Indispensabili ci sono apparse le seguenti cose. Cominciare a parlare

del Campanella fin dalla sua nascita, per accompagnarlo passo passo

ne' suoi studii, nelle sue amicizie, nelle sue peregrinazioni, ne'

suoi primi incontri col S.^to Officio, che non furono pochi nè di

poca importanza: si avranno così tante notizie che aiuteranno di

molto a conoscere non solo l'uomo, i suoi tempi, le sue relazioni,

ma anche certi fatti in intima connessione con quelli della congiura

e consecutivi processi, giacchè vi sono da questo lato antecedenti

degni di molta considerazione. Tener presenti le opere d'ingegno da

lui successivamente composte, indagandone con ogni diligenza le date

della composizione ed anche della ricomposizione per quelle in buon

numero che furono ricomposte, non senza notarvi in pari tempo taluna

delle varianti introdottevi quando riesca possibile: le vicende del

Campanella non doverono avere poca influenza sulle idee che egli venne

a manifestare, e i lunghi cataloghi delle sue opere, così come li

abbiamo, senza la data rispettiva di ciascuna, non contribuiscono a

far intendere l'atteggiamento suo ne' diversi tempi, ma invece possono

menare come hanno menato a notevoli abbagli. Non lasciare indietro

alcuna nozione delle persone e delle cose del tempo, dovendo cercar

lume da per ogni dove, apprezzare le circostanze in mezzo alle quali si

potè pensare a un disegno d'insurrezione, giudicare ciascuno di coloro

i quali vi presero parte effettiva o supposta, o vi ebbero in qualunque

modo relazione: specialmente per quelle persone che condivisero col

Campanella le esultanze, gli errori, i meriti, le tristi conseguenze,

non si potrebbe in altro modo valutare l'atteggiamento che assunsero,

la credibilità di ciò che dissero; e la cosa medesima vale pe'

persecutori, pe' Giudici e via via fino alle supreme Autorità dello

Stato e della Chiesa. Appellarsi di continuo a' documenti, far

parlare essi medesimi sempre che si può, citare i fonti di qualunque

fatto che si asserisca, anche se pel momento non sembri di una certa

importanza: abbiamo troppe volte avuto motivo d'indignarci, perchè,

nel caso di materie molto quistionabili, gli scrittori non si siano

creduti in dovere di citare i fonti, per documentare le loro assertive

e facilitarne contemporaneamente lo studio agli altri che vi avrebbero

atteso in sèguito; nel caso attuale, certamente quistionabile ancora,

sarebbe grave la mancanza delle citazioni e di tutte le dilucidazioni

opportune, tanto più che infine non occupano un grandissimo spazio, e

coloro i quali non vi prendono interesse possono saltarle.

Da un lato solo forse ci siamo veramente lasciati trasportare un po'

troppo, dal lato delle memorie di Napoli, avendo spesso abbondato

in particolari nel farne menzione. Ma ci ha arriso la speranza che

i napoletani avrebbero gradito leggere questa narrazione, e rilevato

con compiacenza il ricordo delle cose del tetto nativo. Considerando

l'interesse destato sempre da quelle scene, in verità abbastanza

luride, che s'intitolano dal Masaniello, nelle quali, tra mille rovine,

una plebe sfrenata faceva pur sempre udire le rauche grida di Viva

il Re di Spagna, ci è parso impossibile che altrettanto interesse non

sarebbe riuscita a destare la congiura che s'intitola dal Campanella,

la sola che preparava il grido d'indipendenza, recando poi tanto

strazio ad uno di coloro i quali hanno maggiormente onorata la patria.

E se ci fossimo ingannati? Ce ne increscerebbe molto per l'editore,

giacchè per la prima volta abbiamo trovato un vero e proprio editore;

quanto a noi, siamo già abituati ad avere solamente quel premio che dà

a sè stesso il dovere adempiuto.

