Pertanto fin da' primi giorni della dimora in Padova, il Campanella

si trovò involto in un brutto processo, che non intendiamo come

sia stato confuso con gli altri venuti in sèguito[112]. «Quasi tre

giorni» dopo il suo arrivo, secondochè egli scrisse in una delle sue

lettere, trovandosi il P.^e Generale nel convento di Padova, accadde

di notte uno di que' fatti scandalosi, proprii di giovani scostumati

ed immorali, come ve n'erano tanto spesso tra' frati di quel tempo:

il P.^e Generale patì una violenza che non occorre specificare; il

Campanella, di recente venuto, ne fu incolpato da certi suoi compagni,

e si noti che egli dormiva con un altro in un letto comune, la qual

cosa era allora ammessa per l'abbondanza degli ospiti nei conventi,

come ne vedremo più oltre esempi diversi. Tanto per la data, quanto pel

genere d'imputazione, il Campanella fu chiamato in giudizio insieme con

altri frati. Questo risulta dalle sue stesse lettere, e risulta del

pari essersi difeso adducendo, che l'altro compagno il quale dormiva

con lui avrebbe dovuto rispondere egualmente della imputazione, e poi

egli non avea la vista buona e non avrebbe potuto facilmente accedere

presso il P.^e Generale. «Ma l'iniquità, egli dice, non cercava

il delitto, bensì cercava di farmi delinquente»; e ciò indurrebbe

a credere che dovè rimanere carcerato e maltrattato per qualche

tempo. Giunse tuttavia a riacquistare la libertà, naturalmente per

insufficienza d'indizii, o per avere «purgato gl'indizii» con qualche

tormento; ma rimase la memoria di questo processo, e forse ad esso

mette capo l'affermazione del Parrino e del Giannone, che il Campanella

era stato già prima carcerato anche «per la sua vita poco esemplare e

pe' suoi difformi costumi».

Venuto in libertà, probabilmente con la clausola di dover essere pronto

a rispondere _novis supervenientibus inditiis_ giusta la procedura del

tempo, egli ricominciò a scrivere ed anche ad insegnare e a disputare.

Le notizie di ciò che egli scrisse in Padova trovansi al solito nel

_Syntagma_, bensì in molto disordine, vedendosi stranamente intralciato

il ricordo di ciò che scrisse in Padova e di ciò che scrisse in Roma

allorchè ebbe a fermarsi per la 2.ª volta in questa città; ecco quanto

se ne può cavare di più sicuro, e preghiamo di tenerlo presente poichè

costituisce il sèguito del Catalogo delle opere del Campanella. «Niente

sconfortato da queste perdite (le perdite fatte in Bologna) cominciai

di poi in Padova ad instaurare la _Filosofia di Empedocle_, e scrissi

una _nuova Fisiologia_ secondo i proprii principii indirizzandola

a Lelio Orsini. Similmente, per ordine dello stesso Orsini, un

_Apologetico dell'origine delle vene de' nervi e delle arterie e

della pulsazione_, per commentario del Telesio sul tema, che l'Animal

universo etc., contro Andrea Chioco medico Veronese che avea scritto

contro Telesio, e mandai questo opuscolo ad Antonio Persio Telesiano,

dimorante in Roma presso Lelio Orsini. Dettai anche una nuova

_Rettorica_ ad alcuni nobili scolari Veneti. Di poi tradotto a Roma

perdei tutti questi libri». Fermandoci a questo punto per ora, notiamo

che il Campanella cominciò dal rifare non l'opera «De sensu rerum»,

ma il suo lavoro sulla _Filosofia d'Empedocle_ che avea già scritto

altra volta in versi latini; inoltre scrisse una _Fisiologia_, che

probabilmente fu un trattato destinato a servire per dettare lezioni;

nè deve sfuggire la dedica fattane a D. Lelio, e la composizione

dell'_Apologetico_ per ordine dello stesso D. Lelio, ciò che mostra una

corrispondenza continua con lui, come non deve sfuggire la scrittura

della _Rettorica_ per uso accertato di un privato insegnamento.

