et aliorum fratrum ordinis predicatorum inquisitorum et carceratorum
pro causis ad Sanctum Officium spectantibus, post commissionem
admodum Illustris et Rev.^mi domini episcopi Casertani». — Questo
volume importantissimo, rinvenuto più tardi in un'altra collezione,
rappresenta l'ultimo periodo della causa, che pel Campanella corre dal
marzo 1601 al gennaio 1603. Oltre alcuni nuovi articoli addizionali
contro di lui, esso reca le sue difese scritte, presentate da fra
Pietro di Stilo come già composte prima della pazzia, ricopiate da
altri e fornite di aggiunte e correzioni di mano di fra Tommaso:
queste consistono in una elaborata arringa e negli Articoli profetali,
e riguardano propriamente il fatto della congiura. Reca inoltre
il terribile atto del tormento della veglia, durato 36 ore, che fu
ordinato dal Papa in Congregazione per scovrire la simulazione della
pazzia, e non già dato dall'altro tribunale per la ribellione come
finora si è creduto. Reca i certificati de' medici intorno alla pazzia
scritti dopo il tormento. Reca l'incidente di una rissa accaduta tra
frati e laici nelle carceri, dopo la quale si fece una ricerca e si
rinvennero molte scritture di diverso genere, carte di sortilegio,
corrispondenze, poesie, e tra queste le poesie del Campanella
raccolte da fra Pietro Ponzio. Reca ancora nuovi esami in difesa di
fra Dionisio, che presenta sempre nuovi articoli prima di fuggirsene
dalle carceri; tra questi esami quelli relativi ad una voluta
ritrattazione del Pizzoni prima che morisse. Reca infine l'informazione
sulle scritture trovate, la deliberazione venuta da Roma intorno al
Campanella e agli altri frati, e le sentenze pronunziate. — A questo
volume vanno uniti i conti della spesa delle ultime somme di danaro,
le quali si facevano venire da' conventi di Calabria per sussidio de'
frati, essendo i compagni del Campanella rimasti in carcere fino al
giugno 1604.
V. «Scripture _(sic)_ seu secreta manu scripta prohibita inventa
in archa fratris Dionisii Pontii in Castro novo cum relationibus
Rev.^di Theologi de illorum qualitatibus». — È questo un volume
di allegati al processo, che comprende tutte le scritture trovate
presso i carcerati, e non solamente quelle che stavano nella cassa
di fra Dionisio; ve ne sono perfino alcune trovate già in Castello
dell'ovo presso Felice Gagliardo, uno de' complici nella congiura.
Specialmente a questo giovane di vivacissimo ingegno, ma di animo
guasto, appartengono diverse scritture di sortilegi, corrispondenze con
fuorusciti di Calabria, e certe curiose produzioni letterarie, poesie
in italiano ed in dialetto calabrese. Ma la parte cospicua del volume è
rappresentata da 82 poesie del Campanella, delle quali soltanto 14 o 15
sono conosciute ed anche con varianti. Esse riescono di un'importanza
grandissima specialmente per la storia, avendo d'altra parte quasi
tutte ben poco valore letterario.
— Dànno poi materia per un VI. volume le scritture seguenti, anche di
S.^to Officio, che non fanno parte de' processi del Campanella, ma vi
stanno bene come appendice, illustrando la vita di lui, de' frati e di
alcuni laici implicati nella congiura.
a. — «Contra Horatium Santa Croce de Civ. hieracensi Prov. Calabriae,
Felicem Gagliardum predictae Civ.^is hieracensis carceratum in Castro
novo, qui scripsit, et transcripsit secreta et alia scripta, descripta
et contenta in actis fratrum, et que fuerunt reperta in archa fratris
Dionisii Pontii». — È un processo intorno alla rissa e alle suddette
scritture trovate in Castello; vi sono uditi diversi frati, e finisce
coll'abilitazione del S.^ta Croce, e col tormento, coll'abiura e
coll'abilitazione anche del Gagliardo. Va dal 13 gen.º 1602 al 2 marzo
1604.
