durante la sua permanenza in Napoli, e gioverà anzi cominciare ad
occuparci del Catalogo delle sue opere: bisogna una volta sforzarsi di
avere questo catalogo nelle migliori condizioni possibili, quantunque
esso riesca malagevole a farsi perchè tra le sventure sofferte
dall'autore diverse sue opere furono composte e ricomposte anche
con diversi titoli successivamente; è indispensabile conoscere con
esattezza tra quali circostanze ciascun'opera fu composta o ricomposta,
mentre le fortunose circostanze della vita dell'autore doverono
certamente influire di molto sopra le idee in esse sviluppate. Senza
curarci delle cose minori, delle versificazioni dell'adolescenza, de'
sunti delle lezioni compilati su' banchi della scuola etc. abbiamo
finquì per ordine di data le opere seguenti. In primo luogo il trattato
_De investigatione rerum_: esso fu composto certamente prima della
Filosofia, come appunto si rileva dalla prefazione di quest'opera,
fonte incomparabilmente preferibile a quello del _Syntagma_, che fu
redatto quarant'anni dopo e in modo tale da dover offrire di necessità
molte inesattezze; si può tutt'al più dire che in Napoli vi fu posta
l'ultima mano. Con ogni probabilità il trattato fu scritto in Nicastro,
dove il Campanella si emancipò totalmente dalle dottrine Aristoteliche,
il 1586-87, prima dell'andata a Cosenza, dove egli rimase ben poco
tempo per avere agio di scriverlo[84]. Esso costava di due libri, come
risulta da varii documenti[85]; risulta poi dal _Syntagma_ che vi si
contemplavano nove generi di cose sensibili, con le quali si poteva
giungere a ragionare e vi si dimostrava la definizione esser fine
non principio di scienza. Vedremo più in là come e dove andò perduto
insieme ad altri trattati, e dove si dovrebbe ancora trovare. Segue la
_Philosophia sensibus demonstrata_, composta in Altomonte in 7 mesi,
dal 1º gennaio all'agosto 1589, stampata in Napoli durante il 1590,
pubblicata il 1591, dedicata a Mario del Tufo, il quale sostenne forse
le spese della stampa, come traspare dalla dedica. I molti errori
tipografici incorsi «propter absentiam auctoris» e in parte corretti
nell'ultima pagina dell'opera, si spiegano con la malattia sofferta e
con l'andata a Pozzuoli ed Agnano. Segue l'opera _De sensitiva rerum
facultate_, o _De sensu rerum_, composta dopo la disputa pubblica e
la conversazione col Porta già dette. Essa era già composta quando
si stampava la prefazione della Filosofia, come si legge appunto in
termine di questa prefazione; può dirsi quindi scritta nell'inverno
del 1590. E fu scritta in latino, come risulta da ciò che se ne dice
nell'opera stessa rifatta più tardi in italiano e successivamente
tradotta, dopochè andò perduta insieme col trattato «De investigatione»
e con altre opere[86]. Verosimilmente ebbe dapprima per titolo «De
sensitiva rerum facultate», e così la troveremo difatti ancora nominata
in un documento del tempo in cui l'autore passò a Firenze; ma ben
presto egli dovè nella sua mente sostituirgli il titolo «De sensu
rerum» che adottò in sèguito, e così difatti si trova già annunziata
nella prefazione della Filosofia. Vedremo come e dove l'autore l'abbia
rifatta, e metteremo in vista parecchie cose appartenenti agli anni
posteriori a quelli de' quali ci stiamo occupando: ma si sa che il
Campanella aveva una memoria tale, da essere in grado di tornare a
scrivere un'opera perduta, anche dopo varii anni, pressochè con le
medesime parole con le quali l'aveva dapprima scritta; c'imbatteremo
poi in qualche esempio notevole del suo sistema di serbare fedelmente
