Bortolo non poteva dimenticare Venezia. Quella città era diventata il
punto saliente di tutte le sue aspirazioni, ma continui ostacoli si
frapponevano a' suoi piani, e gl'impedivano di rivederla. Egli aveva
fissato di accettare le proposte dell'offelliere, ma fu trattenuto
in Cadore, prima dal matrimonio di Tiziano, poi dalle preghiere della
madre, e finalmente fu indotto a ritardare la partenza dal desiderio
di sior Antonio che aveva bisogno di lui per gli affari del legname.
Tiziano poi lo consigliava di attendere la liberazione d'Italia che
non doveva tardare. Intanto passavano gli anni, ma il più bel sogno
della sua vita non si dileguava, e pareva anzi che ingigantisse
col tempo; ed era mantenuto da una corrispondenza affettuosa colla
Gigia, alla quale comunicava i suoi progetti, e le cagioni che ne
ritardavano l'esecuzione. Ed essa gli rispondeva esattamente con inviti
incoraggianti, ed intime confidenze cordiali, nelle quali parlava del
passato con espressioni di rimpianto, e dell'avvenire come un mistero
che il suo cuore non osava indagare, e che non dipendeva da lei.
Le robuste ragazze del Cadore, di forme ben tarchiate e gagliarde, non
avevano nessuna attrattiva per Bortolo, il quale s'era fatto un ideale
del tipo snello, mingherlino e sentimentale della Gigia. E quando
andava alla fontana, guardava con profondo disprezzo le servotte del
paese, che si burlavano di lui, e lo chiamavano il frate.
Quando seppe che Calvi s'era posto in viaggio per sollevare il Cadore,
sperò negli eventi d'una ripresa d'armi, travide attraverso lo spazio
la delizia d'un nuovo assedio di Venezia, ma l'arresto del condottiero
e la successiva catastrofe lo persuasero che era vano aspettare
dalla politica e dalla guerra una sorte felice, e si convinse che per
raggiungere il suo scopo ci voleva una ferma volontà ed una energica
risoluzione, e si decise a metter termine ad ogni esitanza scrivendo
all'offelliere che se lo voleva ancora egli sarebbe a sua disposizione,
e non aspettava che un ordine per partire. Ed avendo ricevuto una
risposta favorevole, annunziò la presa decisione a sua madre ed ai
padroni, i quali vedendo che non c'era modo di farlo cambiare d'idea,
dovettero sostituirlo, e lasciarlo andare liberamente al suo destino.
Egli prese congedo da tutti, abbracciò teneramente sua madre, e partì.
E ciascheduno aveva riprese le proprie abitudini, col convincimento
che bisognava rassegnarsi alle circostanze, sempre però coll'opinione
che non si trattava che d'una sosta, e perciò l'attenzione generale era
rivolta al Piemonte da dove si attendeva con fiducia il segnale della
nuova riscossa.
Infatti nel 1859 scoppiò nuovamente la guerra nella quale gli italiani
non domandavano che di essere alfine padroni in casa propria, ed
arbitri dei loro destini, mentre l'Austria vantava dei diritti
ereditari sul nostro paese, mercanteggiato da genti estranee, al tempo
che si vendevano i popoli come le pecore.
Ma il re di Sardegna si annunziava come il primo soldato
dell'indipendenza, e la Francia si univa all'esercito piemontese,
composto oramai di italiani di tutte le provincie, per far finalmente
cessare il dominio austriaco «dalle Alpi all'Adriatico».
Molti cadorini accorsero ad arruolarsi volontari in Piemonte, ove sotto
il comando di Garibaldi, si organizzarono nuovamente i Cacciatori delle
Alpi coi Cacciatori degli Appennini, della Stura, della Magra, a misura
che i giovani giungevano da ogni parte.
Tiziano si limitò a predisporre segretamente il Cadore in modo tale
che giunto il momento opportuno tutto fosse pronto a dare un bel colpo
di mano ai liberatori; da ogni casupola alpina sarebbero usciti degli
uomini armati, e nessun rinforzo austriaco avrebbe potuto penetrare in
quei monti.
