitato e dovè ricoverarsi in una Chiesa, ma pure venne preso e

chiuso in Castel nuovo nella data medesima di agosto 1600; poco dopo

fu liberato con cauzione ed abilitato a stare in Pacentro, dove se ne

andò nel settembre in compagnia di Carlo Capeco intrigato egualmente

nell'affare del duello. Seguiti poi i reclami del S.^to Lucido per le

fucilate che diceva tirate nella sua camera, fu il Conte ricercato

dalla giustizia in Pacentro e non vi fu trovato; ed eccolo di nuovo

perseguitato e catturato, di poi liberato 8 giorni dopo fatta la pace,

l'11 settembre 1601.

Per conchiudere intorno a' dissidii tra' Nobili e il Vicerè,

aggiungiamo che la calma cominciò a vedersi sol quando si seppe essere

stato deciso il richiamo del Conte Olivares e l'invio del Conte di

Lemos. Egli medesimo, l'Olivares, in febbraio 1599 annunziò tale

decisione, e non è esatto quanto dice il Parrino, che il Lemos fosse

giunto all'improvviso: contemporaneamente il Consiglio Collaterale

risolve che il Principe di Caserta e gli altri prigioni fossero

abilitati a tenere la casa _loco carceris_, con la cauzione di d.^ti

mille ciascuno[180]. Possiamo ora raggiungere il Campanella, che

imbarcatosi in una feluca è già in vista delle spiagge calabresi.

CAP. II.

RITORNO DEL CAMPANELLA IN CALABRIA E SUA CONGIURA. (1598-1599).

I. Non è dubbio che il Campanella sia arrivato in Calabria verso la

fine di luglio 1598, e che la sua prima tappa sia stata il convento

dell'Annunziata di Nicastro. In ciò si accordano diverse deposizioni

che si ebbero più tardi nel processo consecutivo di eresia, e le

notizie che si leggono nella Narrazione pubblicata dal Capialbi. Questa

Narrazione, indubitatamente scritta dal Campanella medesimo, ci potrà

d'ora innanzi servire di testo, almeno fino a che non giungeremo ad

un periodo pel quale vi siano documenti d'importanza anche maggiore:

ma profittando delle notizie in essa consegnate, non mancheremo mai

di farne rigoroso riscontro con quelle provenienti da altri fonti, e

massime con quelle appunto che il processo consecutivo fornì in numero

ragguardevole. Ecco ciò che vi si legge intorno al presente momento

della vita di fra Tommaso. «Nell'anno 1598 F. Thomaso Campanella tornò

in Calabria, donde era stato assente X anni parte in Padova, parte

in Roma, parte in Napoli, e nel fin di luglio sbarcò in Nicastro dove

era priore nel suo convento F. Dionisio Pontio e la città si trovava

interdetta per causa di giuridittione dal Vescovo, per esser fuggito

in Roma. Et esso F. Thomaso a' preghi de' cittadini, e per lettera di

M. Antonio del Tufo Vescovo di Milito suo antico protettore s'adoprò

a metter pace tra il Vescovo e la città. Il che non succedendo per

la malvagità di alcuni scomunicati, esso pigliò le parti del vicario

del Vescovo, e fece eligger F. Dionisio Pontio per ambasciator al

Vescovo et al S. Papa Clemente 8.º, che si trovavano a Ferrara. Il che

dispiacque assai a D. Luigi Xarava avvocato fiscale scomunicato tre

anni avanti dal Vescovo di Milito; e perseverante, e mantenitor delle

brighe, desioso, che tutti fossero interdetti, e scomunicati come lui

per sua discolpa appresso il Re, et pur ci era scomunicato il Principe

dello Sciglio el governator del Pizzo, et altri baroni, et officiali».

Ci siamo già spiegati precedentemente sulla vera durata dell'assenza

dalla Calabria, che altrove il Campanella affermò di dodici anni e qui

afferma di dieci, ma che in realtà deve dirsi un po' meno di nove anni.

Abbiamo pure detto che diverse deposizioni consegnate nel processo

di eresia pe' fatti di Calabria attestano egualmente l'arrivo essere

accaduto alla fine di luglio dell'anno 1598, e la prima fermata essere

stata quella di Nicastro; ma dobbiamo aggiungere che in esse domina

generalmente la credenza, che il Campanella fosse venuto in Calabria

non appena liberato da' travagli patiti in Roma, e trovasi anche

affermato che nel convento di Nicastro, essendo priore fra Dionisio,

aveva stanza del pari il germano di lui fra Pietro Ponzio, ed inoltre

fra Gio. Battista di Pizzoni in qualità di lettore. Così il Campanella

ebbe a trovarsi immediatamente in compagnia di questi suoi intimi

amici, i quali più o meno si avevano acquistato riputazione nella

provincia; ed ecco la condizione loro secondo le notizie sparse nel

processo, che siamo obbligati a citare quasi sempre per documentare

quanto affermiamo.

