Ci faremo ora a vedere i compagni di carcere del Campanella, e le

Poesie da lui composte nel carcere per quanto sarà possibile rinvenirne

le tracce. Sicuramente fu con lui carcerato Gio. Battista Clario, che

nel _Syntagma_ è detto medico dell'Arciduca Carlo; verosimilmente

lo furono anche i due giovani Ascolani, de' quali si ha notizia

contemporaneamente al Clario, e forse uno di loro ha potuto essere

il Paolo Attilio cui venne indirizzato il Compendio di Fisiologia.

Non diremo essere stato compagno di carcere anche Giordano Bruno,

comunque sia noto che nel tempo medesimo egli penava nel carcere

dell'Inquisizione: tutto induce a credere che la sorte del Bruno

fosse stata già definita, ed essendo destinato all'estremo supplizio,

e dovendo esser tenuto in un carcere più sicuro giusta le regole del

S.^to Officio, egli si trovava forse nelle carceri di Tor di Nona, come

ci è accaduto di rilevare per taluno colpito da gravissime imputazioni,

la cui storia si legge nella Raccolta di scritture di S.^to Officio

esistente nel Trinity-College di Dublino. Ma con ogni probabilità,

negli ultimi mesi della sua dimora nel carcere, il Campanella vide

entrarvi anche un dotto napoletano, Colantonio Stigliola, che senza

dubbio avea già conosciuto presso Gio. Battista Della Porta: ci è

infatti venuto tra mano un processo di S.^to Officio sinora ignoto

contro lo Stigliola, dal quale apparisce che costui trovavasi già

carcerato in Roma nel luglio 1595 e rimase carcerato fin dopo l'aprile

1596. Avremo più in là occasione di parlare dello Stigliola e di

questo suo processo; per ora basti averlo menzionato quale probabile

compagno di carcere del Campanella, importandoci molto di dire invece

qualche cosa del Clario compagno di carcere certo. Le nostre ricerche

intorno a costui ci menano a ritenere che egli sia stato appunto

quel Gio. Battista Clario, di cui si hanno alcuni Dialoghi editi nel

1608, dove trovasi qualificato Protomedico della Stiria, mentre nel

_Syntagma_ è detto medico dell'Arciduca Carlo. Egli parrebbe Forlivese

di origine, giacchè si ha pure un Francesco Clario appunto di Forlì,

che nel 1585 diè alle stampe un Panegirico sull'umanità dell'Arciduca

Carlo, dal quale era tenuto a studiare in Padova[129]: ad ogni modo

gioverà fermarci un poco su' Dialoghi di Gio. Battista Clario[130].

Fin dalla Dedica di questi Dialoghi trovasi ricordato che essi vennero

composti in Roma essendo l'autore molto giovane, ed è notevole che i

tre primi hanno per interlocutori un Panfilo ed un Armenio entrambi

carcerati. Panfilo vi si rileva giovane di forti studii, colmo di

tutti i beni tanto da esserne invidiato, ed allora carcerato da tre

anni per un solo e falso calunniatore, dolente di trovarsi in quelle

«strane prigioni», accorato della mala opinione che da molti si sarebbe

avuta di lui; Armenio vi si rileva già «altre volte trovatosi in

simili conflitti», consolatore di Panfilo invitandolo a tener presente

tra le altre cose, la bontà di quelli che dovranno giudicarlo; senza

essere visionarii, ci pare di poter dire fin d'ora che si tratti qui

delle prigioni di S.^to Officio, le quali appunto compromettevano

assai la riputazione, del Clario scoraggiato, del Campanella avvezzo

a quel trattamento e fiducioso in fra Alberto Tragagliolo. Ancora

Panfilo, molto erudito, disputa in filosofia mostrandosi più sovente

peripatetico, ed Armenio, tanto più erudito, abbondantissimo in

citazioni, parla anche di astrologia e menziona S. Bernardo, S. Gio.