E qui nuovi timori di Maria, e nuove ambascie, combattute dal suo amore
di patria, e dal vivo desiderio di finirla una volta per sempre, ma
eccitate ad ogni momento dall'affezione profonda di moglie e di madre.
E quando Tiziano partiva per le sue spedizioni segrete, essa non viveva
più fino al suo ritorno, e dormiva raramente di notte, sempre agitata
dal timore di qualche brutta sorpresa.
Si attendevano ansiosamente le notizie, e fu un bel giorno quello
nel quale si venne a sapere che il re di Piemonte e l'imperatore dei
francesi erano entrati trionfalmente a Milano dopo la battaglia di
Magenta.
La battaglia di Solferino ove s'impiegarono tutti i terribili congegni
dell'arte guerresca moderna, colle nuove armi di precisione, e le
palle coniche scoppianti, fu anche seguita da un violento temporale,
e riuscì una vera carneficina.... Michele la descrisse a Tiziano in
una lunga lettera nella quale gli annunziava che era uscito incolume
per miracolo, ed essendo stato destinato a comandare una scorta delle
ambulanze, aveva potuto vedere il campo appena cessata la terribile
strage.
Vi furono feriti o uccisi tre marescialli, nove generali, 1566
ufficiali, di cui 650 austriaci, e da quarantamila soldati e bassi
ufficiali, di cui 13 mila austriaci. I cadaveri e i feriti giacevano a
mucchi fra i cassoni rotti e i cavalli uccisi. I morti periti sul colpo
avevano la faccia calma, ma i lacerati morti lentamente fra gli spasimi
e le convulsioni di lunga agonia, avevano le membra livide, i capelli e
i baffi irti, le mani aggrappate al terreno, gli occhi spalancati, e i
denti serrati dallo sgrigno convulso.
Gemiti, urli, convulsioni di feriti mettevano orrore, alcuni erano
impazziti dallo spasimo, altri colle membra stritolate dal passaggio
dei carri e dei cannoni invocavano d'essere uccisi. Un ufficiale
austriaco di forse vent'anni era divenuto canuto.
Ed a questo spaventoso massacro seguiva l'armistizio e la pace di
Villafranca, che lasciava ancora il Veneto in mano dell'Austria
trincierata nel quadrilatero.
Tale notizia giunta in Cadore sparse lo sgomento dovunque, e la più
cupa desolazione. Tutti si accingevano a sostenere risolutamente
l'ultima lotta, a compiere l'ultimo sacrificio per la sospirata
indipendenza... e invece bisognava deporre le armi, e nasconderle.
Cosicchè alle vergogne e ai danni della schiavitù si aggiungevano
continuamente le amarezze d'una esistenza intorbidata d'ansie perenni,
da congiure senza fine accompagnate da pericoli sempre sospesi sul
capo delle famiglie. Ma dopo lo strappo doloroso della speranza, dopo
lo spasimo del disinganno, ottenuta l'emancipazione della Lombardia,
gli animi degli italiani da un punto all'altro della penisola si
ridestarono al voto ed alla fede dell'unità, e si accinsero ad
ottenerla con unanimi intenti, e perseveranti conati, e le successive
annessioni congiunsero al Piemonte la Toscana e l'Emilia, e accrebbero
sempre maggiormente il nucleo della libertà.
L'insurrezione della Sicilia fece accorrere nuovamente la gioventù
italiana sotto il patrio vessillo, e così si raccolsero quei mille che
guidati da Garibaldi divennero leggendari, e qui ritornò in campo il
nome dei Cacciatori delle Alpi, che sostituirono al cappotto grigio la
camicia rossa, e la Sicilia mostrò al mondo per la seconda volta come
si libera un paese dagli oppressori per la volontà d'un popolo unito.