Nella fine di luglio 1598, fra Tommaso Campanella, dopo parecchi anni

di assenza, se ne ritornava nella sua Calabria, e fermatosi un poco in

Nicastro si riduceva poi direttamente a Stilo suo luogo natale. Quivi,

scorso appena un anno, nell'agosto 1599, si trovò imputato di quella

rinomata congiura che s'intitolò dal suo nome, per la quale la Calabria

fu aspramente percossa, parecchi furono giustiziati, moltissimi

dispersi e spogliati de' loro beni; ed egli, con un gran numero di

compagni laici ed ecclesiastici, tradotto a Napoli soffrì un doppio

processo, di congiura e di eresia, fu costretto a mostrarsi pazzo per

qualche tempo, ne riportò immani sevizie e 26 anni di carcere. Questo

fatto capitale della vita del Campanella noi intendiamo di narrare; ma

gioverà vedere con ogni diligenza tutti i precedenti del filosofo, non

solo per rettificare diverse cose ed aggiungere ulteriori notizie a

quanto si conosce della sua biografia, ma principalmente per rilevare

diverse circostanze rimaste oscure od ignote, e tutto ciò che può

dare un po' di luce appunto nella tenebrosa faccenda della congiura e

dell'eresia.

CAP. I.

PRIMI ANNI DEL CAMPANELLA E SUE PEREGRINAZIONI. (1568-1598).

I. Si conosce oramai per documenti essere il Campanella nato in Stilo,

il 5 7bre 1568, da Geronimo e Caterina Martello, ed essere stato

battezzato col nome di Gio. Domenico, il 12 7bre, nella Chiesa di S.

Biagio al Borgo, che le scritture dell'Archivio di Stato ci rivelano

a que' tempi una delle cinque Chiese parrocchiali della città, oggi

ridotte a tre. Coloro i quali poterono consultare i libri della

detta parrocchia, che furono poi dispersi col sacco dato a Stilo

da' briganti il 29 agosto 1806, assicurano di avervi letto questo

brano: «A 12 settembre 1568. Battezato Giovan Domenico Campanella

figlio di Geronimo, e Catarinella Martello nato il giorno cinque, da

me D. Terentio Romano Parroco di S. Biaggio del Borgo»[21]. La data

della nascita ha avuto pure una conferma, degna di menzione, nelle

notizie trovate in un processo celebre del 1630, che si conserva

nell'Archivio di Stato in Roma e che fu illustrato dal Bertolotti,

quello dell'infelice D. Orazio Morandi Abate di S.ª Prassede, colpito

dallo sdegno di Urbano VIII irritato contro gli Astrologi che aveano

cominciato a presagire e a divulgare imminente la sua morte: quivi,

in un registro delle «natività» di molti personaggi distinti, si

legge anche la natività di fra Tommaso Campanella con la data «An.

1568, Mens. Sept., Die 5, Hora 12, Min. 6. Hor. p. m.»; così rimane

pienamente eliminato il dubbio, che quel Gio. Domenico notato ne'

libri parrocchiali potesse non essere colui il quale prese poi il

nome di fra Tommaso[22]. Ma in quanto alla sua madre, dobbiamo dire

che appunto nel processo di eresia pe' fatti di Calabria si legge un

interrogatorio da lui sottoscritto, nel quale essa è detta «Caterina

Basile»[23]: non potendo negar fede a un documento simile, accorderemmo

tutt'al più che questa Basile sia stata una 2ª moglie di Geronimo,

madrigna di fra Tommaso nel tempo della carcerazione. Si trovavano

con lui carcerati egualmente Geronimo suo padre ed anche Gio. Pietro

suo fratello (circostanza sinoggi ignorata), ed egli forse stimò

bene evitare una dichiarazione, la quale avesse potuto sembrare

difforme dalla dichiarazione che questi suoi parenti avrebbero fatta;

ad ogni modo non sapremmo rinunziare in alcuna guisa alla notizia

che fornisce il documento nostro. Dobbiamo aggiungere che ci siamo

occupati di cercare qualche lume ne' Registri della _Numerazione de'

fuochi_ esistenti nell'Archivio di Stato in Napoli; ma precisamente

all'epoca di fra Tommaso vi si trova una lacuna, che ci ha tolto di

saperne altro. Abbiamo bensì potuto rilevare che gli antenati del

Campanella in origine si cognominavano «Loli» ed ebbero in sèguito

il cognome «Campanella», come pure che taluno di loro si ridusse a

prendere domicilio in Stignano, casale di Stilo lontano da esso un

cinque a sei miglia[24]. Vedremo or ora che il padre di fra Tommaso

fece anch'egli lo stesso più tardi, onde allora e poi si tenne da

alcuni l'erronea credenza che il Campanella fosse nato in Stignano;

ma nell'interrogatorio medesimo anzidetto, e troppe altre volte nelle

sue opere e nelle sue lettere, il Campanella si disse di Stilo, e fino

a non molti anni fa, presso la Chiesa di S. Biagio, vi si mostrava la

casa in cui egli nacque; oggi se n'è perduta qualunque traccia!

