del Campanella fin dalla sua nascita, per accompagnarlo passo passo
ne' suoi studii, nelle sue amicizie, nelle sue peregrinazioni, ne'
suoi primi incontri col S.^to Officio, che non furono pochi nè di
poca importanza: si avranno così tante notizie che aiuteranno di
molto a conoscere non solo l'uomo, i suoi tempi, le sue relazioni,
ma anche certi fatti in intima connessione con quelli della congiura
e consecutivi processi, giacchè vi sono da questo lato antecedenti
degni di molta considerazione. Tener presenti le opere d'ingegno da
lui successivamente composte, indagandone con ogni diligenza le date
della composizione ed anche della ricomposizione per quelle in buon
numero che furono ricomposte, non senza notarvi in pari tempo taluna
delle varianti introdottevi quando riesca possibile: le vicende del
Campanella non doverono avere poca influenza sulle idee che egli venne
a manifestare, e i lunghi cataloghi delle sue opere, così come li
abbiamo, senza la data rispettiva di ciascuna, non contribuiscono a
far intendere l'atteggiamento suo ne' diversi tempi, ma invece possono
menare come hanno menato a notevoli abbagli. Non lasciare indietro
alcuna nozione delle persone e delle cose del tempo, dovendo cercar
lume da per ogni dove, apprezzare le circostanze in mezzo alle quali si
potè pensare a un disegno d'insurrezione, giudicare ciascuno di coloro
i quali vi presero parte effettiva o supposta, o vi ebbero in qualunque
modo relazione: specialmente per quelle persone che condivisero col
Campanella le esultanze, gli errori, i meriti, le tristi conseguenze,
non si potrebbe in altro modo valutare l'atteggiamento che assunsero,
la credibilità di ciò che dissero; e la cosa medesima vale pe'
persecutori, pe' Giudici e via via fino alle supreme Autorità dello
Stato e della Chiesa. Appellarsi di continuo a' documenti, far
parlare essi medesimi sempre che si può, citare i fonti di qualunque
fatto che si asserisca, anche se pel momento non sembri di una certa
importanza: abbiamo troppe volte avuto motivo d'indignarci, perchè,
nel caso di materie molto quistionabili, gli scrittori non si siano
creduti in dovere di citare i fonti, per documentare le loro assertive
e facilitarne contemporaneamente lo studio agli altri che vi avrebbero
atteso in sèguito; nel caso attuale, certamente quistionabile ancora,
sarebbe grave la mancanza delle citazioni e di tutte le dilucidazioni
opportune, tanto più che infine non occupano un grandissimo spazio, e
coloro i quali non vi prendono interesse possono saltarle.
Da un lato solo forse ci siamo veramente lasciati trasportare un po'
troppo, dal lato delle memorie di Napoli, avendo spesso abbondato
in particolari nel farne menzione. Ma ci ha arriso la speranza che
i napoletani avrebbero gradito leggere questa narrazione, e rilevato
con compiacenza il ricordo delle cose del tetto nativo. Considerando
l'interesse destato sempre da quelle scene, in verità abbastanza
luride, che s'intitolano dal Masaniello, nelle quali, tra mille rovine,
una plebe sfrenata faceva pur sempre udire le rauche grida di Viva
il Re di Spagna, ci è parso impossibile che altrettanto interesse non
sarebbe riuscita a destare la congiura che s'intitola dal Campanella,
la sola che preparava il grido d'indipendenza, recando poi tanto
strazio ad uno di coloro i quali hanno maggiormente onorata la patria.
E se ci fossimo ingannati? Ce ne increscerebbe molto per l'editore,
giacchè per la prima volta abbiamo trovato un vero e proprio editore;
quanto a noi, siamo già abituati ad avere solamente quel premio che dà
a sè stesso il dovere adempiuto.
