Muscettola, e sposò Costanza del Tufo sorella di Gio. Geronimo
sopranotato; non deve quindi confondersi con Gio. Geronimo. Fabrizio
suo padre discendeva da Paolo secondogenito di Giovanni Signore di
Lavello (non ancora era sorto il Marchesato), e tenne l'ufficio di
Governatore della provincia di Bari nel 1587-88, poi della provincia
di Calabria ultra con lettere patenti di Capitano a guerra nel
1595-96[73]. Vedremo Geronimo in carriera di Capitano di città
precisamente nelle Calabrie, e non solo nominato, ma carcerato qual
complice della congiura.
6.º Marcantonio del Tufo Vescovo di Mileto. Era figlio di Alfonso del
ramo de' Baroni di Frignano maggiore, e di Aurelia del Tufo sorella di
Fabrizio predetto, zio quindi di Geronimo del Tufo per parte di madre.
Fu creato Vescovo di S. Marco il 5 aprile 1585, e poi passò a Mileto,
in Calabria, il 21 8bre dello stesso anno: morì nel 1606. Al Campanella
non dovè riuscir difficile far la conoscenza di questo Vescovo, che
nella Narrazione pubblicata dal Capialbi chiamò suo «patrono». Egli
era superlativamente battagliero nelle quistioni giurisdizionali,
e naturalmente anche per tale motivo si trovò nominato nella
congiura[74].
Questi Signori del Tufo, come generalmente tutti i Signori di un
tempo, senza essere persone distinte per cultura aveano tuttavia
in molto pregio i buoni studii. Nella dedica della sua Filosofia a
Mario del Tufo il Campanella ci lasciò scritta questa circostanza
degna di menzione, che Bernardino Telesio fu «devotissimo» di Mario
e dell'inclito padre di lui; attestò inoltre l'ingegno fecondo del
Marchese Gio. Geronimo nella filosofia e nella poesia. Non può quindi
far meraviglia l'ottima accoglienza incontrata presso costoro dal
Campanella, il quale aveva già scritto in difesa del Telesio con un
ardore e una baldanza giovanile notevolissima, imprendeva allora a
compiere o a comporre altre opere filosofiche, e palesava la sua
dottrina già matura nelle dispute pubbliche e private. Per altro
abbiamo motivo di ritenere che in casa Del Tufo egli avesse l'ufficio
di precettore di qualche figliuolo di Mario, oltrechè del giovanetto
Francesco futuro Marchese. Mario era già sposo da un pezzo e più
volte padre in questo tempo: attendeva alla coltivazione delle difese
di Montemilone e di altri territorii; si portava frequentemente
fuori Napoli, anche per vegliare alla sua razza di cavalli, i quali
avremo occasione di vedere che molto spesso si godeva il Gran Duca di
Toscana[75]. Nel corso di questa narrazione c'imbatteremo in un caso
in cui il Campanella erroneamente si dolse di «un Marchese discepolo
ingrato», che fu senza dubbio Francesco del Tufo figlio di Gio.
Geronimo, e tutto induce a far credere che appunto in questo tempo
l'abbia avuto a discepolo.
