Veniamo alla dimora in Nicastro, quanto più passata sotto silenzio

tanto più interessante per la nostra narrazione. Verso la fine del

1585 o il principio del 1586 il Campanella fu assegnato al convento

dell'Annunziata di questa città, sempre nella qualità di studente,

ed ebbe ad assistere alle lezioni di un P.^e di cognome Fiorentino,

verosimilmente il P.^e Antonino de Fiorenza che fu poi Provinciale

di Calabria nel 1587-88, e forse uno degli antenati del chiaro

filosofo odierno prof. Francesco Fiorentino, che ha avuto i suoi

natali appunto ne' pressi di Nicastro; giacchè i documenti dell'epoca

mostrano abbastanza diffusi in quel territorio i «de fiorensa», i

quali mano mano si dissero in seguito «Fiorentino». In Nicastro il

Campanella ebbe a condiscepolo fra Dionisio Ponzio della medesima

città, e con lui anche fra Gio. Battista Cortese di Pizzoni; vi

conobbe egualmente fra Pietro Ponzio germano di fra Dionisio, e con lui

l'altro germano Ferrante Ponzio; fin d'allora egli si strinse in molta

intimità con costoro, che troveremo poi tutti involti ne' processi

pe' fatti di Calabria come principali imputati, e ciò forse spiega

che nel _Syntagma_ la dimora in Nicastro non sia stata menzionata.

Ne parlò intanto nel processo di eresia non solo il frate citato

più sopra ma anche fra Gio. Battista di Pizzoni, il quale ricordò il

Fiorentino lettore e fra Dionisio suo condiscepolo col Campanella,

aggiungendo una particolarità in questi termini, che fra Tommaso

era «contradicente ad ogni cosa et particolarmente alli lettori

sui, et un giorno contradicendo al detto Fiorentino hebbi a dirgli,

Campanella, Campanella, tu non farai buon fine»; queste cose egli

affermò avvenute «da quindici anni incirca». Ugualmente fra Pietro

Ponzio, nel medesimo processo, affermò che l'amicizia di fra Dionisio

col Campanella datava «da più di 14 anni» e si era sempre mantenuta

viva: le quali testimonianze, essendo della fine del 1599, ci menano al

1585 e 1586[43]. Appartenevano i Ponzii a buona famiglia di Nicastro,

ed avevano spiriti non meno bollenti di quello del Campanella; perduto

il padre in età molto giovane, due di essi nell'anno precedente si

erano ascritti all'ordine Domenicano, vestendone l'abito in Catanzaro,

l'altro, Ferrante, disponevasi appunto in quell'epoca a recarsi

in Napoli per attendere agli studii legali[44]. Non è arrischiato

l'ammettere che fin d'allora tra il Campanella e questi giovani si

sieno manifestati desiderii e concetti di un migliore avvenire pel

paese: anche nel processo di congiura un frate amico del Campanella

affermò essergli stata fatta da fra Tommaso la confidenza che «havea

tridici anni ch'havea questi pensieri nelo stomaco, et l'havea

comunicato dal'hora con fra Dionisio»[45]. — Più certo è che in

Nicastro siasi ancora accresciuto nel Campanella quell'atteggiamento

battagliero e riottoso che abbiamo già visto apparire in S. Giorgio,

onde spingevasi a dispute co' suoi maestri, i quali non potevano

soddisfare agli argomenti che egli adduceva contro le cose insegnate

da loro. Indubitatamente questo dovè procurargli molte avversioni,

essendo tutti i frati seguaci esclusivi delle dottrine Aristoteliche;

