Si era ancora ben lontani da' tempi ne' quali abbiamo visto

principalmente i fautori della Curia Romana acquistare e consigliare

l'acquisto de' valori turchi, facendosi sostegno della mezzaluna.

Allora i turchi erano i nemici aborriti del nome cristiano e della

santa fede, da doversi sempre maledire e combattere, nè poteva

perdonarsi a chi avesse solamente pensato a stabilire qualunque maniera

di relazioni intime con loro. Vero è che molti e molti calabresi non

la pensavano addirittura così, ed andavano a rifugiarsi in Turchia per

godervi la pace negata loro in patria, sicchè nella sola Costantinopoli

ve n'era una colonia molto numerosa, la quale in gran parte lavorava

nell'arsenale turco, ed abitava «un grossissimo casale» fabbricato

appunto da Ucciali-Alì presso la casa sua e detto la «Calabria nuova»,

come è attestato anche nella Relazione del Bailo Contarini. Ma tutti

costoro dall'universalità dei calabresi rimasti in patria erano

chiamati maledetti da Dio; e non occorre dire che da qualunque ceto del

rimanente del Regno, più o meno, si professava la medesima opinione,

e che gli spagnuoli la rincalzavano potentemente, contribuendovi del

pari il loro fanatismo religioso ed il loro interesse. Vi fu quindi,

allora e poi, un coro di vituperii sugli sventurati calabresi, che

aveano cercato di far coincidere la loro insurrezione con l'ordinaria

venuta autunnale de' turchi verso le coste di Calabria, e di procedere

d'accordo con essi anche consentendo che occupassero qualche punto

delle coste; ciò fece dire avere i congiurati disegnato di dar la

Calabria in mano de' turchi, i quali, non bisogna dimenticarlo, sino al

principio di questo secolo erano tuttora temuti anche come conculcatori

della fede cristiana, comunque già da un pezzo fossero in tramonto.

Gli esempî storici addotti dal Baldacchini e dal D'Ancona, per provare

che diversi Principi cristiani e il Papa medesimo più di una volta non

si erano peritati di stringere la mano a' turchi, e che quindi non era

stata poi gravissima la colpa del Campanella, se pure la commise, nel

trattare accordi col Cicala, potrebbero servire per uso nostro qualora

noi ne sentissimo il bisogno; ma non potranno mai servire ad attenuare

il fatto che Governo e paese, allora e poi, sentirono assai malamente

gli accordi del Campanella e de' patrioti calabresi co' turchi.

D'altro lato ancora peggiore fu l'impressione de' voluti accordi col

Papa, segnatamente nel ceto più colto, oltrechè negli spagnuoli; e

qui bisogna tener presenti anche le condizioni speciali del Regno

di Napoli. Se è vero che un paese, come un individuo, deve avere un

pensiero, un'aspirazione, uno scopo, senza il quale gli è impossibile

il vivere, l'unico pensiero che sottrasse alla morte le Provincie

napoletane può dirsi essere stato la lotta contro le pretensioni e le

cupidige della Curia Romana, la quale ad ogni menoma occasione ripeteva

essere il Regno di Napoli un feudo della Chiesa, temporaneamente dato

a governare al tale o tal altro col permesso dei superiori, potersi

sempre ripigliare dalla Chiesa quando lo credesse; anche il Carteggio

del Nunzio Aldobrandini, ne' tempi di poco anteriori a quelli de' quali

ci occupiamo, mostra che la Curia si fece un dovere di ricordarlo a

proposito della difficoltà mossa dal Vicerè Conte di Miranda intorno

all'esazione delle decime senza il consenso del Re[20]. Questa lotta

tenne accesa la lampada che per tante ragioni avrebbe dovuto spegnersi;

e non si possono leggere senza commozione i documenti che attestano

gli sforzi de' padri nostri, tanto più meritevoli di ammirazione, in

quanto che i Vicerè spagnuoli, per quell'affettato fervore religioso

che parve gran mezzo di ottima educazione e fu lo spegnitoio di ogni

sublime ideale, li lasciavano sovente scoverti di rimpetto alla Curia;