le cose come già stavano quando ebbe a rivedere e compiere qualche
sua opera, e generalmente anche quando ebbe a tradurla dall'italiano
in latino per darla alle stampe. Non dubitiamo quindi di affermare
che questa prima composizione dell'opera _De sensu rerum_ sia stata
essenzialmente quella medesima che oggi possediamo ricomposta. E
dobbiamo notare che l'influenza del Della Porta riesce evidente in
essa anche così ricomposta come ci è pervenuta, vedendovisi abbondare
lo strano e il maraviglioso ad esuberanza; ma pure, in ispecie nel 4º
libro che rappresenta la Magia, dove naturalmente il nome del Della
Porta figura più volte, il Campanella comincia col fargli l'appunto
che ha trattato quella scienza «solo historicamente senza rendere
causa», e soggiunge che «lo studio d'Imperato può esser base in parte
di retrovarla»[87]. D'onde si vede che egli voleva la Magìa fondata
sulle nozioni positive della storia naturale, e dava la più grande
importanza al celebre Museo, che Ferrante Imperato teneva in sua casa,
presso l'attuale palazzo delle Poste già de' Duchi di Gravina, e che
egli avea dovuto visitare come del resto lo visitavano tutte le persone
non ignoranti che venivano a Napoli. Succede all'opera _De sensu
rerum_ il Carme Lucreziano _De Philosophia Pithagoreorum_, ispiratogli
dalla lettura di Ocello Lucano e de' detti di Platone: intorno ad esso
sappiamo che non era di poco rilievo, poichè costava di tre libri;
così difatti trovasi registrato ne' documenti sopra citati, vale a
dire negli elenchi delle opere del Campanella da lui medesimo formati
ed annessi ad alcune sue lettere e ad un memoriale al Papa. Viene
infine l'_Esordio di una Nuova Metafisica_ co' tre principii della
necessità, fato ed armonia, che riteniamo avere avuto propriamente
per titolo _De rerum universitate_; giacchè di un'opera appunto con
questo titolo vedremo fatta menzione nel documento già citato del tempo
in cui il Campanella passò a Firenze[88], e poi ancora in tutti gli
altri elenchi delle sue opere che diè fuori durante la sua prigionia
di Napoli, senza che nel _Syntagma_ apparisca mai. L'opera in Napoli
fu solamente iniziata, e però ci è sembrato doverla porre in ultimo
luogo; vedremo che nel tempo dell'andata a Firenze (1592) trovavasi
tuttora incompiuta, ed era stimata l'opera maggiore che egli avesse
tra mano; negli elenchi sopra mentovati dicesi composta di due libri,
la qual cosa non implicherebbe che fosse stata condotta a termine.
Ben si vede che il Campanella in Napoli spese gran parte del suo tempo
nel comporre opere; e vogliamo tener conto anche della notizia dataci
dal _Syntagma_, che compose «molti discorsi ed orazioni per amici
che andavano a prendere la laurea», solo per dire che realmente dal
«Liber juramentorum» rimastoci nell'Arch. di Stato si rileva essersi
dalla fine del 1589 al principio del 1591 laureati parecchi amici suoi
ed anche un suo parente. Si laurearono Fulvio Vua de Marulla, Paolo
Campanella, Gio. Paolo Carnevale, tutti di Stilo, e Ferrante Ponzio di
Nicastro, leggisti: per alcuni di costoro, fra gli altri, il Campanella
verosimilmente prestò l'opera sua, e pur troppo vedremo tutti
costoro figurare più o meno nel processo della congiura, insieme con
taluni altri come Giulio Contestabile e Tiberio Carnevale, che dalle
«Matricole» si rileva essersi trovati del pari in Napoli studenti[89].
Ci rimane a dire di un ultimo incidente avvenuto al Campanella in
Napoli, del tutto ignorato finora e frattanto importantissimo, vale
a dire un processo non lieve d'Inquisizione, che lo strappò a' suoi
ospiti ed a' suoi amici, e lo fece andare suo malgrado a Roma.