e a tale fatto, essenzialmente vero, furono di poi attribuite le più

gravi conseguenze dal Campanella medesimo e quindi da' suoi biografi,

essendosi ad esso ascritte tutte le sue sventure. Nè pare dubbio che

veramente in Nicastro il Campanella siasi ingolfato nella lettura

de' maggiori filosofi dell'antichità, e che abbia quivi per la prima

volta, nel calore de' diverbii, udito nominare Bernardino Telesio,

onde s'invogliò di leggerne le opere, che potè avere solamente quando

si recò a Cosenza. Ecco come egli ci narra tali cose con maggiore

larghezza nella prefazione del suo volume scritto poco dopo, vale

a dire la _Philosophia sensibus demonstrata_. «Coloro a' quali

comunicava queste mie opinioni le riferivano ad altri maggiori, e però

soffriva non poche riprensioni, come colui che solo era contrario

alle sentenze de' grandi filosofi (secondochè dicevano), non davano

ascolto alle mie ragioni, ma stretti da esse prorompevano in parole

niente pacifiche verso di me. Queste cose io ebbi a patire circa il

18º anno ed egualmente prima. Dopo ciò la verità si fece più ardente

e poteva meno tenersi ulteriormente dentro, dicendosi che aveva un

intelletto depravato e reprobo come l'aveva un certo Bernardino Telesio

Cosentino, onde avversava tutti i filosofi e precisamente Aristotile:

fui lieto oltremodo di avere un compagno o duce, da potergli apporre i

miei detti e riferirli con una certa scusa, quasi profferiti da altri.

Partito per Cosenza, la preclarissima città de' Brettii nella Calabria

inferiore, denominata un tempo Brettia, chiesi il libro di Telesio ad

un certo illustre ed ottimo uomo suo seguace, il quale volentieri me

lo recò. Cominciai a percorrerlo con sommo studio, e letto il primo

capitolo, compresi ad un tempo interamente ogni cosa che si conteneva

negli altri, prima che li leggessi. Era per fermo disposto verso

que' principii, ed intesi egualmente tutto ciò che da essi procedeva,

dappoichè in lui tutto deriva da' suoi principii, e non già ciò che

segue è contrario a' principii o non dipende da essi, come accade

in Aristotile. E poichè mentre ivi dimorava, il sommo Telesio venne

a morte, e non mi fu dato udire da lui le sue sentenze, nè vederlo

vivo ma morto e portato in Chiesa, il cui volto scovrendo io ebbi ad

ammirare e moltissimi versi affissi per lui al suo tumolo, recandomi ad

Altomonte per ordine de' Superiori, stimai bene esaminare là l'opera

di questo filosofo» etc. Nel _Syntagma_ queste stesse cose si trovano

registrate con la maggiore concisione, leggendosi appena: «Poichè

nel discutere pubblicamente in Cosenza, non che privatamente co' miei

frati, poco giungevano a quietarmi le loro risposte; ma Telesio mi recò

diletto, tanto per la libertà del filosofare, quanto perchè prendeva

a guida la natura delle cose, non i detti degli uomini. E però avendo

affissa un'Elegia a Telesio morto col quale vivente non mi fu dato

parlare, mi recai alla terra di Altomonte».

Adunque, dopo Nicastro, il Campanella andò in Cosenza. L'epoca di

quest'andata non ci è ben nota; ma assai probabilmente dovè accadere

verso l'agosto del 1588, per le ragioni che tra poco diremo. — Uno

de' primi biografi del Campanella, l'Eritreo, ci lasciò scritto

che l'occasione dell'andata a Cosenza fu una disputa filosofica

colà bandita da' Francescani, che il Campanella vi fu mandato e vi

riportò un grande trionfo[46]. La cosa non sarebbe punto strana, ed

una prova se ne avrebbe in quella frase del _Syntagma_, «poichè nel

_discutere pubblicamente in Cosenza_ non che privatamente co' miei

frati». Ma il fatto importante di tale andata fu l'aversi procurato il

libro del Telesio, che cominciò a leggere senza finirne la lettura,

e l'aver voluto vedere il Telesio senza poterlo vedere che morto.

