da Carlo Caffa, il quale affermava di averlo saputo da un Domenicano
ottuagenario stato già condiscepolo del Campanella _nel convento di
Cosenza_, che il Campanella nella sua gioventù era di tanto rozzo
ingegno da movere a disprezzo e riso, ma che avendo conosciuto un
Rabbino Ebreo, ed essendo rimasto con lui per otto giorni continui
in uno studiolo, lontano dalle discipline e da' compagni, con una
Cabala, per pochi e brevissimi principii, potè sorgere uomo sì grande
ed ammirando[54]. Tutti hanno qui scorta una leggenda con una parte
di vero ed una maggior parte di falso, riferibile allo studio delle
scienze occulte iniziato dal Campanella per opera di questo Ebreo,
ma possiamo dire che vi fu qualche cosa di più, o che da allora in
poi si accreditò quella opinione la quale fece grande e poi misero il
Campanella in mezzo a' frati ed a' laici della sua Calabria, che cioè
egli conversasse con gli spiriti e che la sua scienza meravigliosa
provenisse dal diavolo. Il fatto accadde non per otto giorni ma
per alcuni mesi, non nella prima età ma nel periodo più inoltrato
de' suoi studii, in Cosenza ed Altomonte; nè pare dubbio che sia
stato il principio recondito delle sventure del Campanella, il quale
non ne parlò mai, involgendo ogni cosa nel fatto delle avversioni
procuratesi col combattere Aristotile. Ma ecco quanto risulta da
parecchie testimonianze, alcune delle quali ben degne di fede,
perocchè l'incidente venne di poi agitato con molta larghezza nel
processo di eresia avuto in Napoli. — «Diece anni prima» del processo,
(naturalmente in termine approssimativo), peregrinando pel mondo
capitava in Cosenza un Ebreo a nome Abramo, giovane su' 30 anni, alto
della persona, pienotto, di poca barba, viso pallido, occhi azzurri,
in fama di conoscitore di scienze occulte, possessore di spiriti
familiari, indovino del passato, del presente e del futuro, astrologo
e negromante: giusta il costume antico e moderno (come si vede pur
oggi per coloro i quali son creduti capaci di presagire in materia di
lotto), molti in Cosenza si davano premura di stringere con lui intime
relazioni e l'invitavano frequentemente a pranzo, sicchè egli viveva
a spese de' suoi ammiratori de' quali aveva un gran sèguito. Venne
anche nel convento di S. Domenico, vide il Campanella e si pose in
relazione con lui, volendone forse far soggetto delle sue divinazioni:
fra Tommaso se ne compiacque e fece amicizia con l'Ebreo, il quale gli
avrebbe nientemeno profetato che un giorno sarebbe divenuto Monarca
del mondo, e di ciò si parlava già pubblicamente in que' luoghi!
Aggiungeremo subito che tale profezia potrebbe parere un'invenzione
de' tempi del processo, per darsi una spiegazione della congiura; ma
si vedrà in sèguito essere stata senza dubbio ripetuta pure qualche
altra volta dal Campanella medesimo, il quale credeva di avere avuto
non solamente tre ma sette pianeti ascendenti favorevoli. Oggi tutto
ciò farebbe sorridere; ma bisognerebbe ignorare che l'astrologia era
allora la scienza ricercata da' più forti ed audaci intelletti, e
chi l'ignorasse potrebbe trovarne nel D'Ancona eruditissimi cenni,
che vanno tenuti presenti per bene intendere i tempi e le cose delle
quali trattiamo[55]. Il filosofo ad ogni modo si legò un po' troppo
all'Ebreo, trattava con lui nella città e nel convento, insieme con
altri laici ed anche da solo a solo, e tale sua condotta increbbe
molto a' superiori. Fu quindi mandato in Altomonte, ma là fu pure
seguito dall'Ebreo, nè si astenne dal trattare con costui per molti
giorni; naturalmente ne dovè patire acerbe riprensioni e gravi accuse,
e nel ritornare di poi a Cosenza, si sparse certamente la voce che,
