Nulla sappiamo intorno al luogo in cui il Campanella ebbe a prendere

stanza in Roma, dopo di essere uscito dal carcere. Il Berti afferma che

alloggiò nel convento di S.^ta Sabina, e la cosa è probabile: afferma

inoltre che scrisse e presentò il suo scritto a' Commissarii del S.^to

Officio, esponendo una riforma universale ne' costumi e nelle abitudini

del clero sul migliore andamento della Chiesa; ma temiamo che possa

esservi qui una confusione di due tempi diversi. Bisogna considerare

che egli aveva pur allora abiurato, e in tale condizione il voler

discorrere di riforme necessarie alle persone ecclesiastiche sarebbe

stata un'esorbitanza; d'altronde il S.^to Officio allora appunto, nel

1592, esaminava e poi faceva mettere all'indice, al 1º indice emanato

sotto gli auspicii di Clemente VIII, tre libri del Telesio, e il

Campanella, Telesiano conosciuto, aveva ancora qualche cosa a temere da

questo lato[101]. Ma certamente egli scrisse alcune opere, benchè nel

_Syntagma_ non si trovi alcuna notizia di opere composte in tal tempo,

ed invece si trovi immediatamente registrata la partenza di lui per la

Toscana. Come vedremo tra poco, tutto induce a far ritenere che egli

abbia potuto partire per la Toscana soltanto verso la fine dell'està

del 1592, naturalmente dopo che ottenne di essere sciolto dall'obbligo

della permanenza nel convento assegnatogli: così, avendo dimorato in

questo convento press'a poco un anno, riuscirebbe impossibile ammettere

che non vi abbia scritto nulla, mentre è notissimo che egli non sapeva

rimanere inoperoso. E poichè in un documento riferibile al tempo del

suo arrivo in Firenze (la lettera di Baccio Valori del 15 8bre 1592

pubblicata dal D'Ancona) troviamo fatta menzione di alcune opere le

quali certamente sappiamo non essere state composte in Napoli, bisogna

di necessità ammettere ch'esse siano state composte in Roma. Ecco

dunque il sèguito del Catalogo delle opere del Campanella già iniziato

precedentemente (ved. pag. 39-40). Durante la prima permanenza in Roma,

vale a dire dalla fine del 1591 a buona parte del 1592, si ebbero;

Un Carme _Della filosofia di Empedocle_; un trattato _De insomniis_,

l'unico di questo gruppo che il Campanella abbia registrato negli

elenchi delle opere proprie più volte citati, dicendolo costituito da

un sol libro; un trattato _De sphera Aristarchi_; il sèguito dell'opera

_De rerum universitate_, ma non al di là de' due primi libri; inoltre

un primo libro di _Phisiologia_. Quest'opera col titolo di «Fisiologia»

non si rinviene citata tra quelle delle quali parlò Baccio Valori,

sibbene insieme con quelle delle quali nel _Syntagma_ si vede deplorata

la perdita avvenuta in Bologna, poco dopo l'escursione fatta a Firenze;

è dichiarata «un libro compiuto..... con dispute contro tutte le sètte,

al quale doveano seguire 19 altri libri già meditati», onde non pare

che possa dirsi sicuramente l'opera medesima «De rerum universitate»

con altro titolo, e la composizione di essa deve sempre riferirsi al

tempo della permanenza in Roma[102].

Aggiungiamo che durante questa permanenza in Roma, il Campanella dovè

anche stringersi in intima relazione con D. Lelio Orsini, il quale

ritiratosi allora appunto in Roma ospitava in sua casa il filosofo

Telesiano Abate Antonio Persio. Il Campanella medesimo ci ricordò

questa circostanza, facendoci trovare registrato nel _Syntagma_ che

quando fu a Padova, mandò un libro ad Antonio Persio abitante in

Roma presso Lelio Orsini; e non è dubbio che nel 1592 D. Lelio si

sia già trovato in Roma, bastando citare una lettera a lui diretta

dal Nunzio Aldobrandini, in data del 1º maggio 1592 da Napoli, la

quale fa parte del Carteggio di esso Nunzio esistente in Firenze.

