all'inverno e alla primavera dell'anno 1598, e fin oltre la metà di
luglio di tale anno. La sua salute lasciava qualche cosa a desiderare,
e tutto induce a far ritenere che egli sia tornato nella casa ospitale
del Marchese di Lavello presso Mario del Tufo. Il _Syntagma_ ci dice
solamente questo, «nell'anno 1598 terminai in Napoli un _Epilogo di
Fisiologia_ ed un'_Etica_», la qual cosa basterebbe a mostrare che
il filosofo non potè trovarsi in Napoli assolutamente di passaggio.
Si ricordi che in Roma egli aveva cominciato un nuovo «Compendio di
Fisiologia» sperando di risarcire la perdita di un grosso volume, e
che l'aveva poi mandato a Mario del Tufo (ved. pag. 77): certamente
fu questo compendio appena cominciato che egli terminò, aggiungendovi
l'Etica; ma vedremo che più tardi vi aggiunse pure la Politica,
l'Economica e la Città del Sole, e ne risultò l'opera scritta in
italiano col titolo «Epilogo magno di quello che della Natura delle
cose ha filosofato e disputato fra T. Campanella» quale conservasi
nella Casanatense (XX, V, 28) e nella Magliabechiana (VIII, 6),
divenuta poi in latino _Philosophiae realis epilogisticae partes
quatuor_ etc. Noi seguiremo passo passo la composizione di quest'opera
importante: ci basterà qui dire che essa fu cominciata in Roma assai
probabilmente nella fine del 1594, continuata in Napoli sicuramente
nel 1.º semestre del 1598 fino alla sua 2.ª parte, l'Etica; e che sia
stata cominciata fuori Napoli si rileva dalle prime parole del Proemio,
«Perchè teco menar la vita non posso Signore» etc., il quale Signore
è naturale ammettere che sia stato Mario del Tufo[153]. Verosimilmente
il Campanella ebbe in animo anche di rifare l'opera _De sensu rerum_, e
per questo motivo commise al medico suo conterraneo Tiberio Carnevale
di rilevare dal S.^to Officio quali fossero le proposizioni trovate
censurabili nel Telesio; ma vedremo a suo tempo che da diversi indizii
apparisce avervi in realtà posto mano più tardi, e però al Catalogo
delle opere del filosofo per l'anno 1598 1.º semestre passato in Napoli
si deve aggiungere solamente la continuazione dell'Epilogo magno di
Filosofia in italiano. — Non sembra poi dubbio, che durante questo
periodo di tempo il Campanella abbia atteso ancora all'insegnamento
secondo il suo costume, e più che a Francesco del Tufo, questa volta
egli dovè dare un corso di lezioni a persone importanti in materie di
ordine molto elevato. Nella sua opera _Del senso delle cose_, al libro
1.º cap. 13 si legge: «nelli 4 libri che hò fatto d'Astronomia contra
Aristotile, Telesio, Tolomeo, e Copernico, hò fatto vedere questo al
discepolo cortese» (nell'ediz. latina «... diligenter hoc Cortesio
discipulo indicavi»). Vedremo che i libri di Astronomia furono almeno
in parte composti nel 1603, e che l'opera Del senso delle cose, così
come la possediamo, fu rifatta in italiano nel 1605; volendo quindi
determinare il tempo, ed anche la specie di lezioni date al Cortese, è
naturalissimo ammettere un insegnamento nel periodo di cui ci stiamo
occupando, con ogni probabilità in astronomia, essendo poi stata
alla memoria del Cortese dedicata l'opera che trattava della materia
insegnatagli. Nè ci ripugna il credere che questo Cortese sia stato
veramente Giulio Cortese, del quale vedremo tra poco le opinioni
astrologiche scambiate col Campanella: egli era già vecchissimo, ed in
questo stesso anno morì, ma allora anche i vecchi non si vergognavano
di farsi uditori per apprendere ciò che desideravano di apprendere. Un
altro discepolo poi, riferibile egualmente a questo periodo, è emerso
dalle Lettere del Campanella pubblicate dal Berti; vogliamo dire il
Marchese Spinola, padre dello Spinola che trovavasi Cardinale verso il
1630[154]. Chi era questo Marchese? Due Cardinali Spinola si aveano
verso il 1630: Agostino, figlio del celebre capitano Ambrogio e di
Giovanna Basadonna, e Gio. Domenico, figlio di Gio. Maria e di Pelina
Lercaro, per quanto si può cavare dal Deza, poiché nè il Ciacconio,
nè il Guarnacci, nè il Palazzi, nè il Cardella offrono la genealogia
di quest'ultimo Cardinale[155]. Ma Gio. Maria non era Marchese, nè