Passato lo stretto, Garibaldi entrò in Napoli in carrozza, la città
lo attendeva in festa, esso rappresentava la volontà della nazione,
l'indipendenza e l'unità, e davanti all'entusiasmo suscitato dalla
libertà i Borboni bombardatori e spergiuri fuggivano nelle torri di
Gaeta, come le nottole al levare del sole.
Gli stati romani si unirono al resto della penisola, e non mancavano
che Roma e Venezia per compiere l'Italia rigenerata.
Venezia fremeva attendendo il suo giorno. L'eroismo mostrato al tempo
dell'assedio aveva consacrato il suo diritto alla libertà, davanti
l'Europa. L'Austria accampata militarmente nel Veneto era convinta che
il suo governo militare non sarebbe che una tregua fra due battaglie.
Gorzkowsky col suo vasetto di maggiorana sugli occhi, il sciabolone
a fianco, e i suoi bravi speroni da generale di cavalleria, eccitava
un'irresistibile ilarità quando passeggiava in piazza San Marco,
sbirciando avidamente le donne, le quali ne avevano paura. Non
un cappello si abbassava alla sua presenza, e al suo passaggio i
gondolieri si davano l'occhio fra loro, e tutti si voltavano a guardare
con sorpresa quel generale di cavalleria mandato dall'Austria a
governare la sola città marittima ove non possono girare i cavalli;
e la musica militare che suonava davanti le scranne vuote dei caffè,
nella piazza deserta.
Corsero per qualche tempo delle trattative segrete per la cessione
della Venezia, ma sempre invano, e si dovette venire alle armi.
Vittorio Emanuele che «non era stato insensibile ai gridi di dolore
che si levavano dall'Italia oppressa» riprese la spada e si accinse
a compiere la gloriosa sua impresa, fidente nel diritto del popolo e
nella simpatia dell'Europa, e tutti i partiti si trovarono concordi nel
grande intento della completa indipendenza, e fecero scoppiare il grido
di guerra come il voto universale della nazione.
L'esercito discese nella valle del Po, e Garibaldi raccolti nuovamente
i volontari si avviò verso i monti.
Quando giunse in Cadore la dichiarazione di guerra, coll'annunzio che
le ostilità erano incominciate, Tiziano, dato un bacio ai bambini ed
alla moglie, corse a dare il segnale della sollevazione, raccolse i
giovani sotto alle armi, e si udì nuovamente nelle Alpi le campane che
suonavano a stormo per invitare le popolazioni alla lotta decisiva.
Maria memore delle battaglie del quarantotto, dello smarrimento
del fidanzato, della morte del padre, colpita dai più angosciosi
presentimenti, si mise in ginocchio coi suoi tre figli e tutti uniti
pregarono ardentemente per la salvezza d'Italia, e pel capo della
famiglia esposto nuovamente alle palle nemiche.
Maddalena e la Betta pregavano esse pure, mentre sior Antonio in
grande agitazione, girava il paese in cerca di notizie, pensando al
figliuolo, alla moglie, alla nuora, ai nipoti, alla vita costantemente
intorbidata, e chiedeva a tutti delle informazioni, senza nemmeno
intendere le risposte.
Le bande dei volontari cominciarono a formarsi nelle valli di Calalzo,
ove erano convenuti alcuni garibaldini, e molti giovani veneti disposti
a difendere le Alpi. Un drappello venne spedito a Borca, un altro in
Auronzo.
Gli austriaci si erano dapprima ritirati davanti la sollevazione
minacciosa, ma si organizzavano ai confini, ingrossati dai volontari
tedeschi che allettati dalla paga d'un fiorino al giorno accorrevano
per ammazzare ed opprimere.
Quando si credettero pronti alla lotta, penetrando per un difficile
sentiero giunsero a Collina, poi a Sigileto e a Forni Avoltri, donde
salirono a Sappada, entrando nella valle del Piave. Erano oltre a
mille uomini bene armati, molti anche con fucili ad ago, e guidati da
provetti capitani, quali il colonnello conte Arturo Mensdorf-Puilly,
fratello del ministro, il conte Coronini, il maggiore conte Lamberg, ed
altri devoti alla monarchia austriaca. Era loro intento di attraversare
il Cadore per unirsi al corpo austriaco che dai monti feltrini
combatteva contro Medici.
