Poesie da lui composte nel carcere per quanto sarà possibile rinvenirne
le tracce. Sicuramente fu con lui carcerato Gio. Battista Clario, che
nel _Syntagma_ è detto medico dell'Arciduca Carlo; verosimilmente
lo furono anche i due giovani Ascolani, de' quali si ha notizia
contemporaneamente al Clario, e forse uno di loro ha potuto essere
il Paolo Attilio cui venne indirizzato il Compendio di Fisiologia.
Non diremo essere stato compagno di carcere anche Giordano Bruno,
comunque sia noto che nel tempo medesimo egli penava nel carcere
dell'Inquisizione: tutto induce a credere che la sorte del Bruno
fosse stata già definita, ed essendo destinato all'estremo supplizio,
e dovendo esser tenuto in un carcere più sicuro giusta le regole del
S.^to Officio, egli si trovava forse nelle carceri di Tor di Nona, come
ci è accaduto di rilevare per taluno colpito da gravissime imputazioni,
la cui storia si legge nella Raccolta di scritture di S.^to Officio
esistente nel Trinity-College di Dublino. Ma con ogni probabilità,
negli ultimi mesi della sua dimora nel carcere, il Campanella vide
entrarvi anche un dotto napoletano, Colantonio Stigliola, che senza
dubbio avea già conosciuto presso Gio. Battista Della Porta: ci è
infatti venuto tra mano un processo di S.^to Officio sinora ignoto
contro lo Stigliola, dal quale apparisce che costui trovavasi già
carcerato in Roma nel luglio 1595 e rimase carcerato fin dopo l'aprile
1596. Avremo più in là occasione di parlare dello Stigliola e di
questo suo processo; per ora basti averlo menzionato quale probabile
compagno di carcere del Campanella, importandoci molto di dire invece
qualche cosa del Clario compagno di carcere certo. Le nostre ricerche
intorno a costui ci menano a ritenere che egli sia stato appunto
quel Gio. Battista Clario, di cui si hanno alcuni Dialoghi editi nel
1608, dove trovasi qualificato Protomedico della Stiria, mentre nel
_Syntagma_ è detto medico dell'Arciduca Carlo. Egli parrebbe Forlivese
di origine, giacchè si ha pure un Francesco Clario appunto di Forlì,
che nel 1585 diè alle stampe un Panegirico sull'umanità dell'Arciduca
Carlo, dal quale era tenuto a studiare in Padova[129]: ad ogni modo
gioverà fermarci un poco su' Dialoghi di Gio. Battista Clario[130].
Fin dalla Dedica di questi Dialoghi trovasi ricordato che essi vennero
composti in Roma essendo l'autore molto giovane, ed è notevole che i
tre primi hanno per interlocutori un Panfilo ed un Armenio entrambi
carcerati. Panfilo vi si rileva giovane di forti studii, colmo di
tutti i beni tanto da esserne invidiato, ed allora carcerato da tre
anni per un solo e falso calunniatore, dolente di trovarsi in quelle
«strane prigioni», accorato della mala opinione che da molti si sarebbe
avuta di lui; Armenio vi si rileva già «altre volte trovatosi in
simili conflitti», consolatore di Panfilo invitandolo a tener presente
tra le altre cose, la bontà di quelli che dovranno giudicarlo; senza
essere visionarii, ci pare di poter dire fin d'ora che si tratti qui
delle prigioni di S.^to Officio, le quali appunto compromettevano
assai la riputazione, del Clario scoraggiato, del Campanella avvezzo
a quel trattamento e fiducioso in fra Alberto Tragagliolo. Ancora
Panfilo, molto erudito, disputa in filosofia mostrandosi più sovente
peripatetico, ed Armenio, tanto più erudito, abbondantissimo in
citazioni, parla anche di astrologia e menziona S. Bernardo, S. Gio.