b. — «Denuntia magna facta in magna Curia Vicariae de quam pluribus
heresibus de se et aliis, tempore quo erat condennatus ad ultimum
supplicium, per Felicem Gagliardum de Civitate hieracensi». —
Questa scrittura contiene particolari curiosissimi e gravi intorno
al Campanella, pel tempo nel quale trovavasi con lui carcerato il
Gagliardo, essendo costui tornato in potere della giustizia per un
omicidio commesso dopo la sua liberazione. È del 5 luglio 1606.
c. — «Informatio capta per Rev. Vicarium Civ. Neocastri prov. Calabriae
ulterioris contra fratrem Petrum Pontium ordinis predicatorum ejusdem
civitatis». — Riguarda uno scandalo dato da fra Pietro dopo la sua
liberazione, avendo in Chiesa pubblicamente protestato contro un
Cappuccino che predicava l'Immacolata Concezione. Caratterizza fra
Pietro, chiarisce il credito di questi frati dopo il processo, dà
qualche notizia di fra Dionisio fuggito in Turchia. Va dal dic.^e 1604
al gen.º 1605.
d. — «Contra fratrem Petrum Calabrum ordinis predicatorum carceratum
in carceribus Castri novi, et fratrem Andream Casalis Corsani ordinis
S. Augustini carceratum in carceribus Magnae Curiae Vicariae». — È un
processo in sèguito della denunzia di un Lelio Macro di Pietrafitta
già carcerato in Castel nuovo e condannato a morte per altre cause, il
quale dà per fatto, ovvero anche finge, che un fra Pietro Domenicano
(sicuramente fra Pietro di Stilo) avea voluto indurlo a credere molte
eresie. Vi sono notizie del Campanella, anche per parte di altre
persone di Stilo che vennero esaminate. Va dal luglio all'agosto 1605.
Come si vede, dal lato de' Processi dell'eresia la raccolta potrebbe
dirsi perfino esuberante; non di meno vi si fa desiderare ancora
qualche cosa: 1.º l'Informazione commessa da Roma e presa dal Vescovo
di Squillace, poichè quella inserta nel vol. 3.º è supplementare,
commessa dal Vescovo di Termoli per ulteriori chiarimenti; 2.º il
Carteggio con Roma del Vescovo di Termoli, e di poi anche del Vescovo
di Caserta, nel corso del Processo di Napoli. Fortunatamente i Sommarî
ci dànno le cose importanti dell'Informazione e del Carteggio del
Vescovo di Termoli: ma giova sapere che c'è questa lacuna, comunque
fino ad un certo punto, affinchè nelle ulteriori ricerche si tenti
di colmarla. Le carte del Vescovo di Caserta sono andate disperse
in guisa, da potersi attendere di trovarne qualche fascio dove meno
si pensi. È manifesto frattanto che riescirebbe impossibile dare
alle stampe tutto ciò che si è di sopra accennato: non vi sarebbe il
tornaconto, e però dobbiamo limitarci a darne i pezzi più rilevanti.
Così ci siamo prefissi di non tralasciare alcuna delle scritture che
riflettono essenzialmente la persona del Campanella, aggiuntevi quelle
che riflettono almeno fra Dionisio Ponzio; giacchè tutte le scritture
veramente convergono al Campanella, e mostrandosi lui ben presto
pazzo, figurano per lui coloro che lo circondano. D'altra parte ci
siamo prefissi di non tralasciare alcuna delle scritture trasmesse dal
tribunale della congiura a quello dell'eresia, perchè si cominci ad
avere un piccolo nucleo di documenti interi anche del processo della
congiura[16]. Del resto, pel desiderio di riuscire fedeli espositori,
ci siamo sempre ingegnati di riportare nella narrazione brani testuali
di qualunque documento, sicchè non si sentirà in modo assoluto la
mancanza di quelli che si omettono; ed avendo deciso che un giorno
o l'altro la nostra Copia ms. de' processi debba prender posto in
qualcuna delle pubbliche Biblioteche, ci è parso di poterla talvolta
citare, allorché nella narrazione accada di avere ad esporre fatti
contenuti in documenti che rimarranno inediti. Per fare poi acquistare
una piena nozione di tutto il processo e delle altre scritture di S.^to
Officio che vi si connettono, abbiamo stimato conveniente pubblicare
l'indice particolareggiato della nostra Copia ms., costituendone una
delle Illustrazioni poste al sèguito de' Documenti.