Frattanto, per l'estesa parentela de' Del Tufo, il Campanella venne
a procurarsi ben presto la conoscenza anche di altri nobili molto
reputati. Abbiamo già avuta occasione di menzionare Fabrizio di
Sangro Duca di Vietri: non pare dubbio che egualmente in questo tempo
egli abbia conosciuto D. Lelio Orsini fratello di Ferdinando Duca di
Gravina, il quale D. Lelio divenne amico e protettore del Campanella
non meno de' Signori Del Tufo suoi parenti. Questa parentela era
abbastanza stretta, poichè lo zio di D. Lelio a nome Flaminio Orsini,
Signore di Solofra e Sorbo e Conte di Muro, avea sposato Lucrezia del
Tufo, e l'altro zio a nome Ostilio Orsini, il quale fu poi Signore
di Pomarico e Montescaglioso, sposò in seconde nozze Diana del Tufo,
entrambe figlie di Paolo del Tufo fratello del vecchio Marchese di
Lavello Gio. Geronimo, e lo stesso D. Lelio sposò Beatrice Orsini
figliuola del detto zio Flaminio e Lucrezia del Tufo. Avremo campo
di discorrere partitamente di ciascun di questi Signori: ma per ora
interessa piuttosto di fermarci sopra un'altra conoscenza non meno
importante fatta in questo tempo dal Campanella, vogliamo dire quella
del celebre Gio. Battista Della Porta, che influì abbastanza sull'animo
del filosofo, ispirandogli anche l'opera _De Sensu rerum et Magia_;
nella quale occasione ci conviene dir qualche cosa egualmente del
fratello di lui Gio. Vincenzo Della Porta, giacchè tutto induce a far
ritenere che il Campanella abbia conosciuto anche costui, e che costui
abbia avuta la sua parte d'influenza sul Campanella. Profitteremo
qui di diverse notizie rilevate da qualche scrittore meno consultato
ed anche da scritti rimasti finoggi inediti, massime intorno a Gio.
Vincenzo, poichè intorno a Gio. Battista abbiamo oramai una monografia
del prof. Fiorentino che ci dispensa dall'occuparcene a lungo[76].
Erano tre i fratelli Della Porta, di antico e distinto lignaggio e
di cultura ed erudizione maravigliose, Gio. Vincenzo, Gio. Battista e
Gio. Ferrante; parrebbe che un altro loro fratello a nome Francesco,
primogenito, fosse morto giovanotto. Figli di Nard'Antonio, dal 1541
Regio Scrivano degli atti delle cause civili della Vicaria, creati
tutt'insieme, unitamente al padre ed agli zii Francesco, Bartolomeo e
Gonnisalvo, familiari e domestici del Re di Spagna nel 1548, abitavano
alla piazza della Carità, in quella casa posta a sinistra della
Chiesa, dove da lungo tempo oramai si vede un albergo[77]. Tutti e
tre i fratelli erano amantissimi di lettere, e forse perchè Pitagorici
pregiavano grandemente la musica, fino ad aver tenuto a lungo in casa
loro Filippo di Monte, a que' tempi celebrato scrittore di musica; ma
gli amici notavano maliziosamente che nessuno di loro avea potuto mai
acquistare una buona intonazione nel canto. La loro casa fu sempre
il luogo di ritrovo dei letterati napoletani e forestieri, e mano
mano che ciascun fratello v'istituì qualche collezione, può dirsi che
dall'intera Italia, come dalla Francia, dalla Spagna, dal Belgio, dalla
Germania, dalla Polonia, non venivano uomini culti che non si dessero
premura di visitare Pozzuoli e di essere ricevuti in casa Della Porta,
non solo per le collezioni che vi si ammiravano, ma principalmente per
l'erudizione che vi si apprendeva; giacchè possedevano una Biblioteca
molto ricca, e non per semplice lusso, non essendovi volume che
non avessero percorso, ritenendone ogni parte con una prontezza che
facea stordire, sicchè erano gli arbitri di ogni quistione erudita.
Gio. Ferrante non visse a lungo: tra le cose curiose, che lasciò,
vi fu una notevole collezione di cristalli antichi, che passò in
altre mani, giacchè in fondo i Della Porta non erano molto ricchi, e
nelle curiosità, ne' libri e nelle ricerche, spendevano moltissimo.