Abbiamo già avuta occasione di nominare questo D. Lelio, parente

de' Signori del Tufo, ed abbiamo detto che egli divenne non meno de'

Signori Del Tufo amico e patrono del Campanella. Infatti da una parte

D. Lelio spinse talora il filosofo a scrivere, fornendogli qualche

argomento, d'altra parte lo protesse ne' suoi travagli patiti in Roma

e vi ebbe continua corrispondenza, come risultò dalle deposizioni di

più testimoni che furono poi esaminati nel processo del 1599, tanto

che vedremo pure D. Lelio largamente nominato tra coloro i quali

avrebbero aiutata l'insurrezione di Calabria disegnata dal Campanella.

Sicuramente egli ebbe cura del Campanella ne' travagli di questo primo

processo: forse per opera di lui fra Tommaso ottenne di poter partire

da Roma ed andare a Firenze, dove già erano state avviate pratiche

per fargli avere una cattedra di filosofia in Pisa; così ci pare

giunto il tempo di dare notizie più minute intorno a questo D. Lelio

spesso citato dal Campanella, e nell'opera _De sensu rerum_ citato

due volte[103]. — Discendeva D. Lelio dalla nobilissima casa Orsini

di Roma, ma apparteneva al ramo de' Duchi di Gravina trapiantato nel

Regno. Era secondogenito di Antonio Orsini, Duca di Gravina, e di

Felicia Sanseverino, sorella del Principe di Bisignano Nicola Berardino

Sanseverino: non ebbe titoli, e neanche feudi per lunghissimo tempo;

nè ebbe figliuoli con la sua Signora Beatrice. Risedeva, naturalmente,

nel Regno, e molti documenti dell'Archivio di Napoli, come anche di

quelli di Firenze e di Urbino, ce lo mostrano talora in Gravina, più

spesso in Barletta, da ultimo in Basilicata, ordinariamente per affari

relativi ad industrie agricole; in Basilicata ebbe interessi, dopochè

la sua sorella Maria, sposa a D. Giovanni D'Avalos, nel 1596 lo fece

erede degli erbaggi di Pomarico e Montescaglioso, terre appartenute

temporaneamente allo zio Ostilio, e così, molto tardi, fu detto Barone

di Pomarico e Montescaglioso. In qualche documento più antico trovasi

dichiarato «clerico e cameriere segreto di S. S.^tà», in qualche

altro «Domicello Romano»; ma non manca nemmeno qualche documento in

cui è dichiarato «cittadino napoletano nato in Napoli»; quivi si

conciliò molta stima qual cavaliere savio e facoltoso, e fu anche

Eletto del Seggio di Nido. Era molto attaccato al suo zio Principe di

Bisignano, che dovrà figurare egualmente in questa nostra narrazione:

vedremo che con ogni probabilità, durante le traversìe del Principe

strettamente carcerato allora nel Castello di Gaeta, dopo un ordine

rigorosissimo che niuno de' parenti potesse avvicinarlo, D. Lelio si

ritirò provvisoriamente a Roma, essendo stato in Napoli sino alla fine

del 1591; ma ne tornò nel 10bre 1594, e scorso un altro anno, dopo la

morte dell'unico figlio del Principe, egli si ritenne successore di

costui _in pheudalibus_, essendo già trapassato fin dal 1583 il Duca

di Gravina suo fratello, onde ebbe a trovarsi in gravissima lite con

altri pretendenti[104]. Così egli dimorava in Roma nel 1592, e stava

in ottima relazione con la Curia e col Papa, il quale, essendo stato

invocato dal Gran Duca di Toscana arbitro nelle quistioni surte tra

lui e suo fratello D. Pietro, nel 1593 delegò D. Lelio a questa non

lieve missione: ed ecco perchè ci è sembrato del tutto naturale che

egli abbia avuta qualche influenza nel far concedere al Campanella

di poter partire da Roma, forse anche raccomandandolo in Toscana per

la cattedra. — Non è arrischiato il ritenere che la dimora di Antonio

Persio presso D. Lelio Orsini in Roma abbia contribuito a recar favore

al Campanella. Il Persio è oramai abbastanza conosciuto segnatamente

per opera del Fiorentino[105]. Abate e dottore, nativo di Matera in

Basilicata, figlio di Altobello o Adoberto buono scultore di que'

tempi rimanendone tuttavia alcuni lavori nella Cattedrale di Matera,

fu discepolo del Telesio e Telesiano accanito, avendone sostenuti i

principii con dispute in più luoghi, raccolti e pubblicati diversi

opuscoli, assunte le difese in ispecie contro Francesco Patrizzi. Fu a

Venezia e prese poi stanza in Roma; l'elenco delle sue opere rimaste

inedite può leggersi in una lettera di Giovanni Bartolini Bolognese

riportata dall'Odescalchi nelle Memorie de' Lincei, essendo stato il

Persio uno de' primi ascritti a quell'insigne Accademia; il Fiorentino

ne ha fatto conoscere qualcuna che se ne trova ancora. Fu costante

amico del Campanella; sappiamo da documenti che si tenne in continua

corrispondenza con lui anche in gravissimi momenti della prigionia

sofferta dal filosofo in Napoli, ed egli medesimo un anno prima della

sua morte, il 1611, gli mandò da Roma l'opera di Ticho-Brahe[106].

Naturalmente il Persio dovè ricordare sovente a D. Lelio Orsini il

povero Campanella e sollecitarne con vigore i buoni ufficii.