XIV. _Due altri Discorsi inediti del Campanella sopra l'aumento
dell'entrate del Regno._ — Queste scritture, come quella che segue,
appartengono già al periodo in cui la conchiusione del processo
della congiura rimaneva sospesa nella sola persona del Campanella, ed
egli tentava tutte le vie per non rimanere dimenticato. In un codice
della Casanatense fu già trovato dal Dragonetti, e poi pubblicato dal
D'Ancona, un «Arbitrio o Discorso primo sopra l'aumento dell'entrate
nel Regno di Napoli», che si sa aver rappresentato originariamente
una delle proposte fatte fare dal Campanella in suo nome al Vicerè;
ma al sèguito di questo Discorso primo ve ne sono ancora nello stesso
codice due altri qualificati _secondo_ e _terzo_, che rappresentarono
altre proposte analoghe, sempre allo scopo di far guadagnare al Re,
con ciascuna di esse, 100 mila ducati. Non sappiamo come mai questi
Discorsi siano stati negletti fino a rimanere ignorati; è possibile
che non siano stati ritenuti di un merito eguale a quello del Discorso
primo; ma per la storia del Campanella il merito non è diverso, e
quindi li pubblichiamo, con alcune correzioni delle mende lasciatevi
dall'amanuense.
XV. _Le promesse fatte dal Campanella per riacquistare la libertà;
lettera al Card.^l S. Giorgio._ — Questo documento, con altri
analoghi, fu già pubblicato dal Centofanti, e le necessità della
nostra narrazione ci spingono a ripubblicarlo. Ci occorre mettere
sotto l'occhio de' lettori così le promesse, come l'elenco de' libri
composti dal Campanella fino al 1606, e la versione da lui adottata
per la faccenda della congiura e dell'eresia. La lettera al Card.^l
S. Giorgio, il quale figura anche molto nella nostra narrazione, ne dà
notizie sufficienti.
Son questi i documenti de' tempi della congiura e de' processi;
seguono poi gli altri pochi relativi a' tempi posteriori, trovati
nell'Archivio di Napoli, nella Biblioteca nazionale di Madrid,
nell'Archivio di Modena e finalmente nell'Archivio particolare di
S.A.R. il Duca d'Aosta, dove è noto che si conserva l'Epistolario
inedito di Cassiano del Pozzo, in cui, oltre alle lettere autografe
del Campanella pubblicate già dal Baldacchini, se ne hanno pure altre
di qualche amico intimo del filosofo con notizie capaci d'illustrarne
la storia. Dobbiamo pertanto dire che avremmo desiderato di pubblicare
inoltre la Narrazione del Campanella ripristinata nella sua lezione,
e almeno in parte i documenti che si contengono nell'Epistolario
inedito di Giovanni Fabre venuto in proprietà dell'Ospizio degli Orfani
di Roma: ma non ci è riuscito di effettuare il nostro desiderio. La
Narrazione del Campanella, che offre con tanti particolari i fatti e
le circostanze della congiura e de' processi secondo la versione della
difesa, avrebbe trovato posto degnamente tutt'intera e riveduta a lato
de' documenti secondo la versione dell'accusa. Essa fu pubblicata
dal Capialbi con molte lacune, nelle quali si legge «qui il ms. è
inintelligibile»: in sèguito, durante il breve respiro di libertà del
1848, venne fuori un foglio volante, col quale si avvertivano i lettori
della Narrazione, che il Regio Revisore aveva di suo arbitrio posto
in tanti luoghi essere il manoscritto inintelligibile sopprimendo
le parole e le frasi del Campanella, e si davano queste parole e
frasi soppresse. Il Palermo, nel ripubblicare la Narrazione, avea
già cercato di riempire le lacune con frasi plausibili, ma esso non
riuscirono sempre felicemente, come di poi si è potuto vedere; d'altra
parte il foglio volante non è punto pervenuto a tutti i lettori della