Gio. Vincenzo, primo de' fratelli, additato per la sua magrezza,
era scrivano di mandamento, di una integrità del tutto eccezionale
a que' tempi, aborrendo da' così detti «guanti e paraguanti», parole
che esprimevano in modo civile un basso profitto: infaticabile nello
studio, dottissimo nelle lettere greche e latine, nella filosofia e
matematica, nella botanica, alchimia e medicina, era passionato cultore
in ispecie dell'antiquaria e dell'astrologia. Nell'antiquaria aveva
sceltissime collezioni di marmi e di medaglie, ed a questo titolo
teneva corrispondenza principalmente con Fulvio Orsini di Roma, avea
continue richieste di pareri e consigli, e riceveva frequentissime
visite dagli amatori, segnatamente dal Reggente Marthos di Gorostiola
che se ne dilettava moltissimo. Nell'astrologia era stato discepolo
di Giovanni da Bagnolo, pregiava assai Matteo de Solizio, ed era
amicissimo di Gio. Paolo Vernalione che lo visitava frequentemente: la
sua riputazione in tal genere di cose era colossale, molto superiore a
quella del fratello Gio. Battista, avendo composte infinite natività
di uomini illustri, e fatte predizioni che formavano la meraviglia
universale; il Principe di Stigliano, Vincenzo Luigi Carafa, che lo
stimava e lo ricercava sempre, onorandolo pure con molti donativi,
conservava nella sua Biblioteca un grosso volume delle natività da lui
scritte. Del rimanente era uomo modestissimo quanto religiosissimo,
e motteggiava suo fratello Gio. Battista, perchè era così facile a
comporre libri e a stamparli. Egli scrisse sulle antichità di Pozzuoli
e vicinanze, e si vuole che di questo scritto si sia servito Scipione
Mazzella nella composizione del libro suo: scrisse pure _Commentarii_
sopra l'Almagesto e il Quadripartito di Tolomeo che non si sa qual
sorte abbiano avuta, un libro _De emendatione temporum_ che essendosi
trovato conforme a quanto avea detto lo Scaligero fu da lui disfatto,
un altro libro della _Emendazione del Calendario_ che non fu finito
in tempo per essere inviato a Roma e quindi fu condannato alla stessa
sorte. Morì nel 1606. — È del tutto verosimile che il Campanella abbia
frequentato le conversazioni di Gio. Vincenzo, non meno che quelle di
Gio. Battista, e con Gio. Vincenzo siasi più direttamente inteso circa
l'astrologia pratica, le predizioni, le compilazioni delle genesi e
natività allora tanto ricercate, e tanto dal Campanella amate. Oramai
le lettere sue scoperte dal Berti ci hanno insegnato che perfino
nel carcere di Napoli, e poi in quello del S.^to Officio di Roma, il
Campanella siasi occupato di genesi e natività, e i documenti da noi
scoperti mostreranno che ne era richiesto perfino nel periodo della
sua pazzia; nè sarà mai approfondito abbastanza siffatto suo gusto, che
fu tanta cagione delle sue sventure. Forse anche presso Gio. Vincenzo
egli conobbe il Marthos Gorostiola, dal quale poi affermò essere stato
eccitato a scrivere intorno alla Monarchia spagnuola, come pure Gio.
Paolo Vernalione, col quale vedremo che conferì poco prima del tempo
della congiura.
Quanto a Gio. Battista Della Porta, tutti sanno che egli si spinse
assai più in alto. Studiò presso Gio. Antonio Pisano medico e filosofo
riputatissimo, e gli si mostrò grato dedicando una delle sue opere
al figliuolo di lui: fu ricercatore infaticabile, e all'amore per le
buone lettere e per la drammaturgia unì la cultura della matematica,
della fisica, dell'alchimia, di tutte le scienze naturali; fu
anche vaghissimo della medicina, ed amante oltremodo della magia,
dell'astrologia, delle scienze divinatorie in genere, ma combattendo
la magia demoniaca e fondando la così detta da lui magia naturale[78].