Alla notizia del loro appressarsi i Cadorini sono andati ad
incontrarli, decisi di far pagar cara la prova agl'invasori. I
difensori della patria giunti da varie parti s'incontrarono a Treponti,
ove disposero le loro ali alla destra dell'Ansiei ed alla sinistra del
Piave, salendo sui monti verso Tudaio, spingendo delle ricognizioni
fino a Cimagogna, e tenendosi in osservazione sulle strade di Comelico
e Auronzo.
La notte passò tranquilla, ma sull'alba del 14 agosto, i nemici che
avevano pernottato a Santo Stefano, salirono a Danta, ed alle sei
e mezza del mattino erano già discesi a Santa Caterina in numero di
cinquecento e si disponevano ad avanzare, quando incontrati i Cadorini
apersero il fuoco.
I tedeschi tentarono a più riprese di passare il ponticello di Campo e
guardare l'Ansiei per girare l'ala sinistra e cogliere il centro alle
spalle, ma vennero vigorosamente respinti.
Tiziano guidava i suoi compatriotti da vecchio soldato, avanzando
alla loro testa in mezzo alle palle che gli fischiavano intorno. Una
mossa eguale venne tentata alle falde del Tudaio, sull'ala destra, che
si trovava maggiormente esposta perchè spoglia d'alberi e di difese
naturali, ma anche da questa parte trovò una forte resistenza, e il
fuoco continuava da ambe le parti vivissimo.
Intanto sparsasi pel Cadore la notizia della nuova invasione, tutti i
paesi si sollevarono in massa, accorrendo verso Treponti.
Mancavano le armi. Come nel quarantotto, si ebbe ricorso ai fucili da
caccia, alle falci, agli spiedi; le donne accorrevano cogli uomini,
la gente confusa saliva sull'erta, chi era armato entrava in linea
a rinforzare i volontari, chi non aveva armi diventava per forza
spettatore, e cercava un posto per vedere la lotta. Cosicchè il campo
di battaglia presentava l'aspetto d'un anfiteatro, ove il pubblico
assisteva allo spettacolo. Un bellissimo sole splendeva sulla scena,
e faceva brillare le baionette dei tedeschi che si aggiravano intorno
d'un fenile sul colle di Cortàs aspettando rinforzi.
Verso mezzogiorno i Garibaldini si slanciarono contro il nemico e con
ardito assalto alla baionetta lo respinsero fino all'osteria della
Gaja, obbligandolo a ripararsi sulle circostanti colline, ma accortisi
d'una imboscata ripiegarono sul centro, chiave della posizione, e
allora il nemico provocato, e forte d'altri cinquecento uomini scese di
nuovo alla pugna, che venne ripigliata su tutta la linea con maggiore
accanimento.
Intanto altri corpi di volontari provenienti da Belluno si aggiunsero
ai Cadorini infondendo nuovo ardire. Il nemico si avanzava pel piano
boscato, e le ale degli Italiani si concentravano verso Treponti ove
ferveva l'ardore della mischia. Successero quattro ore d'una lotta
tenace. Gli Austriaci si avanzarono in mezzo al fuoco decisi di
prendere il ponte d'assalto, Garibaldini e Cadorini li respinsero con
imperturbabile valore.
Gli uomini disarmati eccitavano i combattenti, le donne strillavano
per animare i volontari, i bimbi correvano a svelare gli agguati. Era
tutto il paese raccolto in un centro per difendere il suo territorio
dall'invasione.
Cadono morti e feriti da ambe le parti, il sangue delle vittime anima
i combattenti, e tutto si confonde nella violenza della lotta, entro i
vortici di fumo prodotti dalla polvere.