Da Roma dunque il Campanella se ne andò a Firenze. Nel _Syntagma_

questa sua gita si trova registrata con pochissime parole: «andai

a Firenze, nè però incontrai miglior sorte, e dedicai il libro _De

sensu rerum_ al Gran Duca Ferdinando primo». Ma già da un pezzo era

stata pubblicata dal Fabroni una lettera del Campanella che spargeva

sufficiente luce su questa gita: in sèguito, mercè le indicazioni

del Baldacchini per notizie avutene dal Trucchi, Francesco Palermo

ne rinvenne e pubblicò un'altra, e il D'Ancona 4 altre di diversa

provenienza, tutte esistenti nell'Archivio Mediceo; ancora il Berti

ne ha pubblicata non ha guari un'altra del Campanella al Galilei,

raccolta nella Bibl. naz. di Firenze e contenente qualche altra notizia

intorno al fatto che dobbiamo narrare; infine noi medesimi, del pari

nell'Archivio Mediceo, ne abbiamo rinvenuta un'altra dell'Agente di

Toscana in Napoli che oggi pubblichiamo, ed oramai si può dire che la

gita del Campanella a Firenze sia chiarita appieno nella sua data,

nel suo scopo, nel suo risultamento, in tutte le sue fasi[107]. Il

Campanella era stato proposto al Gran Duca e si era mostrato con

lui desideroso di dedicarsi al suo servizio; si trattava di dargli

una lettura di filosofia nello studio di Pisa, e il documento da noi

trovato mostra che la proposta era stata fatta già da un pezzo, sin

dal 1591, durante la dimora di lui in Napoli. Forse l'aveva proposto

Mario del Tufo, giacchè le nostre ricerche nell'Archivio Mediceo ci

hanno rivelato una stretta corrispondenza col Gran Duca da parte di

questo Signore, che avendo una buona razza di cavalli in Minervino (o,

come allora si diceva, Mondorvino) ne faceva continui regali al Gran

Duca, il quale mostrava di pregiarli grandemente, e si disobbligava

regalandogli quasi sempre marzolini e due volte anche «due schiavi sani

e belli»[108]. Il Gran Duca avea sin dal 1591 dimandato informazioni

sul Campanella al suo Agente in Napoli, Giulio Battaglino, napoletano

e prete, stato già al suo servizio in Roma quando il Gran Duca era

Cardinale ed egli emigrato, come ci risulta dal suo Carteggio e da

quello del Residente Veneto: noi avremo a parlare ancora in sèguito

del Battaglino e de' suoi dispacci intorno al Campanella, e quindi è

tutt'altro che inutile avere notizie precise delle sue condizioni[109].

Al Battaglino giunse l'incarico d'informarsi del Campanella mentre

costui trovavasi già carcerato in Napoli, e rispose «che per trovarsi

lui prigione per causa di religione, nè haveva potuto trattar seco nè

conveniva intrigarsi in tal genere di imbarazzi». Ma in sèguito, forse

dopo nuove sollecitazioni, in data del 14 7bre 1592 ne diede migliori

informazioni, dicendo che fra Tommaso aveva facilmente superato il

travaglio in cui era stato posto per invidia; che l'indomani sarebbe

partito per Roma a procurare il gastigo del calunniatore; che era uno

de' più rari ingegni, come poteva giudicarsi dagli scritti che egli

aveva visti e dalla voce che ne correva, e di qua gli era nata l'accusa

che avesse alcuno spirito familiare; con lo scudo di alcun principe se

ne poteva sperare gran cose. Ben si vede che egli rispondeva nel modo

più favorevole, ma non si mostrava bene informato del vero andamento

de' travagli del Campanella; nè abbiamo mancato d'indicarne a suo tempo

tutte le possibili ragioni.