ed essi con le loro hortatorie affrontavano le scomuniche, le quali

avevano a quei tempi un'efficacia notevole, e potevano anche menare

direttamente a un processo di eresia, per la massima allora in corso

che coloro i quali fanno i sordi nella scomunica dànno a sospettare

di essere eretici. Non si trattava soltanto di custodire le ordinarie

prerogative dello Stato nelle ordinarie quistioni giurisdizionali, in

ciò altri Stati ancora, e massimamente Venezia, non tenevano allora

una condotta meno risentita della nostra; si era ognuno persuaso avere

gli ecclesiastici per divisa «tutto ci si deve e niente dobbiamo»,

ringalluzzendo sempre co' fiacchi e ristando solo co' forti, laonde

a nessuno veniva in mente mai d'«ignorare» ciò che essi facevano, di

«non curare» gli sfregi quotidiani alle leggi dello Stato. Ma qui in

Napoli si trattava di qualche cosa di più, si trattava di preservare

l'esistenza medesima dello Stato, minacciato di disfacimento e di

assorbimento da parte della Curia. Ognuno sapeva bene che due dinastie

da potersi dire proprie, già naturalizzate, aveano soccombuto per

guerre mosse dal Papato; ed erano sempre vive le ricordanze di un

Papa, Paolo IV Carafa, che ci aveva mossa direttamente una guerra

di conquista; laonde la vigilanza e l'oculatezza non parevano mai

sufficienti, si sospettava sempre altissimamente degli ecclesiastici,

si riteneva che essi fossero i veri e proprî nemici della patria.

Si potrebbe perfino dire che questa lotta d'indipendenza dalla Curia

avesse tenuti occupati gli animi in guisa, da attraversare per lungo

tempo i desiderî d'indipendenza dallo straniero, desiderî che non

mancavano punto, come l'attestano i parecchi documenti che ancora ne

rimangono malgrado la cura presa dagli spagnuoli per distruggerli, e

che sarebbe una buona azione evocare dall'oblio nel quale giacciono;

si sentiva la fatale necessità di cercare nelle forze di una grande

potenza quella tutela che le risorse sole del Regno non bastavano a

dare. Ad ogni modo questa lotta senza posa, questa repressione delle

esorbitanze ecclesiastiche, meticolosa, accanita, incessante, merita

di essere meglio conosciuta ed apprezzata, e la narrazione ci darà

campo di mostrarne qualche cosa. Non era un rabbioso pettegolezzo di

avvocati, come talvolta è accaduto di udire da persone pregevolissime

ma non bene informate delle cose napoletane, era il sentimento

pungente della patria in pericolo; e lo scopo fu raggiunto, e potrebbe

sorriderne soltanto chi giudicasse le cose con la scorta delle idee

de' tempi nostri, commettendo un solenne anacronismo. Lo Stato divenne

ciò che doveva essere, la personificazione della patria e il simbolo

della civiltà: a questo principio s'informò una schiera di dotti e

valorosi giuristi, e costituì una scuola che è il più gran vanto del

passato di Napoli, co' suoi pregi e co' suoi inconvenienti. A questa

scuola appartenne il Giannone, che non aveva odio personale contro

gli ecclesiastici, sibbene quel fondo di odio sentito da tutti coloro

i quali s'interessavano delle sorti dello Stato e vedevano negli

ecclesiastici i nemici della peggiore specie: così, naturalmente,

era vano attendersi, che il Giannone avesse mostrato simpatia pel

Campanella. Giurista positivo, considerando le pretensioni di lui a

riformare il mondo, dovea reputarlo perfino un ignorante, «col capo

pieno di varie fantasie, portentosi delirî, sorprendenti illusioni».

Difensore acerrimo dello Stato, considerando le giaculatorie Papesche

del filosofo e i vaticini tratti dall'Apocalissi, da varî Santi

e perfino dal Responsorio di S. Vincenzo Ferrer, onde ritenevasi

obbligato co' suoi frati a predicare la santa repubblica, dovea

reputarlo «un grande imbrogliatore», dovea esser condotto a tirare

al peggio ogni cosa, dando il massimo peso alle accuse ed anche alle

accuse più grossolane senza curarsi d'altro; e se avea percorso

gli Articoli profetali e l'Apologia, come è possibile, avendovi

letta quella frase «nos dolis et mendaciis collusimus ad vitam

servandam», qual maraviglia che nella sua mente abbia potuto sorgere

quel concetto così crudamente espresso? Con ogni probabilità, negli

ultimi ed infelicissimi anni della vita sua, egli dovè modificare

moltissimo i suoi giudizî intorno al povero frate da lui tanto

severamente trattato; dovè specialmente rincrescergli l'aver detto

che «a lungo andare pure seppe co' suoi imbrogli uscire dal carcere».