Aggiungeremo poi qualche notizia intorno a quell'Andrea Chiocco medico

Veronese, contro cui ebbe a scrivere l'Apologetico per Telesio. Il

Chiocco, o Chioco, è ben noto a' cultori della letteratura medica,

come medico, filosofo, poeta, naturalista, istorico: l'opera nella

quale parlò de' polsi, e rimbeccò il Telesio, fu quella intitolata

«Quaestionum philosophicarum et medicarum libri tres, Veron. 1593», ed

essa è divenuta estremamente rara come la più gran parte delle opere

sue. Qualche altra notizia più intima intorno a lui ci è accaduto di

trovare nell'Archivio di Urbino oggi trasportato a Firenze, essendovi

stata occasione di parlare del Chiocco quando il Duca di Urbino, nel

1600, commise al suo Agente di Roma di cercargli un medico: il Card.^l

di Verona propose in primo luogo il Chiocco, e lo disse molto giovane

(avrebbe nel 1593 avuto circa 29 anni), non molto agiato, ma molto

dotto, con buon fondamento di lettere greche e di filosofia; era dunque

una persona distinta, ed è superfluo dire che non fu prescelto[113]. —

Continuando la notizia delle opere composte dal Campanella in Padova,

per quanto possiamo decifrarla dal _Syntagma_, ecco un altro brano di

questo libro che ne compie la serie. «Dippiù, richiestone scrissi in

lingua volgare una _Consultazione, se convenga alla Repubblica Veneta

permettere che gli Oratori degli altri Principi parlino nella propria

lingua in Senato_, e la diedi ad Angelo Correo Patrizio Veneto. Avea

pure scritto un _Commentario sulla Monarchia de' Cristiani_, tale

da non avermene a dolere, dove mostrava con quali arti la potenza

Cristiana crebbe e crescerà, con quali suole decrescere, con quali

sia da recuperarsi, politicamente parlando, ed istituiva un parallelo

tra il Regno e i Re degli Ebrei, e il Regno i Re e gl'Imperatori

de' Cristiani. Parimente scrissi al Pontefice _Sul Reggimento della

Chiesa_, con quali modi, non soggetti alla contraddizione dei Principi,

il Pontefice massimo mediante le sole armi ecclesiastiche può di tutto

il mondo fare un solo ovile sotto un solo Pastore, i quali ultimi

libri diedi a Lelio Orsini e Mario Tufo, ma l'autografo lo rubarono

in Calabria amici infedeli». Queste furono le numerose opere composte

in Padova, cioè a dire durante tutto il 1593 e buona parte del 1594,

in mezzo a molte angustie come vedremo tra poco. Indubitatamente

il Campanella in tale periodo diè buona prova di quella grandissima

operosità, che si può dire essere stata sempre la sua gloria maggiore,

e si può dire anche essere stata la salvezza sua: non avrebbe potuto

reggere a tanti colpi avversi, ma l'occupazione continua glie li fece

sentire meno vivamente, e forse impedì che ne rimanesse schiacciato.

Una sola osservazione intanto vogliamo fare sulle opere anzidette,

ed essa è che le due ultime, quelle _Della Monarchia de' Cristiani_

e _Del Regime della Chiesa_, entrambe di ordine politico-religioso,

trovandosi in coda all'elenco debbono rannodarsi all'ultimo periodo

della permanenza del Campanella in Padova, al periodo de' nuovi e gravi

travagli che vi soffrì; e bisogna tener conto di questa circostanza,

per intendere non tanto lo spirito, quanto la misura delle dottrine che

vi si fece a sostenere.