Gravi biografi del Campanella, come il Baldacchini e il D'Ancona,

hanno interpetrato la cosa nel senso che i frati non gli permisero di

vedere il Telesio, e fino ad un certo punto la parola adoperata dal

Campanella (non licuit) autorizzerebbe tale interpetrazione. Ma per

ritenere un divieto, bisognerebbe sconoscere da una parte la disciplina

rilassata od anzi la nessuna disciplina de' frati a quell'epoca,

e d'altra parte l'insofferenza e baldanza del Campanella, il quale

appunto allora era per darne una pruova memorabile. Facciamo inoltre

riflettere che il Campanella cominciò a leggere ma non finì la lettura

dell'opera del Telesio, e dopo la morte di lui (che si conosce essere

avvenuta nell'8bre 1588) partì subito per Altomonte; la qual cosa

viene accertata dal fatto che vedremo affermato da lui medesimo, che

cioè cominciò a scrivere la sua _Philosophia sensibus demonstrata_

in Altomonte dal 1º gennaio 1589 in poi, dopo di avere là compiuta la

lettura de' libri Telesiani, di molti altri libri antichi e del nuovo

libro del Marta contro il Telesio, al quale libro egli si diede a

rispondere. Nè la sua andata ad Altomonte «per ordine de' superiori»

si deve attribuire al fervore dimostrato pel Telesio, ma invece ad un

incidente gravissimo, che fra Tommaso tacque ma che noi potremo dare in

tutta la sua ampiezza avendolo nel processo. Adunque non vediamo alcuno

indizio ben fondato per ammettere che il Campanella non abbia potuto

veder Telesio essendogli ciò vietato da' superiori. Vediamo invece

due motivi molto chiari e più che sufficienti: il primo, l'andata del

Campanella a Cosenza in un tempo assai vicino a quello in cui morì il

Telesio, col naturale desiderio di leggerne le opere prima di fargli

visita e parlare con lui; il secondo, la conosciutissima condizione

di fatuità in cui cadde il Telesio negli ultimi 18 mesi della sua

vita, circostanza della quale ci sorprende il vedere che non si sieno

ricordati i biografi del Campanella. Guardando anche a qualche notizia

che si ha dal processo intorno alla dimora del Campanella in Cosenza,

e mettendola in relazione con tutte le altre, si confermano le cose

suddette. Il Campanella ebbe a compagno di stanza in quella città il

suo carissimo amico fra Pietro Presterà di Stilo, e costui nel processo

affermò di averlo visto in Cosenza «per due mesi»; così, tenendo

presente che il Telesio morì nell'ottobre, siamo indotti a ritenere

l'agosto 1588 come data probabile dell'andata del Campanella a Cosenza.

Altri testimoni che parlano de' fatti di Cosenza (fra Agostino Cavallo,

fra Giuseppe Dattilo, fra Vincenzo d'Amico) si riportano concordemente

a «diece anni fa», e dicendo ciò nel 1600, accennano all'anno 1590 come

quello in cui il Campanella era in Cosenza, ma vi sono tutte le ragioni

per ritenere che que' frati alludevano, ed anche approssimativamente,

alla seconda venuta del Campanella a Cosenza, di ritorno da Altomonte

e sul punto di andarsene a Napoli, mentre d'altra parte non v'è

alcuna ragione per contestare le date così precisamente affermate dal

Campanella su tale proposito.