Nella fine di luglio 1598, fra Tommaso Campanella, dopo parecchi anni
di assenza, se ne ritornava nella sua Calabria, e fermatosi un poco in
Nicastro si riduceva poi direttamente a Stilo suo luogo natale. Quivi,
scorso appena un anno, nell'agosto 1599, si trovò imputato di quella
rinomata congiura che s'intitolò dal suo nome, per la quale la Calabria
fu aspramente percossa, parecchi furono giustiziati, moltissimi
dispersi e spogliati de' loro beni; ed egli, con un gran numero di
compagni laici ed ecclesiastici, tradotto a Napoli soffrì un doppio
processo, di congiura e di eresia, fu costretto a mostrarsi pazzo per
qualche tempo, ne riportò immani sevizie e 26 anni di carcere. Questo
fatto capitale della vita del Campanella noi intendiamo di narrare; ma
gioverà vedere con ogni diligenza tutti i precedenti del filosofo, non
solo per rettificare diverse cose ed aggiungere ulteriori notizie a
quanto si conosce della sua biografia, ma principalmente per rilevare
diverse circostanze rimaste oscure od ignote, e tutto ciò che può
dare un po' di luce appunto nella tenebrosa faccenda della congiura e
dell'eresia.
CAP. I.
PRIMI ANNI DEL CAMPANELLA E SUE PEREGRINAZIONI. (1568-1598).
I. Si conosce oramai per documenti essere il Campanella nato in Stilo,
il 5 7bre 1568, da Geronimo e Caterina Martello, ed essere stato
battezzato col nome di Gio. Domenico, il 12 7bre, nella Chiesa di S.
Biagio al Borgo, che le scritture dell'Archivio di Stato ci rivelano
a que' tempi una delle cinque Chiese parrocchiali della città, oggi
ridotte a tre. Coloro i quali poterono consultare i libri della
detta parrocchia, che furono poi dispersi col sacco dato a Stilo
da' briganti il 29 agosto 1806, assicurano di avervi letto questo
brano: «A 12 settembre 1568. Battezato Giovan Domenico Campanella
figlio di Geronimo, e Catarinella Martello nato il giorno cinque, da
me D. Terentio Romano Parroco di S. Biaggio del Borgo»[21]. La data
della nascita ha avuto pure una conferma, degna di menzione, nelle
notizie trovate in un processo celebre del 1630, che si conserva
nell'Archivio di Stato in Roma e che fu illustrato dal Bertolotti,
quello dell'infelice D. Orazio Morandi Abate di S.ª Prassede, colpito
dallo sdegno di Urbano VIII irritato contro gli Astrologi che aveano
cominciato a presagire e a divulgare imminente la sua morte: quivi,
in un registro delle «natività» di molti personaggi distinti, si
legge anche la natività di fra Tommaso Campanella con la data «An.
1568, Mens. Sept., Die 5, Hora 12, Min. 6. Hor. p. m.»; così rimane
pienamente eliminato il dubbio, che quel Gio. Domenico notato ne'
libri parrocchiali potesse non essere colui il quale prese poi il
nome di fra Tommaso[22]. Ma in quanto alla sua madre, dobbiamo dire
che appunto nel processo di eresia pe' fatti di Calabria si legge un
interrogatorio da lui sottoscritto, nel quale essa è detta «Caterina
Basile»[23]: non potendo negar fede a un documento simile, accorderemmo
tutt'al più che questa Basile sia stata una 2ª moglie di Geronimo,
madrigna di fra Tommaso nel tempo della carcerazione. Si trovavano
con lui carcerati egualmente Geronimo suo padre ed anche Gio. Pietro
suo fratello (circostanza sinoggi ignorata), ed egli forse stimò
bene evitare una dichiarazione, la quale avesse potuto sembrare
difforme dalla dichiarazione che questi suoi parenti avrebbero fatta;
ad ogni modo non sapremmo rinunziare in alcuna guisa alla notizia
che fornisce il documento nostro. Dobbiamo aggiungere che ci siamo
occupati di cercare qualche lume ne' Registri della _Numerazione de'
fuochi_ esistenti nell'Archivio di Stato in Napoli; ma precisamente
all'epoca di fra Tommaso vi si trova una lacuna, che ci ha tolto di
saperne altro. Abbiamo bensì potuto rilevare che gli antenati del
Campanella in origine si cognominavano «Loli» ed ebbero in sèguito
il cognome «Campanella», come pure che taluno di loro si ridusse a
prendere domicilio in Stignano, casale di Stilo lontano da esso un
cinque a sei miglia[24]. Vedremo or ora che il padre di fra Tommaso
fece anch'egli lo stesso più tardi, onde allora e poi si tenne da
alcuni l'erronea credenza che il Campanella fosse nato in Stignano;
ma nell'interrogatorio medesimo anzidetto, e troppe altre volte nelle
sue opere e nelle sue lettere, il Campanella si disse di Stilo, e fino
a non molti anni fa, presso la Chiesa di S. Biagio, vi si mostrava la
casa in cui egli nacque; oggi se n'è perduta qualunque traccia!
