Le principali imputazioni, dalle quali dovè difendersi, furono

certamente sempre il non aver denunziato l'ebraizzante e l'essersi

reso colpevole di eretica pravità. Ma a queste se ne aggiunsero ancora

altre, alcune delle quali vennero senza dubbio messe innanzi nel

tempo in cui il processo si svolgeva in Padova: esse furono, l'aver

composto un empio Sonetto contro Cristo, l'aver manifestato eresie

in Calabria, come risultava dalla deposizione di un suo conterraneo

accusato egualmente di eresia nel tribunale del Vescovo di Squillace,

l'essere stato trovato in possesso di un libro di Geomanzia senza il

debito permesso, l'avere enunciate proposizioni censurabili nell'opera

_De sensu rerum_ toltagli in Bologna. La 1ª e 2ª di tali imputazioni

aggiunte trovansi registrate nella lettera al Papa ed a' Cardinali

pubblicata dal Centofanti, ma vedremo anche nel 5º processo sostenuto

in Napoli la deposizione di un suo intimo amico (fra Dionisio Ponzio),

nella quale è detto che il Campanella medesimo gli aveva parlato di

un Sonetto bruttissimo contro Cristo, e glie lo aveva anche recitato,

per lo quale era stato innocentemente inquisito in Roma[121]. La 3ª

imputazione, quella di essere stato trovato in possesso di un libro

di Geomanzia, ciò che ci sembra aver dovuto accadere in Padova nel

momento della cattura, trovasi registrata nella Informazione pubblicata

dal Capialbi[122]. L'ultima, quella delle opinioni censurabili emesse

nell'opera _De sensu rerum_, trovasi registrata con varie particolarità

nell'opera medesima rifatta dall'autore in italiano più tardi e poi

pubblicata in latino nel 1620, come anche nella Difesa dell'opera

premessa alla 2ª edizione di Parigi 1637: in quest'ultimo documento è

detto che la risposta agli argomenti degl'Inquisitori fu data nel 1598,

e son citati gli Atti del 1598, ma abbiamo ragione di credere che vi

sia incorso un errore di data, dovendosi leggere 1595, tanto più che a

pochi versi di distanza si ha un altro errore di data manifestissimo,

trovandosi detto che la 1ª edizione dell'opera fu fatta nel 1617,

mentre si sa che fu fatta nel 1620. — Non conosciamo la serie degli

argomenti addotti dal Campanella contro ciascuna imputazione, ma non ci

manca per taluna di esse qualche indizio e per le altre qualche notizia

positiva, che il Campanella medesimo ha avuto cura di fornire. Abbiamo

già detto che per la faccenda dell'ebraizzante ci sarebbe qualche

indizio dell'essersi il Campanella difeso adducendo che si trattava

di un teste unico; ma doverono esservi ancora altri argomenti che non

conosciamo. Quanto al Sonetto, egli giunse a dimostrare che apparteneva

all'Aretino; quanto all'eresia che si pretendeva aver manifestata

in Calabria, lo stesso denunziante si ritrattò, confessando avere

inventato il fatto per salvarsi da' pericoli che correva; quanto al

libro di Geomanzia, affermò che gli fu preso mentre intendeva portarlo

all'Inquisitore per la licenza; quanto alle proposizioni censurabili

emesse nell'opera _De sensu rerum_, ecco in quali termini il Campanella

ce ne lasciò il ricordo nell'opera rifatta, e poi anche nella Difesa

di essa allegata all'edizione di Parigi. Nell'opera (ms. napoletano)

al lib. 2.º cap. 32 scrisse: «L'argomento che mi fece l'Inquisitione

contra, et poi restò da me sodisfatto fu questo. Che sequirebbe, che

pure i Vermi, et le bestie di questa beata mente fossero informati,

et capaci di beatitudine humana; io risposi che non sequita, poichè

veggiamo tanti pidocchi et vermi generarsi nella testa dell'huomo, et

tanti altri vermi dentro il ventre, et in varii membri et visceri,

ne per questo tali bestiole hanno la mente rationale dell'huomo, ma

solo il senso breve, et corto dell'altre Belve, cossì dentro al mondo

senza quell'anima beata ma non (_int_. con) sensi partiali, et questa

risposta per contrario e certo essempio provata non hanno potuto

impugnare gli contradittori». Nella Difesa poi del libro, allegata

all'edizione fattane in Parigi nel 1637 (pag. 90) la cosa medesima è

espressa ne' seguenti termini; ne diamo tradotto il brano relativo.