facea vita in Napoli: non rimane quindi che Ambrogio del q.^m Filippo,
Marchese di Venafro dopo la morte del padre avvenuta in marzo 1584,
e poi, coll'ammissione di Venafro al R.º Demanio pel decreto del 28
marzo 1586, rimasto Marchese di Sesto e Signore di Roccapipirozzi. Egli
aveva 29 anni nel tempo di cui trattiamo, e intorno a lui e al fratello
Federico, come intorno alle quattro sorelle, Lelia, Placidia, Maria e
Maddalena, non mancano notizie nell'Archivio di Stato: dal Capaccio,
nel Forastiero, fu poi registrato tra le nobili famiglie genovesi
«state abitanti in Napoli», e si conosce che non prima del 1602, per
un invito del fratello, si destarono in lui gli spiriti marziali, onde
assoldati 9,000 uomini a sue spese s'improvvisò generale e riuscì tanto
maravigliosamente nelle Fiandre. Il Campanella, nella sua prima venuta
in Napoli, era troppo poco noto per avere un discepolo di questo rango:
apparisce più probabile che l'abbia avuto nel 1598, e forse per lo
stesso corso di astronomia.
Come pel periodo precedente, così anche per questo, varie altre
notizie ci sono fornite da' documenti emersi coll'ultimo processo
pei fatti di Calabria, segnatamente dalla Dichiarazione scritta al
momento dell'arresto, e dalla Difesa scritta durante il processo.
Nella Dichiarazione si legge il seguente brano, che tratta sempre
delle mutazioni aspettate per la vicina fine del mondo: «ragionando
con diversi Astrologi, in particulare con Giulio Cortese napolitano,
con Col'Antonio Stigliola gran mathematico, et con Gio. Paulo
Vernaleone, che stavano in Napoli hor son tre anni, ho inteso da loro
che ci doveva esser mutatione di Stato». E più oltre: «el Prencipe de
Bisignano, vedendolo io che desiderava questo, quelli giorni avante
haveamo parlato con Giulio Cortese, et però le disse sta allegro che
li Astrologi aspettano mutatione, et la mutatione fa per li huomini
mal contenti»[156]. Come si vede, il Campanella parla qui di cose
avvenute «hor son tre anni», e poichè la sua Dichiarazione fu scritta
nella prima metà del 7bre 1599, strettamente dovremmo riportarci al
cadere del 1596: ma essendo questo impossibile, conviene riportarci
alla fine del 1597, tenendo conto delle cifre rappresentanti gli anni
e non del periodo di tempo effettivamente trascorso, ciò che si trova
da lui usato pure qualche altra volta; e così abbiamo detto doversi
ammettere che gli sia stato concesso di poter partire da Roma poco dopo
il 9bre 1597, in caso contrario sarebbe riuscito impossibile intendere
quanto egli ebbe ad affermare nella sua Dichiarazione. Adunque, non
appena giunto in Napoli, il Campanella ripigliò il tema delle aspettate
mutazioni, consultando persone ritenute molto competenti in siffatta
materia. Abbiamo già avuta occasione di nominare Gio. Paolo Vernalione,
a proposito di Gio. Vincenzo Della Porta suo stretto amico: di lui
sappiamo solamente che era stato maestro di matematiche di molto
grido[157], ed al tempo di cui trattiamo viveva abitualmente fuori
Napoli, coltivando le arti divinatorie nelle quali aveva acquistato
grandissima riputazione. Giulio Cortese, che pure abbiamo trovato
interlocutore nel Dialogo contro gli eretici, era prete e Teologo
napoletano, tra gli Accademici Svegliati detto l'Attonito: di lui si
hanno stampate alcune «Rime» con «varii opuscoli» (1588 e 1591), una
«Oratione alle potenze italiane per lo soccorso della Lega germana
contra il turco» (1593), e un libro «De Deo et Mundo sive de Catholica
philosophia» (1595), essendo rimasto inedito, secondo il Toppi, un
Poema intitolato «il Guiscardo», ed anche un trattatello in cui si
mostrava che i principii della filosofia del Telesio erano molto
conformi a quanto dicono le Sacre Lettere; la sua morte credesi dal
Minieri-Riccio avvenuta nel 1593, ma deve riportarsi a più tardi, come
si rileva pure dalla notizia che il Campanella ne dà, e del resto il
Chioccarello di poco posteriore, nella parte ms. della sua opera «De
viris illustribus» che si conserva nella Bibl. nazionale, vantandolo
anche come astrologo lo dice morto appunto nel 1598 e sepolto in S.