esortato dall'Ebreo, volesse deporre l'abito di religioso ed andarsene
con lui a Napoli. Il Priore del convento fra Giuseppe Dattilo,
avvertito di ciò da fra Domenico di Polistina Reggente, chiamò il
Campanella e lo riprese; egli rispose che volea deporre l'abito perchè
non avea fatto professione in età perfetta, ma poi se ne astenne,
sibbene partì da Cosenza per Napoli, e rimase incerto se partisse con
licenza o no; solo è certo che fu ritenuto da tutti essere partito in
compagnia dell'Ebreo, aggiungendosi che costui era stato «la ruina del
Campanella» e che di poi fu giustiziato, taluno diceva in Napoli come
spia del Turco, qualche altro diceva in Roma come eretico[56]. Queste
cose si rilevarono nel processo, e vedremo che non vi mancò nemmeno la
testimonianza di fra Dionisio medesimo, niente sospetta e del tutto
spontanea, atta a far intendere se non i particolari dell'incidente,
per lo meno la sua gravità: poichè avendo un frate già compagno del
Campanella in Cosenza (fra Vincenzo d'Amico) affermato che si era detto
essere il Campanella partito di Calabria con un certo Abramo, e che
egli diceva di partirsi a motivo delle persecuzioni del Provinciale
M.º Pietro Ponzio, fra Dionisio, interrogato senza alcuna prevenzione,
si affrettò a dichiarare, che trovandosi lui a quel tempo in Napoli
nel convento di S. Caterina a Formello, suo zio, il quale era allora
Provinciale di Calabria, gli scrisse che se voleva la sua benedizione
ed essere tenuto per nipote, non avesse pratica col Campanella, il
quale se n'era «fuggito di Calabria con un Ebreo di cattivo nome» e
questa fuga avea recato grave scandalo. Non è dunque nemmeno esatto
quanto il Campanella ci lasciò scritto intorno all'atteggiamento
del P.^e Provinciale verso di lui; e si comprende ora che si trovò
davvero in tempi difficilissimi e in cose di alta importanza, sicchè
dovè riuscirgli non solo utile ma estremamente necessaria la difesa,
di un uomo energico qual'era il Barone di Acquaformosa coadiuvato da
amici attaccatissimi quali i due avvocati, mentre la falsa dottrina
non rifletteva i principii Telesiani, sibbene i principii di fede,
come il conversare con laici non rifletteva laici comuni, sibbene un
Ebreo il quale era per soprappiù ritenuto negromante; nè c'è bisogno di
dire che a questo fatto deve riferirsi ciò che l'ignoto condiscepolo
del Campanella, divenuto ottuagenario, raccontava a Carlo Caffa,
naturalmente secondo le sue deboli reminiscenze e le voci che erano
corse nel volgo de' frati in Cosenza. Al Berti è parso che in un brano
dell'_Atheismus triumphatus_ il Campanella avesse parlato di relazioni
da lui avute con un astrologo, e bruscamente rotte, avanti che entrasse
nel carcere, ma in verità, sebbene la dicitura di quel brano non sia
punto chiara, è impossibile leggervi il fatto accennato dal Berti, nè
poi mancano altri documenti, pe' quali riesce manifesto che il fatto
esposto nell'_Atheismus_ si verificò appunto nel carcere di Napoli,
circa 15 anni dopo l'epoca della quale trattiamo[57]. Si deve pertanto
conchiudere, che pure ammettendo essere state delle più semplici le
relazioni del Campanella coll'Ebreo, i suoi superiori, non esclusi
quelli che si ha ogni ragione di credere i meglio disposti verso di
lui, le appresero malissimo, e il Campanella si trovò per esse spinto
in una falsa posizione, che gli fu di gran pregiudizio pel momento
e per l'avvenire; d'altra parte si deve cominciare ad intendere che
per le speciali condizioni, nelle quali ebbe a trovarsi, egli non fu
in grado di parlare chiaramente e manifestare tutta la verità nelle
cose che riguardavano la persona sua, e però bisogna andar cauti
nell'accoglierne le affermazioni. Ora vediamolo in Napoli.