«Esaminando i Padri i 4 libri nostri manoscritti _De sensu rerum_

non apposero nulla contro il senso naturale delle cose, nè che abbia

ammesso l'anima del mondo assistente con Agostino, Basilio, il Niceno,

il Ficino, e Platone, ma solamente questo: se c'è un'anima del mondo,

essa di conseguenza è beatificabile o beata, e però lo sono anche

le anime de' bruti e tutte le parti del mondo. Risposi, come si vede

negli Atti dell'anno 1598 (ciò che narrai pure nel mio libro De Sensu

rerum stampato nell'anno 1617) che se si ammetta un'anima del mondo

assistente e reggente con intelligenza beata, che può essere una delle

Dominazioni, non per questo le anime de' bruti e le cose naturali

senzienti sarebbero del pari beatificabili, poichè non sono della

sostanza e derivazioni di quell'anima partecipanti del comune senso

naturale; come non vi sarebbero nè potenze nè appetito delle cose,

se non per partecipazione innata delle primalità. Poichè così pure i

vermi nati nel ventre e i pidocchi nati nel capo dell'uomo non sono

razionali a causa dell'anima razionale dell'uomo, ma solo sensuali

a causa del loro partecipare del comune senso, nascendo similmente

dalle fecce dell'uomo e da' cadaveri; nè conoscono l'anima dell'uomo,

come neanche noi conosciamo l'anima del mondo pel senso ma dopo lunghi

sillogismi. La risposta medesima dànno S. Gregorio Niceno e S. Agostino

sopra citati, che accordano al mondo una virtù razionale quasi anima,

poichè ammettono in ciascun ente un'anima propria, emanante o da Dio,

come nell'uomo, o dagli elementi, come ne' bruti, nelle piante ecc., o

dalla luce sensuale comune a tutti secondochè si è detto nella serie 3ª

e 4ª; ed avendo così risposto, pregai i Governatori del S.^to Officio

che mi legassero o con ragioni o con precetto, se non dovessi tenere

tale opinione; e non vollero, ma concessero la facoltà di tenerla, e i

Sig.^ri Cardinali Ascolano, Santorio e Sarnano, dottissimi Inquisitori,

dissero che io combatteva bene con questa opinione contro gli Atei e in

difesa de' Padri».

Così il Campanella giunse a liberarsi da questo processo che poteva

riuscirgli fatale, segnatamente per la 1.ª e 2.ª imputazione, per le

quali non conosciamo veramente il suo sistema di difesa, mentre per

esse non c'era altro esito possibile che o la liberazione o l'estremo

supplizio. Vedremo che quando poi se ne andò in Calabria, parlando

col suo amico fra Dionisio del Sonetto malamente attribuitogli, disse

che il denunziante era stato condannato alla galera in vita: ma questo

riesce poco credibile, poichè uno de' lati deboli del S.^to Officio era

il non dar travagli a' testimoni o denunzianti, quando le colpe da essi

poste innanzi si trovassero insussistenti, e ciò per non intiepidire

nel pubblico l'accorrere al suo tribunale; bisognava che vi fosse

indizio d'insigne mala fede per deciderlo a colpire i testimoni falsi,

ed allora li colpiva con vigore secondo il suo costume. Ad un altro

amico (fra Domenico Petrolo) egli disse che era stato rilasciato _ac si

non fuisset captus_: questo ci riesce veramente credibile, ma nemmeno

al punto da non ammettere che sia stato obbligato a rimanere in un

convento determinato, e propriamente in quello di S.^ta Sabina come se

n'ha qualche indizio; il foro ecclesiastico, egualmente che il laico,

non soleva facilmente abbandonare del tutto chi avea dato motivo di

far trattare qualche sua causa, ma lo voleva sotto la mano per qualche

tempo. Da ultimo dobbiamo ricordare che parlandosi delle opere presegli

in Bologna e trovate presso il S.^to Officio, nel _Syntagma_ si legge

che non le richiese, essendo sul punto di rifarle migliori: e dobbiamo

dire che questo non si comprende agevolmente, poichè quelle opere

si trovavano come allegate ad un processo, e in simili condizioni il

riaverle non era consentito.