Eligio. Quanto a Colantonio Stigliola (latinamente Stelliola) che pure
abbiamo già incontrato più sopra, egli era di maggior levatura e merita
una più larga menzione. Nacque nel 1546 da Federico e da Giustina...
certamente della città di Nola, sia pure che abbia accidentalmente
vista la luce in Siderno come vuole il Macrì[158]: si laureò medico
in Salerno, ma rinunziò ben presto all'esercizio della medicina, e
l'occasione fu il vedersi da un nobile posposto a un altro medico,
il quale con le sue prescrizioni secondava la vanità del cliente.
Coltivò assai la botanica, e le sue intime relazioni con Ferrante
Imperato diedero motivo alla diceria che stretto dal bisogno, la
quale circostanza era vera pur troppo, avesse venduto per 100 ducati
all'Imperato l'opera della Storia naturale; ma sembra questa una delle
non rare maldicenze a danno dell'Imperato, il quale, nella prefazione
dell'opera che pubblicò il 1590, non mancò di citare lo Stigliola,
qualificandolo «professore di scienze recondite» ed aggiungendo di
aver comunicata con lui la maggior parte delle cose che allora dava in
luce. Si dedicò infatti allo studio non solo della matematica, ma anche
dell'astronomia e della chimica, ed amò, secondo i gusti del tempo, le
cose astrologiche: esercitò l'architettura e fu ingegnere pubblico; ma,
sempre povero, fu obbligato a dar lezioni per le case de' nobili come
pure in casa sua (di matematica e di chimica, o _filosofia vulcanica_,
come allora la chimica avea nome in Napoli), ed inoltre a tenere
una Stamperia, alla quale attese in sèguito il suo figliuolo Felice.
Abitava fuori porta Regale, quasi dirimpetto alla Chiesa di S. M. della
Salute divenuta poi S. Domenico Soriano e là teneva pure la Stamperia,
un poco più in su della Chiesa presente di S. Michele che allora era
tutt'altra cosa, sull'area dell'attuale piazza Dante a quel tempo
più angusta e addetta in gran parte a cavallerizza. Non ci costa che
sia mai stato lettore pubblico, avendo avuto la lettura di matematica
Francesco Chiaramonte fin dall'anno in cui quella lettura fu istituita,
cioè dal 1607, e sappiamo che egli tenne l'ufficio d'ingegnere della
città, non della Corte, poichè solo temporaneamente collaborò con suo
padre Federico e suo fratello Modestino alla descrizione geografica
del Regno e al perfezionamento di quella mappa che fu poi intagliata
dal Cartari; egli si occupò invece dell'acqua stagnante, del porto e
delle mura della città, sebbene inutilmente, come narra in una sua
lettera al Principe Cesi, riportata dall'Odescalchi nelle Memorie
storiche de' Lincei, essendo stato ascritto a quell'insigne Accademia.
Di animo indipendente in filosofia, Pitagorico per elezione, al pari
di tutti i Pitagorici si sforzava di seguire anche le abitudini del
maestro: scrisse, com'è noto, un libro sulla «teriaca» (1577), un
libro sul «Telescopio over Ispecillo celeste» (postumo, 1627), e i
trattati dell'Enciclopedia Pitagorea, de' quali non ci è rimasto che
l'indice (pubb.^to ibidem): basterebbe per altro la sola sua lettera al
Galilei, in data del 1º giugno 1616, per farlo stimare ed amare[159].