Crisostomo, Lattanzio, e «il secondo libro de' principii delle cose

da lui composto in quella prigione in lingua latina»[131]; non ci par

dubbio che si alluda qui abbastanza chiaramente al secondo _Compendio

di Fisiologia_, a quello composto in lingua latina dopo che n'era stato

già cominciato un altro (scritto invece in italiano), al Compendio che

tanti anni dopo fu pubblicato dall'Adami col titolo di _Prodromus_;

ed ecco perchè abbiamo detto più sopra aversi fortissimo indizio che

prima sia stato cominciato il Compendio in italiano che divenne poi

«l'Epilogo di Filosofia», e sempre nel carcere di Roma. Oltre a tutto

ciò, nel Dialogo 7º del Clario, un altro interlocutore dice di avere

avuto il giorno innanzi una disputa con un Telesiano, e fa sapere che

il Telesio vuole estirpare la filosofia di Aristotile e difendere

quella di Parmenide e Melisso, che la sua dottrina particolarmente

nel Regno di Napoli è stata accettata, accresciuta, ampliata,

«frà gl'altri da Tommaso Campanella, huomo in vero nato a tutte le

scienze, il quale e con la voce e con gli scritti ha procurato di

darle riputatione grandissima»[132]. Dobbiamo poi aggiungere ancora

un'altra circostanza tratta da altro fonte, che crediamo doversi

riferire al Clario. Vedremo che durante l'ultimo processo patito dal

Campanella, uno de' più cari amici suoi è carcerato egualmente (fra

Pietro Presterà di Stilo) ebbe a dire di aver saputo dallo stesso

Campanella che un astronomo «delle parti di Germania», carcerato con

lui nella S.^ta Inquisizione, gli aveva presagito la Monarchia del

mondo, perocchè aveva sette pianeti ascendenti favorevoli[133]: senza

entrare ne' particolari della notizia, che saranno chiariti a miglior

tempo, diciamo qui che l'astrologo in parola dovè essere appunto il

Clario, sapendosi che era medico, e quindi, secondo il gusto del tempo,

facile cultore di astrologia, oltrechè medico di Corte nella Stiria.

Così il germe inoculato al Campanella in Cosenza ed Altomonte veniva

scaldato nel carcere di Roma, e lo si vide poi sbocciare in Calabria,

terminando nel più disastroso fra' processi: certamente il Campanella

e il Clario, verosimilmente anche lo Stigliola, si eccitavano al

pensiero dell'avvicinarsi di tempi nuovi, e questo si vede ogni giorno

nelle persone carcerate; i tempi nuovi pertanto aveano pel filosofo

un'altissima significazione. — Ma avendo il Campanella in questo tempo

scritte anche molte Poesie, cerchiamo di rintracciare se tra quelle che

finora conosciamo ve ne sia qualcuna da potersi riferire al periodo in

esame. Noi crediamo doverci sempre d'ora in poi diligentemente occupare

di tale ricerca ad ogni distinto periodo della vita del filosofo;

poichè senza dubbio le poesie, composte quasi sempre a sfogo dell'animo

in un circolo ristretto di persone intime, possono far conoscere le

condizioni vere del Campanella anche ne' diversi tempi, assai meglio

di ogni altra maniera di documenti, nei quali egli non fu sempre in

grado di esprimere la pretta verità, ma sovente dovè piegarsi alle

necessità del suo miserrimo stato. Pur troppo anche le poesie, prima

di essere pubblicate, furono vagliate diligentemente, e parecchie fra

esse mostrano tracce di mutilazioni evidentemente fatte per togliere di

mezzo ciò che poteva compromettere l'autore, senza contare che alcune,

di data posteriore, appariscono scritte espressamente per metterlo

sott'altra luce: ma vi è rimasto sempre qualche cosa che lo mostra

qual'era, e poi abbiamo oggi la fortuna di poter pubblicare non meno di

67 altre poesie inedite, eliminate nella «Scelta» che se ne fece non

solamente perchè erano di scarso valore letterario, ma anche perchè

contenevano cose le quali importava lasciar sepolte, ond'è che siamo

in grado di trarne molto lume per la nostra narrazione. Naturalmente

noi spigoleremo fin d'ora anche nelle dette poesie, intorno alle

quali basti qui dichiarare che si trovarono in un manoscritto emerso

nel processo di Napoli il 1602, manoscritto appartenente ad un altro

caro amico del Campanella ed egualmente carcerato (fra Pietro Ponzio,

germano di fra Dionisio), che ne fece raccolta fino al 2 agosto 1601,

divulgandole anche sotto mano per Napoli a gloria dell'amico suo. Non

abbiamo ad occuparci di poesie latine, poichè di esse non è pervenuta

alcuna fino a noi, e quanto a poesie italiane con metro latino, le sole

tre che ci rimangono non possono dirsi di questo periodo, siccome è

chiaro anche dalle note che l'autore medesimo vi appose; ma in quelle

con metro comune crediamo che ve ne sia taluna appartenente al periodo

in esame. Così il Sonetto intitolato «Al carcere» ci sembra chiaro

doversi riferire al carcere di Roma, non già a quello di Napoli come

da tutti è stato creduto[134]: si badi infatti alla 2ª strofa di esso e

alla chiusa:

«Come và al centro ogni cosa pisante

. . . . . . . . . . . . . .