Narrazione. Queste circostanze, e l'altra del dubbio circa l'essere
o non essere lo scritto autografo, come pure il bisogno di rivederne
interamente la lezione e studiarne tutte le accidentalità che sempre
possono rivelare qualche cosa, ci hanno fatto insistere per più anni
presso gli eredi Capialbi, perchè ci permettessero di darvi un'occhiata
e prenderne una copia per ripeterne la pubblicazione, facendo noi una
corsa in Calabria a tale oggetto: ma abbiamo invano atteso una risposta
concludente, e ci siamo rassegnati a desistere, rimanendo a vedere
quando gli eredi Capialbi sentiranno ciò che debbono alla memoria
del loro benemerito antenato ed al loro cognome. Circa i documenti
dell'Epistolario di Giovanni Fabre riferibili al tempo compreso tra
il 1607 e il 1615, sono oramai non meno di tre anni che il Berti
ne fece l'annunzio all'Accademia de' Lincei; e l'Amministrazione
dell'Ospizio degli Orfani si nega perfino a concederne la lettura,
per deferenza al Berti che dovrà pubblicarli. Noi intendiamo questa
delicatezza: frattanto non ha guari il Berti si è deciso a pubblicarne
solamente cinque, con un racconto fondato sulle notizie che ha rilevate
negli altri[17]. Bisognerà dunque attendere ancora, e sottostare
pur sempre al rischio di qualche facile smentita, trattando di un
periodo pel quale i documenti ci sono, ma non sono accessibili a noi.
Fortunatamente il nostro tema non si estende sino al detto periodo in
un modo essenziale, ed attenendoci alle cose finora esposte dal Berti,
semprechè non ci apparisca evidente il contrario, possiamo riposare
tranquilli. Decisi per altro a ripigliare la penna all'occorrenza,
quando non ci verrà più negato di vedere questi documenti con gli
occhi nostri, pubblichiamo quelli da noi trovati riferibili agli anni
successivi, perchè chiunque voglia possa profittarne.
Non lasceremo poi il tema de' documenti, senza dichiarare che per
quanto ci è stato possibile abbiamo cercato di rispettarne l'integrità,
ed in ogni caso ne abbiamo rispettata scrupolosamente la forma. Perfino
le frasi curialesche, la presenza del tale e non del tal altro Giudice
in un interrogatorio, insomma le menome particolarità che sembrerebbero
superflue, hanno non di rado la loro importanza, e possono offrire al
critico materia di notevoli considerazioni; laonde abbiamo stimato
opportuno piuttosto limitare il numero de' documenti che mutilarli.
D'altro lato conoscendo che coloro i quali sono avvezzi a farne oggetto
di studio vi leggono molte altre cose al di là delle notizie che essi
contengono, abbiamo stimato indispensabile darli nella precisa lezione
nella quale li abbiamo trovati; e sarebbe assai rincrescevole, se
dopo di aver fatto lungamente i maggiori sforzi per riprodurli con
fedeltà, sino ad aver reso un po' vacillante la propria ortografia,
dovessimo incontrarne biasimo anzichè lode. Aggiungiamo pure che dietro
siffatto principio non ci siamo nemmeno trattenuti dall'adoperare nel
corso della narrazione voci e maniere del tempo, che sappiamo bene non
essere ammesse nel linguaggio purgato; serbare la fisonomia del tempo
ci è sembrato desiderabile sopra ogni altra cosa[18]. E pe' documenti
inserti nel corso della narrazione abbiamo preferito di abbondare, come
abbiamo preferito di abbondare nelle citazioni e nelle ricerche intorno
agl'individui che in qualunque modo abbiamo trovato nominati nelle
cose del Campanella. I nomi e i fatti di altrettali individui possono
sempre dare adito a ritrovamenti ulteriori: le carte di famiglia anche
degl'individui meno elevati, come si è visto p. es. nel caso di Gio.