Pendeva incerta la pugna, e si alternava animosa fra gli attacchi
e le ripulse, quando tutto ad un tratto si vede sorgere sul ponte
impreveduta una bandiera bianca, e in pari tempo un'altra bandiera
eguale sorse dalla parte del nemico, e s'udì gridare dovunque a
squarciagola: — cessate il fuoco.
Molti sospettarono un tradimento, e continuavano a tirare, e le
fucilate non cessavano malgrado gli ordini superiori. Ci volle una
grande fatica a far sospendere il combattimento, che pareva una
frenesia. I Cadorini indignati domandavano ragione di quella sorpresa.
Quale ne era la causa? — Un parlamentario venuto al campo aveva portato
i dispacci di Lamarmora e Medici che annunziavano l'armistizio, e
davano ordine di por fine alla lotta.
Quest'ordine venne accolto a malincuore, ma si obbedì.
Il colonnello Mensdorf-Pouilly si avanzò verso il ponte ove la strada
era aperta, e in mezzo ad un semicerchio formato dai volontari italiani
si levò il berretto e mandò un cortese saluto ai suoi valorosi nemici.
Allora si radunarono in quel punto gli ufficiali tedeschi ed italiani,
i Garibaldini e i Cadorini si confusero cogli Austriaci, la gente
scese dalle alture colle donne e coi bimbi, il campo di battaglia si
trasformò improvvisamente in una specie di festa campestre. La comitiva
degli ufficiali si recò all'osteria. Mensdorf lodò altamente il valore
de' suoi avversari, desiderò conoscerli personalmente, ed allora ebbero
luogo le reciproche presentazioni, colle rispettive strette di mano.
Gli ufficiali austriaci erano tutti distintissimi soldati di mestiere;
degl'italiani neppur uno apparteneva all'esercito. Un garibaldino,
annunziando il nome de' suoi commilitoni, ne aggiungeva la relativa
professione, e così si udirono successivamente le seguenti qualifiche:
— possidente, negoziante, avvocato, medico, ingegnere, giornalista....
Poi si toccarono i bicchieri, e si bevette alla salute d'ambedue
le nazioni belligeranti, e gl'italiani e i tedeschi che poco prima
si volevano distruggere, si trattarono con espansiva cortesia, si
scambiarono brindisi ed auguri.
Così pure i soldati delle due nazioni fraternizzarono, e confusi
insieme sulla spianata si mostravano scambievolmente le armi, mentre le
donne e i bimbi abbracciavano i loro cari rimasti sani e salvi.
Ma a questo strano spettacolo, che aveva cambiato il campo di battaglia
in una specie di fiera, faceva riscontro una scena assai triste che
si presentava nell'interno del bosco. Entro d'un fenile vuoto si erano
raccolti i morti e i feriti, si udivano dei gemiti dolorosi, e un prete
raccomandava l'anima ai moribondi.
E fra i feriti c'era pure Tiziano; una palla venuta di fianco gli aveva
strisciata la fronte e lacerata la pelle, coprendogli gli occhi e il
viso di sangue. Il medico, fasciandogli la ferita, gli disse: — Per
mezzo centimetro avete salva la vita, un piccolo movimento della testa,
o una linea di differenza nel tiro, ed eravate spacciato.
Egli cercò di lavarsi bene tutto il sangue che aveva indosso, ma quando
venne trasportato a casa fu una scena desolante. La testa fasciata, il
volto pallido, la camicia intrisa di sangue colpirono terribilmente
il cuore sensibile di Maria che assalita da fiere convulsioni fu più
malata di lui. Egli fece il possibile per rassicurarla, ma essa si
angustiava doppiamente, prima per la ferita e poi pel pensiero del
grave pericolo incorso, e non rifiniva di dolersi della sorte che la
bersagliava.
Il medico di casa, avendo esaminato accuratamente la ferita, raccomandò
il silenzio, la quiete, l'oscurità, perchè il malato accusava dolori di
testa, e non si poteva sapere se il colpo della palla avesse prodotto
dei disordini nel cervello. Procurò di rassicurare i parenti, ma teneva
un altro linguaggio cogli amici dichiarando di non poterli assicurare
della vita di Tiziano non essendogli possibile di prevedere tutte le
conseguenze del male.