Così di gran scienza ogn'un amante

che audace passa dalla morta gora

al mar del vero di cui s'innamora

nel nostro hospitio al fin ferma le piante.

. . . . . . . . . . . . . .

che qui non val saper, favor ne pieta

io ti sò dir; del resto tutto tremo,

ch'è rocca sacra à tirannia secreta».

Una _gran scienza_, con la quale si passa _dalla morta gora al mar

del vero_, sarebbe rimpicciolita di troppo riferendola alla politica,

e se la tirannia spagnuola aveva una caratteristica, questa può dirsi

il non essere _segreta_, ma chiara e brutalmente professata: trattasi

dunque piuttosto del carcere di S.^to Officio, e la nota apposta al

Sonetto aiuta anche ad intenderlo; poichè dicendo essa semplicemente

«è chiaro», eccita a considerare di quale specie di carcere si tratti,

mentre non era stato creduto conveniente qualificarlo. Aggiungiamo

che con quel Sonetto l'autore si rivolge a qualcuno, commentandogli il

carcere in cui si trova; e chi sa che non glie l'ispirò lo Stigliola,

quando vi giunse egli pure! Ma ecco un altro Sonetto che fa parte

degl'inediti, e che mostra indubbiamente come le Poesie, quando

parlano del carcere, non riflettano soltanto il carcere di Napoli: esso

riguarda «un che morse nel S.^to offitio in Roma»[135]:

«Anima, ch'hor lasciasti il carcer tetro

di questo mondo, d'Italia, e di Roma,

del Santo Offitio, e della mortal soma,

vattene al ciel, che noi ti verrem dietro».

Qui il dubbio non è più possibile; questo povero carcerato moriva in

Roma e non in Napoli, moriva nel S.^to Officio in presenza del poeta

e d'altri compagni di carcere. Deve dunque il Sonetto riferirsi al

periodo del carcere di Roma, sebbene sia stato raccolto in Napoli;

quivi esso fu raccolto per comunicazioni di reminiscenza, al pari

dell'altro sopra menzionato. Richiamiamo poi anche l'attenzione sulla

chiusa del Sonetto. In essa si parla

«Dell'aspettata nova redentione»

con tutto quello che segue; e ben si vede che già nel carcere di Roma

fervevano le speranze, le quali poi menarono al carcere di Calabria

e di Napoli; nè il Sonetto ci sembra di un valore letterario troppo

deficiente, in paragone di molti altri i quali furono pubblicati,

sicchè l'essere rimasto fra gl'inediti deve naturalmente attribuirsi

a motivi di convenienza politica e giudiziaria. Vi sarebbe inoltre,

sempre fra gl'inediti, un Sonetto indirizzato «All'Accademia d'Avviati

di Roma»[136]: non riescendo punto verosimile che tra il 1600 e il

1601, nelle carceri di Napoli, l'autore abbia avuto motivo di pensare

ad un'Accademia romana, conviene riportare tale Sonetto al periodo

della dimora in Roma, bensì della dimora fuori carcere. Lo stesso

diciamo, ma con minore asseveranza, circa quell'altro indirizzato «Alli

defensori della Philosophia greca»[137], che al pari del precedente è

improntato ad alti e nobili sensi. Non è dubbio poi che alla dimora in

Roma, e all'ultimo tratto di tale dimora, debba riferirsi il Sonetto

«A Cesare D'Este» etc.[138]: esso ci offre anche una data certa, atta

a far conoscere sino a che tempo il Campanella continuò a dimorare in

Roma: poichè quivi fu scritto, mentre gli spiriti erano eccitati dalla

spedizione pel possesso di Ferrara che Papa Clemente intraprese contro

Cesare D'Este. Ne riparleremo a suo luogo.