Abbiamo già avuta occasione di dire che gli fu fatto un processo dal
S.^to Officio, rimanendo carcerato in Roma nel 1595 e probabilmente in
compagnia del Campanella; morì l'11 aprile 1623[160].
Vi erano dunque come in Roma così in Napoli credenze di vicina fine
del mondo, aspettative di mutazioni, e non vi partecipavano già i soli
spiriti volgari ma le persone più dotte: il Campanella vi partecipava
anche troppo, ed egli medesimo ammise di aver consolato, con l'annunzio
di prossime mutazioni di Stato, il Principe di Bisignano che era mal
contento e mostravasi desideroso di novità. Come mai il Principe
di Bisignano si trovava in tali condizioni? C'interessa molto il
conoscerlo, perocchè vedremo nominato anche lui, con D. Lelio Orsini
e con varii altri Signori, tra coloro i quali avrebbero aiutato il
movimento insurrezionale che il Campanella si fece a promuovere in
Calabria; di tutti costoro converrà rintracciare le condizioni per le
quali poterono essere nominati in una faccenda così grave, e poichè
riesce difficile trovarne notizia negli scrittori in materia nobiliare,
addetti a cantare solamente le glorie, bisogna rivolgersi agli Archivii
di Stato, a' Carteggi ufficiali, a' Carteggi de' particolari, agli
Avvisi del tempo, dovendo pure aver le date precise de' fatti che
c'interessano. Nicola Bernardino Sanseverino, 5º ed ultimo Principe di
Bisignano della 1ª linea Sanseverino, successo a suo padre Pietrantonio
fin dal 1562, era de' più potenti Signori del paese, possessore di un
ingente territorio o «Stato» come allora si diceva. Sposò a 20 anni
Isabella Feltria della Rovere sorella del Duca di Urbino che ne aveva
appena 11: il matrimonio non fu felice, già prima di andarsene in
Calabria gli sposi erano in disgusto tra loro, molti ne incolpavano la
sposa, e per giunta a 20 anni essa cominciò a soffrire un'ulcerazione
al naso e all'intero palato che l'afflisse per tutta la vita, onde
appena ne nacque un figliuolo cui fu padrino il Gran Duca di Toscana;
così nell'Arch. di Urbino e nell'Arch. Mediceo abbiamo rinvenute molte
notizie intorno al Principe ed anche sue lettere in buon numero[161].
Divenuto prodigo e sregolato, egli si ricinse ben presto di una nuova
Corte riformando la sua casa e i suoi ufficiali, due volte se ne andò
in Toscana e in Lombardia anche di nascosto, si diede ad una vita
licenziosa, fece debiti e donazioni senza curarsi di chiedere l'assenso
Regio che era di obbligo pe' feudatarii, onde venne a richiamare
sopra di sè dapprima gli avvertimenti, di poi i rigori de' diversi
Vicerè che si successero nel Regno; l'Archivio di Napoli ce ne offre
già documenti nel 1574[162]. Più volte si riunì con la Principessa,
ma sempre finì per allontanarsene ben presto, ed una di queste volte,
non senza voti clamorosi, pagati anche abbastanza cari ed accompagnati
da preghiere pubbliche, la Principessa divenne gravida. Assicurata la
successione il 21 aprile 1581, egli tornò e separarsi, ed ella ebbe
voglia di tornarsene a Pesaro; ma fu fermata per via, in Bari, mercè
un ordine Vicereale con comminatoria di D.^i 100 mila, non potendosi
permettere che fosse educato fuori Regno un futuro Principe di tanta
forza; ed in Bari ebbe le cure di Giacomo Bonaventura di Lacedonia,
medico riputatissimo, che là esercitava l'arte e che durante questa
narrazione incontreremo ancora in Napoli presso il letto di morte del
Conte di Lemos, donde passò in Roma archiatro di Clemente VIII[163].