Fra Dionisio, che pel suo spirito si era distinto anche in Napoli

al tempo in cui là dimorava in qualità di studente, tanto più si

era poi distinto in Calabria, avendo progredito negli studii, e

principalmente essendo riuscito un oratore valentissimo; lasciava

solo qualche cosa a desiderare circa costumi. Di natura impetuosa,

irrequieta, ciarliera e vendicativa, già era stato una volta condannato

per aver tagliata la faccia ad un frate, e in genere di lascivia

se ne raccontava qualche brutto caso, avendo anche l'abitudine di

parlarne troppo e nel senso il più laido. Ma come oratore, ad un

facile eloquio accoppiava una quantità di risorse, e possedeva l'arte

di commuovere potentemente l'uditorio; sapeva lagrimare a tempo, ed

una volta, predicando a monache, seppe anche cadere in deliquio; nè

mancava di pungere i suoi avversarii perfino dal pergamo più o meno

velatamente. Una posizione sempre più distinta si aveva acquistato

tra' frati, ma in pari tempo si aveva acquistato odii roventi, pe'

processi da lui energicamente provocati e sostenuti contro frati di

fazione avversa, a' quali era imputato l'assassinio di suo zio il

P.^e Pietro Ponzio, che abbiamo già visto Provinciale pel 1587-88 e

parte dell'89. Questo incidente, non senza interesse per la nostra

narrazione, merita di essere conosciuto; e per fortuna, oltre i pochi

cenni consegnati nel processo più volte citato, ne abbiamo parecchie

notizie nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini. Già mentre teneva

l'ufficio di Provinciale, per la severità con la quale avea cercato

di correggere i costumi orribili di un gran numero de' suoi frati,

il P.^e Pietro Ponzio era stato minacciato nella vita, e un fra Paolo

Jannizzi della Grotteria sacerdote, che vedremo anche tra gl'imputati

della congiura e dell'eresia del Campanella, era stato in agguato per

ammazzarlo, sicchè ebbe a riportarne condanna di tre anni di galera

che scontò, e mentre egli stava ancora alla catena il P.^e Pietro fu

ammazzato. Poniamo qui che fra Paolo trovavasi carcerato in Napoli

durante la prima dimora del Campanella in questa città (1591), ed egli

stesso narrò che vide una volta passare per la via il Campanella, e

lo chiamò per pregarlo che volesse portare una sua lettera al P.^e

Rev.^mo: tutto ciò pertanto non gli chiuse la via agli ufficii in

sèguito, e stiamo per vedere che al tempo della congiura funzionava

da priore nel convento di S. Giorgio. Ma, come dicevamo, il P.^e

Pietro Ponzio fu ammazzato, bensì per un'altra ragione ancora più

notevole, perchè la fazione avversa ne temeva il ritorno all'ufficio

di Provinciale; e fra Dionisio perseguitò senza posa gli assassini di

suo zio, facendo rimontare la colpa dell'assassinio fino al P.^e Gio.

Battista da Polistina, già Provinciale nel 1591-92 e parte del 93. Era

ritenuto uccisore un fra Pietro di Catanzaro, che riuscì a fuggirsene

a Costantinopoli tra' turchi: un fra Filippo Mandile da Taverna fece

scovrire ogni cosa insieme con un fra Giacinto da Catanzaro, e fra

Filippo venne per opera del Polistina condannato a 10 anni di esilio

dalla provincia, ridotti poi per grazie successive a soli 2 anni; ma

il Polistina medesimo finì per essere catturato coll'opera diretta di

fra Dionisio, e rimase prigione 14 mesi in Roma, 15 in Calabria, 9 in

Napoli. Egli si schermì efficacemente con le sue aderenze, dimandando

di essere giudicato ora in Roma, ora in Calabria, ora in Napoli presso

la Corte del Nunzio, dalla quale finalmente in gennaio 1598 venne

liberato «ex hactenus deductis», dietro una relazione dell'Auditore sul

processo ingarbugliato col passaggio per troppe mani e troppi luoghi,

la quale conchiudeva «deficerent potius probationes quam jus»[181]. Fra

Dionisio, che facendo comparire negli Atti il fratello Ferrante aveva

in realtà agito personalmente per tale processo, e vi avea non solo

assistito in Calabria ma anche in Napoli ed in Roma, si era elevato di

molto insieme con la fazione avversa al Polistina; ma la liberazione

di costui, appunto nel 1598, cominciava a segnare un principio di

decadenza, e il Polistina relegato in un convento «loco carceris»,

coll'aiuto del P.^e Giuseppe Dattilo da Cosenza ex-Provinciale lui

pure, già preparava le sue vendette, mentre fra Dionisio, sdegnato per

questa liberazione, mostravasi irrequieto anche più del solito.