Battista Sanseverino, tanto più gli Archivi privati delle famiglie
nobili, possono riuscire sorgenti di scritture perfino di primaria
importanza. E però non abbiamo esitato ad addentrarci anche nelle
genealogie e parentele di queste famiglie, convinti che se ne sarebbe
avuto ad un tempo la nozione chiara delle persone ed un possibile fonte
di nuovi documenti.
III.
Ci rimane a dire de' criterii a' quali ci siamo ispirati, e
dell'andamento che abbiamo dato alla nostra narrazione.
I criterii principalissimi sono stati segnatamente due: tener sempre
innanzi agli occhi le condizioni de' tempi, badando di non presentare
e giudicare gli uomini e le cose come se fossero de' tempi attuali;
non perdere mai di vista che trattasi di quistioni estremamente ardue,
badando di venire a qualche affermazione solamente dietro analisi o
critiche minute. Non occorrerebbe dire tutto ciò, ma non è colpa nostra
se ci sentiamo obbligati a ricordarlo, mentre a proposito de' fatti del
Campanella lo vediamo posto in dimenticanza, tanto che ci apparisce
necessario fare alcune considerazioni sull'argomento anche da questo
lato.
Cominciando dalle pratiche della congiura, naturalmente si ha che il
Campanella dovè trovarsi in mezzo a frati sbrigliatissimi, in mezzo
a fuorusciti con le mani lorde di sangue e di rapina; e tale fatto ha
potuto e potrebbe ancora dare a taluni motivo di scandalo. Ma oltrechè
in un disegno d'insurrezione erano in grado d'intervenire soltanto
persone manesche e poco timorate, non deve sfuggire che molto tristi
erano allora generalmente i costumi de' frati, molto tristi i costumi
delle persone che aveano un po' di forza nel braccio, tanto più se
appartenenti a classe elevata e nobile. A noi è sembrato di sognare
quando abbiamo letto nel libro della Colet, che «i conventi erano
allora l'asilo de' più grandi spiriti», e parimente nell'opuscolo
dell'Angeloni Barbiani, che «mentre tutto il laicato cadeva o
infiacchiva... una vita nuova s'agitava nei monasteri e la bianca lana
di S. Domenico era segnale di risorgimento e di moto»[19]. Il laicato
non era tutto fiacco, e se in molta parte era fiacco ed anche tristo,
ciò accadeva per l'influenza predominante de' monasteri; nè i monasteri
vanno giudicati per la presenza in essi di qualche rara individualità,
che d'altronde vi stava assolutamente a gran disagio, come si conosce
appunto in persona del Campanella. Tra le migliaia e migliaia di
persone, che indossavano la cocolla, od anche il ferraiolo nero de'
clerici, per menare vita rispettata e senza stenti, immune da' rigori
delle leggi dello Stato e dal pagamento delle tasse, doveano pure
esservi persone colte e persone amiche di libertà; tuttavia nel caso
nostro se ne ebbero in numero insignificante. Ma conviene persuadersi
che il fra Cristofaro del Manzoni, in tempi non molto lontani da quelli
del Campanella, fu veramente un riflesso della bella anima dello
scrittore, non il ritratto del frate del tempo, considerato anche
il caso raro del frate dabbene; e l'Innominato medesimo fu un tipo
eccezionale sotto il rispetto della sua qualità d'innominato, mentre a'
Signori prepotenti e carichi di delitti non dispiaceva punto di essere
chiamati col proprio nome e cognome, ma solo volevano che il loro nome
e cognome fosse pronunziato con gran timore. Basta percorrere pochi
volumi del Carteggio del Nunzio Aldobrandini, per capacitarsi delle
qualità de' frati in ispecie Domenicani, e pochi volumi de' Registri
_Curiae_, dell'Archivio di Napoli, per capacitarsi delle qualità de'
laici prepotenti in ispecie nobili; se ne avranno alcuni tipi nel corso
della narrazione nostra, e si vedrà che il Campanella venne a trovarsi
in mezzo a persone relativamente assai meno triste, ed anche in mezzo a
persone molto dabbene.