Ecco ora i particolari della dimora in Altomonte, cioè dal novembre

1588 in poi. Vediamoli dalle stesse parole del Campanella, com'egli

ce li lasciò scritti dapprima molto diffusamente nella prefazione

alla sua _Philosophia sensibus demonstrata_. Si tratta di un momento

molto importante della vita del Campanella, e non deve ritenersi

eccessivo il fermarvisi con qualche larghezza; d'altronde avremo pur

troppo a parlare di persecutori, di carcerieri e perfino di aguzzini

del Campanella, e ci godrà sempre l'animo di poterci trattenere

talvolta a parlare di qualche suo amico e benefattore. — «Recandomi ad

Altomonte per ordine de' Superiori, stimai bene esaminare là l'opera

di questo filosofo (Telesio) prima di pubblicare l'opericciuola sul

modo d'investigare e le cose da me trovate. In tal guisa, avendo potuto

occuparmene, conobbi non essere stato Bernardino Telesio depravato,

bensì depravati affatto tutti gli altri, e giudicai che quest'uomo

dovesse anteporsi a tutti, come colui che desume la verità dalle cose

vedute col senso, non dalle chimere, e che tratta le cose stesse, non

le parole degli uomini, secondochè mi fu manifesto. Accadde finalmente

che venisse a me un certo eccellente dottore di medicina, illustre

filosofo, il quale fuggiva gli errori de' Peripatetici, Gio. Francesco

Branca di Castrovillari, accompagnato coll'altro medico a nome Plinio

Rogliano della città di Rogiano, stimato più di molti altri per la

sottigliezza dell'ingegno, e discorressimo insieme de' principii

della filosofia e della verità delle cose; questi riuscirono nostri

amicissimi ed immensamente utili, e di continuo venivano a discorrere

insieme, e si penetrarono tanto della verità di Bernardino Telesio, da

predicarlo il solo degno di lode tra' filosofi, e mi sollecitarono a

dar fuori ciò che mi era proposto. Costoro mi furono larghi di molti

beneficii, e mi portarono i libri de' Platonici e de' Peripatetici, di

Galeno, d'Ippocrate e d'altri, acciò la difesa di Telesio da noi ideata

fosse confermata da' detti de' più antichi. In quel tempo comandava

colà un certo invidioso, il quale non una volta, ma invano, mi accusò

di falsa dottrina, e di conversare eccessivamente con persone estranee

al chiostro, presso il molto Rev.^do P.^e Pietro Ponzio da Nicastro,

Maestro di Teologia ed allora degnissimo Provinciale, come presso tutti

gli altri Superiori: giudichino pertanto qui la dottrina gli uomini

perspicaci, non già egli che era ignorantissimo. Ma le persone che si

riunivano con me erano buone e nobili, tra le quali il molto illustre

Muzio Campolongo, Barone di Acquaformosa, che mi favoriva di moltissimi

beneficii quasi mio malgrado, e mi difendeva da tutti e dall'ira di

quel maledetto uomo, e mi avrebbe fatto altri favori se avessi voluto;

a costui io debbo moltissimo. Parimenti Paolo Gualtieri non ignobile

giureconsulto, che tornato da Napoli in patria mi fu carissimo, così

per la sua prestanza ed integrità, come per avermi sempre più stretto a

D. Luigi Brescia di Badolato, giureconsulto acutissimo, non secondo ad

alcuno nell'arte della memoria, unito a me di non volgare amicizia fin

dalla tenera età, la cui opera fu non solo utile ma molto necessaria in

cose di grande importanza ed in tempi difficilissimi. Ma pel concorso

di questi distinti uomini l'invidioso imperversava. Nè dico ciò a

caso, ma il Signore lo conduca a salvazione.... Pervenne nelle mani di

costoro un certo libro di un saputo Peripatetico Jacopo Antonio Marta,

che si vantava dottore nell'uno e nell'altro dritto, in Teologia e

Filosofia ed era ignaro di qualunque verità, col titolo di _pugnaculum

Aristotelis_, e meglio avrebbe fatto se l'avesse intitolato _depravatio

Aristotelis_, dove per fermo, come vedremo, proferisce tante

scempiaggini e si mostra qua e là in contraddizione con sè stesso, con

Aristotile e con gli altri principali peripatetici, avverso sempre al

senso ed a' decreti della natura. Adunque attesi a demolire le vane

parole e le calunnie di costui con gli altri contro il Telesio principe

de' filosofi, secondochè mi fu imposto da coloro dei quali feci

menzione.... E mentre il saputo si vanta di avervi lavorato per sette

anni contro Telesio, noi distruggemmo il suo _Pugnaculum_ in sette

mesi, e svolgemmo la nostra dottrina, principiando dal 1.º gennaio

1589 fino al mese di agosto dello stesso anno, al termine dell'anno

ventesimo di nostra età». Assai più concisamente le cose medesime

furono poi ripetute nel _Syntagma_ in questi termini: «Mi recai alla

terra di Altomonte, dove percorsi i libri de' Platonici e de' Medici,

a me somministrati da ottimi uomini, ed a consiglio del medico Gio.