Uscito in libertà, il Campanella prese stanza nel convento di S.^ta

Sabina, e tutto induce a far ritenere che sia stata quella una stanza

obbligatoria. Ivi compose il Dialogo o _Discorso politico contra i

Luterani, e Calvinisti, della vera Religione e del Lume Naturale

Deformatori_, come reca la copia ms. esistente nella Bibl. naz.

di Parigi (Ital. n. nuov. 106), copia che si ha tutta la ragione

di credere quella medesima destinata dal filosofo al Card.^le

Alessandrino: un'altra copia se ne ha in Roma nella Casanatense (XX,

V, 28), ma molto scorretta, e di essa si servì il prof. Fiorentino per

darci un sunto ed un profondo esame del Dialogo[139]. La data precisa

della composizione del libro deve dirsi lo scorcio dell'anno 1595;

ciò risulta dalla data della lettera autografa del Campanella a fra

Alberto Tragagliolo, annessa alla copia esistente in Parigi. Questa

lettera fu già pubblicata dal D'Ancona[140], ma con varie inesattezze

introdottevi da colui che la trascrisse, e particolarmente nella data,

che fu detta «21 1Obre 1599» mentre pure si conosceva molto bene che in

tal tempo il povero Campanella si trovava non nella quiete del convento

di S.^ta Sabina, ma nel colmo de' terrori del Castel nuovo di Napoli;

noi la ripubblichiamo tra' nostri Documenti, avendola diligentemente

ricopiata in Parigi[141]. Da essa si vede che il Tragagliolo, con sua

lettera, avea consigliato il Campanella di dedicare il Discorso al

Card.^le Alessandrino, protettore dell'Ordine Domenicano, cui aveva già

presentato e raccomandato il filosofo; e costui supplica il Tragagliolo

di volere lui medesimo presentare quel suo «primo Discorso», e farlo

«raccomandato in quel bisogno che sa». Tale bisogno verosimilmente era

la liberazione dall'obbligo di risedere in S.^ta Sabina e la facoltà

di poter tornare in Calabria, ciò che appunto induce ad ammettere

un'uscita dal carcere già da alcuni mesi, in caso contrario l'istanza

sarebbe riuscita impossibile: pertanto, malgrado il fervore cattolico

spiegato nel Discorso in ammenda del suo passato, il Campanella non

vide soddisfatto il suo desiderio e dovè aspettare ancora non meno di

due altri anni. Nel _Syntagma_ è detto che il Discorso o Dialogo fu

dato pure ad Antonio Persio, e molto più tardi egualmente al Naudeo:

inoltre nella Difesa scritta pel processo di Napoli, poi anche nella

Lettera latina del 1607 al Papa pubblicata dal Centofanti, come

pure nella copia medesima del Dialogo esistente nella Casanatense, è

affermato che ne fu fatto invio del pari all'Arciduca Massimiliano;

nella Difesa suddetta è affermato ancora che ne esisteva una copia

presso Mario del Tufo[142]. Non lasceremo poi di parlare di questo

Dialogo, senza dire che vi figurano da interlocutori Gio. Geronimo del

Tufo Marchese di Lavello, Giulio Cortese e Jacopo di Gaeta. Geronimo

comincia dal dire di avere assistito a una disputa singolare in

S.ª Maria la nova, non di quelle solite tra i «nostri filosofi» e i

peripatetici, ma a dirittura religiosa, sostenuta da M.º Tommaso da

Capua con altri; espone quindi la nuova credenza, e Giacomo si fa a

combatterla con la ragione, Giulio con la Bibbia; come ha notato il

prof. Fiorentino, l'autore si nasconde sotto la persona di Giacomo,

e si attiene sempre alla politica anzichè alla Teologia. Da parte

nostra dobbiamo notare nel Campanella siffatta reminiscenza di Napoli

e degli amici lasciati in questa città; essa mostra che la sua mente

e le sue aspirazioni erano rivolte al dolce nido. Non abbiamo bisogno

di dire chi fosse Gio. Geronimo Marchese di Lavello; quanto a Giulio

Cortese, avremo ancora occasione di parlare di lui più in là, e quanto

a Giacomo di Gaeta, gli scrittori di cose patrie ci dicono che egli

era Cosentino, dimorante in Napoli, giurisperito, filosofo Telesiano ed

oltracciò poeta; anche il Campanella lo fa intendere allorchè lo cita

nel suo Sonetto al Telesio:

«Il buon Gaieta la gran donna adorna

con diafane vesti risplendenti,

onde a bellezza natural ritorna».