Circa l'essenza stessa della congiura, si sarebbe voluto e si potrebbe
ancora volere la dimostrazione di una vasta trama, forse anche con
depositi bene accertati di fucili e di cannoni, in somma con apparecchi
tali da riuscire a combattere efficacemente un colosso come la Spagna.
Ma nessuna congiura, nessun tentativo di ribellione, ha proceduto mai
in tal guisa; nè la gravità di una congiura, e peggio anche l'esistenza
di essa, va misurata co' grandiosi apparecchi, i quali anzi, se
sono grandiosi, menano a farla sventare con la massima facilità.
Analogamente ha potuto e potrebbe ancora sembrare, che le prediche del
Campanella sulle vicine difficoltà nelle quali si sarebbe trovato il
Governo, le sue sollecitazioni a raccogliersi, ordinarsi ed armarsi,
per profittare di quelle difficoltà e venire ad un diverso ordinamento
dello Stato, fossero sfoghi innocui di un visionario, cose da curarsi
con la noncuranza. Ma anche se il paese avesse allora goduto un regime
di libertà, si può metter pegno che gli alti Ufficiali dello Stato,
i Consiglieri napoletani medesimi non che i Magistrati, conoscendo
il nesso che si stabilisce tra il pensiero e l'azione, valutando le
conseguenze del pervertimento de' giudizii nelle moltitudini, non
si sarebbero mai mostrati fino a tal punto (chiamiamo le cose col
loro nome) scioperati o sleali. Noi che tendiamo a smarrire perfino
la nozione etimologica della parola _Stato_, noi che assistiamo
all'applicazione della teorica che sia lecito l'apostolato contro
la forma di Governo esistente, lecito il prepararsi ad un mutamento
radicale di essa facendone solo quistione di tempo e di opportunità,
noi che professiamo ottimo consiglio sempre il lasciar correre, lasciar
fare, lasciar passare, predicando poi con grande disinvoltura che è
difficile, difficilissimo il governare con la libertà, noi non possiamo
pretendere che il Governo, i Consiglieri e i Magistrati d'allora,
avessero dovuto pensare ed agire come noi. Trattandosi poi di una
dominazione straniera, è naturale attendersi che perfino un tentativo
appena adombrato sia stato ritenuto gravissimo, e subito schiacciato
da una repressione del tutto sproporzionata, con mezzi e modi feroci:
eppure si vedrà che la congiura del Campanella non fu un tentativo
appena adombrato.
Così la congiura come la repressione meritano pure di essere valutate
non solo in rapporto al tempo, ma anche in rapporto ai luoghi ed alle
circostanze. Vi furono trattative col Turco più o meno spinte, non
importa se condotte dall'uno più che dall'altro degl'incriminati; vi
furono al tempo medesimo insinuazioni che il Papa avrebbe aiutato
il movimento, che sollecito del benessere del Regno, feudo della
Chiesa, vi avrebbe messe le mani sue, e ciò mentre i Vescovi,
segnatamente in Calabria, si spingevano con ardore incredibile nelle
lotte giurisdizionali. Ecco più di quanto occorreva perchè non solo
gli spagnuoli ma anche i Consiglieri napoletani si mostrassero senza
pietà, e la gente illuminata come tutto il volgo, per diverse vie,
negasse ogni simpatia a' poveri incriminati, nè solamente a' tempi
della congiura, ma anche molti anni dopo e perfino qualche secolo dopo.
Si potè da parecchi, per commiserazione verso un uomo straordinario,
quando lo si vide caduto in un abisso di miserie, negare che egli
avesse concepito e menato innanzi una congiura, ma non mai scusare
questa congiura e giustificare le circostanze che dicevasi averla
accompagnata. Tali circostanze meritano un'attenta ponderazione;
gioverà quindi fermarci un poco sopra di esse.