Ma riuscite inutili le cure, la Principessa attese in Napoli a provare
le acque della Zolfatara di Pozzuoli, ansiosa di rimedii e segreti che
le forniva anche il Gran Duca di Toscana, il quale ne aveva molti e
ne ritraeva molto credito presso i Nobili napoletani, uccellata da'
Gesuiti che seppero profittare delle discordie coniugali e giunsero
a carpirne la ricchissima eredità, desolata infine per la morte
dell'unico figliuolo appena quattordicenne cui si era dato il titolo
di Duca di S. Marco, invogliata di finire i suoi giorni nel convento
di S. Sebastiano, ma rimasta sempre tra le unghie de' Gesuiti[164].
Fin da' primi anni delle discordie, D. Lelio Orsini, nipote di
questi Signori essendo figlio di Felicia Sanseverino sorella del
Principe, interpose i suoi buoni ufficii tra loro, bensì inutilmente,
come risulta da una sua lunga lettera autografa del 1580 al Duca di
Urbino. Ma nel 1590 il Principe, d'ordine del Vicerè, fu carcerato
«per emendazione di vita», e gli fu assegnato anche un Curatore ed
amministratore de' beni feudali: durante la prigionia avvenne la morte
dell'unico suo figliuolo legittimo il Duca di S. Marco, che soccombè
al vaiuolo il 27 9bre 1595, e si videro allora i parenti istituire una
grossa lite di successione a' beni feudali, quantunque il Principe
e la Principessa fossero ancora vivi. Essendo fin dal 1583 defunto
il Duca di Gravina Ferdinando, D. Lelio, che non aveva nemmeno eredi
ma che andava d'accordo con D.ª Giulia Orsini sorella primogenita,
pretendente all'eredità appunto perchè primogenita, sostenne doversi
a lui l'ufficio di Curatore del Principe, posto che al Principe dovea
rimanere assegnato un Curatore per la sua prodigalità. D'altra parte
il Conte della Saponara Ferrante Sanseverino, agnato collaterale in 9º
grado, presentavasi quale erede legittimo de' Sanseverino, contrastando
che a' beni feudali potessero succedere le femine. D. Lelio ottenne
dal tribunale di dover surrogare Fabrizio di Sangro Duca di Vietri,
il quale era stato assegnato Curatore del Principe ed amministratore
dello Stato di Bisignano; e l'aveva già ottenuto nel principio del
1598, come si rileva da un'altra sua lettera al Duca di Urbino[165].
Questi fatti e queste date hanno un'importanza notevolissima per
bene intendere le voci che furono sparse al tempo della congiura di
Calabria. Ma occorre ancora conoscere i particolari della prigionia
del Principe di Bisignano, che con molto rigore e senza processo fu
protratta per non meno di 8 anni. Nell'Archivio Mediceo si hanno due
documenti scritti da un Gio. Vincenzo Ruffolo, il quale citando tutte
le colpe ascritte al Principe, cerca di scusarlo affermando che sino
al 1585 egli avea donati soli D.^i 25mila, compresi 10mila a donne con
le quali aveva avuti bastardi, e che dopo di essergli stato assegnato
un Curatore i debiti erano divenuti gravissimi: ma nell'Archivio di
Venezia si ha una breve notizia del Residente Scaramelli, che afferma
essere i debiti del Principe ascesi a D.^i 700mila fino al tempo del
Curatore, e da quel tempo in poi, durante la prigionia, essere divenuti
1 milione e 600 mila[166]. Ad ogni modo, nel luglio 1590, tornando
lui dalla Riccia con una sua ganza e sèguito, nel passare per Gaeta
venne ivi fermato e rinchiuso in fortezza d'ordine del Vicerè Conte
di Miranda: D. Lelio continuò anche allora ad interessarsi di lui, e
sappiamo che verso la fine del 1591 pregò caldamente in favor suo la
Principessa che si riteneva causa della prigionia, e verosimilmente
si cooperò a far venire quelle lettere commendatizie che si conosce
essere state scritte dagli Ambasciatori cattolici, da più Cardinali
e poi anche dal Papa: ma essendo stati emanati ordini rigorosi che
niuno potesse trattare col Principe, dovè desistere; e forse per tale
ragione se ne andò a Roma, dove rimase dal 1592 fino al 10bre 1594,
quando per la morte del Duca di S. Marco dovè tornare in Napoli e
ingolfarsi nella lite di successione[167]. Di poi, in febbraio 1596,