Con ogni probabilità il Campanella, non ostante il suo privato

insegnamento, dovea menare in Padova una vita molto misera, e

sospettiamo che i frequenti invii di opere a D. Lelio Orsini e a Mario

del Tufo, tra gli altri significati, aveano anche quello di un certo

modo di chiedere sussidii usato ed abusato in ogni tempo da' letterati

poveri; oltracciò il processo già sofferto dovea farlo tenere sotto

una sorveglianza speciale ed anche puntigliosa, come si argomenta dal

vederlo continuamente oppresso da imputazioni diverse, talune insulse

e talune serie, piene di grave pericolo sempre. Così ci spieghiamo

in pari tempo una sua nuova e curiosa pratica presso il Gran Duca di

Toscana, per sollecitare la concessione della cattedra, mentre l'opera

_De sensu rerum_ con la dedica già fatta non avea potuto più stamparsi,

e le informazioni ulteriori del P.^e Generale non avrebbero potuto

riuscire altrimenti che pessime: era un tentativo disperato, che solo

uno stringente bisogno poteva suggerire. Ad ogni modo il tentativo fu

fatto con una lettera al Gran Duca in data del 13 agosto 1593, che è

quella pubblicata dal Palermo. Il Campanella vi dice essergli stata

proposta in Padova una lezione di Metafisica da alcuni gentiluomini,

ma egli si riteneva impegnato con S. A., cui rammenta la parola data,

e dichiara non poter mai immaginare che S. A. abbia mutato parere,

«non essendo proprio di Signori». Si mostra per altro informato di ciò

che accadde negli ultimi giorni della sua dimora in Firenze: «mi si

scrive che alcuni, gonfi di quella vana sorte che suole apportar la

ipocrisia, abbian proposto a V. A., per la mutazione che avverrà da

le nuove mie dottrine, che non doveva ricevermi, e questo il medesimo

dì che io mi partii da lei» (allusione evidente a Baccio Valori, che

avea scritto appunto in tal senso e in tale data con molta ipocrisia).

Del resto afferma che saprebbe anche meglio degli altri dettare le

dottrine Aristoteliche (la qual cosa conferma quanto fosse stringente

il suo bisogno), e supplica che faccia scrivere se egli debba avere

quella lezione o aspettare ancora. — Non è dubbio che S. A. gli abbia

scritto o fatto scrivere in suo nome evasivamente; tale risposta

dovè essere portata al Campanella nel convento di S. Agostino dal

Galilei lettore in Padova, come si può argomentare da' ricordi che

poi ne fece il Campanella medesimo al Galilei ed anche a Ferdinando

più tardi, quali si leggono nelle lettere pubblicate dal Berti e dal

Fabroni. Aggiungiamo che per colmo di dolore il Campanella, 4 anni

dopo, potè forse conoscere che ad insegnare in Pisa era chiamato quel

dot.^r Marta, contro cui egli avea fatto le prime armi combattendo

Aristotile[114]; bensì era chiamato ad insegnare jus Cesareo, non già

filosofia[115].

Vennero intanto successivamente istituiti in Padova nuovi processi

contro il Campanella, e per verità non sapremmo affermare che al tempo

in cui mandò la lettera al Gran Duca non ne avesse già avuto ancora

un altro dopo quello relativo all'insulto gravissimo patito dal P.^e

Generale: poichè conosciamo molti capi di accusa a' quali fu chiamato a

rispondere, e certamente ve ne furono anche altri, mentre egli sempre

costumò non propalarli o non specificarli appieno; ma non conosciamo

in che modo que' capi di accusa sieno stati aggruppati per aversi i

«cinque processi», che nella lettera allo Scioppio pubblicata dallo

Struvio chiaramente affermò avere avuti. A quanto pare, due nuovi

processi egli dovè avere in Padova, venendo poi l'ultimo, assai più

grave dell'altro, compiuto in Roma, con la giunta di ulteriori capi

di accusa sorti in sèguito, e dell'esame delle opinioni sospette

consegnate nel libro _De sensu rerum_; ciò nel corso del 1593 e

1594, poichè vedremo da un documento irrecusabile trovarsi nella fine

del 1595 già esaurito in Roma l'ultimo processo sorto in Padova, ed

esaurito anzi da qualche tempo. — Meditando sulla lettera allo Scioppio

pubblicata dallo Struvio, la quale offre in modo più ordinato i capi

di accusa, ed aggiungendovi ciò che si rileva dalla lettera al Papa,

apparirebbe plausibile il dire che in uno di questi nuovi processi

(3º per data) gli siano state fatte due imputazioni, aver composto

il libro _De tribus impostoribus_, ed essere seguace delle dottrine

di Democrito; nell'altro poi (4º per data) dovè rispondere ancora

a due imputazioni, divenute non si sa quante per via, professare

dottrine eretiche, e non aver denunziato un giudaizzante col quale avea

disputato _de Fide_; nè occorre dire che l'ultimo suo processo (il 5º)

fu quello sostenuto in Napoli, con le accuse di tentata ribellione ed

eresia.