Certo è che molto dovè costare al Campanella il liberarsi da questo

processo, e vi fu bisogno di potenti raccomandazioni. Anche per

esso, e principalmente per esso, dovè trovare un potente aiuto in D.

Lelio Orsini, il quale, come abbiamo già detto, era in buonissimi

termini con la Curia Romana e con lo stesso Papa. Un altro aiuto

valevolissimo dovè trovare nel Commissario generale del S.^to Officio

fra Alberto Tragagliolo, che secondo l'uso attendeva alla redazione

degli Atti, e poi, sedendo _pro Tribunali_, emetteva la sentenza data

dalla Sacra Congregazione Cardinalizia, alla quale era devoluta la

trattazione della causa e la sua decisione: avremo tra poco a parlare

di una lettera del Campanella al Tragagliolo, nella quale si vede

che il filosofo rimase in corrispondenza col degno frate, e si trova

menzionata «la misericordiosa giustizia» di lui, «il grand'obbligo»

che il filosofo gli ha, «l'ufficio di pietosa madre» che avea fatto,

l'essersi «promesso di conformarsi al senno di lui», il volere «da lui

dipendere meritamente»; le quali espressioni verso il Tragagliolo,

e l'interesse da costui spiegato di poi anche in Napoli verso il

Campanella, mostrano che il Commissario del S.^to Officio dovè sentire

una grande simpatia pel povero prigioniero, così giovane, così dotto

e così disgraziato. Forse egli conobbe le opere della _Monarchia de'

Cristiani_ e _Del Regime della Chiesa_, che certamente non furono

presentate in giudizio e non è difficile intenderne le ragioni:

così anche conobbe forse il _Compendio di Fisiologia_ e i _Discorsi

politici_, in particolare quelli a' Principi d'Italia, che al pari

di talune poesie vedremo essere stati composti nel carcere. Infine

il Campanella potè avere l'aiuto anche di personaggi altissimi,

dell'Arciduca Massimiliano e dell'Imperatore, i quali scrissero in

favore di lui e di Gio. Battista Clario egualmente carcerato, pel cui

mezzo egli fece pervenire all'Imperatore una copia de' suoi _Discorsi

a' Principi d'Italia_: questo fatto venne da lui affermato nelle Difese

che scrisse ad occasione del processo della congiura avuto in Napoli,

nè v'è ragione di dubitarne[123]. Ed ecco dove mette capo una certa

relazione del Campanella con gli Arciduchi e con l'Imperatore, onde

vedremo che egli si rivolse anche a costoro durante il lungo martirio

di Napoli. Nello stesso documento è detto avere inoltre inviato

all'Arciduca Massimiliano il _Dialogo contro i Luterani_; ma tale invio

potè verificarsi dopo l'uscita dal carcere, giacchè il _Dialogo_ non

fu composto prima, e ben si vede che il Campanella ebbe cura di farsi

conoscere dall'Arciduca anche posteriormente.

Questo intanto ci conduce a parlare delle opere composte dal Campanella

in Roma, de' suoi compagni di carcere, delle poesie che quivi dettò.

Nel _Syntagma_, a proposito de' libri perduti in Padova, si legge:

«In Roma dunque dettai di nuovo un piccolo _Compendio di Fisiologia_,

nè di esso mi avea dato mai più alcun pensiero, ma l'anno 1611 Tobia

Adami l'ebbe da non so chi in Padova e lo pubblicò sotto il titolo

di _Prodromo di tutta la filosofia del Campanella_. Inoltre cominciai

un _Compendio di Fisiologia_, sperando di risarcire la perdita di un

grosso volume; ed in esso proponeva le opinioni di tutti gli antichi

e le comparava con le nostre, il quale libro mandai poi a Mario Tufo.