II. L'epoca della venuta del Campanella a Napoli è stata dal Berti,
il più preciso de' suoi biografi, riportata all'anno 1591; ma a noi
sembra che debba con la maggiore probabilità riportarsi alla fine
del 1589. — Cominciamo, al solito, dal vedere ciò che si legge nel
_Syntagma de libris propriis_ intorno alla sua venuta e a ciò che
egli fece in questa città. Parlando della sua _Filosofia_ vi si dice:
«questo libro di polemica fu stampato in Napoli presso Orazio Salviano
nell'anno del Signore 1590, nel qual tempo pure, in casa del Marchese
di Lavello e col favore del figliuolo Mario del Tufo, scrissi due
commentarii, uno del _Senso_, un altro della _Investigazione delle
cose_, e composi molti discorsi ed orazioni, per amici che andavano
a prendere la laurea. A scrivere questi libri del Senso delle cose mi
spinse principalmente una disputa fatta in un pubblico Congresso, ed
oltracciò Gio. Battista Della Porta, che avea scritto la Fisiognomia in
cui si diceva non potersi dar ragione della simpatia ed antipatia delle
cose, mentre esaminavamo insieme il suo libro già stampato..... Scrissi
in sèguito un certo esordio di _Nuova Metafisica_, nel quale stabiliva
come principii metafisici la necessità, il fato, l'armonia. Parimenti
la _Filosofia Pitagorica_ con un Carme Lucreziano, invogliato molto
della lettura di Ocello Lucano e de' detti de' Platonici. Ma nell'anno
del Signore 1592 me ne andai a Roma fuggendo gli emuli accusatori che
dicevano: come sa di lettere costui mentre non le ha mai imparate?»
Bisogna aggiungere che negli ultimi versi della prefazione alla
_Philosophia sensibus demonstrata_, edita l'anno 1591, licenziandosi
da' lettori dice: «Aspettate presto, Dio permettendo, un nostro
commentario _Dell'investigazione delle cose_ ed un altro _Del senso
delle cose_». Al Berti è parso che il Campanella sia caduto in errore
nel trattato _De libris propriis_, avendo detto che la sua Filosofia
sia stata pubblicata l'anno 1590, e non nel 1591 come ne fa fede il
frontespizio[58]: ma veramente il Campanella affermò essere stata la
sua opera «stampata» nel 1590, la qual cosa non contraddice all'essere
stata pubblicata nel 1591. E considerando che molto tempo s'impiegava
allora per la stampa di un'opera, massime in Napoli, come pure che il
Campanella ebbe a comporre ancora diverse opere nella stessa epoca;
considerando d'altra parte che egli dovè partire piuttosto in fretta da
Cosenza nel suo ritorno da Altomonte, come pure che dovè poi andarsene
da Napoli in un periodo non inoltrato del 1591, secondochè dimostreremo
con documenti; si converrà che la data da noi stabilita della sua
venuta a Napoli, cioè la fine del 1589, sia la più plausibile. Se
guardiamo pertanto alle informazioni che ne dà il processo del 1599,
troviamo da due deposizioni accennato veramente il 1591 come l'anno
in cui egli era in Napoli «in casa di Mario del Tufo»[59]: ma anche
qui le deposizioni riflettono piuttosto l'ultimo periodo della dimora
del Campanella in Napoli. Una deposizione poi di fra Dionisio Ponzio
dice, che «la fuga» del Campanella da Calabria avvenne dopo il Capitolo
celebrato in Roma, nel quale fu eletto il Generale che a quel tempo
(nel 1600) presedeva all'Ordine; ora si sa che Generale a quel tempo
era fra Ippolito M.ª Beccarla di Mondovì e che costui fu eletto il 20
maggio del 1588, come risulta dal libro del Quétif ed Echard e meglio
anche dall'iscrizione funeraria apposta alla sua tomba, ben conosciuta
dagli amatori delle cose napoletane nella Chiesa di S. Domenico di
Napoli[60].