Noi facciamoci un dovere di non irritarci per le convinzioni altrui

quando non le dividiamo; e pel povero Giannone invochiamo piuttosto

che si elevi un segno, una memoria, un monumento, e meglio che altrove

dinanzi a quella cittadella di Torino ove patì quello strazio che

aspetta ancora un qualche lavacro espiatorio; la Monarchia medesima

dovrebb'esserne sollecita, poichè il confessare un errore non offende

ma rafferma l'opinione della nobiltà dell'animo. Intanto l'avversione

così profonda alla persona e all'impresa del Campanella, durata

ne' giuristi fino a' tempi del Giannone ed ancora più oltre, fa ben

comprendere l'avversione destata a' tempi della congiura e quindi

anche la feroce repressione che ne seguì. L'aiuto che il Papa avrebbe

dato all'insurrezione rappresentò una di quelle fandonie, che vanno

sempre sparse a piene mani quando si tratta d'incitare ad un movimento

insurrezionale; eppure il Governo non ne dubitò menomamente, e sebbene

avesse avuto ben presto motivo di disingannarsi, i parecchi incidenti

verificatisi durante il processo ridestarono senza posa i sospetti e

le diffidenze, e così pure li ridestarono in sèguito le professioni di

fede Papesca, che il Campanella non cessò mai di fare quando non vide

altra possibile speranza di aiuto che nel Papa. Lo stesso principio

da lui continuamente svolto, che per un buono assetto delle cose del

mondo fosse necessario l'avere riuniti in una persona sola il potere

spirituale e il temporale, ciò che del resto veniva a riferirsi

egualmente al capo della repubblica da lui concepita, doveva senza

dubbio farlo apparire agli occhi delle persone che s'interessavano

alle sorti dello Stato un nemico mortale del paese; e così possono bene

intendersi certi rigori e certi giudizii, apparsi sempre di difficile

spiegazione.

Ciò che sinora abbiamo detto, circa la feroce repressione della

congiura, comprende naturalmente anche il processo; ma su questo

conviene del pari fermarsi un poco. Sarebbe strana pretensione voler

trovare nel processo l'osservanza delle infinite guarentige che oramai

circondano l'accusato, e che alla sensività morbosa e alla svenevolezza

de' tempi nostri non sembrano ancora bastanti. Si riteneva che

l'efficacia e l'esemplarità della pena esigesse imprescindibilmente

l'applicarla alla minor distanza possibile dal giorno in cui il reato

era stato commesso; non si conoscevano le lungaggini e le procedure

macchinose, bastava un Giudice, un Fiscale ed un Mastrodatti aiutato

da' suoi scrivani, ed il mezzo di prova definitiva, mezzo deplorabile

ma già reso accetto dall'abitudine, era sempre la tortura, più o meno

spinta ne' casi ordinarî, assai spinta nei casi di lesa Maestà. In

tal guisa vedremo condotto innanzi il processo pe' laici, su' quali

il Governo avea la mano libera, bensì abbreviando i termini _ad

modum belli_, impiegando la tortura fin dalle prime informazioni e

servendosi di torture atrocissime, ciò che del resto era ammesso da

tutti i giuristi del tempo: il delitto di lesa Maestà dicevasi allora

«privilegiato», cioè tale da ammettere modi di procedura e mezzi di

rigore eccezionalissimi, mentre oggi è divenuto quasi privilegiato in

un senso diametralmente opposto; deve dirsi dunque che tutto fu fatto

in regola, almeno in quanto alla forma, pe' poveri congiurati laici.