Al medesimo Mario scrissi un trattato _Della prestanza dell'arte

cavalleresca_». Poi, venendosi a parlare non più per incidente delle

opere scritte in Roma, si legge ancora: «In Roma avea parimente scritto

in versi toscani _Sul modo di sapere_ e _su cose fisiologiche_,

e perdei l'uno e l'altro libro in Napoli; scrissi anche in Roma

una _Poetica secondo i proprii principii_, la quale diedi a Cinzio

Albobrandini Card.^l S. Giorgio, e trovasi nelle mani di molti, benchè

uno spagnuolo l'abbia tradotta nella lingua sua e vi abbia apposto il

suo nome: la qual cosa, allorchè ebbi a vederla in Napoli nel Regio

Castello, l'anno 1618, mi mosse ad un riso veramente grandissimo;

ma dovunque i nostri esemplari testificano contro il plagiario, e

lo stesso ladro, allo scopo di covrire un po' meglio il furto, in

fine si scusa perchè, quantunque sia spagnuolo, sovente cita poeti

italiani come l'Ariosto, il Tasso, il Guarini. Scrissi pure in Roma un

_Dialogo_ in lingua volgare, _del modo di convincere gli eretici del

nostro tempo e tutti i settarii insorgenti contro la Chiesa Romana_,

buono per qualunque mediocre ingegno, e alla sola prima disputa;

lo diedi prima a Michele Bonello Card.^le Alessandrino e ad Antonio

Persio, ed anche a te non così per tempo io lo concessi, o amicissimo

Naudeo, comunque non perchè abbi a darlo in luce, mentre da lunga pezza

oramai avea trasfuso questo dialogo nella _Lettera anti-Luterana_

a' filosofi e principi oltramontani per instaurare la religione.

Inoltre egualmente trovandomi in Roma, diedi agli amici Orazioni,

parecchi _Discorsi politici_, molte _Poesie toscane e latine_ anche

da diffondersi col nome loro. Qui pure cominciai a comporre _Versi

toscani con metro latino_, come si veggono nelle nostre Cantiche, e

l'_Arte metrica della lingua volgare in tutto simile alla latina_, con

regole sicure onde poter conoscere ed osservare la quantità di ciascuna

sillaba, e diedi questa a Gio. Battista Clario medico dell'Arciduca

Carlo in Roma e a due giovani Ascolani»[124]. Tale è la serie delle

opere composte in Roma nella fine del 1594, nel 1595, 1596 e quasi

tutto il 1597, nuovo gruppo che viene ad aggiungersi a quelli delle

opere precedenti e ad ingrossare di molto il Catalogo: ma gioverebbe

conoscere quali di esse siano state scritte nel carcere e quali

fuori, come pure con quale ordine di successione; e il _Syntagma_

non ci dà lumi sufficienti per conoscerlo, che anzi ci apparisce

sempre più un'esposizione non solo disordinata ma anche assai oscura

in qualche punto di molta importanza. Trovando registrato in primo

luogo il piccolo _Compendio di Fisiologia_, che venne pubblicato poi

dall'Adami in Frankfort nel 1617 col titolo di _Prodromus Philosophiae

instaurandae_, si sarebbe autorizzati a classificarlo prima di ogni

altra opera di questo gruppo; tuttavia, guardando bene al _Syntagma_,

si rileva che esso trovasi registrato in primo luogo per incidente.