Egli frequentava il convento di S. Domenico, dove trovavasi allora lo
studio pubblico ed inoltre una biblioteca molto accreditata. Nello
studio i frati non avevano alcuna ingerenza: essi davano in fitto o
come allora dicevasi «in alloghiero», ricevendone 50 ducati l'anno, tre
sale a pian terreno su' due lati del cortile che serve di atrio alla
Chiesa, ancor'oggi visibili ma convertite in Oratorii, eccetto l'ultima
nella quale aveva già insegnato S. Tommaso: e sappiamo dal Lasena
(Dell'antico Ginnasio napoletano, Rom. 1641 pag. 3), che delle due
poste di rimpetto alla porta della Chiesa, la prima era addetta alle
letture del dritto canonico, e poi lo fu anche a quelle del greco, la
seconda era addetta alle letture del dritto civile, l'ultima posta in
fondo del cortile era addetta alle letture della filosofia e medicina,
e però dicevasi la sala degli Artisti (artium et medicinae doctorum).
A questo si limitava il «generale studio di Napoli», là trasportato
dall'antico posto delle scuole detto originariamente «lo scogliuso»
divenuto poi il monastero di Donna Romita presso la Chiesa di S.
Andrea: dell'antico posto si mantenea veramente sempre vivo il ricordo
con una processione nella vigilia del Santo, prescritta puntualmente
ogni anno per un editto del Cappellano maggiore, che ordinava e
comandava «alli magnifici lettori et studenti di l'una et l'altra
professione secondo l'antiqua et laudabile consuetudine di congregarsi
in li studii di sandomenico, et dallà partirne con devotione et
silentio processionalmente, con intorcie et candele in mano, et recto
tramite visitare la detta ecclesia de Santo Andrea et pregare Iddio per
la salute et felice stato di sua Santità come di S. M.^tà Cattolica
et extirpatione d'heretici». Alla quale consuetudine, nella stessa
circostanza, più anticamente aggiungevasi l'altra dell'uccisione di
un maiale per darne un pezzo a ciascuno delli magnifici lettori! Il
Campanella, autore di un libro di filosofia, dovè con ogni probabilità
tenersi in relazione con la maggior parte de' lettori segnatamente di
filosofia, che appunto nell'anno 1590-91 erano: 1.º il medico Gio.
Berardino Longo per la lettura della mattina, con d.^ti 300 l'anno
oltre gli straordinarii; 2.º il medico Gio. Geronimo Provenzale, che
fu poi Vescovo ed Archiatro di Clemente VIII (giacchè Napoli ed anche
le Provincie napoletane fornivano allora molto spesso gli Archiatri
Pontificii) per la lettura della sera con d.^ti 80 l'anno; 3.º il
medico Francesco Ant.º Vivolo per le posteriora et topica con d.^ti 60,
successo al Sarnese parimente medico e maestro di Giordano Bruno[90];
4.º il P.^e fra Mattia Aquario per la metafisica con d.^ti 80,
successo da poco tempo al medico Colanello Pacca. Abbiamo veduto che
il Campanella curò questo P.^e Aquario, sicchè almeno con costui ebbe
certamente stretta relazione; d'altronde doveva invogliarlo a mostrarsi
nello studio la presenza in esso de' parecchi amici suoi di Stilo, che
abbiamo avuto più sopra occasione di nominare. Ma indubitatamente,
essendo occupato a comporre le sue diverse opere, egli ebbe a
frequentare la Biblioteca di S. Domenico, e tutto mena a far ritenere
essergli là precisamente toccata quell'avventura che andiamo a narrare.