La sua famiglia ci risulta in umile stato, priva di beni di fortuna
ed anche della più elementare cultura. Non una volta il filosofo ebbe
a dire di esser nato povero[25]; ma è parso al Berti che la famiglia
dovesse ritenersi educata ed autorevole, specialmente perchè uno zio
di fra Tommaso fu lettore di dritto nell'Università di Napoli, una
sua sorella fu donna istruita, e suo padre e un prossimo congiunto
ebbero l'onore di rappresentare la città di Stilo[26]. Tutto ciò ha
bisogno di essere rettificato: vedremo più in là che lo zio non fu
propriamente lettore dello studio pubblico, e quanto alla sorella o
meglio cugina Emilia, il Campanella medesimo ci lasciò scritto che
era convulsionaria, e si mostrava di tratto in tratto chiaroveggente
e sapientissima in Teologia «senza imparare»[27]; nè il padre fu
veramente uno degli eletti della città di Stilo quando nel 13 7bre
1541 gli Stilesi espulsero il Duca di Nocera, come è stato affermato
dal Capialbi, perocchè a quell'epoca Geronimo padre del Campanella
era appena da pochi anni nato, sibbene molto più tardi fu sindaco
del casale di Stignano, ed allora bastava la qualità di uomo probo
per esser chiamato a tali ufficii. Egli poi in uno de' documenti che
lo riguardano, da noi rinvenuto nell'Archivio di Stato, affermava
di vivere nobilmente delle sue sostanze: ma era questo un ripiego
frequentemente usato per sottrarsi alle tasse, perocchè, col «non
fare arte nisciuna» si pretendeva, ed era riconosciuta, la qualità di
gentiluomo e l'immunità specialmente dal testatico[28]. Certo è che il
processo di eresia dibattuto in Napoli, al quale dobbiamo spessissimo
appellarci perchè ricco di notizie di ogni genere bene accertate,
ci mostra Geronimo padre e Gio. Pietro fratello del Campanella
esercenti entrambi l'umile mestiere del calzolaio, ed oltracciò
entrambi analfabeti[29]; ci mostra ancora, a quell'epoca, la famiglia
di Geronimo in Stignano composta di 9 donne tra figlie e nipoti in
una grande miseria, delle quali sono menzionate soltanto Costanza
che abbracciò la vita monastica, Lucrezia che prese marito ed andò
a risedere alla Motta Gioiosa, Giulia ed anche Emilia cugina, figlia
dello zio; ci mostra infine un fratello del Campanella a nome Giulio,
che andò a risedere egualmente alla Motta Gioiosa, e l'altro a nome
Gio. Pietro dimorante in Stilo. Unicamente il piccolo Gio. Domenico,
pel suo svegliato ingegno, fu mandato a scuola dalla più tenera età,
ma non studiò altro che grammatica, e poi due anni di logica e fisica
di Aristotile, indossando da fanciullo l'abito di chierico, che più
tardi mutò in quello di S. Domenico[30]. Possiamo perfino dare il
nome del suo probabile maestro di grammatica: questi dovè essere
Agazio Solea, poichè uno de' frati i quali gli furono poi compagni
di sventura, fra Pietro Presterà di Stilo suo costante ed efficace
amico, depose di averlo conosciuto «piccolo alla scola», ed in un altro
processo posteriore di S. Officio contro questo fra Pietro, un Vincenzo
Ubaldini di Stilo depose di essere stato con costui alla scola presso
il grammatico Agazio Solea[31]. Oggi in Stilo si mostra ancora una
casa annessa alla Chiesa di S. Biagio, appartenuta al Parroco della
Chiesa maestro del Campanella: ma se Agazio Solea fosse stato Parroco,
difficilmente in un processo ecclesiastico sarebbe stata omessa tale
sua condizione.