Crisostomo, Lattanzio, e «il secondo libro de' principii delle cose
da lui composto in quella prigione in lingua latina»[131]; non ci par
dubbio che si alluda qui abbastanza chiaramente al secondo _Compendio
di Fisiologia_, a quello composto in lingua latina dopo che n'era stato
già cominciato un altro (scritto invece in italiano), al Compendio che
tanti anni dopo fu pubblicato dall'Adami col titolo di _Prodromus_;
ed ecco perchè abbiamo detto più sopra aversi fortissimo indizio che
prima sia stato cominciato il Compendio in italiano che divenne poi
«l'Epilogo di Filosofia», e sempre nel carcere di Roma. Oltre a tutto
ciò, nel Dialogo 7º del Clario, un altro interlocutore dice di avere
avuto il giorno innanzi una disputa con un Telesiano, e fa sapere che
il Telesio vuole estirpare la filosofia di Aristotile e difendere
quella di Parmenide e Melisso, che la sua dottrina particolarmente
nel Regno di Napoli è stata accettata, accresciuta, ampliata,
«frà gl'altri da Tommaso Campanella, huomo in vero nato a tutte le
scienze, il quale e con la voce e con gli scritti ha procurato di
darle riputatione grandissima»[132]. Dobbiamo poi aggiungere ancora
un'altra circostanza tratta da altro fonte, che crediamo doversi
riferire al Clario. Vedremo che durante l'ultimo processo patito dal
Campanella, uno de' più cari amici suoi è carcerato egualmente (fra
Pietro Presterà di Stilo) ebbe a dire di aver saputo dallo stesso
Campanella che un astronomo «delle parti di Germania», carcerato con
lui nella S.^ta Inquisizione, gli aveva presagito la Monarchia del
mondo, perocchè aveva sette pianeti ascendenti favorevoli[133]: senza
entrare ne' particolari della notizia, che saranno chiariti a miglior
tempo, diciamo qui che l'astrologo in parola dovè essere appunto il
Clario, sapendosi che era medico, e quindi, secondo il gusto del tempo,
facile cultore di astrologia, oltrechè medico di Corte nella Stiria.
Così il germe inoculato al Campanella in Cosenza ed Altomonte veniva
scaldato nel carcere di Roma, e lo si vide poi sbocciare in Calabria,
terminando nel più disastroso fra' processi: certamente il Campanella
e il Clario, verosimilmente anche lo Stigliola, si eccitavano al
pensiero dell'avvicinarsi di tempi nuovi, e questo si vede ogni giorno
nelle persone carcerate; i tempi nuovi pertanto aveano pel filosofo
un'altissima significazione. — Ma avendo il Campanella in questo tempo
scritte anche molte Poesie, cerchiamo di rintracciare se tra quelle che
finora conosciamo ve ne sia qualcuna da potersi riferire al periodo in
esame. Noi crediamo doverci sempre d'ora in poi diligentemente occupare
di tale ricerca ad ogni distinto periodo della vita del filosofo;
poichè senza dubbio le poesie, composte quasi sempre a sfogo dell'animo
in un circolo ristretto di persone intime, possono far conoscere le
condizioni vere del Campanella anche ne' diversi tempi, assai meglio
di ogni altra maniera di documenti, nei quali egli non fu sempre in
grado di esprimere la pretta verità, ma sovente dovè piegarsi alle
necessità del suo miserrimo stato. Pur troppo anche le poesie, prima
di essere pubblicate, furono vagliate diligentemente, e parecchie fra
esse mostrano tracce di mutilazioni evidentemente fatte per togliere di
mezzo ciò che poteva compromettere l'autore, senza contare che alcune,
di data posteriore, appariscono scritte espressamente per metterlo
sott'altra luce: ma vi è rimasto sempre qualche cosa che lo mostra
qual'era, e poi abbiamo oggi la fortuna di poter pubblicare non meno di
67 altre poesie inedite, eliminate nella «Scelta» che se ne fece non
solamente perchè erano di scarso valore letterario, ma anche perchè
contenevano cose le quali importava lasciar sepolte, ond'è che siamo
in grado di trarne molto lume per la nostra narrazione. Naturalmente
noi spigoleremo fin d'ora anche nelle dette poesie, intorno alle
quali basti qui dichiarare che si trovarono in un manoscritto emerso
nel processo di Napoli il 1602, manoscritto appartenente ad un altro
caro amico del Campanella ed egualmente carcerato (fra Pietro Ponzio,
germano di fra Dionisio), che ne fece raccolta fino al 2 agosto 1601,
divulgandole anche sotto mano per Napoli a gloria dell'amico suo. Non
abbiamo ad occuparci di poesie latine, poichè di esse non è pervenuta
alcuna fino a noi, e quanto a poesie italiane con metro latino, le sole
tre che ci rimangono non possono dirsi di questo periodo, siccome è
chiaro anche dalle note che l'autore medesimo vi appose; ma in quelle
con metro comune crediamo che ve ne sia taluna appartenente al periodo
in esame. Così il Sonetto intitolato «Al carcere» ci sembra chiaro
doversi riferire al carcere di Roma, non già a quello di Napoli come
da tutti è stato creduto[134]: si badi infatti alla 2ª strofa di esso e
alla chiusa:
«Come và al centro ogni cosa pisante
. . . . . . . . . . . . . .