La sua famiglia ci risulta in umile stato, priva di beni di fortuna

ed anche della più elementare cultura. Non una volta il filosofo ebbe

a dire di esser nato povero[25]; ma è parso al Berti che la famiglia

dovesse ritenersi educata ed autorevole, specialmente perchè uno zio

di fra Tommaso fu lettore di dritto nell'Università di Napoli, una

sua sorella fu donna istruita, e suo padre e un prossimo congiunto

ebbero l'onore di rappresentare la città di Stilo[26]. Tutto ciò ha

bisogno di essere rettificato: vedremo più in là che lo zio non fu

propriamente lettore dello studio pubblico, e quanto alla sorella o

meglio cugina Emilia, il Campanella medesimo ci lasciò scritto che

era convulsionaria, e si mostrava di tratto in tratto chiaroveggente

e sapientissima in Teologia «senza imparare»[27]; nè il padre fu

veramente uno degli eletti della città di Stilo quando nel 13 7bre

1541 gli Stilesi espulsero il Duca di Nocera, come è stato affermato

dal Capialbi, perocchè a quell'epoca Geronimo padre del Campanella

era appena da pochi anni nato, sibbene molto più tardi fu sindaco

del casale di Stignano, ed allora bastava la qualità di uomo probo

per esser chiamato a tali ufficii. Egli poi in uno de' documenti che

lo riguardano, da noi rinvenuto nell'Archivio di Stato, affermava

di vivere nobilmente delle sue sostanze: ma era questo un ripiego

frequentemente usato per sottrarsi alle tasse, perocchè, col «non

fare arte nisciuna» si pretendeva, ed era riconosciuta, la qualità di

gentiluomo e l'immunità specialmente dal testatico[28]. Certo è che il

processo di eresia dibattuto in Napoli, al quale dobbiamo spessissimo

appellarci perchè ricco di notizie di ogni genere bene accertate,

ci mostra Geronimo padre e Gio. Pietro fratello del Campanella

esercenti entrambi l'umile mestiere del calzolaio, ed oltracciò

entrambi analfabeti[29]; ci mostra ancora, a quell'epoca, la famiglia

di Geronimo in Stignano composta di 9 donne tra figlie e nipoti in

una grande miseria, delle quali sono menzionate soltanto Costanza

che abbracciò la vita monastica, Lucrezia che prese marito ed andò

a risedere alla Motta Gioiosa, Giulia ed anche Emilia cugina, figlia

dello zio; ci mostra infine un fratello del Campanella a nome Giulio,

che andò a risedere egualmente alla Motta Gioiosa, e l'altro a nome

Gio. Pietro dimorante in Stilo. Unicamente il piccolo Gio. Domenico,

pel suo svegliato ingegno, fu mandato a scuola dalla più tenera età,

ma non studiò altro che grammatica, e poi due anni di logica e fisica

di Aristotile, indossando da fanciullo l'abito di chierico, che più

tardi mutò in quello di S. Domenico[30]. Possiamo perfino dare il

nome del suo probabile maestro di grammatica: questi dovè essere

Agazio Solea, poichè uno de' frati i quali gli furono poi compagni

di sventura, fra Pietro Presterà di Stilo suo costante ed efficace

amico, depose di averlo conosciuto «piccolo alla scola», ed in un altro

processo posteriore di S. Officio contro questo fra Pietro, un Vincenzo

Ubaldini di Stilo depose di essere stato con costui alla scola presso

il grammatico Agazio Solea[31]. Oggi in Stilo si mostra ancora una

casa annessa alla Chiesa di S. Biagio, appartenuta al Parroco della

Chiesa maestro del Campanella: ma se Agazio Solea fosse stato Parroco,

difficilmente in un processo ecclesiastico sarebbe stata omessa tale

sua condizione.