essendo state accolte le istanze del Principe dal nuovo Vicerè Conte
Olivares, e avuto anche il consenso della Principessa, il Principe
venne tradotto in Napoli, dove fu rinchiuso nel Castel nuovo, con
ordine che potessero vederlo i soli parenti e il Duca di Termoli, il
quale era ostile all'unione de' coniugi discordi: quivi egli rimase
fino all'agosto 1598, uscendone dopo di aver fatto un simulacro di
pacificazione ed anche una transazione con la Principessa, coll'obbligo
di tenere la sua casa a Chiaia in luogo di carcere, e dietro una
cauzione di D.^i 20mila forniti appunto da D. Lelio Orsini; tutto
ciò del resto non lo trattenne dallo scapparsene da Napoli verso la
fine dello stesso mese, dopo di aver fatto un testamento in favore
del Re. Nel lungo periodo della sua prigionia egli scrisse più volte
al Gran Duca di Toscana, che da altri fonti sappiamo averlo allora
favorito con larghi sussidii: questa corrispondenza, da noi rinvenuta,
riesce molto utile per determinare le date[168]. Così nel 1º semestre
del 1598 egli trovavasi esasperato da circa 8 anni di prigionia, con
disgrazie e vessazioni d'ogni maniera, entro il forte di Castel nuovo:
quivi ebbe a visitarlo il Campanella, verosimilmente in compagnia
di D. Lelio Orsini; ed è naturalissimo che il Principe siesi allora
mostrato desideroso di mutazioni e che il Campanella l'abbia consolato
annunziandole vicine, forse anche con una effusione di parole e di
voti roventi da una parte e dall'altra. Vedremo poi che quando egli
stesso, il Campanella, fu rinchiuso nel Castel nuovo, si consolò a
sua volta e consolò i suoi compagni di sventura, con una poesia nella
quale si ricordava la dimora del Principe nelle medesime carceri. Nè
deve sfuggire che il Campanella, fin da' principii del 1598, era già
in grado di conoscere la non lontana andata di D. Lelio Orsini in
Calabria quale amministratore e governatore dello Stato di Bisignano,
avendo così deciso il tribunale in favore di lui; se non che poi,
tergiversando sempre ed anche processando il Presidente De Franchis
coll'imputazione di aver manifestati i voti della Curia, ciò che recava
la pena di morte, il Governo Vicereale menò in lungo l'ammissione di
D. Lelio nell'ufficio, e l'accordò soltanto dietro un ordine di Spagna
provocato dal medesimo D. Lelio, che dovè recarsi espressamente per
questo a Madrid[169].
Ma finalmente il Campanella si decise a partire per la Calabria. Nella
Difesa, che ebbe a scrivere ad occasione dell'ultimo suo processo, egli
espose i motivi che lo spinsero a tale determinazione: era ammalato
(egli disse) di occhi e di ernia, da più di dieci anni carcerato o
infermo per sciatica, per tisi, per paralisi, come era provato da'
medici, cioè Latino Tancredi, Michele Politi e Tiberio Carnevale, a
consiglio de' quali, per ristabilirsi in salute, era andato a dimorare
in provincia d'onde mancava da dodici anni[170]. È certa qui una
inesattezza di computo o piuttosto un'esagerazione pe' bisogni della
causa, poichè l'assenza dalla provincia era durata un po' meno di nove
anni e non già dodici; parimente i dieci anni di travagli, più volte
così computati dal Campanella anche in altre occasioni, son dati in
cifra rotonda un po' maggiore della vera. Ma le sue infermità, nel
periodo di cui stiamo trattando, in grandissima parte dovevano esser
vere, facendolo argomentare così le notizie che ce ne sono pervenute
da altri fonti, come la speciale condizione di taluno de' medici da
lui citati, che rendeva impossibile ogni finzione. Abbiamo infatti
veduto che egli era stato realmente ammalato di occhi e sofferente di
sciatica fin dalla sua prima venuta in Napoli, e quanto alla paralisi
e alla tisi, non è impossibile che in Padova e in Roma abbia sofferto
qualche cosa di simile durante le diverse prigionie: quanto all'ernia,
sappiamo dalla sua opera _Medicinalium_ che egli stesso se la curò
secondo il consiglio di Arnaldo, ma essendo quinquagenario[171].