Così di gran scienza ogn'un amante
che audace passa dalla morta gora
al mar del vero di cui s'innamora
nel nostro hospitio al fin ferma le piante.
. . . . . . . . . . . . . .
che qui non val saper, favor ne pieta
io ti sò dir; del resto tutto tremo,
ch'è rocca sacra à tirannia secreta».
Una _gran scienza_, con la quale si passa _dalla morta gora al mar
del vero_, sarebbe rimpicciolita di troppo riferendola alla politica,
e se la tirannia spagnuola aveva una caratteristica, questa può dirsi
il non essere _segreta_, ma chiara e brutalmente professata: trattasi
dunque piuttosto del carcere di S.^to Officio, e la nota apposta al
Sonetto aiuta anche ad intenderlo; poichè dicendo essa semplicemente
«è chiaro», eccita a considerare di quale specie di carcere si tratti,
mentre non era stato creduto conveniente qualificarlo. Aggiungiamo
che con quel Sonetto l'autore si rivolge a qualcuno, commentandogli il
carcere in cui si trova; e chi sa che non glie l'ispirò lo Stigliola,
quando vi giunse egli pure! Ma ecco un altro Sonetto che fa parte
degl'inediti, e che mostra indubbiamente come le Poesie, quando
parlano del carcere, non riflettano soltanto il carcere di Napoli: esso
riguarda «un che morse nel S.^to offitio in Roma»[135]:
«Anima, ch'hor lasciasti il carcer tetro
di questo mondo, d'Italia, e di Roma,
del Santo Offitio, e della mortal soma,
vattene al ciel, che noi ti verrem dietro».
Qui il dubbio non è più possibile; questo povero carcerato moriva in
Roma e non in Napoli, moriva nel S.^to Officio in presenza del poeta
e d'altri compagni di carcere. Deve dunque il Sonetto riferirsi al
periodo del carcere di Roma, sebbene sia stato raccolto in Napoli;
quivi esso fu raccolto per comunicazioni di reminiscenza, al pari
dell'altro sopra menzionato. Richiamiamo poi anche l'attenzione sulla
chiusa del Sonetto. In essa si parla
«Dell'aspettata nova redentione»
con tutto quello che segue; e ben si vede che già nel carcere di Roma
fervevano le speranze, le quali poi menarono al carcere di Calabria
e di Napoli; nè il Sonetto ci sembra di un valore letterario troppo
deficiente, in paragone di molti altri i quali furono pubblicati,
sicchè l'essere rimasto fra gl'inediti deve naturalmente attribuirsi
a motivi di convenienza politica e giudiziaria. Vi sarebbe inoltre,
sempre fra gl'inediti, un Sonetto indirizzato «All'Accademia d'Avviati
di Roma»[136]: non riescendo punto verosimile che tra il 1600 e il
1601, nelle carceri di Napoli, l'autore abbia avuto motivo di pensare
ad un'Accademia romana, conviene riportare tale Sonetto al periodo
della dimora in Roma, bensì della dimora fuori carcere. Lo stesso
diciamo, ma con minore asseveranza, circa quell'altro indirizzato «Alli
defensori della Philosophia greca»[137], che al pari del precedente è
improntato ad alti e nobili sensi. Non è dubbio poi che alla dimora in
Roma, e all'ultimo tratto di tale dimora, debba riferirsi il Sonetto
«A Cesare D'Este» etc.[138]: esso ci offre anche una data certa, atta
a far conoscere sino a che tempo il Campanella continuò a dimorare in
Roma: poichè quivi fu scritto, mentre gli spiriti erano eccitati dalla
spedizione pel possesso di Ferrara che Papa Clemente intraprese contro
Cesare D'Este. Ne riparleremo a suo luogo.