Francesco Branca di Castrovillari cominciai a scrivere contro Giacomo

Antonio Marta napoletano, che avea dato fuori un libro contro Telesio,

intitolato _Pugnaculum Aristotelis_. In esso composi otto dispute...

dandomi libri ed animo i medici Branca e Plinio. Questo libro di

polemica fu stampato in Napoli presso Orazio Salviano nell'anno del

Signore 1590».

Riassumendo dunque i fatti del Campanella in Altomonte si ha: il

termine della sua lettura del libro del Telesio; la lettura di

molti altri libri di filosofi e medici, datigli da alcuni suoi amici

egualmente antiperipatetici che ivi conobbe o rivide: l'eccitamento da

parte di costoro perchè scrivesse in difesa del Telesio contro Giacomo

Antonio Marta; la composizione in sette mesi della sua _Philosophia

sensibus demonstrata_; la presenza di un superiore invidioso che

l'accusò di falsa dottrina e di troppo conversare con secolari; la

difesa assunta da alcuni di costoro in tempi difficilissimi e in

cose d'alta importanza per lui. — Non c'è neanche per un momento

surta l'idea di dover parlare del Telesio a' nostri lettori, massime

dopo l'eccellente libro pubblicato dal prof. Fiorentino[47]. Quanto

a Giacomo Antonio Marta, ci limiteremo a dire che egli non era

quell'ignorantissimo che il Campanella dichiara, e lo dimostrano le

molte sue opere specialmente legali. Napoletano e non veronese come

ha creduto il Berti, poichè filosofo napoletano e giureconsulto egli

s'intitola spesso nel _Pugnaculum Aristotelis_ ed anche altrove, si

conosce che nacque il 20 febbraio 1559 e andò peregrinando come lettore

per diverse parti d'Italia. In Napoli cominciò a scrivere libri di

filosofia nel 1578, e quindi passato a Roma vi scrisse il _Pugnaculum_

nel 1587; ritornato poi in Napoli vi cominciò la carriera di lettore

di dritto, e in tale qualità andò successivamente a Benevento, a Roma,

a Pisa, di nuovo a Roma, a Padova, a Mantova, fino alla sua morte che

accadde dopo il 1628. Ma in Napoli fu lettore privato, non già pubblico

come è stato detto da taluni ed anche dal Fiorentino, poichè i lettori

pubblici di quell'epoca ci son noti benissimo e tra loro non figura

il Marta: non ebbe quindi a scrivere il suo _Pugnaculum_ pel pubblico

studio, dove del resto mancò sempre lo spirito di collettività, e già

c'erano allora in filosofia, al tempo medesimo, qual lettore ordinario

Gio. Berardino Longo, Peripatetico, e qual lettore delle Domeniche

Latino Tancredi, partigiano delle dottrine del Telesio come appunto il

Marta ci fa sapere. — Degli amici poi del Campanella ben poco possiamo

dire. Sul Gualtieri possiamo dire che egli era di Altomonte e che si

fece più tardi conoscere per opere legali abbastanza pregiate, una

delle quali dedicata a D. Lelio Orsini che dovrà figurare egualmente in

questa narrazione[48]. Sul Brescia (non Brettio come il tipografo più

volte fa dire al Berti) possiamo soltanto affermare che tale cognome si

trova con estrema frequenza ne' documenti relativi a quella regione;

un suo epigramma, in lode del Campanella, si legge in fronte alla

_Philosophia sensibus demonstrata_, ed in esso si accenna anche a Mario

del Tufo, presso cui dimorava il Campanella in Napoli quando l'opera

si diede alle stampe. Su Muzio Campolongo abbiamo varii documenti

rinvenuti nell'Archivio di Stato: uno di essi ci fa conoscere che la

sua Baronia riferivasi al possesso della giurisdizione delle cause

criminali e miste del piccolo paesello di Acquaformosa, in cui si

contavano soli 79 fuochi per la maggior parte costituiti da Albanesi;