La Biblioteca trovavasi nel corridoio che guarda il gran chiostro,
presso la cella abitata già da S. Tommaso d'Aquino, dove in questo
momento risiede l'Accademia Pontaniana: vi si accedeva non solo dal
lato del cortile in cui era posto lo studio, ma anche da un ingresso
più diretto aperto verso la via di S. Sebastiano, presso il locale che
ancor'oggi è adibito ad uso di Farmacia. Entrando da questa parte e
percorrendo il lato settentrionale del gran chiostro, si passava sulle
antiche carceri del S.^to Officio, carceri del tempo in cui attendevano
al S.^to Officio i frati di S. Domenico con un Inquisitore speciale del
loro Ordine: se ne veggono ancora a fior di terra le piccole finestre,
ed esse servivano di argomento a' sostenitori di un tribunale speciale
di S.^to Officio diverso da' tribunali Diocesani, quando la città di
Napoli affermava di non averlo mai avuto. In quel gran chiostro, se
deve credersi al Poggio Bracciolini seguìto dal Gravina e dal Paramo,
nel 1447 il celebre Lorenzo Valla, condannato a morte dal S.^to Officio
e poi risparmiato nella vita, dovè fare una pubblica abiura e soffrire
niente meno che la frusta. Giungendo alla Biblioteca, nel piccolo
vestibolo innanzi alla porta di essa vedevasi e vedesi ancor'oggi
sul muro di destra una lapide, che reca tutto un Breve di Pio V, nel
quale è decretata la scomunica maggiore a coloro i quali senza licenza
del Papa o almeno del P.^e M.º Generale tolgano ed estraggano libri
«dalla Libraria seu Biblioteca»[91]. È probabilissimo che appunto
in quel posto, nell'attendere l'ora dell'apertura della Biblioteca,
leggendosi quel Breve e rilevandosi la pena della scomunica, con quel
suo modo burlesco che vedremo ancora da lui usato altre volte, il
Campanella abbia detto, «com'è questa scomunica? si mangia?» Certo è
che queste parole furono da lui profferite «parlando di extrahere libri
dalla libraria di S. Domenico sotto pena di scomunica», e nei giorni
seguenti «in S. Domenico fu preso carcerato e condotto nelle carceri di
Mons.^r Nunzio». Nel processo di eresia che fu più tardi dibattuto in
Napoli, pe' fatti del 1599, tutto ciò venne deposto da un fra Francesco
Merlino, il quale avea conosciuto il Campanella fin dal primo anno che
entrò nel sodalizio di S. Domenico in Placanica, era suo familiare, e
nel tempo al quale siamo pervenuti trovavasi studente in S. Domenico.
Egli, parlando nel 1600, disse che ciò accadde «nove anni prima»,
vale a dire nel 1591, quando il Campanella «era a Napoli in casa di
Mario del Tufo»; la stessa data trovasi poi registrata dal Card.^l di
S.^ta Severina in una sua lettera, nella quale rammenta le risultanze
del processo che ne seguì, cioè la condanna avuta dal Campanella in
Roma. Soggiunse fra Francesco che si disse la carcerazione essere
avvenuta perchè il Campanella «avea spiriti sopra», ma poi si trovò
che era stato carcerato per quelle parole profferite intorno alla
scomunica nelle circostanze suddette; ed interrogato affermò di avere
udito che il Campanella aveva avuto pratica con un certo Abramo, e
che molti volevano che quanto sapeva lo sapeva non per suo studio ma
per arte diabolica, io però, egli disse, «non credo questo, perchè ho
conosciuto che ha bello ingegno ed ha studiato assai». Abbiamo voluto
specificatamente riportare tutte queste circostanze, per mostrare
che il fatto non venne deposto da qualcuno poco bene affetto verso il
Campanella.
Vi fu dunque un processo, primo per tempo, motivato dall'avere emesso
proposizioni ereticali in dispregio della scomunica e dal possedere
spiriti familiari: la prima accusa, molto grave, fu sempre taciuta
dal Campanella; invece la seconda, piuttosto ridevole ma non già a
que' tempi, fu da lui ricordata in parecchie occasioni, e una volta
anche con la circostanza che per essa venne «citatus in judicium»[92].