D'altro lato abbiamo nella Bibl. Magliabechiana (XII, 5) un Codice

intitolato _Compendium Ph.iae (sic) Campanellae ad Paulum Attilium,

Romae 1595_, e, come il prof.^r Fiorentino ha fatto notare, esso

corrisponde esattamente al _Prodromus_[125]; possediamo quindi una data

certa, la quale autorizza ad ammettere che la detta opera abbia dovuto

essere composta nel carcere, ma non necessariamente in primo luogo. E

bisogna aggiungere che non manca un fortissimo indizio, da noi trovato

in un'opera appartenente ad un compagno di carcere del Campanella di

cui si discorrerà tra poco, per lo quale si è autorizzati a dire che

questo libro fu «il secondo» tra' libri da lui composti nel carcere;

nè abbiamo bisogno di far notare, che avendo esso la data certa del

1595, e non essendo stato il primo tra' libri composti in Roma, si

può tanto meglio affermare che il trasferimento del Campanella alle

carceri di questa città sia avvenuto nella fine del 1594. Ciò posto,

deve dirsi che in tale periodo egli abbia «cominciato» a scrivere

l'altro _Compendio di Fisiologia_, diverso da quello ora contemplato,

in risarcimento di un grosso volume perduto che comparava le opinioni

degli antichi alle proprie, la quale circostanza autorizzerebbe a dire

che egli avesse avuta l'intenzione di risarcire la perdita del libro di

_Fisiologia_ sottrattogli a Bologna, composto di «dispute contro tutte

le sètte» o veramente del libro _De Rerum universitate_ (confr. pag.