altri documenti ci fanno conoscere che vi possedeva pure territorii

feudali con bestiami, che si riteneva cittadino di Altomonte ma abitava

Cosenza, e che era molto energico, anzi prepotente nel voler essere

rispettato ed ubbidito a ogni modo, sicchè dovè essere un braccio

forte davvero pel Campanella nelle angustie in cui il frate ebbe a

ritrovarsi[49]. Quanto al medico Gio. Francesco Branca di Castrovillari

il Capialbi ce ne ha già dato particolari notizie biografiche. Avrebbe

avuto a quell'epoca press'a poco 32 anni, e la sua cultura è attestata

dalla sua biblioteca con manoscritti proprii che finì per lasciare

a' frati conventuali del suo paese; d'altronde merita una speciale

menzione, perchè si trovò complicato anch'egli nella famosa congiura,

e dovè salvarsi con grosso riscatto, come fu attestato dal medesimo

Campanella[50]. Quanto poi al medico Plinio Rogliano di Rogiano abbiamo

trovato che il nome di Plinio era veramente il suo, e non già che era

chiamato da' suoi con tal nome per la sottigliezza del suo ingegno,

siccome è parso al Baldacchini interpetrando meno correttamente le

parole del Campanella. Aveva in quel tempo appena 24 anni, e gli fa

grande onore l'affermazione del Campanella, che per la sottigliezza

del suo ingegno era stimato superiore a molti; pare che possedesse

terreni in Altomonte mentre aveva stanza in Rogiano[51]. Nè possiamo

trattenerci dal notare che non ne' chiostri, ma fuori di questi e

presso umili professionisti di piccole città, come anche presso un

Barone rurale, il Campanella trovava libri e consigli; e se volessimo

indagare cosa avrebbe trovato a' tempi nostri, dovremmo certamente

arrossire. Veniamo al P.^e Provinciale Pietro Ponzio, presso cui si

cercava mettere il Campanella in mala voce. Egli era zio de' Ponzii

amici di fra Tommaso, e crediamo bene che con l'opera loro fra Tommaso

ne avesse acquistata la benevolenza: il P.^e Fiore ci lasciò scritto

che fu Provinciale di Calabria negli anni 1587 e 1588[52], ma la durata

del suo ufficio si estese anche a parte del 1589 quando gli successe

P.^e Silvestro d'Altomonte; e vedremo che fu più tardi ucciso da alcuni

frati per mandato di taluno che aspirava al Provincialato e ne temeva

la concorrenza, la qual cosa fece nascere odii mortali tra i Ponzii e

gl'imputati dell'omicidio, nè questi odii rimasero senza conseguenze

pel Campanella che era tanto amico de' Ponzii. Non sappiamo poi chi

sia stato quel superiore, il quale fece in Altomonte così aspra guerra

al Campanella: potè essere appunto quel P.^e Silvestro anzidetto che

riuscì Provinciale, visto il continuo trovare Priori de' conventi i

frati nativi del paese: ma sappiamo solo che compagno in Altomonte gli

fu pure fra Gio. Battista di Pizzoni, il quale nel processo depose che

là il Campanella scriveva quell'opera che poi stampò in Napoli[53].

Ma fu veramente l'invidia la cagione della guerra mossa al Campanella

dal suo superiore? Fu la dottrina antiperipatetica quella che costui

chiamò falsa dottrina? Come mai poterono appunto persone laiche, quali

il Campolongo e i due avvocati, difendere il Campanella dall'accusa di

troppo conversare con laici? Come mai sursero «tempi difficilissimi e

cose d'alta importanza» che il Campanella accenna senza spiegare? Si

verificò pur troppo un incidente importantissimo, che il Campanella

ebbe cura di nascondere costantemente; si verificò fin dalla sua

dimora in Cosenza, e per esso dovè partire da quella città d'ordine de'

superiori, per esso continuò ad essere perseguitato in Altomonte, per

esso, ritornato in Cosenza, si decise ad andarsene a Napoli. Di tale

incidente passiamo a discorrere.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 6 / 55 段