Questa circostanza della chiamata in giudizio è rimasta poco avvertita
da' suoi biografi, i quali hanno ritenuto che l'accusa, limitata al
possedere spiriti, fosse rimasta vaga, non propriamente articolata
con un processo in piena regola. Del resto il Campanella medesimo
ricinse di nubi questo suo processo e ne fece perdere le tracce: basta
infatti ricordare le parole del _Syntagma_, «Nell'anno 1592 (e qui
o la memoria non l'assiste bene, o più veramente egli ebbe premura
di saltare sull'infausto 1591) me n'andai a Roma fuggendo gli emuli
accusatori che dicevano, come sa di lettere costui mentre non le ha mai
imparate?» Vedremo che pure in sèguito, perfino co' suoi amici intimi,
quando veniva interrogato su' travagli patiti dal S.^to Officio, egli
avea cura di confondere questo processo con un altro fattogli più
tardi e finito con un'assolutoria, negando addirittura di avere avuta
una condanna, mentre si sapeva che era stato condannato una volta
all'abiura. — Un denso velo fu sempre disteso su questo processo. Alla
carcerazione avvenuta entro il convento di S. Domenico deve riferirsi
senza dubbio ciò che scrisse l'Agente di Toscana in Napoli Giulio
Battaglino in quella lettera del 1599 trovata e pubblicata da Francesco
Palermo, là dove lo disse «ricoverato da una furia di birri, eccitatili
contra per conto che avea scritto in difesa del Tilesio»[93]; e vedremo
più in là un'altra lettera dello stesso Battaglino da noi trovata,
più vicina al tempo di cui qui trattiamo, dove lo disse chiaramente
carcerato per causa di religione, menzionando la sola accusa
«facilmente superata» dell'avere spiriti familiari, e mostrandosi male
informato dello svolgimento vero del processo[94]. La qual cosa non
deve far maraviglia. Secondo lo stile de' processi ecclesiastici in
materia di fede, guardavasi il più rigoroso silenzio su tutto, ed anche
a ciascun testimone era ingiunto il silenzio su quanto avea deposto,
sebbene poi il testimone non sempre badasse a mantenerlo: d'altra
parte la semplice carcerazione per causa di fede rendeva il carcerato
_notatus infamia_, e però gli amici suoi aveano premura di attenuare
o di nascondere il vero. Ma nel convento di S. Domenico, se dapprima
si parlò dell'accusa di «avere spiriti sopra», ciò che mostra tale
opinione molto diffusa, più tardi, verosimilmente per le rivelazioni
di qualche testimone chiamato a deporre, si giunse a conoscere un po'
meglio ogni cosa e si ebbe cura di tenerla celata. Forse fra Serafino
da Nocera cominciò dal rendere questo primo servigio al Campanella;
forse anche il Battaglino medesimo, in tale circostanza, volle esser
pietoso verso il povero filosofo.
Nulla possiamo dire de' particolari di questo processo. Anche pel fatto
dell'avere spiriti, si deve ritenere fino a un certo punto ciò che
il Campanella scrisse poi allo Scioppio, che cioè si era discolpato
rispondendo aver lui consumato olio più che gli accusatori vino etc.
etc.; potè questa essere la sostanza, non la forma della sua risposta.