Quanto a fra Pietro Ponzio germano di fra Dionisio, senza smentire

il sangue caldo de' Ponzii, era d'indole più ritirata ed assai meno

inframmettente: avea progredito fino ad un certo punto negli studii

specialmente teologici, mostrando anche un grande trasporto per le

buone lettere, ed avea saputo mantenersi ne' buoni costumi, ciò che

non era comune a que' tempi. Così non si era fatto distinguer troppo,

e poteva dirsi che avesse piuttosto goduta la prospera fortuna di fra

Dionisio, come di poi ne patì l'avversa: intanto pel suo amore alle

lettere venne a stringersi sempre più col Campanella, ammirandone con

ardore il grande ingegno, e vedremo che gli si mostrò sempre tenero

amico.

Finalmente quanto a fra Gio. Battista di Pizzoni, egli si era distinto

molto più de' Ponzii negli studii, avendo coltivato non solamente

la Teologia ma anche la filosofia, oltrechè era assai addentro nello

studio della musica; ma in pari tempo si era distinto fuor di misura

ne' cattivi costumi. Sebbene il suo modo di ragionare e di esprimersi

non fosse punto brillante, e ne fa fede ciò che di lui si legge nel

processo, aveva tuttavia una eccellente riputazione come lettore, non

così come galantuomo. Noi lo lasciammo nel convento di Altomonte,

al tempo in cui vi dimorava il Campanella: poco dopo d'ordine del

P.^e Pietro Ponzio Provinciale ne fu scacciato perchè vizioso, e

dovè cercare un ricovero nel convento di Rosarno per misericordia.

Naturalmente si aggregò alla fazione di fra Gio. Battista di Polistina,

ed elevato costui all'ufficio di Provinciale fu mandato Vicario a

Cutro; ma finì coll'esserne scacciato a furia di popolo per le sue

dissolutezze ed anche per diverse appropriazioni indebite, quindi

condannato «ad poenam gravioris culpae». Fu mandato di poi lettore di

logica a Briatico, ove ebbe tra' suoi scolari fra Pietro Presterà di

Stilo, che un giorno dovè difenderlo dagli altri scolari i quali gli si

ribellarono, e così pure fra Silvestro Melitano di Lauriana, che gli

rimase attaccato sempre e gli fu buon compagno nelle cattive azioni;

ma egualmente da Briatico dovè fuggire, essendo stata per colpa di lui

uccisa una donna da' proprii fratelli, i quali divennero forbanditi e

lo atterrirono con minacce assiduamente. Non avea mancato nemmeno di

continuare nelle appropriazioni indebite, fra le quali ve ne fu una di

certi scritti di prediche e considerazioni sull'Apocalisse appartenenti

a fra Dionisio, che tolse dalle valigie di costui venuto di passaggio

a Briatico, e mandò poi a vendere per mezzo di fra Silvestro di

Lauriana; e fra Dionisio ne menò grande scalpore e lo vituperò per

tutta la provincia, ma essendo stato appunto in quel tempo carcerato

fra Gio. Battista di Polistina, egli seppe destreggiarsi abilmente

passando alla fazione di fra Dionisio ed acquetandolo. Con siffatta

evoluzione fu mandato lettore nello studio generale di Cosenza (1597),

di dove, l'anno seguente, venne chiamato come Teologo del Vescovo di

Nicotera, con cui visitò tutto lo Stato del Duca di Nocera defunto,

per soddisfare a' gravami patiti da' vassalli, essendosene il Duca

fatto scrupolo nel suo testamento. Adempiuta questa commissione, era

stato assegnato al convento di Nicastro, dove era giunto appena da due

mesi e trovavasi afflitto da certi malanni per commerci impuri, che

ne attestavano la cattiva condotta. Il suo fra Silvestro di Lauriana,

rimasto ignorante ed affatto bestiale, l'aveva seguito in Nicastro

e l'assisteva con ogni cura; ma aveva anche relazioni colpevoli con

un nipote del Pizzoni, fra Fabio, laico o «terzino» come allora si

chiamavano questi frati non sacerdoti, e fra Gio. Battista lo tollerava

senza risentirsene; invece dovè risentirsene fra Dionisio per lo

scandalo che n'era sorto, onde poco tempo dopo fra Gio. Battista finì

per abbandonare il convento di Nicastro. Il Campanella, verosimilmente

ignaro di tutte queste lordure e del rimanente avvezzo a considerare

i frati quali erano in realtà, vide in fra Gio. Battista un amico di

vecchia data, divenuto anche abbastanza culto; e non gli negò la sua

stima, ed ebbe pur troppo a pentirsene, essendogli riuscito un amico

infedele. Si noti intanto la mancanza di morale e di carattere in

questo fra Gio. Battista, che dovrà figurare di molto nella nostra

narrazione, e però ci ha costretti ad una non breve esposizione della

sua vita.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 15 / 55 段