Aggiungiamo qui che oltre al _Dialogo_, il Campanella compose forse

in S.^ta Sabina anche l'_Apologia pro Telesio_ e l'_Apologia pro

philosophis magnae Graeciae ad S.^m Officium_: difficilmente si

potrebbe assegnare un tempo migliore a queste due Apologie, che si

trovano menzionate in più documenti di alcuni anni dopo, senza che il

_Syntagma_ ci dia qualche lume intorno ad esse[143]. Ma si tratta di

una semplice supposizione e non vi si può insister troppo. Certamente

poi vi compose la _Poetica_, che abbiamo già avuta occasione di dire

scritta nel 1596 per testimonianza lasciatane dal Campanella medesimo:

con ogni probabilità, quando ebbe provato che era andato a vuoto

il tentativo fatto col _Dialogo_ presso il Card.^le Alessandrino,

il Campanella dovè sentire vivamente la necessità di guadagnarsi la

protezione di altri Cardinali, e massime quella del potente Segretario

di Stato di Clemente VIII, il Card.^l S. Giorgio, che si era già

fatto notare per la protezione accordata all'infelice Torquato Tasso,

e che si poteva sperare singolarmente benevolo dopo la presentazione

di una _Poetica_[144]. Nè può non recare meraviglia tanta operosità

nel carcere e tanto abbandono fuori carcere; laonde bene a ragione il

Campanella medesimo ebbe poi un giorno a dire, che senza le protratte

carcerazioni egli non avrebbe mai composto un sì gran numero di opere.

La più gran parte del lungo tempo trascorso dal Campanella in Roma,

dopo il carcere, si può dire che sia stata essenzialmente impiegata

nel cercare protezioni presso varii Cardinali ed alti personaggi.

Questo dimostrano le notizie inserte nel _Syntagma_ e più ancora

ne' varii documenti emersi coll'ultimo processo avuto più tardi pe'

fatti di Calabria. Dal _Syntagma_ apparisce che diede al Card.^l S.

Giorgio la sua _Poetica_, ma dalla Difesa scritta pel suo processo di

Napoli, di poi egualmente da varie sue lettere del 1606 pubblicate

dal Centofanti, apparisce aver dato allo stesso Card.^l S. Giorgio

anche la sua _Monarchia de' Cristiani_[145]: sappiamo intanto che non

vi guadagnò nulla; in un'attiva corrispondenza, che questo Cardinale

ebbe a tenere col Nunzio intorno al Campanella pe' fatti di Calabria e

pe' processi che ne seguirono, non troveremo il menomo indizio che il

Cardinale siasi mai ricordato di aver conosciuto il filosofo. Ma giunse

ad introdursi anche presso il Card.^l Del Monte e il Card.^l Farnese;