Ma se non conosciamo i particolari del processo, ne conosciamo tuttavia
la specie, la sede ed anche l'esito, le imputazioni fatte, il tribunale
che giudicò, la condanna che ne seguì; e ciò può bastare alla nostra
narrazione. Gioverà intanto dir qualche cosa del tribunale, della
Corte, delle carceri del Nunzio, della maniera di condurvi i processi
e di trattare i carcerati, secondo le notizie raccolte da qualche
processo che abbiamo potuto vedere, e specialmente dal Carteggio del
Nunzio Aldobrandini, che abbiamo avuto cura di percorrere in tutti
i suoi molti volumi esistenti nell'Arch. di Firenze. Queste notizie
serviranno a chiarire le cose del Campanella tanto nel processo attuale
quanto ne' processi posteriori, e non poche circostanze di diversi
travagli da lui patiti; nè si credano un lusso di erudizione, mentre
invece il non averle rilevate ha fatto cadere i biografi del Campanella
in diverse e non lievi inesattezze. Alla giurisdizione propriamente del
Nunzio appartenevano i processi di qualche importanza contro i frati;
ma in materia di fede non mancavano di occuparsene ancora, quando
glie ne capitava l'occasione, da una parte il Vicario Arcivescovile
che menava innanzi il servizio del tribunale Diocesano, e d'altra
parte il Commissario della S.^ta Inquisizione universale, che Roma
non cessò mai di tenere in Napoli malgrado l'opposizione vivissima più
volte manifestata dalla città, e che in quel tempo era Monsignor Carlo
Baldini di Nocera, Arcivescovo di Sorrento ed insieme, dal 1567 in poi,
lettore di jus canonico nel pubblico studio. Appartenevano egualmente
alla giurisdizione del Nunzio e davano moltissimo da fare, oltre
le materie di fede, anche i costumi, e non solo quelli de' frati ma
altresì quelli de' numerosi Cavalieri Gerosolimitani che si chiamavano
parimente frati; poco di poi, per uno speciale ordine del Papa,
furono assegnate al Nunzio anche le cause de' clerici in relazioni
co' fuorusciti, de' clerici, come oggi si direbbe, manutengoli de'
briganti, e che allora si dicevano clerici in «negoziazioni illecite»;
a tutto ciò si aggiungevano le non poche cause relative all'esazione
de' parecchi redditi spettanti alla Camera Apostolica, essendo il
Nunzio anche Collettore degli spogli de' Vescovi, preti e clerici
beneficiati, che venivano a morire. Non mancavano poi, di tempo in
tempo, cause di ogni genere concernenti clerici di ogni maniera,
regolari e secolari, che il Papa per ragioni speciali commetteva al
Nunzio. La sua Corte si componeva di un Auditore, di un Avvocato
fiscale, di un Fiscale, di un Mastro d'atti, con 4 altri Notari o
Scrivani a costui sottoposti oltre parecchi Cursori, e finalmente di
un computista: aveva quindi un tribunale completo secondo l'usanza
di quell'età, e i membri di esso dipendevano tutti dall'autorità del
Card.^l Camerlengo, eccetto l'Auditore, che al pari del Segretario
della Nunziatura era persona di fiducia del Nunzio; la misura del
lavoro di questo tribunale può valutarsi dal fatto, che in quel tempo
la sua Mastrodattia, la quale assegnavasi al maggiore offerente,
rendeva tanto da poter dare, oltre il mantenimento proprio e de' 4
Notari, un'entrata alla Camera Apostolica di duc.^ti 600 l'anno, ben
presto elevati a duc.^ti 700 senza peso di cambio, pur non essendovi
tasse stabilite ma «certe usanze»[95]. Aveva inoltre il Nunzio una
«famiglia armata», vale a dire alcuni birri in abito di clerici, con
ferraiolo nero sulle spalle e armati di un piccolo schioppo, onde
il popolino, come abbiamo rilevato da qualche processo venutoci tra
mano, soleva chiamarli «le scoppettelle del Nunzio», chiamando anche
le scoppettelle del Vicario i birri della Corte Arcivescovile. Le
carceri stavano a pian terreno del palazzo del Nunzio, che a' tempi
de' quali trattiamo era quello medesimo destinato a tale uso fino
a' giorni nostri presso la piazza della Carità, comprato nel 1585
da Mons.^r Rosino Vescovo d'Amalfi sotto il Pontificato di Sisto V,
di poi restaurato ed ampliato col danaro proveniente da quella parte
della gabella del grano a rotolo, che si pagava in duc.^ti 4,000 alla
Curia, come restituzione di ciò che indebitamente si contribuiva da'
clerici, godendo costoro l'esenzione da ogni tassa. Aggiungiamo che
queste carceri non potevano contenere più di 15 persone, ed erano anche
mal sicure; laonde molto spesso il Nunzio era obbligato a chiedere
al Vicerè, che volesse far tenere carcerati «in nome del Nunzio di S.