Alle imputazioni dell'avere scritto il libro _De tribus impostoribus_,

e dell'essere seguace delle dottrine di Democrito, il Campanella

potè rispondere, che aveva appunto scritto contro Democrito e che il

libro attribuitogli era stato già stampato 30 anni prima che egli

nascesse. Vede ognuno quanto sarebbe importante possedere gli atti

di tale processo, mentre a tutt'oggi nulla è stato posto ancora in

sodo circa il libro in quistione, e si dubita perfino che esso sia

mai esistito[116]. Con la sua immensa erudizione il Campanella potea

fare meglio di chicchessia la storia di questo libro: per lo meno

egli dovè fornire tutte le particolarità dell'edizione, che ci lasciò

appena accennata e ci riesce affatto ignota. Noi siamo convinti che

dandosi agli eruditi l'accesso all'Archivio del S.^to Officio, la

Chiesa medesima vi guadagnerebbe da tutti i lati, e vorremmo avere

tanta autorità da meritarci credito: per lo meno non si vedrebbero

più malamente confuse l'Inquisizione di Spagna e quella di Roma,

che funzionarono con una misura ben diversa, e senza dubbio si

modificherebbe radicalmente l'opinione tanto sparsa de' procedimenti

iniqui usati dall'Inquisizione Romana. Nel caso presente, si vedrebbe

anche come il Campanella abbia avuto tutto l'agio di difendersi e

guadagnarsi l'assoluzione.

Più malagevole dovè riuscire il discolparsi del non aver rivelato il

giudaizzante col quale avea disputato _de Fide_, e di essersi reso

colpevole di eretica pravità come allora si diceva. La denunzia era

di obbligo assoluto, e la mancanza di essa nelle circostanze indicate

bastava a far nascere il sospetto di eresia. Forse il Campanella potè

dapprima addurre essersi l'opponente dichiarato vinto nella disputa,

e quindi a lui rimanere il merito di averlo convertito; ma ciò non

lo disobbligava dal farne parola al S.^to Officio, e d'altronde il

giudaizzante dovè mostrarsi pervicace: nè diciamo ciò a caso, ma dopo

la matura considerazione di quanto il Campanella ne lasciò scritto, e

dopo il fatto di un giudaizzante da noi rinvenuto nelle scritture di

questo periodo, da potersi riferire appunto a' travagli del Campanella.

Cominciamo dal notare che questi travagli avuti pel giudaizzante

son citati dal Campanella non solo nella lettera al Papa, dove son

posti in primo luogo (mentre nella lettera allo Scioppio pubblicata

dallo Struvio mancano affatto), ma son citati anche nella Narrazione

pubblicata dal Capialbi, dove figurano quasi come i soli travagli avuti

dal S.^to Officio, prima de' travagli di Napoli. Le parole testuali

della lettera sono, «primo ex dicto unius Judaizantis molestatus»;

quelle della Narrazione (pag. 52) sono, «fu travagliato.... nel

S. Officio perchè non rivelò un fugitivo hebraizante con cui esso

Campanella disputò _de Fide_ in Padova, e quello fu poi carcerato a

Verona». La parola «fuggitivo» nella terminologia del S.^to Officio

significa uno che è scappato dal carcere od anche si è sottratto

alla forza mandata a catturarlo, ciò che bastava a costituirlo in una

certa convinzione della colpa appostagli; invece nella terminologia

fratesca significa un frate che ha abbandonato l'ordine monastico, e

nella terminologia de' disputanti significa uno che usa un ripiego per

cessare dalla disputa sentendosi vinto; non ci pare dubbio che in uno

di questi due ultimi sensi la parola «fuggitivo» abbia dovuto essere

adoperata dal Campanella. Questo frate dunque, mostratosi ebraizzante

nella disputa avuta col Campanella in Padova, fu poi carcerato in

Verona, e pel detto di lui solo il Campanella venne travagliato.

Ora ricercando le scritture di questo periodo noi abbiamo trovato il

ricordo di un frate Antonio da Verona coll'abito di cappuccino, il

quale per avere sostenuto che Cristo non avea redento il genere umano,

come eretico pervicace finì per essere bruciato vivo in Campo di Fiori

il 26 7bre 1599, dopo di essere stato varii anni nelle carceri del

S.^to Officio. Veggano i discreti se non sia plausibile mettere questo

fatto in rapporto con le cose del Campanella, e metterlo nel modo da

noi tenuto[117].