Giungeva intanto il Campanella a Firenze, verosimilmente dopo le

novelle commendatizie avute da D. Lelio Orsini. Egli vi si dovè trovare

per lo meno verso la fine di 7bre 1592, rilevandosi da' documenti

illustrativi di questo periodo che il 2 8bre di tale anno era stato

già dall'Usimbardi introdotto presso il Gran Duca, il quale l'accolse

molto bene, gli consigliò di lasciare i frati che perseguitavano i

virtuosi e gli diede anche un po' di danaro: al tempo medesimo ordinò

all'Usimbardi di scrivere a Baccio Valori, che facesse vedere la

Biblioteca Palatina al Campanella e con tale occasione ne conoscerebbe

il merito, come anche al Generale de' Domenicani, che si compiacesse

dar licenza al Campanella di poter assumere il servizio al quale

intendeva chiamarlo e di poter dare alle stampe i suoi lavori; in tal

guisa egli mostrava il suo buon animo e veniva a procurarsi intorno

a lui informazioni novelle. Durante l'udienza il Campanella dovè

offrire al Gran Duca la dedica del suo libro che fu poi intitolato

_De sensu rerum_, e che allora avea per titolo _De sensitiva rerum

facultate_, dedica che vedremo poi come e perchè non ebbe effetto. La

lettera a Baccio Valori fu presentata dal Campanella medesimo il 13

8bre, ed il 15 egli rispose all'Usimbardi aver visto il Campanella,

«giovane di senno maturo, e di varia dottrina e recondita come si

trae da' suoi dotti ragionamenti, non meno che dall'opera per lui

stampata con titolo _de philosophia sensibus demonstrata_, dov'è seme

dell'altra ch'egli dedica a S. A. _de sensitiva rerum facultate_»; ma

notò, che «procurandosi oggi in Roma per alcuni proibire la Filosofia

del Telesio con colore che la pregiudichi alla Teologia scolastica

fondata in Aristotile da lui così riprovato, corre qualche risico

conseguente ancor esso, e per ventura il più terribile per eccellenza

de' suoi concetti, che veramente sono e alti e nuovi». Aggiunse che

avea saputo da lui avere scritto del dogma di Pitagora e così pure

di Empedocle in versi eroici, aver fatto un trattato _De insomniis_ e

un altro _De sphera Aristarchi_, avere per le mani un'opera maggiore

_De rerum universitate_, «un'intera filosofia da sè, al quale studio

potrà rimettersi a primavera, che arà stampato quello a Venezia per

dove parte domattina». Da ultimo fece conoscere che il Campanella

avea veduta la Libreria a sua soddisfazione, ed anche discusso a

lungo con due letterati sopra varie materie ben ardue, riuscendo a

far «maravigliare, se non credere a modo suo» poichè stimava ben poco

Aristotile. — Come si vede, nello splendido elogio non mancavano

macchie di tinta molto oscura, d'onde emergeva che sarebbe stato

meglio per lo meno non aver fretta a legarsi con questo giovane,

il quale sprezzava troppo Aristotile, oltrechè poteva trovarsi

compromesso con Roma essendo Telesiano: e resti chiarito che non solo

da quegl'infelici frati di Calabria, ma anche da questo pezzo grosso

di Toscana, dove pure si era menato tanto scalpore pel Platonismo,

il Campanella venne avversato, e furbescamente avversato, per le sue

dottrine antiaristoteliche. Essendo stato sempre sagacissimo, dai

discorsi tenuti il Campanella dovè capire la posizione e decidersi ad

andar via senza ritardo; tanto più che conosceva pure essersi scritto

al P.^e Generale, e naturalmente aveva da attendersi poco di bene da

quest'altra parte. Non lasceremo di dire che i due letterati, co'

quali il Campanella ebbe a discorrere nella Biblioteca in presenza

del Valori, furono con ogni probabilità Ferrante de' Rossi e il P.^e

Medici, da lui ricordati tanti anni dopo nella lettera che pubblicò

il Fabroni: il P.^e Medici specialmente dovè essere quel Teologo

fiorentino col quale egli disputò intorno alle anime de' bruti ed alla

vita futura di esse, avendo il fiorentino sostenuto che quelle anime

nella fine del mondo sarebbero risuscitate ed avrebbero avuto premio o

pena, secondochè il Campanella medesimo ci lasciò scritto nella nuova

composizione che ebbe a fare della sua opera _De sensu rerum_[110].