e dalla Difesa scritta pel processo di Napoli apparisce, che presso

quest'ultimo Cardinale egli protesse i frati napoletani di S. Domenico

i quali aveano tumultuato, in opposizione a fra Marco da Marcianise

agente de' Riformati, il quale si trovò poi Commissario della sua causa

in Calabria[146]; dovè quindi certamente in tale occasione rivedersi

in Roma con fra Dionisio Ponzio, il quale sappiamo esservi stato lui

pure in questo tempo ed avere agito nello stesso senso. Infine giunse

a guadagnarsi la grazia dell'Ambasciatore di Spagna in Roma, che era

il Duca di Sessa D. Antonio de Cardona coll'enorme trattamento di 8

mila ducati l'anno posti a carico del Regno di Napoli: dalla Difesa

più volte menzionata apparisce che costui gli avrebbe prodigati molti

favori; conviene per altro avvertire che le asserzioni di questo

genere poterono esser messe innanzi pe' bisogni della causa. — Ma

un fatto degno di essere ricordato fu questo, che già cominciavano

a mostrarsi in Roma, nei colloquii privati, le preoccupazioni per

la vicina fine del mondo, la quale si credeva potersi verificare

col termine del secolo; e il Campanella vi partecipava, nel senso

che dovessero accadere mutazioni prima che il mondo finisse. In una

Dichiarazione importantissima da lui scritta al momento del suo arresto

in Calabria, e da noi trovata nell'Archivio di Spagna in Simancas,

leggesi il seguente brano: «Che habbino d'esser mutatione nel mondo io

mi ricordo haver parlato col Cardinal de Monte, mentre se preparava

la guerra de ferrara, et che la chiesa dovesse gir avante, et con un

filosofo Spagnolo zoppo che sta in Roma ne me recorda il nome, che

fa professione d'arte devinatoria, et con il Theologo del Cardinal

farnese» etc.[147]. Il Campanella dunque, già sotto l'impressione

di un presagio di Monarchia, si occupava delle prossime mutazioni,

per le quali, naturalmente, poteva tanto più accarezzare il concetto

degli alti destini cui si credeva chiamato: e con questi pensieri in

mente, si sforzava di ottenere la facoltà di poter partire per Napoli e

restituirsi in Calabria.

La partenza del Campanella per Napoli non si può ritenere accaduta

verso la fine del 1598, come è sembrato al Berti[148], sapendosi con

certezza dalla Narrazione pubblicata dal Capialbi, che alla fine

di luglio di tale anno egli era già arrivato in Calabria dopo di

aver passato qualche tempo in Napoli. Sicuramente egli rimase nel

convento di S.^ta Sabina durante l'anno 1596, come si rileva dalla

deposizione di un testimone, che fa parte dell'ultimo processo pe'

fatti di Calabria[149]; trovavasi poi tuttora in Roma quando si

preparava la spedizione di Ferrara, vale a dire a' primi di 9bre

1597, come risulta dal brano della Dichiarazione pocanzi riportato.

Tutti sanno che la spedizione di Ferrara, iniziata con la scomunica

di D. Cesare D'Este cugino dell'ultimo Alfonso morto senza prole il

28 8bre 1597, sotto il pretesto che egli non fosse stato legittimato

da Alfonso I suo padre, venne febbrilmente preparata a' primi di 9bre

1597: fu perfino richiamato dall'Ungheria Gio. Francesco Aldobrandini

mandatovi dal Papa a combattere i turchi, ciò che contribuì a far

giudicare tanto più severamente quella spoliazione, per la quale si

ebbe l'assenso della Francia dopo l'assoluzione data a Errico IV. Il

Carteggio dell'Aldobrandini Nunzio in Napoli fornisce esso pure alcune

notizie intorno a' preparativi, tra le altre quella delle vive istanze

Pontificie per avere il cav. Domenico Fontana, che era già «ingegniero

della Regia Corte» in Napoli fin dal 1594, e che in tale condizione si

occupava allora appunto de' disegni del Molo nuovo e della bella via di

S. Lucia, e qualche anno dopo ebbe ad occuparsi dell'edificazione del

nuovo Palazzo Reale[150]: egualmente il Carteggio del Residente Veneto

in Napoli fornisce altre notizie, e fra esse quella della cerimonia

compita nell'Arcivescovado, ove i Canonici in circolo assisterono alla

lettura della scomunica inflitta a D. Cesare con una candela bruna in

mano, che poi gettarono a terra quando la lettura fu finita[151]. Si

consideri l'eccitamento degli animi in Roma. Come suole accadere, molti

eruttarono poesie, e come suole del pari accadere ne' brutti argomenti,

le poesie riuscirono orribili. Anche il Carteggio suddetto del Nunzio

mostra allegato alle Lettere da Roma di quell'anno un cattivo Sonetto

intorno a D. Cesare d'Este e alla resa di Ferrara: il Campanella volle

egli pure far udire il suo canto, e diè fuora il Sonetto «a Cesare

d'Este che ritenea Ferrara contro al Papa», Sonetto che abbiamo già

avuto occasione di menzionare e che comincia col verso

«Tu, chi t'opponi alla promessa eterna»[152].

Fu senza dubbio uno de' Sonetti peggio riusciti, con una chiusa affatto

banale; ma forse, vellicando le orecchie della Curia, produsse ciò che

altri lavori di polso non aveano prodotto, e agevolò il compimento de'

desiderii del poeta. La data da doverglisi assegnare è quella de' primi

giorni di 9bre 1597, e poco dopo bisogna ritenere che il Campanella

abbia potuto ottenere di partire da Roma; in caso contrario riuscirebbe

impossibile intendere un altro brano della Dichiarazione sua, che

avremo a riportare fra breve.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 13 / 55 段