Merita intanto di essere considerata l'importanza di questo processo

pel povero Campanella, e ciò che andiamo a dire valga anche pel

successivo ed ultimo processo di Napoli. L'essere stato già una

volta condannato ad abiurare come veementemente sospetto di eresia

lo costituiva nella terribile condizione di «relapso», e qualora

fosse stata provata in tutta regola la sua colpa, il destino suo

non poteva esser dubbio: per la nota massima della giurisprudenza

del S.^to Officio «lapso non relapso parcitur», egli avrebbe dovuto

essere degradato e consegnato alla Curia secolare, con la solita

raccomandazione rutinaria di punirlo senza pericolo di morte e

senza effusione di sangue e mutilazione di membra, della quale

raccomandazione era bene inteso che la Curia secolare non tenesse

conto, o ne tenesse conto adoperando un genere di supplizio tale da

non recare nè effusione di sangue nè mutilazione di membra. Così il

condannato era bruciato vivo, quando si mostrava impenitente, od era

invece prima appiccato vicino al fuoco e poi bruciato, quando era

penitente, giusta la massima che tale ultimo supplizio «et humanius

est, et viam desperationis claudit, et ad poenitentiam provocat».

Nè si pensi che trattandosi di un'eresia diversa dalla precedente,

non fosse il caso vero del relapso: l'essere ricaduto nell'identica

eresia costituiva uno de' casi, e propriamente de' casi estremi del

relapso, ne' quali non doveva neanche accordarsi la difesa, e il

colpevole era «sine ulla penitus audientia brachio saeculari tradendus,

ultimo supplicio feriendus». Ma i casi del relapso erano varii,

c'era perfino quello di aver fatto semplicemente qualche favore ad

un eretico dopo di avere già una volta abiurato; e la conseguenza era

sempre la stessa, consegna al braccio secolare per l'amministrazione

dell'ultimo supplizio, previa la degradazione quando trattavasi di

un ecclesiastico. Solo si voleva che il colpevole fosse «legitime

convictus»; e parrebbe che il Campanella abbia avuto ricorso pure a

quest'àncora di salvezza sostenendo l'insufficienza del teste unico,

secondo la massima generalmente valevole in S.^to Officio «vox unius

vox nullius», come si può fino ad un certo punto argomentare da

quelle sue parole che implicano anche una discolpa, «ex dicto _unius_

Judaizantis molestatus»[118].

Dopo tutto ciò risulterà senza dubbio naturalissimo che il Campanella,

nell'ultimo periodo della sua dimora in Padova, e verosimilmente

durante la sua prigionia, non si sia tanto occupato di filosofia quanto

di politica e di religione, procurandosi buoni pezzi di appoggio

per la tempesta che minacciava sommergerlo. Così nacque l'opera

della _Monarchia de' Cristiani_, e subito dopo anche l'altra _Del

Regime della Chiesa_ indirizzata al Pontefice, sfoggio di dottrine

ultra-teocratiche e di fervore religioso; e ci pare che debba tenersi

conto delle circostanze nelle quali furono scritte queste opere,

semprechè si voglia portare sopra di esse un equanime giudizio.

Vedremo pure in sèguito il nostro filosofo, in determinati momenti

molto critici della sua vita, assumere un atteggiamento che per lo

meno deve dirsi di esagerazione, una volta anche verso i Principi,

un'altra volta di nuovo verso il Papa; ed egualmente di questo ci pare

che debba tenersi conto. Nè diremo già che in fondo egli non credesse

alla teocrazia come sistema di governo, che non amasse l'estirpazione

perfino violenta delle sètte religiose per vedere almeno tutta la parte

civile dell'umanità stretta in un fascio solo, che non ritenesse la

religione fortemente disciplinata indispensabile anche come strumento

di civiltà; ma ci periteremmo assaissimo di affermare che nel fondo

dell'animo suo egli volesse davvero la teocrazia rappresentata dal

Papa e da' Cardinali, la religione rappresentata da tutto il complesso

delle dottrine cattoliche etc.; tutti sanno che uomini non volgari,

e di eccellente odorato, dalle medesime sue opere politico-religiose

trassero già il convincimento che esse esprimessero ben altro di quello

che facevano le mostre di esprimere. Ma non possiamo nè dobbiamo

entrare in simili discussioni, e solo vogliamo giustificare il

nostro proposito di crederci nello strettissimo dovere di far sempre

rilevare in quali condizioni le sue diverse opere furono scritte;