53 in nota). Di certo ne venne fuori l'inizio di ciò che fu poi detto

l'«Epilogo» o «Epilogo magno di Filosofia», essendo state le dispute

contro le sètte riserbate per un'appendice che fu composta più tardi

col titolo di Quistioni; e vedremo che l'opera fu cominciata e poi

proseguita in italiano, la quale novità, imitata in sèguito per lungo

tempo, merita di essere additata. Ma il lavoro fu presto interrotto

per comporre il _Compendium Phisiologiae_ in latino, verosimilmente

anche questa volta per dettarne lezioni, e forse a quel Paolo Attilio,

che potè essere uno de' due giovani Ascolani sopra menzionati. Seguì

poi, con ogni probabilità egualmente nel carcere, la composizione così

del trattato della _Prestanza dell'arte cavalleresca_, come de' _Versi

toscani sul modo di sapere o su cose fisiologiche_, primi tentativi

delle poesie filosofiche alle quali il Campanella attese di poi, alcuni

anni più tardi: ma dobbiamo assolutamente rimandare all'ultimo luogo

la composizione della _Poetica_, al periodo in cui il Campanella già

stava fuori carcere, e si agitava presso il Card.^l S. Giorgio per

poter tornare in Calabria, cioè nel 1596, come egli stesso dice in

un'altra opera analoga[126]; dobbiamo inoltre rimandare egualmente al

periodo in cui già stava fuori carcere, ma a' primi tempi di questo

periodo, la composizione del _Dialogo del modo di convincere gli

eretici_, pel quale vedremo esservi una data e una dimora certa, lo

scorcio del 1595 nel convento di S.^ta Sabina. Invece gl'importanti

_Discorsi politici_, che il _Syntagma_ non specifica e che sappiamo

essere stati inviati all'Arciduca Massimiliano e all'Imperatore, come

anche molte _Poesie italiane e latine_, i _Versi toscani con metro

latino_, e l'_Arte metrica_ corrispondente che fu donata al Clario, si

debbono assegnare al periodo trascorso nel carcere, visto che ne fu

fatto dono al Clario il quale fu compagno di carcere del Campanella,

come diremo tra poco. Tutto considerato, bisogna riconoscere che

il Campanella in Roma, lavorando assai più nel carcere che fuori,

abbia atteso massimamente a procurarsi distrazioni, dapprima con la

filosofia e di poi con la poesia; che abbia posto da parte gli sfoggi

di teocrazia e di fervore religioso, mentre non gli era stato possibile

utilizzare la _Monarchia de' Cristiani_ e _il Regime della Chiesa_,

ripigliando di poi il fervore pel cattolicismo nel suo _Dialogo_,

quando gli fu necessario conciliarsi la benevolenza della Curia, per

essere liberato dall'obbligo di risedere nel convento di S.^ta Sabina e

di non allontanarsi da Roma; che invece abbia posto mano alla politica

e ad una specie notevole di politica ne' suoi _Discorsi_, quando gli

fu necessario conciliarsi la benevolenza de' potenti del Nord ed averne

lettere commendatizie. — Ci corre intanto l'obbligo di fermarci ancora

un poco su questi Discorsi politici composti in Roma. Essi sarebbero

i seguenti, e il titolo li qualifica abbastanza: _Discorsi a' Principi

d'Italia che per bene loro e del cristianesimo non debbono contradire

alla Monarchia di Spagna ma favorirla, e come dal sospetto di quella

si ponno guardare nel Papato e per quella contra infedeli, con modi

veri e mirabili_; ad essi venne forse aggiunto pure l'altro assai

più brutto, che conservasi ms. nella Biblioteca naz. di Parigi e che

7 anni dopo, se non siamo male informati, venne tradotto in latino e

dato alle stampe dal Mylius, _Discorso circa il modo col quale i Paesi

Bassi, volgarmente di Fiandra, si possino ridurre sotto l'obbedienza

del Re Cattolico_[127]. Possiamo dire con certezza che i «Discorsi a'

Principi d'Italia» non doverono essere scritti in quella forma che

ce n'è rimasta: il Campanella ebbe in sèguito a ritoccarli ed anche

ad accrescerli notevolmente, come si rileva dalla maniera che tenne

nel farne menzione in varie circostanze, ed oltracciò dalle opere

che vi si veggono citate e che furono certamente composte più tardi;

così ne avremo ancora a parlare nel corso di questa narrazione, e ci

riserbiamo di dirne qualche cosa di più a miglior tempo. Ma avendo

qui riferite le parole del _Syntagma_ che ad essi alludono, vogliamo

richiamare l'attenzione sul fatto singolare, che mentre nel _Syntagma_

si trova registrato sempre il titolo di ogni più umile lavoro, non si

trovano invece i titoli de' detti Discorsi e specialmente di quelli a'

Principi, che per moltissimi anni, insieme co' Discorsi sulla Monarchia

di Spagna dei quali avremo a parlare più in là, furono tra le più

stimate opere del Campanella, tanto che se ne trovano ancora molto

sparse le copie manoscritte. Siamo nondimeno in grado di spiegarci il

fatto, considerando che al _Syntagma_ fu posto mano dal Campanella e

dal Naudeo il 1631 in Roma, quando il filosofo godeva la protezione di

Papa Urbano VIII, nemicissimo degli spagnuoli ed affettato protettore

del Campanella principalmente per fare una dimostrazione di dispetto

agli spagnuoli, da' quali il Campanella era stato tenuto tanti anni

in carcere e da' quali era in ultima analisi fuggito. La comparsa nel

_Syntagma_ di quel titolo de' _Discorsi a' Principi_, che abbiamo sopra

riportato, sarebbe stata una dissonanza enorme coi tempi, co' luoghi,

con le circostanze, ciò che non avveniva pe' Discorsi sulla Monarchia

di Spagna, dal quale semplice titolo non traspariva se se ne fosse

detto bene o male. Dobbiamo poi anche notare, che nell'Informazione

pubblicata dal Capialbi lo stesso Campanella fa intendere di avere

scritti i Discorsi a' Principi in Padova, «mosso dall'opposizion che li

facean li Venetiani»: ma forse, così dicendo, ebbe allora in animo di

mascherare il ricordo delle peripezie di Roma; e poichè nel _Syntagma_

non si trovano menzionati Discorsi politici composti in Padova, ma se

ne trova invece fatta menzione al tempo della dimora in Roma, mentre

d'altra parte qui veramente si offrì una buona occasione per comporli,

noi ci siamo attenuti alla notizia comunque vaga del _Syntagma_,

accettando quella dell'Informazione nel senso di stabilire, che i

Discorsi a' Principi furono scritti prima di quelli sulla Monarchia di

Spagna e in un periodo che del resto sarebbe circoscitto tra il 1593 e

il 1595[128].

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 12 / 55 段