Certamente le speciali attitudini del piccolo Gio. Domenico decisero il

padre a favorirlo nelle sue tendenze allo studio, avendo mostrato ben

presto un intelletto acutissimo straordinariamente accoppiato ad una

memoria prodigiosa. Anche per un frenologo egli sarebbe stato soggetto

di studio del più alto interesse; poichè presentava sette prominenze

molto appariscenti nel suo capo, e vedremo in sèguito che egli riteneva

que' «sette monti» qual dono di Dio.

Come abbiamo avuto occasione di dire, il padre emigrò con la famiglia

da Stilo a Stignano. Il Campanella medesimo ci lasciò la notizia

di tale fatto, dicendo che mentre si trovavano emigrati in Stignano

sopravvenne la peste, introdotta mediante panni da Algieri in Messina,

quindi da Messina in Placanica e Stignano per colpa del Barone di

Placanica, e suo padre che presedeva a quella terra estinse la peste

salvando sè e la famiglia[32]. Non sapremmo dire con precisione in

quale anno sia accaduto tale fatto, ma dovè accadere non molto tempo

prima che il Campanella vestisse l'abito di S. Domenico; poichè da

una parte le sue parole lasciano intendere che si trovò egli pure in

Stignano a quell'epoca, ed oltracciò nel processo più volte menzionato

leggiamo che un frate appunto di Stignano, fra Domenico Petrolo

suo compagno di sventure, disse di averlo conosciuto fin da che era

«prevetello» (_int_. piccolo prete); d'altra parte se egli aveva già

studiato la logica in Stilo e tutti gli altri suoi studii furono poi

fatti durante la sua vita monastica, ne consegue che dovè rimanere

in Stignano non molto tempo. Certamente egli vi rimase per tutto

il tempo in cui ebbe a soffrire una quartana ostinata, che sappiamo

averlo afflitto durante sei mesi, mentre pure in età più tenera ne

avea sofferto rimanendogli un male di milza. Il Berti ha fatto notare

che nell'opera _Medicinalium_ il Campanella ci lasciò scritto essersi

risanato tutte e due le volte mediante le cure magiche di una donna;

noi aggiungiamo che da un'altra opera, quella _De Sensu rerum_, si

rileva essere avvenuta una di queste cure, e naturalmente la seconda,

mentre egli già vestiva l'abito di frate, poichè si ebbe per essa «la

licenza del suo priore dottissimo e Teologo»[33]. E però siffatta

credenza nelle arti magiche non può addebitarsi esclusivamente al

Campanella, come il Berti ha pensato, mentre vi partecipavano, comunque

indirettamente, i Priori e i Teologi.

Sarà bene pertanto rammentare ciò che trovasi registrato nel _Syntagma

de libris propriis_, intorno agli studii della sua piccola età,

e alle circostanze che accompagnarono la sua risoluzione di farsi

frate. Noi terremo sempre un conto speciale delle notizie consegnate

in quest'opera, comunque ci risulti abbastanza inesatta: non abbiamo

nulla di meglio da poter tenere per guida, e d'altronde ci proponiamo

di discuterne ogni punto in cui appariscano notizie difformi da quelle

di altre fonti, ovvero anche semplici indizii di poca esattezza. Ecco

quanto vi si legge circa il periodo che stiamo trattando. «Veramente

ancora quinquenne attesi con tanto ardore a' rudimenti letterarii

ed alla pietà, da riporre nell'animo tutto ciò che i genitori e gli

avi e i predicatori dicessero delle cose sacre ed ecclesiastiche.

A tredici anni aveva appreso le regole della grammatica e dell'arte

versificatoria in guisa, da poter dettare in prosa ed in verso quanto

piacesse, e diedi fuora molte poesie, ma non robuste: indi a poco

incogliendomi una quartana durata sei mesi, a circa 14 anni e mezzo

avvenne che mio padre volesse mandarmi in Napoli, chiamatovi da Giulio

Campanella lettore di giurisprudenza: ma contemporaneamente volli far

professione nella religione de' Domenicani, avendo udito di essa un

eloquente predicatore e gustato dal medesimo i principii della logica,

massimamente poi essendo rimasto preso dalla storia di S. Tommaso e

di Alberto Magno»[34]. Adunque fin da che dimorava in Stilo, sotto

l'influenza del P.^e predicatore Domenicano suo maestro di logica,

egli volgeva in mente di vestir l'abito di frate; ma vi si decise in

Stignano, mentre gli si faceva premura dal padre e dallo zio Giulio

lettore in Napoli di recarsi in questa città per attendere allo studio

della legge. Chi era questo zio Giulio, e dove e quando il Campanella

vestì l'abito di frate?