Uscito in libertà, il Campanella prese stanza nel convento di S.^ta
Sabina, e tutto induce a far ritenere che sia stata quella una stanza
obbligatoria. Ivi compose il Dialogo o _Discorso politico contra i
Luterani, e Calvinisti, della vera Religione e del Lume Naturale
Deformatori_, come reca la copia ms. esistente nella Bibl. naz.
di Parigi (Ital. n. nuov. 106), copia che si ha tutta la ragione
di credere quella medesima destinata dal filosofo al Card.^le
Alessandrino: un'altra copia se ne ha in Roma nella Casanatense (XX,
V, 28), ma molto scorretta, e di essa si servì il prof. Fiorentino per
darci un sunto ed un profondo esame del Dialogo[139]. La data precisa
della composizione del libro deve dirsi lo scorcio dell'anno 1595;
ciò risulta dalla data della lettera autografa del Campanella a fra
Alberto Tragagliolo, annessa alla copia esistente in Parigi. Questa
lettera fu già pubblicata dal D'Ancona[140], ma con varie inesattezze
introdottevi da colui che la trascrisse, e particolarmente nella data,
che fu detta «21 1Obre 1599» mentre pure si conosceva molto bene che in
tal tempo il povero Campanella si trovava non nella quiete del convento
di S.^ta Sabina, ma nel colmo de' terrori del Castel nuovo di Napoli;
noi la ripubblichiamo tra' nostri Documenti, avendola diligentemente
ricopiata in Parigi[141]. Da essa si vede che il Tragagliolo, con sua
lettera, avea consigliato il Campanella di dedicare il Discorso al
Card.^le Alessandrino, protettore dell'Ordine Domenicano, cui aveva già
presentato e raccomandato il filosofo; e costui supplica il Tragagliolo
di volere lui medesimo presentare quel suo «primo Discorso», e farlo
«raccomandato in quel bisogno che sa». Tale bisogno verosimilmente era
la liberazione dall'obbligo di risedere in S.^ta Sabina e la facoltà
di poter tornare in Calabria, ciò che appunto induce ad ammettere
un'uscita dal carcere già da alcuni mesi, in caso contrario l'istanza
sarebbe riuscita impossibile: pertanto, malgrado il fervore cattolico
spiegato nel Discorso in ammenda del suo passato, il Campanella non
vide soddisfatto il suo desiderio e dovè aspettare ancora non meno di
due altri anni. Nel _Syntagma_ è detto che il Discorso o Dialogo fu
dato pure ad Antonio Persio, e molto più tardi egualmente al Naudeo:
inoltre nella Difesa scritta pel processo di Napoli, poi anche nella
Lettera latina del 1607 al Papa pubblicata dal Centofanti, come
pure nella copia medesima del Dialogo esistente nella Casanatense, è
affermato che ne fu fatto invio del pari all'Arciduca Massimiliano;
nella Difesa suddetta è affermato ancora che ne esisteva una copia
presso Mario del Tufo[142]. Non lasceremo poi di parlare di questo
Dialogo, senza dire che vi figurano da interlocutori Gio. Geronimo del
Tufo Marchese di Lavello, Giulio Cortese e Jacopo di Gaeta. Geronimo
comincia dal dire di avere assistito a una disputa singolare in
S.ª Maria la nova, non di quelle solite tra i «nostri filosofi» e i
peripatetici, ma a dirittura religiosa, sostenuta da M.º Tommaso da
Capua con altri; espone quindi la nuova credenza, e Giacomo si fa a
combatterla con la ragione, Giulio con la Bibbia; come ha notato il
prof. Fiorentino, l'autore si nasconde sotto la persona di Giacomo,
e si attiene sempre alla politica anzichè alla Teologia. Da parte
nostra dobbiamo notare nel Campanella siffatta reminiscenza di Napoli
e degli amici lasciati in questa città; essa mostra che la sua mente
e le sue aspirazioni erano rivolte al dolce nido. Non abbiamo bisogno
di dire chi fosse Gio. Geronimo Marchese di Lavello; quanto a Giulio
Cortese, avremo ancora occasione di parlare di lui più in là, e quanto
a Giacomo di Gaeta, gli scrittori di cose patrie ci dicono che egli
era Cosentino, dimorante in Napoli, giurisperito, filosofo Telesiano ed
oltracciò poeta; anche il Campanella lo fa intendere allorchè lo cita
nel suo Sonetto al Telesio:
«Il buon Gaieta la gran donna adorna
con diafane vesti risplendenti,
onde a bellezza natural ritorna».