S.^tà» gl'imputati di maggior polso, ed erano ordinariamente prescelte
in tale circostanza le carceri del Castel nuovo, come si rileva diverse
volte dal Carteggio del Nunzio Aldobrandini[96]. Aggiungiamo che il
carceriere di que' tempi era un laico coniugato a nome Tommaso Manat,
mentre in qualche altro processo, posteriore di diversi anni, abbiamo
trovato per guardiano delle carceri del Nunzio un frate Domenicano.
Nelle dette carceri dunque, una parte delle quali avea piccole finestre
aperte nel vicolo pur oggi denominato del Nunzio, mentre un'altra
parte dicevasi «segreta» e non avea finestre, dovè essere rinchiuso il
Campanella, e il suo carceriere dovè essere appunto Tommaso Manat: il
Nunzio poi, al cospetto del quale dovè comparire, fu Mons.^r Germanico
Malaspina Vescovo di Sansevero, entrato in ufficio appunto il 17
maggio 1591, cui successe Mons.^r Astorgio Sampietro il 22 febbraio
1592, e poco dopo l'Aldobrandini, l'8 aprile 1592, onde nel Carteggio
di costui, che conservasi in Firenze, non c'è notizia di questa prima
sventura del Campanella. — Come da tutti i tribunali ecclesiastici,
così anche dal tribunale del Nunzio dovea mandarsi a Roma una copia
del processo, mano mano che se ne compivano le diverse parti: e in
materia di fede, per poco che la causa avesse qualche importanza,
la Sacra Congregazione Cardinalizia del S.^to Officio in Roma se ne
ingeriva minutamente; faceva compilare dal proprio Fiscale il Sommario
del processo e poi gli Articoli o capi di accusa su' quali si dovea
procedere agli esami ripetitivi de' testimoni, intimava nuove diligenze
e nuovi esami informativi, da ultimo, con o senza un voto spedito
dal tribunale a richiesta di essa, statuiva sotto il nome del Papa
le sentenze da pronunziarsi. Così nella conclusione della causa il
tribunale locale era quasi una comparsa, e nel pronunziare la sentenza
dichiarava di farlo «visti e considerati i meriti della causa ed in
vigore delle lettere venute da Roma» sotto la tale data. Ma spessissimo
pure la Sacra Congregazione richiamava a sè la causa, ed allora,
compiuta la prima parte del processo, il prigioniero era inviato alle
carceri del S.^to Officio di Roma, dopo che n'era stato già inviato
il processo: del resto anche la Nunziatura con lo stesso metodo si
sbrigava volentieri de' suoi prigioni, per evitare l'ingombro delle
carceri insufficienti al bisogno. Una feluca privata soleva fare questo
commercio di trasporto mediante un compenso di sei scudi per capo, ma
quando c'erano prigioni di polso da dover mandare, vi s'impiegava una
così detta fregata armata col compenso di scudi dieci per capo: ed a
quel tempo il padrone della feluca, la quale conoscevasi anche col nome
di barca del S.^to Officio, era un Vincenzo Sguella ossia Sgueglia,
essendo venuto più tardi in campo quel Geronimo della Briola ossia de
Labriola, che Francesco Palermo ci fece conoscere con un documento da
lui pubblicato[97]. Si trovano con molta frequenza per ciascun anno
gli esempî di siffatti invii, sì da parte del Nunzio come da parte
del Vicario Arcivescovile e di Mons.^r Baldini, e può ritenersi per
certo che pel Campanella le cose non andarono diversamente. Formato il
processo e mandatolo a Roma, egli dovè essere consegnato in catene a
Vincenzo Sgueglia sulla feluca del S.^to Officio, ed in tale condizione
ben trista dovè fare il suo viaggio all'alma città. Ad ogni modo non vi
andò di certo spontaneamente, fuggendo gli emuli accusatori, come nel
_Syntagma_ fu scritto.