Pel Campanella poi e per gli altri ecclesiastici vi furono dapprima due

frati a' quali venne ben presto associato pure un Vescovo, e più tardi,

in Napoli, vi furono due Giudici invece di uno, nominati entrambi dal

Papa, oltre il Fiscale e il Mastrodatti; ed anche furono impiegate le

torture durante il processo informativo e torture atrocissime, non di

meno sempre ne' limiti del dritto ed anzi col consenso espresso del

Papa; così, egualmente da questo lato, deve dirsi che tutto fu fatto

in regola. Senza dubbio ciò non significa punto che i risultamenti del

processo debbano ritenersi l'espressione della verità, come sarebbe

puerile il ritenerlo senz'altro pe' processi de' tempi nostri, massime

pe' processi politici, e tanto più dopo che vi abbiamo adottato

quella sorprendente maniera di farli giudicare: sempre occorrerà

di analizzarli con un penoso lavoro, senza preoccupazioni, senza

pregiudizii, con la conoscenza de' tempi, de' luoghi, delle persone,

di tutte le circostanze, a fine di rintracciarvi, ne' limiti del

possibile, la verità; ma non potrà mai esser lecito di rifiutarvisi

con una comoda pregiudiziale, poggiata su' troppi vizii dell'andamento

de' processi. Nel caso nostro il Baldacchini ha mostrato di credere

che pure a' tempi del processo del Campanella non si sia prestata

troppa fede alla congiura, poichè nel Carteggio del Nunzio con la

Corte di Roma si parla della «causa di _pretesa_ ribellione»: ma tale

era il linguaggio del tempo; finchè la sentenza non era pronunziata,

dicevasi il tale o tal altro _preteso_ reato, come ora dicesi la tale

o tal'altra _imputazione_ di reato. Ugualmente il D'Ancona trova nel

Giannone «preziosa» la parola di «processo _fabbricato_»: ma tale

era la parola in uso; _processus formatus_ traducevasi appunto in

_processo fabbricato_, e neanche per facezia si potrebbe in ciò vedere

la significazione di processo inventato. L'uno e l'altro poi notano

che le confessioni furono fatte _in tormentis_, e con parole di sdegno

si scagliano contro il modo allora usato di fare i processi: «Alcuni

vili uomini, i quali non avevano ufficio di magistrato, non stipendio,

non grado, nell'ombra del mistero raccoglievano, Dio sa come, le

pruove; quest'inquisitori o scrivani..., il cui nome solo mettea

spavento, facevano un traffico infame del loro mestiero, sempre, anche

nelle cause de' privati; pensate dove il governo accusava, giudicava

e condannava. Non v'era pubblica discussione del fatto, non libera

difesa dell'accusato; tal'era un giudizio criminale». In verità non può

non sorprendere che perfino dopo la conoscenza de' documenti trovati

dal Palermo, a proposito del processo del Campanella siano state

riprodotte le parole qui riferite, con l'asserzione che il Governo

non solo accusava, ma anche giudicava e condannava senza libertà di

difesa, mentre que' documenti mostravano addirittura l'opposto, ed

anche intorno alle atrocissime torture, sulle quali davvero non si

potrà mai passare alla leggiera, mostravano che i principali imputati

le aveano sofferte senza nulla confessare, eccetto il povero Campanella

che non era stato in grado di resistervi. Ma in somma donde mai dovrà

scaturire la verità in un fatto per lo quale vi è stato un processo

criminale, se non dall'esame di questo processo? Che non se ne debbano

accettare senz'altro i risultamenti, sta benissimo: anche i nostri

successori, liberati una volta dal pregiudizio tanto più grave del

cittadino-giudice, come noi siamo finalmente riusciti a liberarci

dal pregiudizio del cittadino-milite, convinti del santo principio

«ognuno al suo mestiere», avranno a fare su' risultamenti de' nostri

giudizii criminali una critica più fondata e non meno acerba di quella