Aggiungiamo qui che oltre al _Dialogo_, il Campanella compose forse
in S.^ta Sabina anche l'_Apologia pro Telesio_ e l'_Apologia pro
philosophis magnae Graeciae ad S.^m Officium_: difficilmente si
potrebbe assegnare un tempo migliore a queste due Apologie, che si
trovano menzionate in più documenti di alcuni anni dopo, senza che il
_Syntagma_ ci dia qualche lume intorno ad esse[143]. Ma si tratta di
una semplice supposizione e non vi si può insister troppo. Certamente
poi vi compose la _Poetica_, che abbiamo già avuta occasione di dire
scritta nel 1596 per testimonianza lasciatane dal Campanella medesimo:
con ogni probabilità, quando ebbe provato che era andato a vuoto
il tentativo fatto col _Dialogo_ presso il Card.^le Alessandrino,
il Campanella dovè sentire vivamente la necessità di guadagnarsi la
protezione di altri Cardinali, e massime quella del potente Segretario
di Stato di Clemente VIII, il Card.^l S. Giorgio, che si era già
fatto notare per la protezione accordata all'infelice Torquato Tasso,
e che si poteva sperare singolarmente benevolo dopo la presentazione
di una _Poetica_[144]. Nè può non recare meraviglia tanta operosità
nel carcere e tanto abbandono fuori carcere; laonde bene a ragione il
Campanella medesimo ebbe poi un giorno a dire, che senza le protratte
carcerazioni egli non avrebbe mai composto un sì gran numero di opere.
La più gran parte del lungo tempo trascorso dal Campanella in Roma,
dopo il carcere, si può dire che sia stata essenzialmente impiegata
nel cercare protezioni presso varii Cardinali ed alti personaggi.
Questo dimostrano le notizie inserte nel _Syntagma_ e più ancora
ne' varii documenti emersi coll'ultimo processo avuto più tardi pe'
fatti di Calabria. Dal _Syntagma_ apparisce che diede al Card.^l S.
Giorgio la sua _Poetica_, ma dalla Difesa scritta pel suo processo di
Napoli, di poi egualmente da varie sue lettere del 1606 pubblicate
dal Centofanti, apparisce aver dato allo stesso Card.^l S. Giorgio
anche la sua _Monarchia de' Cristiani_[145]: sappiamo intanto che non
vi guadagnò nulla; in un'attiva corrispondenza, che questo Cardinale
ebbe a tenere col Nunzio intorno al Campanella pe' fatti di Calabria e
pe' processi che ne seguirono, non troveremo il menomo indizio che il
Cardinale siasi mai ricordato di aver conosciuto il filosofo. Ma giunse
ad introdursi anche presso il Card.^l Del Monte e il Card.^l Farnese;
e dalla Difesa scritta pel processo di Napoli apparisce, che presso
quest'ultimo Cardinale egli protesse i frati napoletani di S. Domenico
i quali aveano tumultuato, in opposizione a fra Marco da Marcianise
agente de' Riformati, il quale si trovò poi Commissario della sua causa
in Calabria[146]; dovè quindi certamente in tale occasione rivedersi
in Roma con fra Dionisio Ponzio, il quale sappiamo esservi stato lui
pure in questo tempo ed avere agito nello stesso senso. Infine giunse
a guadagnarsi la grazia dell'Ambasciatore di Spagna in Roma, che era
il Duca di Sessa D. Antonio de Cardona coll'enorme trattamento di 8
mila ducati l'anno posti a carico del Regno di Napoli: dalla Difesa
più volte menzionata apparisce che costui gli avrebbe prodigati molti
favori; conviene per altro avvertire che le asserzioni di questo
genere poterono esser messe innanzi pe' bisogni della causa. — Ma
un fatto degno di essere ricordato fu questo, che già cominciavano
a mostrarsi in Roma, nei colloquii privati, le preoccupazioni per
la vicina fine del mondo, la quale si credeva potersi verificare
col termine del secolo; e il Campanella vi partecipava, nel senso
che dovessero accadere mutazioni prima che il mondo finisse. In una
Dichiarazione importantissima da lui scritta al momento del suo arresto
in Calabria, e da noi trovata nell'Archivio di Spagna in Simancas,
leggesi il seguente brano: «Che habbino d'esser mutatione nel mondo io
mi ricordo haver parlato col Cardinal de Monte, mentre se preparava
la guerra de ferrara, et che la chiesa dovesse gir avante, et con un
filosofo Spagnolo zoppo che sta in Roma ne me recorda il nome, che
fa professione d'arte devinatoria, et con il Theologo del Cardinal
farnese» etc.[147]. Il Campanella dunque, già sotto l'impressione
di un presagio di Monarchia, si occupava delle prossime mutazioni,
per le quali, naturalmente, poteva tanto più accarezzare il concetto
degli alti destini cui si credeva chiamato: e con questi pensieri in
mente, si sforzava di ottenere la facoltà di poter partire per Napoli e
restituirsi in Calabria.