Nella stessa data del 15 ottobre il Campanella scriveva una lettera

al Gran Duca ed un'altra all'Usimbardi. Verso il Gran Duca si mostrò

consapevole di non essere stato «accettato per servitore di subito»,

si augurò che lo sarebbe in sèguito, lo ringraziò dei favori ricevuti,

espresse il suo stupore per la magnifica Libreria veduta, annunziò che

se ne andava a Padova, come ne avea manifestato il disegno, e che là

sarebbe rimasto pronto ad ogni menomo cenno di S. A. Verso l'Usimbardi

si mostrò grato ed obbligato, si augurò che lo appoggerebbe ancora in

sèguito presso il Gran Duca, ripetè il suo stupore per la Libreria di

S. A., annunziò che sarebbe partito l'indomani o al più l'altro domani.

Adunque il 16 o 17 8bre il Campanella mosse da Firenze per Padova, ma

si fermò in Bologna, dove ricominciarono i suoi malanni. Aggiungiamo

intanto che venne poi la risposta del P.^e Generale al Gran Duca, in

data del 13 9bre ed in termini punto rassicuranti, ciò che non può

far meraviglia oggi che abbiamo posti in luce i fatti avvenuti al

Campanella in Napoli e in Roma. «Alquanto differente relazione tengo io

del Padre Fra Tomaso Campanella, di quella è stata fatta a V. A. S. per

quanto posso comprendere dalla sua amorevolissima scrittami. Con tutto

ciò volendosi lei servire dell'opera sua, acciò non resti defraudato

del suo buon desiderio, io farò prova del valore e sufficienza sua,

e trovandolo atto per servire un tanto Principe qual è V. A. S., gli

comandarò ubbidisca a' suoi cenni, che mi sarà sempre singolar favore

si degni prevalersi della mia religione, come io indegno capo di essa

desidero tanto servirla. Farò insieme rivedere quell'opere che egli

ha preparato per dare alla stampa, come comanda il sacro Concilio

di Trento e gli ordini della Religione, ed essendo trovate tali che

meritino uscire in luce, molto volontieri gli comandarò che le faccia

stampare e che serva V. A. S. in tutto e per tutto» _etc._ Tale fu

la risposta del P.^e Generale, fra Ippolito M.ª Beccaria, di cui

abbiamo già avuta occasione di dare qualche cenno altrove. Sollecito

della distinzione che ridondava in beneficio dell'Ordine, premuroso

di mostrarsi ossequente al Gran Duca, egli trovavasi in imbarazzo:

non voleva dire che il Campanella fosse stato veementemente sospetto

di eresia, ma non poteva non tenerne conto: con ogni probabilità si

preoccupava anche di qualche altra possibile eresia nelle opere che il

Campanella intendeva di stampare, e quindi vedeva indispensabile farle

esaminare scrupolosamente. Possiamo con ciò spiegarci pure molto bene

quanto accadeva in sèguito.

Come abbiamo detto, andando a Padova il Campanella si fermò in Bologna:

non sappiamo quanto tempo vi sia rimasto, ma verosimilmente vi rimase

ben poco, ed ecco ciò che nel _Syntagma_ si legge essergli avvenuto.

«Mentre stava in Bologna mi furono portati via di soppiatto tutti i

sopradetti libri e certe Poesie latine non dispregevoli, come pure

il primo libro della Fisiologia composto di dispute contro tutte le

sette, al quale doveano far sèguito altri 19 libri già meditati». E

più oltre: «di poi tutti i libri perduti in Bologna li trovai (a Roma)

nel S.^to Offizio, ove interrogato li difesi, nè pertanto li richiesi,

essendo sul punto di rifarli migliori». Ecco una prima perdita completa

delle opere sin allora scritte dal Campanella, all'infuori della

_Philosophia sensibus demonstrata_ già data alle stampe, e rifacendone

l'elenco abbiamo: 1º l'opera _De investigatione rerum_; 2º quella

_De sensitiva rerum facultate_ o _De sensu rerum_; 3º il Carme _De

Philosophia Pithagoreorum_; 4º il Carme _De Philosophia Empedoclis_;

5º il trattato _De insomniis_; 6º il trattato _De Sphera Aristarchi_;

7º i due primi libri _De rerum universitate_ o _De Metaphysica_; 8º

il primo libro della _Physiologia_, come il Campanella si compiacque

denominare la Filosofia naturale. Facciamo avvertire che quando il

Campanella ricompose l'opera _De sensu rerum_, definì un furto la

perdita di questa sua opera con le altre, e l'attribuì a «falsi frati»;