Fu narrato dall'Eritreo che appena giunto il Campanella in Napoli,
nel passare innanzi al monistero di S. Maria la nuova appartenente
a' Francescani, veduta gran turba andare e venire e saputo che vi si
faceva una disputa, essendo libero ad ognuno il prendervi parte volle
provarvisi, e seppe vincere e fu portato in trionfo a casa da' frati
dell'ordine suo[61]. Non abbiamo veramente alcun'altra notizia speciale
intorno a questa avventura del Campanella, ma dobbiamo dire che non
ne rimaniamo punto sorpresi: forse ad essa alluse egli medesimo,
quando nel suo _Dialogo politico contro i Luterani e Calvinisti_ prese
le mosse da una disputa fatta sull'argomento in S. Maria la nuova
di Napoli, alla quale erano intervenuti due degl'interlocutori, nè
sarà sfuggito che nel brano del _Syntagma_ riportato più sopra egli
parla pure di una «disputa fatta in un pubblico Congresso», dalla
quale fu spinto a scrivere sul Senso delle cose. Nel libro poi del
Marta, combattuto dal Campanella, si trovano citate diverse dispute
filosofiche col nome de' disputanti e le rispettive opinioni, le quali
il Fiorentino ha rilevate con molta cura[62]: ma noi, nell'Archivio di
Stato, abbiamo già da un pezzo trovato alcuni documenti, che dimostrano
la frequenza e varietà di tali dispute, presso a poco ne' tempi de'
quali trattiamo, con tutte le circostanze desiderabili. Le dispute si
facevano nelle Chiese, non ne' Chiostri come ha mostrato di credere
il Baldacchini, e per lo più nelle ore pomeridiane della Domenica;
non ancora erasi pervenuto al punto di rendere anche materialmente la
Chiesa estranea alla cultura. Annunziavano le dispute grandi manifesti
o come allora si dicevano _cartoni_, affissi «per li luoghi pubblici et
ordinarii di questa fidelissima città», sia a stampa sia manoscritti, e
ce ne rimangono dell'una e dell'altra maniera, col loro dorso tuttora
impiastricciato delle sostanze adoperate per farli attaccare alle
mura; essi recavano, col nome di chi sosteneva la disputa, una dedica,
un fervorino, l'elenco delle proposizioni o _capi_ da disputarsi, e
l'indicazione del luogo, del giorno e dell'ora. Quelli che abbiamo
veduti talvolta hanno il nome di un preside, che poi certifica essere
state le proposizioni sostenute «con sodisfattione et approbatione»;
talvolta sono accompagnati dal certificato di un mastro d'atti, che
espone le circostanze della disputa, i nomi delle persone che hanno
argomentato e di quelle tra le più notevoli che sono semplicemente
intervenute, inoltre l'esito finale, «che tutti hanno detto esserne
state bene difese et disputate le sudette Conclusioni con darne
infinite lode al detto Dottore» etc. Era un modo onorevole di farsi
conoscere in qualsivoglia ramo dello scibile: difatti abbiamo cartoni
di dispute in filosofia, in medicina, in materia legale, sostenute
da studenti, da Dottori, Accademici Partenii, Accademici Costanti,
Dottorati in Napoli che volevano essere ammessi a leggere e disputare
secondo i Capitoli della Scuola di Salerno, coll'indicazione della
sede della disputa, nella Chiesa del Collegio del Gesù, nella Chiesa
di S. Giovanni maggiore, nella Chiesa di S. Giovanni a Carbonara[63].
E dev'essere notato che in filosofia disputavano non soltanto i frati,
ma principalmente i medici, tra' quali era celebratissimo campione di
dispute a quel tempo il medico Latino Tancredi di Camerota, o Latino
Camerotano, che poi prestò anche i suoi consigli medici al Campanella,
come vedremo a suo luogo: perocchè la facoltà di filosofia era fusa in
quella di medicina, e con le letture di filosofia più basse e poi più
elevate i medici cominciavano e poi chiudevano la loro carriera, così
nell'insegnamento pubblico come nel privato. In verità i frati, almeno
in Napoli, si sforzarono sempre di soppiantare i medici nelle letture
di filosofia nel pubblico studio, ma per lunghissimo tempo non vi
ebbero fortuna, malgrado il favore de' Vicerè bigotti; basta dire che
scorso perfino un altro secolo, il Cappellano maggiore ancora scriveva
al Vicerè doversi le letture di filosofia tenere da' medici e non da'
frati, poichè gli studenti non andavano a udire i frati[64]. Bisogna
quindi guardarsi pure dal credere che le controversie filosofiche si
agitassero solamente tra' frati, e si può pertanto conchiudere non
esser punto difficile che il Campanella, appena venuto in Napoli, si
sia trovato a far parte di una disputa filosofica in una Chiesa. Ciò
che ci pare piuttosto difficile si è che egli sia poi andato ad abitare
il convento di S. Domenico.