fatta dal Baldacchini e dal D'Ancona su' giudizii antichi. Ci pare

proprio di udirli. «Dodici uomini per lo più inetti, scelti senza

criterii ragionevoli, senza obbligo della menoma nozione dì ciò che

è necessario ad un magistrato, spessissimo anche privi della più

discreta cultura mentre i codici già riboccavano di sottili distinzioni

giuridiche da potersi bene intendere solamente dietro appositi studî,

assistevano allo svolgimento del giudizio e davano i pronunziati, Dio

sa come, sul fatto: questi cittadini-giudici o giurati, il cui nome

riempiva di speranza i colpevoli e i loro avvocati, sottostavano a

tutte le influenze, seduzioni e peggio, non foss'altro, per la loro

incapacità; e se disgraziatamente taluno di essi conosceva o pretendeva

di conoscere la legge, costui trascinava tutti gli altri dove voleva,

perocchè mentre doveano decidere nel silenzio e nel raccoglimento,

non essendo ammessa la discussione fra loro, questa si faceva sempre

e ad onore e gloria del più inframmettente e capace d'imporsi. Il

Governo teneva i così detti giudici del dritto, magistrati con grado

e stipendio, ma erano destinati ad ascoltare e tacere, ad esser

complici di errori grossolani e rendersi indifferenti al giusto

e all'ingiusto, mentre il Presidente, occupatissimo, dovea fra le

altre cose affaticarsi a far comprendere agl'ignoranti giudici del

fatto le sottili distinzioni ammesse dal codice ne' diversi reati,

senza riuscirvi novanta volte su cento per l'intrinseca natura delle

cose; gli avvocati liberissimi nel dire, prolungare ed intralciare,

poichè i riguardi doveano concedersi agli accusati anzichè alla

società che accusava, agli uomini implicati ne' delitti anzichè agli

infelici giudici costretti ad abbandonare il lavoro proprio non per

giorni ma per settimane, trasmodavano in tutti i sensi per far colpo

sugl'ignoranti, su' quali non poco pesava pure l'atteggiamento della

maggior parte del pubblico che prendeva interesse nel giudizio,

intervenendovi come ad una scuola d'istruzione sul miglior modo di

perpetrare i delitti e scansarne la pena. Così i pronunziati intorno al

fatto venivano fuori per lo meno a caso, le sentenze doveano calcarsi

su que' pronunziati e tutto si guastava; i cittadini medesimi cercavano

con ogni mezzo di scansare tale ufficio, poichè non era permesso

il rifiutarvisi, ma grosse multe obbligavano a godere e far godere

i beneficî di quest'aurea libertà; tal era un giudizio criminale».

Bisognerebbe disperare de' miglioramenti serii delle istituzioni umane,

per ritenere che siffatta critica, da potersi allargare e prolungare

per un volume, non abbia ad essere pronunziata da' nostri successori:

così Dio pietoso non voglia che abbiano a pronunziarla con maledizioni

verso di noi imbevuti di dottrinarismo fino a smarrire il senso della

realtà, dominati da pregiudizii assai più che non crediamo, molto

spesso repugnanti a predicare su' tetti ciò che riconosciamo tra le

mura domestiche, ed avviati pur troppo a mostrare, dolorosamente, che

non è tanto difficile conquistare un gran bene quanto è difficile

conservarlo. Ma essi non si rifiuteranno certamente a discutere i

processi de' tempi nostri; bensì li vaglieranno con tutta la cura

possibile, costretti a guardarsi dalle esagerazioni che abbiamo

introdotte in un certo senso, dopo quelle che hanno dominato in un

senso opposto.

Che si tratti di quistioni estremamente ardue, è stato già ammesso

da coloro i quali hanno voluto vedere un po' addentro nel fatto della

congiura del Campanella. E veramente ogni imputazione politica grave,

massime in tempo di servitù, suscita sempre nell'animo dello storico

una perplessità inevitabile, se non sull'esistenza medesima della

colpa ventilata, almeno sulla precisa indole ed estensione di essa.