Certamente le speciali attitudini del piccolo Gio. Domenico decisero il
padre a favorirlo nelle sue tendenze allo studio, avendo mostrato ben
presto un intelletto acutissimo straordinariamente accoppiato ad una
memoria prodigiosa. Anche per un frenologo egli sarebbe stato soggetto
di studio del più alto interesse; poichè presentava sette prominenze
molto appariscenti nel suo capo, e vedremo in sèguito che egli riteneva
que' «sette monti» qual dono di Dio.
Come abbiamo avuto occasione di dire, il padre emigrò con la famiglia
da Stilo a Stignano. Il Campanella medesimo ci lasciò la notizia
di tale fatto, dicendo che mentre si trovavano emigrati in Stignano
sopravvenne la peste, introdotta mediante panni da Algieri in Messina,
quindi da Messina in Placanica e Stignano per colpa del Barone di
Placanica, e suo padre che presedeva a quella terra estinse la peste
salvando sè e la famiglia[32]. Non sapremmo dire con precisione in
quale anno sia accaduto tale fatto, ma dovè accadere non molto tempo
prima che il Campanella vestisse l'abito di S. Domenico; poichè da
una parte le sue parole lasciano intendere che si trovò egli pure in
Stignano a quell'epoca, ed oltracciò nel processo più volte menzionato
leggiamo che un frate appunto di Stignano, fra Domenico Petrolo
suo compagno di sventure, disse di averlo conosciuto fin da che era
«prevetello» (_int_. piccolo prete); d'altra parte se egli aveva già
studiato la logica in Stilo e tutti gli altri suoi studii furono poi
fatti durante la sua vita monastica, ne consegue che dovè rimanere
in Stignano non molto tempo. Certamente egli vi rimase per tutto
il tempo in cui ebbe a soffrire una quartana ostinata, che sappiamo
averlo afflitto durante sei mesi, mentre pure in età più tenera ne
avea sofferto rimanendogli un male di milza. Il Berti ha fatto notare
che nell'opera _Medicinalium_ il Campanella ci lasciò scritto essersi
risanato tutte e due le volte mediante le cure magiche di una donna;
noi aggiungiamo che da un'altra opera, quella _De Sensu rerum_, si
rileva essere avvenuta una di queste cure, e naturalmente la seconda,
mentre egli già vestiva l'abito di frate, poichè si ebbe per essa «la
licenza del suo priore dottissimo e Teologo»[33]. E però siffatta
credenza nelle arti magiche non può addebitarsi esclusivamente al
Campanella, come il Berti ha pensato, mentre vi partecipavano, comunque
indirettamente, i Priori e i Teologi.
Sarà bene pertanto rammentare ciò che trovasi registrato nel _Syntagma
de libris propriis_, intorno agli studii della sua piccola età,
e alle circostanze che accompagnarono la sua risoluzione di farsi
frate. Noi terremo sempre un conto speciale delle notizie consegnate
in quest'opera, comunque ci risulti abbastanza inesatta: non abbiamo
nulla di meglio da poter tenere per guida, e d'altronde ci proponiamo
di discuterne ogni punto in cui appariscano notizie difformi da quelle
di altre fonti, ovvero anche semplici indizii di poca esattezza. Ecco
quanto vi si legge circa il periodo che stiamo trattando. «Veramente
ancora quinquenne attesi con tanto ardore a' rudimenti letterarii
ed alla pietà, da riporre nell'animo tutto ciò che i genitori e gli
avi e i predicatori dicessero delle cose sacre ed ecclesiastiche.
A tredici anni aveva appreso le regole della grammatica e dell'arte
versificatoria in guisa, da poter dettare in prosa ed in verso quanto
piacesse, e diedi fuora molte poesie, ma non robuste: indi a poco
incogliendomi una quartana durata sei mesi, a circa 14 anni e mezzo
avvenne che mio padre volesse mandarmi in Napoli, chiamatovi da Giulio
Campanella lettore di giurisprudenza: ma contemporaneamente volli far
professione nella religione de' Domenicani, avendo udito di essa un
eloquente predicatore e gustato dal medesimo i principii della logica,
massimamente poi essendo rimasto preso dalla storia di S. Tommaso e
di Alberto Magno»[34]. Adunque fin da che dimorava in Stilo, sotto
l'influenza del P.^e predicatore Domenicano suo maestro di logica,
egli volgeva in mente di vestir l'abito di frate; ma vi si decise in
Stignano, mentre gli si faceva premura dal padre e dallo zio Giulio
lettore in Napoli di recarsi in questa città per attendere allo studio
della legge. Chi era questo zio Giulio, e dove e quando il Campanella
vestì l'abito di frate?