Le circostanze che menarono il Campanella a Napoli, la sua così
detta «fuga dal convento di Cosenza» coll'indignazione dei superiori,
parrebbero un grave argomento per escludere che egli fosse andato ad
abitare il convento di S. Domenico; ma per verità l'argomento non
è grave, attesochè il sistema de' tempi era rappresentato da una
singolare alternativa di debolezza e di violenza grandissima, ed i
frati specialmente Domenicani vivevano più che in libertà, in licenza
sconfinata. Invece più grave argomento è quello della difficoltà che
i Domenicani calabresi avventizii incontravano ad avere una stanza
ne' conventi di Napoli. Esistevano nella città non meno di 9 grandi
conventi di detta Religione, quattro ordinarî e cinque riformati, ma i
così detti «fuochi» di Domenicani nella città e nei borghi si elevavano
a non meno di 16, con 682 «anime», la più alta cifra dopo quella de'
Francescani e de' Benedettini[65]: veramente, oltre i frati del Regno
e gli spagnuoli, si trovavano fra loro anche parecchi lombardi come
del resto parecchi del Regno si trovavano ne' conventi di Lombardia,
essendovi relazioni molto frequenti fra le due regioni dominate
dalla stessa potenza spagnuola; pertanto i frati calabresi, venendo
in Napoli, non potevano avere facile accesso in questi conventi, al
punto che dovè più tardi pensarsi a fabbricarne uno espressamente per
loro. È noto infatti che fu perciò fabbricato nel 1606 il convento di
S. Maria della salute, detto poi di S. Domenico de' calabresi o di S.
Domenico Soriano nella piazza fuori porta Regale (oggi piazza Dante)
per opera di fra Tommaso Vesti Domenicano calabrese reduce da Algieri,
co' danari ricevuti da Sara Ruffo di Misuraca sua compagna di schiavitù
nello stesso posto. È verosimile dunque che il Campanella abbia dovuto
fin dal suo arrivo rimanere fuori convento, e forse fin d'allora
divenire ospite de' Signori del Tufo, co' quali abbiamo già notata
la conoscenza probabilmente avvenuta a' tempi della sua dimora in S.
Giorgio. — Non si creda pertanto che con ciò il Campanella cadesse in
grave colpa, allontanandosi dall'austerità della vita religiosa e dagli
obblighi della regola di S. Domenico: in Napoli, tra' Domenicani di
que' tempi, non v'era nè austerità nè regola, e se mai, in conferma di
quanto diciamo, non si volessero accettare i racconti e i giudizî delle
cronache napoletane, si dovranno certamente accettare le relazioni e
i giudizî del Nunzio Aldobrandini, che si rilevano dal suo Carteggio
esistente nell'Archivio di Firenze. Egli fin da' primi mesi della sua
venuta in Napoli, nel 1592, scriveva a Roma contro la vita licenziosa
de' frati in generale e dimandava poteri per rimediarvi[66]; ma pe'
Domenicani in ispecie non cessò mai di fare le più alte lagnanze. Si
sforzò anche troppo d'introdurre la vita più austera de' Riformati in
S. Domenico, ed ottenuti gli ordini del Papa, nel 1595, fece sloggiarne
tutti coloro che l'abitavano ed introdurvi 60 frati Riformati presi
dal convento della Sanità: ma ebbe a vedere, otto giorni dopo, i frati
scacciati venire armati di pistole, coltelli e bastoni, e coll'aiuto di
quelli di S. Pietro Martire prendere d'assalto il convento, scacciarne
i nuovi abitatori, introdurvi munizioni per 6 mesi, fortificarsi,
elevar trincee alle porte, guarnire di sassi le finestre, suonare le
campane a martello, eccitando il popolo e parte della nobiltà in loro
favore, destando forte commozione nel Vicerè; e durarono così tre buoni
mesi in aperta ribellione, da' primi di aprile a' 22 di giugno, quando
aprirono finalmente le porte vincendo la partita in barba al Nunzio
ed allo stesso Papa. Il Papa concedeva che mandassero due de' loro in
Roma per esporre le proprie ragioni, ma esigeva che frattanto facessero
l'ubbidienza ed uscissero dal convento di S. Domenico cedendo il posto
a' frati che stavano ne' conventi di S. Severo, di Gesù e Maria, di
S. Caterina a formello, con l'avvertenza di farvi entrare «quelli che
fossero lombardi» probabilmente credendo di disinteressare così il