III. Le vicende del Campanella in questa sua prima andata a Roma non
ci son note ne' loro particolari; ma possiamo dire con certezza che
il suo processo si chiuse con una condanna all'abiura _de vehementi
(int. de vehementi haeresis suspicione)_, che ciò accadde nel 1591, e
che dopo di essere rimasto quasi un altro anno in Roma, verosimilmente
con la relegazione in uno de' conventi del suo Ordine secondo la
giurisprudenza del tempo, egli finì per andarsene in Toscana. Possiamo
aggiungere che dovè essere giudicato trovandosi Commissario generale
del S.^to Officio fra Vincenzo da Montesanto, Piceno, al quale, fatto
poi Vescovo aprutino di Teramo nel 23 ottobre 1592, successe fra
Alberto Tragagliolo da Firenzuola che ci darà molto da dire più tardi.
Non potremmo affermare che in questo primo processo il Campanella
abbia avuto il tormento, come era solito a verificarsi quando si
finiva coll'abiura _de vehementi_: egli non ne fece mai parola, ma
veramente non fece mai parola chiara ed aperta del processo medesimo,
appunto perchè finito così male; una volta sola non potè non ricordare
la sua posizione passata di veementemente sospetto senza dir altro,
e vedremo che l'essere stato «sette volte tormentato», giusta le sue
ripetute affermazioni, deve riferirsi interamente al processo ultimo
fattogli in Napoli. È certissimo intanto che quella condanna gli sia
stata inflitta, e non è arrischiato il ritenere che gli sia stata
inflitta per le proposizioni ereticali in dispregio della scomunica:
lo attestano da un lato due lettere del Nunzio esistenti nel suo
Carteggio, da un altro lato la lettera del Card.^l di S.^ta Severina
sopra menzionata[98]. In una delle due lettere del Nunzio diretta al
Card.^l di S.^ta Severina si legge, «scuopro che altra volta quel fra
Tommaso è stato fatto costà abiurare»; nell'altra diretta al Card.^l S.
Giorgio si legge, «per haver abiurato altra volta com'egli stesso dice,
vorrà forse in questo dar che fare di nuovo»: nella lettera poi del
Card.^l di S.^ta Severina, diretta appunto a fra Alberto Tragagliolo da
Firenzuola, fatto Vescovo di Termoli e deputato giudice del Campanella
in Napoli unitamente con altri, si legge, «essendo V. Sig.^ria molto
ben pratica delle cose del Santo Officio, et anco informato delle altre
cause conosciute in questa Santa Inquisitione contra il Campanella,
ove abiurò come sospetto vehementemente di heresia l'anno 1591, non le
dirò altro»; le quali parole, provenienti da chi teneva a que' tempi
il suggello delle cose dell'Inquisizione, affermano esplicitamente il
fatto e la data di esso. Queste testimonianze ci dispensano dal recarne
altre minori, le quali risulterebbero da deposizioni d'individui
esaminati nel processo di Napoli del 1599 (p. es. una deposizione di
fra Dionisio Ponzio), tanto maggiormente che esse sono appena l'eco
di voci più o meno fondate e non recano una precisa determinazione
di data: menzioneremo solo la testimonianza del Campanella medesimo,
il quale, nella Difesa che ebbe a scrivere in tale occasione, disse
che di eresia «non fu mai confesso o convinto, comunque sia stato
veementemente sospetto»[99]. Tale fu l'esito ben grave del primo
processo fatto al Campanella, processo che, ripetiamo, è rimasto
finora sconosciuto a' suoi biografi. Il Berti è giunto fino a dire,
che essendosi portato in Roma «non fu allora chiamato davanti al S.^to
Uffizio e questo non tenne conto delle accuse che erano state mosse
contro di lui da Napoli»[100]; ma la cosa andò in modo affatto diverso,
e la posizione del Campanella a fronte del S.^to Officio rimase
grandemente pregiudicata.