Forse egli ne parlò nelle Difese, insieme alla tisi, per cercare di
eludere il solito tormento della corda, poichè era ammesso non doversi
gl'infermi di tali malattie porre alla corda, comunque del resto si
solessero allora sostituirle altre maniere di tortura, in ispecie le
stanghette, secondochè risulta dalle opere di tutti i trattatisti di
quella età. Ma in ultima analisi le sue affermazioni non erano del
tutto senza fondamento, e, come dicevamo, anche la speciale condizione
di taluno de' medici da lui citati contribuisce a rendere credibile che
motivi di salute lo avessero spinto a recarsi in Calabria. Alludiamo
qui propriamente a Latino Tancredi, poichè Tiberio Carnevale e Michele
Politi potevano essere ritenuti d'accordo col filosofo. Abbiamo già
visto Tiberio Carnevale di Stilo, concittadino e speciale amico del
Campanella; egli era d'altronde assai giovane a quel tempo, di appena
24 anni, e però di poca autorità, quantunque il Campanella ne facesse
gran conto come si rileva dalla sua opera _Medicinalium_[172]. Più
autorevole era Michele Politi, e difatti lo si vide nell'anno seguente
chiamato alla lettura di teorica della medicina, lasciata appunto da
Latino Tancredi promosso alla filosofia per morte di Gio. Berardino
Longo; ma era egli pure conterraneo del Campanella, forse di Riaci,
sicuramente della Diocesi di Squillace[173]. Quanto al Tancredi, lo
abbiamo già visto da lungo tempo gran campione di dispute filosofiche
(ved. pag. 25), ed era poi andato anche innanzi nello studio pubblico,
giacchè dalla semplice lettura estraordinaria di medicina delle
Domeniche (1584) era passato da un pezzo alla lettura di medicina
ordinaria in surrogazione di Quinzio Buongiovanni promosso (1589);
godeva inoltre grande stima e popolarità, tanto che nello studio giunse
alla lettura di filosofia vacata per morte di Gio. Berardino Longo
(1599) e più tardi alla dignità di Conte Palatino (1604), in società
poi, divenuto molto ricco, giunse ad essere Barone della Podaria, terra
presso Camerota; ma trovavasi contemporaneamente medico del Nunzio
Aldobrandini, come è attestato dal Nunzio medesimo, e in tale qualità
poteva essere interrogato anche confidenzialmente sulle cose esposte,
sicchè il Campanella dovea guardarsi dal citarlo a caso[174]. Tutto ciò
per altro non escluderebbe che il Campanella si fosse deciso tanto più
volentieri ad andarsene in Calabria, in quanto attendeva con fiducia
vicine mutazioni; ma escluderebbe l'asserzione del Parrino e del
Giannone, che egli fosse stato da Roma per condanna assegnato a Stilo.
Bisogna considerare che quando egli scrisse le Difese, era tuttora vivo
e giudice suo anche in detta causa fra Alberto Tragagliolo; non avrebbe
quindi potuto in alcun modo esprimere un fatto men che vero innanzi ad
un uomo minutamente informato di tutte le sue cose.
Adunque il Campanella liberamente partiva da Napoli, dopo di avervi
questa seconda volta dimorato poco più di 7 mesi, sapendosi con
certezza, come vedremo più sotto, essere la sua partenza avvenuta nella
2ª metà del luglio 1598. Gioverà frattanto non seguirlo ancora nel
suo viaggio, ma considerare un poco i fatti che mano mano si svolsero
in Napoli e che naturalmente ebbero un'eco non lieve nelle Provincie;
poichè avvenne un dissidio clamoroso tra i Nobili e il Vicerè, onde
poterono riuscirne sempre più eccitate le speranze degl'insofferenti
del giogo spagnuolo, mentre parecchie altre gravi ragioni le tenevano
eccitate di molto.