popolo napoletano nella quistione: ma i frati di S. Domenico non ne
vollero far nulla, ed il Vicerè ebbe timore di accordare il braccio
secolare per costringerli all'ubbidienza verso il Papa[67]. Abbondano
poi i casi particolari di Domenicani inquisiti e processati durante
tutto il periodo della Nunziatura dell'Aldobrandini, e fino al termine
del suo ufficio egli se ne lagnò spesso: così scrivendo al Card.^l
S. Giorgio diceva, «voglio che sappia che non è Religione in questo
Regno più relassata di questa, et che si sentino maggiori enormità et
d'ogni sorta» (e qui registrava una lunga filza di queste enormità),
come pure scrivendo al Padre Generale de' Domenicani diceva, «si sanno
i molti delitti gravi che seguono nella Religione senza che pur ci
si pensi»[68]. Il Campanella dunque non avrebbe nulla guadagnato se
fosse rimasto tra siffatti frati: eppure ebbe poi perfino a risentire
indirettamente il danno de' dissensi e de' tumulti frateschi, avvenuti
quando egli era da un pezzo già partito da Napoli; poichè, come abbiamo
avuta occasione di accennare più sopra, trovavasi in questa città fra
Dionisio Ponzio, il quale non era uomo da stare in disparte fra quelle
baruffe, e gli odii che n'ebbe a riportare ricaddero anche sull'amico
suo. Venuto a stare nel convento di S. Caterina a formello, egli
passò in seguito appunto a quello di S. Pietro Martire come «studente
formale»: un fra Marco da Marcianise, del quale avremo ad occuparci più
tardi anche troppo, ed un fra Ambrogio di Napoli, che fu poi del piccol
numero di frati lettori pubblici di filosofia (1613-23) e in sèguito
Vescovo di Tropea, fecero sì che gli studenti non napoletani fossero
privati di voce attiva, ed ecco sdegnati questi studenti mandare un
loro procuratore a Roma presso Innocenzo IX, e il procuratore prescelto
fu appunto fra Dionisio, che dovè scrivere memoriali e suppliche
contro fra Marco. A tempo de' tumulti poi egli trovavasi in Roma, per
provocare il processo contro i frati calabresi che avevano ucciso suo
zio il Provinciale Pietro Ponzio: fra Marco di Marcianise, era appunto
Superiore dei frati della Sanità che si è detto sopra avere occupato il
convento di S. Domenico, e fra Dionisio, prendendo le parti de' frati
di S. Domenico, agì e trattò contro i Riformati e contro fra Marco[69].
È superfluo dire quanto odio ne nascesse, e fra Marco fu appunto il
Commissario che istituì poi i processi in Calabria nel 1599.
Ma dunque, da principio o più tardi, il Campanella venuto in Napoli
se ne andò a dimorare nella casa de' Signori del Tufo Marchesi di
Lavello, e poichè essi furono lungamente protettori ed amici di fra
Tommaso, al punto che taluni si trovarono poi nominati nella faccenda
della congiura, ed uno ne fu carcerato contemporaneamente, un altro
consecutivamente, è giusto darne notizia con qualche larghezza.
Figuravano questi Signori tra le famiglie primarie nella nobiltà:
vantavano la loro origine da uno de' primi Normanni venuti con
Guglielmo Ferrabuc, Ercole Monoboij, che poi prese il suo cognome
dalla terra del Tufo nella Provincia di Principato Ultra, avuta con
altri doni in premio del suo valore; vantavano un Roberto del Tufo
Signore di Montefredano presso Avellino, registrato nell'elenco de'
Baroni che seguirono Goffredo di Buglione alla conquista di Terra
Santa. A' tempi de' quali trattiamo, abitavano nella contrada che oggi
si dice di S. M.ª di Costantinopoli, nelle case appartenute già a'
Castriota Scanderbeg, e poi divise fra loro e i Signori Marciani, cui
faceva sèguito il palazzo del Reggente David, divenuto poi più tardi,
nel 1610, la Chiesa ed il Monastero di S. Giovanniello; il palazzo
de' del Tufo era quello oggi segnato col n.º 102, provisto, come gli
altri contigui, di un giardino che avea per parapetto il muro della
città durato fino a' giorni nostri. Quivi il Campanella trovò agio e
conforto, e ben può dirsi questo il solo luogo di cui potè ricordarsi
con piena soddisfazione durante tutta la sua vita. Ecco gl'individui
di casa del Tufo che principalmente c'interessano per la nostra
narrazione.