La partenza del Campanella per Napoli non si può ritenere accaduta
verso la fine del 1598, come è sembrato al Berti[148], sapendosi con
certezza dalla Narrazione pubblicata dal Capialbi, che alla fine
di luglio di tale anno egli era già arrivato in Calabria dopo di
aver passato qualche tempo in Napoli. Sicuramente egli rimase nel
convento di S.^ta Sabina durante l'anno 1596, come si rileva dalla
deposizione di un testimone, che fa parte dell'ultimo processo pe'
fatti di Calabria[149]; trovavasi poi tuttora in Roma quando si
preparava la spedizione di Ferrara, vale a dire a' primi di 9bre
1597, come risulta dal brano della Dichiarazione pocanzi riportato.
Tutti sanno che la spedizione di Ferrara, iniziata con la scomunica
di D. Cesare D'Este cugino dell'ultimo Alfonso morto senza prole il
28 8bre 1597, sotto il pretesto che egli non fosse stato legittimato
da Alfonso I suo padre, venne febbrilmente preparata a' primi di 9bre
1597: fu perfino richiamato dall'Ungheria Gio. Francesco Aldobrandini
mandatovi dal Papa a combattere i turchi, ciò che contribuì a far
giudicare tanto più severamente quella spoliazione, per la quale si
ebbe l'assenso della Francia dopo l'assoluzione data a Errico IV. Il
Carteggio dell'Aldobrandini Nunzio in Napoli fornisce esso pure alcune
notizie intorno a' preparativi, tra le altre quella delle vive istanze
Pontificie per avere il cav. Domenico Fontana, che era già «ingegniero
della Regia Corte» in Napoli fin dal 1594, e che in tale condizione si
occupava allora appunto de' disegni del Molo nuovo e della bella via di
S. Lucia, e qualche anno dopo ebbe ad occuparsi dell'edificazione del
nuovo Palazzo Reale[150]: egualmente il Carteggio del Residente Veneto
in Napoli fornisce altre notizie, e fra esse quella della cerimonia
compita nell'Arcivescovado, ove i Canonici in circolo assisterono alla
lettura della scomunica inflitta a D. Cesare con una candela bruna in
mano, che poi gettarono a terra quando la lettura fu finita[151]. Si
consideri l'eccitamento degli animi in Roma. Come suole accadere, molti
eruttarono poesie, e come suole del pari accadere ne' brutti argomenti,
le poesie riuscirono orribili. Anche il Carteggio suddetto del Nunzio
mostra allegato alle Lettere da Roma di quell'anno un cattivo Sonetto
intorno a D. Cesare d'Este e alla resa di Ferrara: il Campanella volle
egli pure far udire il suo canto, e diè fuora il Sonetto «a Cesare
d'Este che ritenea Ferrara contro al Papa», Sonetto che abbiamo già
avuto occasione di menzionare e che comincia col verso
«Tu, chi t'opponi alla promessa eterna»[152].
Fu senza dubbio uno de' Sonetti peggio riusciti, con una chiusa affatto
banale; ma forse, vellicando le orecchie della Curia, produsse ciò che
altri lavori di polso non aveano prodotto, e agevolò il compimento de'
desiderii del poeta. La data da doverglisi assegnare è quella de' primi
giorni di 9bre 1597, e poco dopo bisogna ritenere che il Campanella
abbia potuto ottenere di partire da Roma; in caso contrario riuscirebbe
impossibile intendere un altro brano della Dichiarazione sua, che
avremo a riportare fra breve.