Uno degli eruditi calabresi dimorante in Napoli nel principio di

questo secolo, Michelangelo Macri citato dal Capialbi, trovò un

Giulio Cesare Campanella di Stilo nell'albo de' dottori, laureato

il 6 marzo 1585; noi abbiamo trovato nel _Liber juramentorum_ il suo

giuramento autografo prestato appunto nel marzo 1585[35]. Riflettendo

a questa data, verrebbe in mente che costui non potesse insegnare

nell'epoca indicata dal _Syntagma_, cioè a dire verso il 1582, tre anni

prima di aver presa la laurea: invece bisogna sapere che per antica

consuetudine, in Napoli, coloro i quali volevano aprirsi una carriera,

innanzi di laurearsi e mentre erano soltanto licenziati o «professi»

come allora si diceva, solevano dimandare ed ottenere annualmente un

permesso di fare una determinata lettura, quando non si prendevano

tale permesso da loro; poichè non si faceva allora un mistero che il

privato insegnamento servisse, come fino ai giorni nostri ha servito,

principalmente all'insegnante, per dargli occasione di rifare molto

meglio la propria istituzione e procurargli nel medesimo tempo qualche

sussidio. E c'è motivo di ritenere che Giulio Campanella abbia dovuto

allora leggere le «Instituta juxta textum», non altra materia, e

ben inteso nella qualità di privato insegnante, senza essere, come

allora si diceva in un linguaggio privo di orpelli, «salariato dalla

Regia Corte». Poichè appunto nel 1582, il Cappellano maggiore che

presedeva al pubblico studio, e che era D. Gabriele Sanches successo

in quell'anno a Fabio Polverino Vescovo d'Ischia, si mostrò severissimo

contro i privati insegnanti ed anche contro i lettori pubblici i quali

facevano in casa letture che non fossero delle «Instituta», mettendo

in istretto vigore un vecchio Bando rimasto sempre inascoltato, e

intraprendendo una delle meglio riconoscibili persecuzioni contro

gl'insegnanti privati[36]. Giulio Campanella era dunque un insegnante

privato e del tutto novizio, evidentemente uno di coloro i quali si

sforzavano di uscire dal basso stato della propria famiglia, secondo

il tipo dello studente che veniva dalla provincia in Napoli a farsi

dottore, tipo espostoci da varii scrittori napoletani pe' quali le cose

del tetto natio non hanno perduto le loro attrattive[37]; nè giunse

poi a far carriera, non trovandosi più alcuna memoria di lui ne' tempi

posteriori.