Uno degli eruditi calabresi dimorante in Napoli nel principio di
questo secolo, Michelangelo Macri citato dal Capialbi, trovò un
Giulio Cesare Campanella di Stilo nell'albo de' dottori, laureato
il 6 marzo 1585; noi abbiamo trovato nel _Liber juramentorum_ il suo
giuramento autografo prestato appunto nel marzo 1585[35]. Riflettendo
a questa data, verrebbe in mente che costui non potesse insegnare
nell'epoca indicata dal _Syntagma_, cioè a dire verso il 1582, tre anni
prima di aver presa la laurea: invece bisogna sapere che per antica
consuetudine, in Napoli, coloro i quali volevano aprirsi una carriera,
innanzi di laurearsi e mentre erano soltanto licenziati o «professi»
come allora si diceva, solevano dimandare ed ottenere annualmente un
permesso di fare una determinata lettura, quando non si prendevano
tale permesso da loro; poichè non si faceva allora un mistero che il
privato insegnamento servisse, come fino ai giorni nostri ha servito,
principalmente all'insegnante, per dargli occasione di rifare molto
meglio la propria istituzione e procurargli nel medesimo tempo qualche
sussidio. E c'è motivo di ritenere che Giulio Campanella abbia dovuto
allora leggere le «Instituta juxta textum», non altra materia, e
ben inteso nella qualità di privato insegnante, senza essere, come
allora si diceva in un linguaggio privo di orpelli, «salariato dalla
Regia Corte». Poichè appunto nel 1582, il Cappellano maggiore che
presedeva al pubblico studio, e che era D. Gabriele Sanches successo
in quell'anno a Fabio Polverino Vescovo d'Ischia, si mostrò severissimo
contro i privati insegnanti ed anche contro i lettori pubblici i quali
facevano in casa letture che non fossero delle «Instituta», mettendo
in istretto vigore un vecchio Bando rimasto sempre inascoltato, e
intraprendendo una delle meglio riconoscibili persecuzioni contro
gl'insegnanti privati[36]. Giulio Campanella era dunque un insegnante
privato e del tutto novizio, evidentemente uno di coloro i quali si
sforzavano di uscire dal basso stato della propria famiglia, secondo
il tipo dello studente che veniva dalla provincia in Napoli a farsi
dottore, tipo espostoci da varii scrittori napoletani pe' quali le cose
del tetto natio non hanno perduto le loro attrattive[37]; nè giunse
poi a far carriera, non trovandosi più alcuna memoria di lui ne' tempi
posteriori.
Circa l'epoca in cui il Campanella vestì l'abito religioso, abbiamo
veduto che nel _Syntagma_ si legge essere ciò avvenuto a 14 anni e
mezzo della sua età: ma dobbiamo dire che nella _Philosophia sensibus
demonstrata_, scritta in un tempo più vicino al fatto, si legge a 14
anni, ed ancora il Campanella medesimo nel processo di eresia avuto
in Napoli depose parergli essere entrato nella religione il 1581,
vale a dire a 13 anni[38]. La differenza non è molta; può ritenersi
per termine medio il 1582, e rimane il fatto che vestì l'abito in
giovanissima età, come per altro si costumava allora generalmente,
dimostrandolo la più gran parte de' frati che vedremo figurare in
questa narrazione. Circa il luogo poi, troviamo da' biografi indicato
Stilo e il suo piccolo convento di S. Maria di Gesù; ma le notizie
emergenti dal processo dibattuto in Napoli non lo confermano. Il
Campanella medesimo allora diceva di aver preso l'abito alla Motta
Gioiosa, ma lo diceva mentre mostravasi pazzo, e quindi non può
prestarglisi molto credito. Due frati invece deposero che fu dapprima
novizio in Placanica, ed anzi uno di loro lo disse esplicitamente
«figlio del convento di Placanica», la quale terra trovasi a non più
di un miglio e mezzo da Stignano, dove appunto era già domiciliata la
famiglia del Campanella. Tre altri frati dissero che fu novizio in
S. Giorgio, ed uno di loro aggiunse che vi fu nel 1585 e poi passò