Ma la perplessità cresce a mille doppi nel fatto del Campanella,

trattandosi di un'imputazione politica complicata da un'imputazione

religiosa, seguita da processi senza dubbio formati in tempi orribili

per oscurantismo, efferatezza e rapacità, presso al sorgere pauroso

di un nuovo secolo, tra lotte giurisdizionali accanite, sospetti

governativi eccitati, malumori popolari profondi, inimicizie cittadine

roventi, odii frateschi implacabili; aggiungendovi lo zelo ferocemente

interessato de' primi Inquisitori, le torture e spoliazioni inaudite,

il terrore universalmente diffuso, la sollecitudine in molti e

nello stesso Campanella di salvarsi ad ogni costo, il guiderdone

apertamente dimandato da alcuni plebei, e non meno apertamente ambito

da alcuni nobili, si ha un cumulo di quistioni non solo oscure, ma

anche complesse ed intralciate al più alto grado. Chi si è lusingato

di avere pienamente risoluto il problema, in un modo o in un altro,

uscirà presto d'illusione, quando da' nuovi documenti saprà che uno

de' Giudici ecclesiastici, antico Inquisitore e peritissimo nella

materia processuale, il Vescovo di Termoli, reputava il processo di

eresia «malissimamente fondato» e riteneva anche il fondamento del

processo di congiura «molto tenue anzi falso»; invece un altro Giudice

successo al primo, originariamente avvocato, non meno avveduto ed anche

esercitato nelle cose del S.^to Officio e ne' più alti negozii, il

Vescovo di Caserta, non aveva il menomo dubbio sulla verità di entrambe

le imputazioni e trovava anzi nell'una un valido appoggio per l'altra,

Difatti, tutto considerato, la congiura del Campanella ci si prosenta

senza mezzi termini, o come una macchinazione da parte sua per un

audacissimo tentativo di rivolgimento politico e religioso ad un tempo,

o come una macchinazione da parte del Governo per estinguere anche

la più lontana velleità di un rivolgimento. D'altronde, giustamente

o ingiustamente, i processi vennero a costituire il Campanella in una

posizione giuridica tale, da non avere innanzi a sè che una di queste

due vie: o sobbarcarsi all'ultimo supplizio, sia montando rassegnato,

come Maurizio de Rinaldis, sulla scala della forca, sia montando

alteramente, come allora appunto faceva in Roma Giordano Bruno, sul

rogo dell'inquisizione; ovvero adoperare tutti gli accorgimenti,

i cavilli, le finzioni ad ogni costo, che poteva suggerirgli il

suo ingegno versatile e sottilissimo. Egli prescelse quest'ultima

via, e disse, disdisse, accusò, scusò, non potè resistere, fece la

sua confessione ne' tormenti; di poi, propriamente nella faccenda

dell'eresia, si mostrò pazzo, ed appunto per questa pazzia, alla quale

non si prestò credito, ebbe quel tormento crudelissimo da lui medesimo

narrato non senza qualche garbuglio, lasciando per lo meno nel buio

perchè e da chi l'avesse avuto; in tal guisa egli giunse a sottrarsi

alla morte dal lato dell'eresia e a pigliar tempo dal lato della

congiura, tanto da essere poi lasciato in una prigionia indefinita,

onde il fatto della sua pazzia ci è apparso importante al punto,

da doverlo notare fin sul titolo di questo libro. Nessuno potrebbe

legittimamente fargli un rimprovero di avere prescelta la seconda via

anzichè la prima, e si vedrà che egli aveva una ragione riposta, un po'

più alta di quella della propria conservazione, per non comportarsi

altrimenti: ma è chiaro che egli più di tutti dovè contribuire ad

addensare le nebbie intorno alle cose sue, non solo quando si trovò

sotto l'enorme pressione de' testimoni e de' Giudici, ma egualmente

durante e dopo la lunga e terribile prigionia; è chiaro che egli dovè

con le notizie date ne' suoi scritti svariatissimi sconvolgere in tutti

i sensi i fatti processuali, fino a rimanerne i suoi più cari amici

crudelmente bistrattati, le sue convinzioni intime ostentatamente

rigettate e con ogni probabilità dissimulate per tutto il rimanente

della sua vita.

Adunque non è possibile sentenziare in fretta e in furia sopra

quistioni di loro natura intralciate, e divenute studiatamente sempre

più intralciate: bisogna procedere oltremodo riguardosi e cauti,

attingere a tutti i fonti, investigare, vagliare, confrontare, e

questo, lo diciamo francamente, ci mantiene alquanto angustiati.

Giacchè ci accade spesso di leggere tirate contro i così detti

infarcimenti di erudizione, contro la facile erudizione, contro

l'analisi minuta, ed inni alla forza d'intuizione, alla potenza della

sintesi e ad altrettali parole rumorose. La facile erudizione! Forse

per questa facilità si trovano sempre quasi deserte o affatto deserte

le sale di studio degli Archivii, tanto che si è mostrati a dito, e

spesso con taccia di stravaganza, allorchè vi si accede piuttosto

frequentemente; forse per questa facilità avviene altrettanto,

allorchè si accede alle pubbliche Biblioteche e vi si dimandano

libri di vecchia data. Pur troppo ogni lavoro che sforzi chi legge ad

occuparsi sul serio è preso in uggia, ed assai sovente lo si dichiara

indigeribile, sol perché le facoltà digerenti sono affievolite. Ma

non c'è rimedio: il Campanella non è di que' soggetti che si possano

capire a prima vista, e in sèguito delle sue traversìe dovè rendersi

tanto più riboccante d'incognite da tutti i lati; basta vedere che con

la medesima chiarezza egli è apparso ad alcuni monarchico e cattolico

per eccellenza, passionato fautore della Monarchia di Spagna e del

Papato, ad altri è apparso uomo senza alcuna religione ed alcuna fede,

canzonatore degli spagnuoli e del Papa. Bisogna dunque ingegnarsi a

rifarne la storia con più numerosi documenti e più retti criterii,

lasciare da parte i voli pegasèi, ed attenersi ad un viaggio pedestre,

abbastanza faticoso, molte volte noioso; con tutto ciò non lasciarsi

nemmeno illudere dalla speranza di aver detta l'ultima parola, ma

contentarsi di avervi con qualche efficacia spianata la via e farsi un

dovere di agevolarne in tutti i modi l'accesso. Ecco quindi, in pochi

cenni, l'andamento dato alla nostra narrazione.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 4 / 55 段