Circa l'epoca in cui il Campanella vestì l'abito religioso, abbiamo

veduto che nel _Syntagma_ si legge essere ciò avvenuto a 14 anni e

mezzo della sua età: ma dobbiamo dire che nella _Philosophia sensibus

demonstrata_, scritta in un tempo più vicino al fatto, si legge a 14

anni, ed ancora il Campanella medesimo nel processo di eresia avuto

in Napoli depose parergli essere entrato nella religione il 1581,

vale a dire a 13 anni[38]. La differenza non è molta; può ritenersi

per termine medio il 1582, e rimane il fatto che vestì l'abito in

giovanissima età, come per altro si costumava allora generalmente,

dimostrandolo la più gran parte de' frati che vedremo figurare in

questa narrazione. Circa il luogo poi, troviamo da' biografi indicato

Stilo e il suo piccolo convento di S. Maria di Gesù; ma le notizie

emergenti dal processo dibattuto in Napoli non lo confermano. Il

Campanella medesimo allora diceva di aver preso l'abito alla Motta

Gioiosa, ma lo diceva mentre mostravasi pazzo, e quindi non può

prestarglisi molto credito. Due frati invece deposero che fu dapprima

novizio in Placanica, ed anzi uno di loro lo disse esplicitamente

«figlio del convento di Placanica», la quale terra trovasi a non più

di un miglio e mezzo da Stignano, dove appunto era già domiciliata la

famiglia del Campanella. Tre altri frati dissero che fu novizio in

S. Giorgio, ed uno di loro aggiunse che vi fu nel 1585 e poi passò

studente a Nicastro, volendo forse dire che fu a S. Giorgio fino

al 1585, e dopo questa non breve permanenza in S. Giorgio passò a

Nicastro, la quale ultima circostanza ci risulta assolutamente ignorata

finora[39]. Di certo in un convento egli prese l'abito col nome di

Tommaso, e questo dovè essere il convento di Placanica, in un altro

fece di poi il suo noviziato, e questo fu indubitatamente il convento

di S. Giorgio: tale passaggio da un convento all'altro vedesi accennato

anche nel _Syntagma_, col racconto di tutto ciò che il Campanella fece

in S. Giorgio, senza per altro alcuna menzione della successiva fermata

in Nicastro, che realmente pare essere stato il luogo in cui ebbe a

compiere i maggiori suoi studii. Dopo il ricordo che avea voluto far

professione nella religione de' Domenicani, ecco come nel _Syntagma_

seguita il racconto delle cose del Campanella. «Mandato dunque di poi

nel convento della terra di S. Giorgio per udire le lezioni di logica

e di filosofia, venendo il Signore della terra per la prima volta nel

suo auspicato dominio, tra un gran concorso di popolo e di gente vicina

recitai un'orazione da me composta in verso eroico con un'ode saffica,

e molti versi da me dettati veggonsi ancora scolpiti così nella nostra

Chiesa come nell'arco trionfale. Inoltre scrissi in forma ristretta e

compendiosa le lezioni intorno alla logica, alla fisica ed all'Anima.

Di poi essendo inquieto, poichè pareami che nel Peripato campeggiasse

non la verità sincera ma piuttosto il falso in luogo del vero, esaminai

tutti i commentatori di Aristotile, Greci, Latini ed Arabi, e cominciai

ad esitare maggiormente ne' loro dogmi, e però volli indagare se le

cose che essi affermavano si leggessero pure nel mondo, il quale dalle

dottrine de' sapienti appresi essere il codice vivente di Dio. E non

potendo i miei maestri soddisfare agli argomenti che io esternava

contro le loro lezioni, stabilii di percorrere io medesimo tutti i

libri di Platone, di Plinio, di Galeno, degli Stoici, de' seguaci di

Democrito, ma principalmente i libri Telesiani, e compararli col codice

primario del mondo, per conoscere, mercè l'originale ed autografo, che

cosa le copie contenessero di vero o di falso». — Circa il ricevimento

fatto al Signore di S. Giorgio, dobbiamo innanzi tutto rilevare

che l'orazione pronunziata dal Campanella consistè in una poesia,

verosimilmente italiana perchè riuscisse più o meno intelligibile, e

non fu un'orazione latina come parve al d'Ancona[40]; dobbiamo inoltre

dire che Signore della terra di S. Giorgio era allora Giacomo Milano,

figliuolo di Baldassarre, il quale ne fu poi creato Marchese da Filippo

II il 18 febbraio 1593, come ci fece conoscere con la sua abituale

diligenza il Baldacchini[41]. Dal canto nostro possiamo aggiungere che

ne' Registri delle _Significatorie de' Relevii_ esistenti nel Grande

Archivio di Napoli, trovasi indicata la data degli 11 marzo 1585 come

quella in cui Giacomo Milano fece l'ultimo pagamento delle tasse qual

successore di Baldassarre suo padre, benchè costui fosse morto fin dal

gennaio 1573; e però l'epoca probabile della sua visita alla terra

di S. Giorgio si riscontra abbastanza esattamente con quella della

dimora di fra Tommaso colà. Ma dobbiamo aggiungere ancora, che moglie

di questo Signore fu Isabella del Tufo, sorella di Gio. Geronimo 4º

Marchese di Lavello, sorella inoltre di Costanza che sposò Geronimo

del Tufo figlio di Fabrizio, e tutte e tre queste persone erano nipoti

di Mario del Tufo. Vedremo che questi Signori del Tufo, e con essi

Marc'Antonio creato Vescovo di Mileto precisamente nel 1585, furono

poi in istretti rapporti col Campanella; è del tutto verosimile che

tali rapporti abbiano avuto principio appunto con l'orazione di S.

Giorgio[42].

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 5 / 55 段