studente a Nicastro, volendo forse dire che fu a S. Giorgio fino
al 1585, e dopo questa non breve permanenza in S. Giorgio passò a
Nicastro, la quale ultima circostanza ci risulta assolutamente ignorata
finora[39]. Di certo in un convento egli prese l'abito col nome di
Tommaso, e questo dovè essere il convento di Placanica, in un altro
fece di poi il suo noviziato, e questo fu indubitatamente il convento
di S. Giorgio: tale passaggio da un convento all'altro vedesi accennato
anche nel _Syntagma_, col racconto di tutto ciò che il Campanella fece
in S. Giorgio, senza per altro alcuna menzione della successiva fermata
in Nicastro, che realmente pare essere stato il luogo in cui ebbe a
compiere i maggiori suoi studii. Dopo il ricordo che avea voluto far
professione nella religione de' Domenicani, ecco come nel _Syntagma_
seguita il racconto delle cose del Campanella. «Mandato dunque di poi
nel convento della terra di S. Giorgio per udire le lezioni di logica
e di filosofia, venendo il Signore della terra per la prima volta nel
suo auspicato dominio, tra un gran concorso di popolo e di gente vicina
recitai un'orazione da me composta in verso eroico con un'ode saffica,
e molti versi da me dettati veggonsi ancora scolpiti così nella nostra
Chiesa come nell'arco trionfale. Inoltre scrissi in forma ristretta e
compendiosa le lezioni intorno alla logica, alla fisica ed all'Anima.
Di poi essendo inquieto, poichè pareami che nel Peripato campeggiasse
non la verità sincera ma piuttosto il falso in luogo del vero, esaminai
tutti i commentatori di Aristotile, Greci, Latini ed Arabi, e cominciai
ad esitare maggiormente ne' loro dogmi, e però volli indagare se le
cose che essi affermavano si leggessero pure nel mondo, il quale dalle
dottrine de' sapienti appresi essere il codice vivente di Dio. E non
potendo i miei maestri soddisfare agli argomenti che io esternava
contro le loro lezioni, stabilii di percorrere io medesimo tutti i
libri di Platone, di Plinio, di Galeno, degli Stoici, de' seguaci di
Democrito, ma principalmente i libri Telesiani, e compararli col codice
primario del mondo, per conoscere, mercè l'originale ed autografo, che
cosa le copie contenessero di vero o di falso». — Circa il ricevimento
fatto al Signore di S. Giorgio, dobbiamo innanzi tutto rilevare
che l'orazione pronunziata dal Campanella consistè in una poesia,
verosimilmente italiana perchè riuscisse più o meno intelligibile, e
non fu un'orazione latina come parve al d'Ancona[40]; dobbiamo inoltre
dire che Signore della terra di S. Giorgio era allora Giacomo Milano,
figliuolo di Baldassarre, il quale ne fu poi creato Marchese da Filippo
II il 18 febbraio 1593, come ci fece conoscere con la sua abituale
diligenza il Baldacchini[41]. Dal canto nostro possiamo aggiungere che
ne' Registri delle _Significatorie de' Relevii_ esistenti nel Grande
Archivio di Napoli, trovasi indicata la data degli 11 marzo 1585 come
quella in cui Giacomo Milano fece l'ultimo pagamento delle tasse qual
successore di Baldassarre suo padre, benchè costui fosse morto fin dal
gennaio 1573; e però l'epoca probabile della sua visita alla terra
di S. Giorgio si riscontra abbastanza esattamente con quella della
dimora di fra Tommaso colà. Ma dobbiamo aggiungere ancora, che moglie
di questo Signore fu Isabella del Tufo, sorella di Gio. Geronimo 4º
Marchese di Lavello, sorella inoltre di Costanza che sposò Geronimo
del Tufo figlio di Fabrizio, e tutte e tre queste persone erano nipoti
di Mario del Tufo. Vedremo che questi Signori del Tufo, e con essi
Marc'Antonio creato Vescovo di Mileto precisamente nel 1585, furono
poi in istretti rapporti col Campanella; è del tutto verosimile che
tali rapporti abbiano avuto principio appunto con l'orazione di S.
Giorgio[42].