segnatamente poi per quella _Del Regime della Chiesa_ notiamo anche

in anticipazione, che mentre chiaramente trovasi registrato nel

_Syntagma_ essere stata scritta in Padova senza che apparisca alcun

motivo per dubitarne, il filosofo medesimo, nella Difesa che presentò

ad occasione del 5º processo di eresia avuto in Napoli, la annunziò

siccome scritta in Stilo ne' tempi immediatamente anteriori a quelli

di tale processo, naturalmente pe' nuovi bisogni di quest'altra sua

gravissima causa[119]. Aggiungiamo inoltre che egli ebbe una cura

speciale della conservazione di entrambe queste opere, _Monarchia_

e _Regime_, facendone l'invio a D. Lelio Orsini e a Mario del Tufo,

sicchè non ebbe a perderle con le altre al momento in cui fu tradotto a

Roma, e ciò naturalmente perchè doveano servirgli allo scopo suddetto.

Nè vogliamo tacere che non ci apparisce realmente derivata da queste

opere, ossia dalle dottrine consegnate in queste opere, la persecuzione

continua sofferta dal Campanella in Padova, come lascerebbe sospettare

una proposizione emessa dal Naudeo tanti anni dopo[120]: il Naudeo,

amicissimo del filosofo, e durante la vita e dopo la morte di lui fu

solito d'ingarbugliare il ricordo delle cause, per le quali egli era

stato perseguitato; d'altra parte il Governo Veneto era solito di

perseguitare esso medesimo e di non lasciare impuniti i fautori della

supremazia Papale.

IV. Eccoci ora al trasferimento del Campanella da Padova a Roma.

Abbiamo già accennato che questo dovè accadere verso la fine del

1594, poichè il processo iniziato in Padova, certamente assai grave

ed aggravatosi sempre più per via, era già esaurito in Roma prima

della fine del 1595; e ci parrebbe superfluo dire che egli dovè essere

tradotto a Roma qual prigioniero, se non ci obbligasse a dichiararlo

il fatto che i biografi hanno tutti ammesso un'andata spontanea da

Padova a Roma. Il Berti è stato il solo ad avvedersi che l'andata

del Campanella a Roma segna il tempo di un suo processo da tutti

sconosciuto; se non che egli lo crede il 1º processo, avvenuto non più

tardi del 1595 o 96, ed ammette sempre un'andata spontanea del filosofo

a Roma, «o fosse irrequietezza sua, o timore di molestia per parte de'

frati od anche de' magistrati per causa delle dottrine teocratiche, e

più probabilmente per dare ragione di sè al S. Uffizio». Ma sebbene il

filosofo non abbia mai parlato molto chiaramente delle sue maniere di

andare a Roma, ed anche ad occasione del suo primo trasferimento da

Napoli ci abbia fatto leggere nel _Syntagma_ «Romam perrexi», questa

volta ci fa leggere il trasferimento da Padova con le parole «Romam

perductus»: il D'Ancona, nel recarle in italiano, ha adoperata la

frase «portandomi a Roma», ma noi vi abbiamo scorto un senso passivo

e non attivo, ed abbiamo perciò adoperata la frase «tradotto a Roma».

D'altronde bisogna tener presenti le circostanze di tale andata a

Roma, la perdita che vi fece di diverse opere scritte in Padova (la

_Filosofia di Empedocle_, la nuova _Fisiologia_, l'_Apologetico del

Telesio_ contro il Chiocco e la _Rettorica_, le sole opere che, o in

originale o in copia, esistevano presso di lui) e il rinvenimento nel

S.^to Officio di tutte le altre opere che avea già precedentemente

perdute in Bologna (ved. qui pag. 62): questo ci pare che indichi

senz'altro essere stato il Campanella strappato bruscamente dal luogo

della sua dimora in Padova, poi tradotto a Roma e consegnato nelle

carceri del S.^to Officio, dove ebbe anche a trovarsi in presenza delle

opere toltegli in Bologna, e a doverne rispondere.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 11 / 55 段