notiamo inoltre che potrebbero un giorno tutte queste opere tornare

alla luce del sole, poichè dovrebbero tuttora trovarsi nell'Archivio

del S.^to Officio, e sarebbe ad ogni modo curioso il vedere se e quali

modificazioni successive di sostanza sieno state dall'autore introdotte

nell'opera che ebbe speciale premura di ricomporre, vogliamo dire

nell'opera _De sensu rerum_. — Non è difficile frattanto interpetrare

come abbiano dovuto veramente passare le cose in Bologna. Mettendo

il fatto in riscontro con la lettera del P.^e Generale al Gran Duca,

sembra ben chiaro questo, che il P.^e Generale si attendeva dal

Campanella l'invio de' manoscritti per la revisione, la quale egli

non poteva ignorare esser necessaria; il Campanella non se ne dovè

curare, e il P.^e Generale, nell'impegno di compiacere il Gran Duca con

la maggior sollecitudine, comandò che i manoscritti fossero presi ed

inviati immediatamente al S.^to Officio. Vedremo pure che il Campanella

trovò poi il P.^e Generale in Padova nel suo arrivo in quella città,

mentre la lettera di lui al Gran Duca fu spedita da Milano: si

potrebbe quindi affermare che il P.^e Generale medesimo sia andato a

Padova per affrettare la presa de' manoscritti, e che il Campanella,

conosciuta questa circostanza in Bologna, vi si sia trattenuto, ma il

P.^e Generale ebbe facilmente modo di colpirlo anche in Bologna, ed

egli, cessato il motivo di trattenervisi e naturalmente disgustato, se

ne partì in fretta, sicchè nello stesso mese di 9bre dovè trovarsi in

Padova. Ad ogni modo i frati di Bologna, che certamente non avevano

alcun motivo di portargli odio, furono _falsi_ verso di lui sol

perchè presero i manoscritti a sua insaputa, ma la loro condotta non

fu spontanea, e lo dimostra l'invio che ne fecero al S.^to Officio.

D'altro lato nulla autorizza veramente a credere che egli abbia in

Bologna trattato di avere una cattedra, secondochè il Berti ha creduto

di vedere.

Ecco ora il Campanella in Padova, verosimilmente nel 9bre 1592, e

certamente nel convento di S. Agostino, come egli medesimo ricordò

poi nella sua lettera al Galilei che è stata pubblicata dal Berti.

Poniamo qui la notizia che si fece assegnare nello studio di Padova

come spagnuolo, e non come calabrese: egli rammentò più tardi tale

circostanza, allorchè si trovò carcerato in Napoli fra le mani degli

spagnuoli, e l'addusse in prova della sua devozione alla Spagna[111].

Questa «assegnazione nello studio» conduce naturalmente a credere che

si tratti della iscrizione nell'Albo della nazione spagnuola come si

usava da coloro i quali accorrevano allo studio pubblico mantenuto con

tanto lustro dal Governo Veneto; essi aveano cura di dare il loro nome

alla _Nazione_ rispettiva. Se non che l'_assegnazione_ è veramente un

termine fratesco sinonimo di destinazione, trovandosi anche non di rado

denominato _Studio_ tra' frati quel convento o parte di convento in

cui si raccoglievano i frati studenti; e i Domenicani, almeno a quei

tempi, si dicevano «studenti formali» persino varii anni dopo di essere

stati ordinati sacerdoti; ne incontreremo qualche esempio tra' frati

calabresi che figureranno più tardi ne' processi della congiura ed

eresia del Campanella. Tuttavia non ci ripugna menomamente ritenere che

il Campanella si sia iscritto nell'Albo degli spagnuoli, conoscendosi

che mediante una piccola moneta da pagarsi nell'atto dell'iscrizione

si venivano ad acquistare alcuni vantaggi, diversi secondo gli statuti

e i diritti consuetudinarii appartenenti alle diverse Nazioni, e che

s'iscrivevano nell'Albo, con la menzione delle rispettive qualità e

della moneta pagata, non solo gli studenti, ma anche i visitatori dello

Studio, che si trattenevano qualche tempo in Padova non propriamente

per seguire i corsi delle lezioni. Come si vede, la cosa è ben diversa

dall'«iscrizione nelle matricole dello Studio di Padova»: e dobbiamo

dire che in una delle nostre escursioni in quella città abbiamo avuto

cura di ricercare nell'Archivio dello Studio se vi fosse rimasta

traccia del Campanella; ma degli Atti delle Nazioni non abbiamo trovato

che sei volumi della Nazione alemanna, due della Nazione polacca, uno

solo della Nazione ultramarina e contenente appena la serie e gli scudi

de' consiglieri, sindaci, esattori ed altri officiali della Nazione.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 10 / 55 段