Tutti sanno che per lo meno contribuì potentemente all'invenzione
del cannocchiale e della camera oscura, notando anche varii fenomeni
fisici di alta importanza, che investigò e raccolse da ogni lato,
percorrendo anche tutta l'Italia, la Francia, la Spagna, ma sempre
con una tendenza verso il maraviglioso e lo strano, che veramente fa
gran torto a lui e gran pena a chi si fa a leggere i suoi numerosi
libri. Eppure è indubitato che precisamente per questo richiamò sulla
persona sua l'attenzione e la stima universale de' contemporanei,
rimanendone pregiudicata quella de' posteri. Così il Card.^l Luigi
d'Este lo volle presso di sè per qualche tempo; il Gran Duca di Toscana
gli mandò il suo medico Punta per averne secreti; il Duca di Mantova
Vincenzo Gonzaga si trattenne un pezzo in Napoli e ne frequentò sempre
la casa; infine Rodolfo II Imperatore (nel 1604) gli scrisse e gli
mandò il suo cappellano Cristiano Harmio per sollecitarlo che gli
spedisse qualche suo discepolo pratico dell'arte. Ed egli allora, dopo
di avere pubblicate tante opere ed avendone pure altre fra mano, si
decise ancora a scrivere quel libro della Taumatologia etc. rimasto
incompiuto e inedito, ora esistente in Montpellier, nel quale, in
grazia certamente dell'Imperatore, diè prova di una grande smania
pe' segreti comunque mostruosi, mentre già da molti anni se ne era
abbastanza corretto. Ci asteniamo dal parlare delle sue opere, della
sua Accademia de' Segreti, della sua partecipazione all'Accademia
de' Lincei di Roma. Appena menzioneremo che egli ebbe un processo di
S.^to Ufficio, procuratogli certamente dall'astrologia giudiziaria
ed esercizio de' pronostici: un documento autentico capitato nelle
nostre mani ci rivela essere state fatte per lui le «ripetizioni» de'
testimoni avanti il 1580, reggendo il S.^to Officio in Napoli Mons.^r
Carlo Baldini Arcivescovo di Sorrento, e trovandosi Maestro d'atti
Francesco Joele; il processo quindi è di data diversa dalla proibizione
di stampare, che gli venne inflitta nel 1592, che durò fino al 1598, ma
che pure impedì consecutivamente la pubblicazione della Taumatologia e
della Chiromanzia[79].
Il Campanella, giovane ed infiammato scrittore di una nuova filosofia
che accennava ad essere sperimentale, oltracciò venuto da Calabria con
la mente già eccitata verso la magia e le arti divinatorie, non poteva
non frequentare la casa de' Della Porta e non avervi lieta accoglienza.
Verosimilmente le arti divinatorie e i pronostici furono il soggetto
di molte conversazioni, trovandosi il Campanella sotto l'impressione
dell'altissimo pronostico fattogli dall'Ebreo; ma a noi è pervenuto
solamente il ricordo della conversazione (non disputa pubblica)
avuta con Gio. Battista intorno al non potersi dar ragione della
simpatia ed antipatia delle cose, come Gio. Battista aveva scritto
nella Fisognomia, «mentre esaminavano insieme il libro già stampato»,
la quale conversazione, oltre a una disputa pubblica avuta altrove
precedentemente, diede occasione al Campanella di scrivere l'opera _De
sensu rerum_; in quest'opera c'è talvolta il ricordo di qualche altro
discorso passato tra lui e Gio. Battista, come p. es. a proposito delle
formazioni dendritiche dell'argento[80]. Ebbe inoltre il Campanella
a profittare egli pure de' consigli e de' rimedii, che Gio. Battista
dispensava ed amministrava personalmente a coloro i quali andavano
a consultarlo; ne diremo or ora qualche cosa. Presso i Della Porta
anche dovè conoscere Giulio Cortese, Colantonio Stigliola, Gio. Paolo
Vernalione. Sicuramente conobbe il Cortese in questa sua prima venuta
in Napoli, poichè lo vedremo da lui posto come interlocutore nel suo
_Dialogo contro i Luterani_ che scrisse in Roma nel 1595; ma lo vedremo
del pari citato insieme allo Stigliola e al Vernalione a proposito
di un discorso passato tra loro intorno alla vicina fine del mondo,
allorchè tornò per la prima volta in Napoli poco avanti la congiura;
avremo quindi campo di parlare di tutti costoro a tempo e luogo più
opportuni.