1.º Gio. Geronimo del Tufo, che era 2º Marchese di Lavello: già
capitano di cavalli nella guerra del Tronto, poi Governatore e
Commissario generale in entrambe le Calabrie, Reggente della Vicaria,
Membro del supremo Consiglio Collaterale; padre di Giovanni, avuto
da Isabella di Guevara sua 1.ª moglie (già morto nel tempo del
quale trattiamo) e di Mario, avuto da Antonia Carafa della Spina
sua 2.ª moglie, che sposò il 1547 e che gli diede pure molti altri
figliuoli[70]. Egli rappresentava la casa al tempo in cui il Campanella
venne a Napoli: ed era molto innanzi negli anni e morì nel 1591.
2.º Mario del Tufo, secondogenito di Gio. Geronimo predetto: coll'aver
tolto in moglie Fulvia Persona era divenuto Barone di Matina in terra
d'Otranto; più tardi comprò anche Minervino e qualche altro feudo, onde
s'intitolò anche Barone di Minervino; ed ebbe dalla sua Fulvia Ascanio
e diversi altri figliuoli. Egli propriamente ospitava il Campanella,
come fu specificato in una deposizione che si ebbe nel processo
di eresia dibattuto in Napoli, mentre nel _Syntagma_ è accennato
confusamente là dove si parla di alcune opere scritte «in casa del
Marchese di Lavello, e col favore del figliuolo Mario del Tufo»[71].
Vedremo che a lui il Campanella dedicò la sua filosofia, con lui rimase
sempre in corrispondenza dirigendogli pure altre opere scritte altrove
più tardi, ed egli propriamente si trovò poi nominato qual complice
nella congiura.
3.º Gio. Geronimo del Tufo, che fu 4º Marchese di Lavello, e Signore
di Montemilone, nipote di Mario predetto, figlio di Giovanni del
Tufo 3º Marchese di Lavello e di Caterina Caracciolo sorella del
Duca d'Airola: costui fu Doganiere della Dogana di Puglia e poi
scrivano di razione, ma molto più tardi; aveva già nel 1588 sposato
Beatrice di Sangro figlia di Fabrizio Duca di Vietri[72]. Di questo
Fabrizio di Sangro avremo ancora a parlare ulteriormente, giacchè
egli pure fu creduto aderente alla congiura, come il Marchese Gio.
Geronimo, che vedremo anche carcerato più tardi, sempre perchè amico e
protettore del Campanella. E si avverta che costui propriamente era il
Marchese di Lavello di cui si faceva parola a' tempi della congiura,
essendo successo all'avo nel 1591, come si scorge da' Registri delle
_Significatorie de' Relevii_, che mostrano quella a lui spedita il 18
9bre di detto anno.
4.º Francesco o Ciccio del Tufo 5º Marchese di Lavello, figlio di Gio.
Geronimo: al tempo nel quale ci troviamo era giovanetto; successe
al padre nel 1607, come si scorge parimenti da' Registri delle
_Significatorie de' Relevii_, che mostrano quella a lui spedita il
28 9bre di tale anno. Avendo sposata Costanza Pappacoda figlia del
Marchese di Capurso, ne ebbe Giovanni 6º Marchese di Lavello; ma la
sua salute si alterò presto, e finì per essere dichiarato inabile ad
amministrare, mentre la sua moglie se ne viveva ritirata nel monastero
di Regina coeli «more nobilium» (14 genn.º 1629). Lo vedremo menzionato
in qualcuna delle lettere e delle opere del Campanella, implicato anche
in una circostanza della vita del filosofo non priva d'interesse, onde
tutte le date suddette, da noi laboriosamente raccolte, non debbono
punto credersi un vano lusso di erudizione.