Dicemmo che il Campanella ebbe a profittare de' consigli e rimedii
di Gio. Battista Della Porta. Egli medesimo infatti, nella sua opera
_Medicinalium_, ci lasciò scritto che guarì subito da una infiammazione
di occhio mediante un collirio meraviglioso che il Della Porta usava,
e che gl'instillò con le sue mani in presenza di molte persone.
Veramente potè forse questo accadere nella sua seconda venuta in
Napoli; ma senza dubbio nella sua prima venuta gli accadde di soffrire
una doppia sciatica, che lo tenne per più mesi a letto «essendo
giovane di 23 anni», come ci lasciò scritto nella medesima opera; la
quale notizia della sua età non deve indurre in un errore di data,
riferendo la cosa all'anno 1591 anzichè all'anno 1590, perchè avremo
altre volte occasione di vedere essere stato il Campanella solito
di fare i suoi còmputi calcolando anche la cifra dell'anno da cui il
còmputo cominciava. Egli intraprese la cura de' bagni e delle stufe di
Pozzuoli e di Agnano, naturalmente nell'està del 1590, e se ne trovò
bene; ma la malattia non l'abbandonò del tutto che due anni dopo,
succedendole una terzana. E deve essere notata la cagione che assegnò
alla comparsa della malattia, alla sua durata, al suo miglioramento:
aveva fatta, egli scrisse, una lunga e forte cavalcata, beveva col
ghiaccio e desinava lautamente presso un nobile uomo; cessate tutte
queste comodità, dimagrato nelle successive peregrinazioni, si avviò
a guarire. Da ciò si vede l'ottimo trattamento che godeva presso Mario
del Tufo, e la ben diversa vita che ebbe a menare in sèguito[81]. — Ma
egli pure, quantunque si riconoscesse «poco erudito ne' medicinali»,
curò dal letargo il P.^e M.º Mattia Aquario, e tale cura deve riferirsi
egualmente al tempo della sua prima venuta in Napoli. Abbiamo infatti
rinvenuto nell'Arch. di Stato, che questo Mattia Aquario, Domenicano,
era pubblico lettore di Metafisica, successo a Colanello Pacca il 12
marzo 1588, e morì poi nel 1592, succedendogli il 20 giugno di detto
anno D. Jacobo Marotta[82]. Da ciò già si rileva che il Campanella non
mancava di frequentare il convento di S. Domenico, e ne avremo ancora
altre prove in sèguito. Naturalmente ebbe così occasione di conoscere
il P.^e Fra Serafino da Nocera (Serafino Rinaldi), il quale era
allora, o fu poco dopo, Reggente lo studio de' frati di quel convento
e divenne grande amico del Campanella, suo instancabile fautore negli
anni delle sventure. Entrato in Religione nel 1586, già vi godeva
moltissima stima, e al tempo de' tumulti de' frati di S. Domenico,
benchè si fosse tenuto lontano ritirandosi fra' Certosini nel convento
di S. Martino, fu ritenuto dal Nunzio qual promotore principale della
ribellione; fu quindi per ordine di lui carcerato più tardi, e tenuto
sotto processo per parecchi anni: ma giunto a liberarsi, divenne
presto superiore di S. Domenico, in sèguito anche Provinciale, non
che lettore di S. Tommaso nello studio pubblico, e infine chiuse la
sua carriera coll'Episcopato. Vedremo a tempo e luogo i beneficii
grandissimi e l'assistenza paterna che quest'uomo benemerito prodigò al
Campanella[83].