Sior Antonio era inquieto ed accasciato da tante prove, ma dissimulava
le sue apprensioni per non impressionare maggiormente sua moglie e
la nuora, e spiava ansiosamente l'andamento della cura, brontolando
fra i denti delle imprecazioni, alzando i pugni e torcendo gli occhi
minacciosi, non si sa se contro la guerra, contro gli stranieri, o
contro la politica.
Quando si seppe in modo positivo che la pace era stata firmata
colla cessione del Veneto, mandò un profondo respiro, augurandosi il
ristabilimento del figlio per non essere trascinato dalla disperazione
a trovare troppo cara la liberazione della patria.
Intanto il quadrilatero era stato consegnato agli Italiani senza
smuovere una pietra de' suoi bastioni, e Venezia aveva assistito ad uno
spettacolo che pareva miracoloso. Senza aver udito un colpo di fucile,
una bella mattina si videro scendere le bandiere austriache dalle tre
grandi antenne della piazza San Marco, e si vide salire il vessillo
italiano. I tre colori nazionali, tanto vietati, sventolarono da tutti
i monumenti, dai balconi di tutte le case, dai navigli e dalle gondole;
La città era stata sgombrata pacificamente dalle truppe straniere.
Il generale Alemann, ultimo governatore militare austriaco, s'era
imbarcato in un vaporetto, all'approdo del palazzo reale, con tutto il
suo stato maggiore in gran tenuta di gala, e dopo d'aver preso congedo
cortesemente dai Commissari italiani ai quali aveva fatto la regolare
consegna della città, salutava militarmente la folla che assisteva in
silenzio alla sua partenza, e passando davanti la piazzetta si levò il
cappello in segno d'addio a Venezia e ai Veneziani stipati sulla riva.
L'ingresso delle truppe italiane in ogni città del Veneto fu accolto
dalle popolazioni con tale entusiasmo che toccava la frenesia.
Il Consigliere imperiale di Pieve di Cadore sbalordito dagli
avvenimenti e inquieto sul contegno dei Cadorini a suo riguardo giudicò
prudente di battere in ritirata, e dichiarandosi disposto a presentare
i suoi omaggi al nuovo sovrano partì per Venezia.
Colà egli passeggiava sotto le Procuratie sorridente, come un uomo
soddisfatto, stringendo la mano agli amici che incontrava, dichiarando
che alla fine si respirava liberamente, ed esprimendo la sua
contentezza per aver vissuto tanto da vedere la sua Venezia liberata
dagli stranieri.
Volle essere presentato al Regio Commissario come un vecchio magistrato
che porta la sua adesione al Governo nazionale, lieto di poter
mostrarsi devoto alla dinastia che ha saputo realizzare i voti della
sua anima eminentemente italiana.
Un giorno incontrò Bortolo per via, il quale avendolo riconosciuto
si permise di arrestarlo per chiedergli le notizie dei suoi vecchi
padroni, e le novità del paese. Il Consigliere gli raccontò con
entusiasmo il fatto di Treponti, lodando il valore dei Cadorini, ed
annunziandogli però la disgrazia toccata al suo padrone, la cui vita
era ancora in pericolo. Bortolo ne fu afflittissimo, e attribuì alla
confusione di quei giorni, ed alla preoccupazione delle famiglie, il
fatto spiacente di non aver ancora ricevuto notizie da casa.
Bortolo si mostrò felice dell'ottenuta liberazione del Cadore e di
tutto il Veneto, al che il Consigliere rispose:
— L'ho sempre detto che la fermezza degl'Italiani sarebbe riuscita
all'intento, e che l'indipendenza d'Italia era sicura!...
Aveva sempre detto il contrario, ma tutte le parole non si mettono a
processo verbale, e guai se non si dimenticasse il passato!...
Dopo tante vicende Bortolo non si rammentava più le opinioni del
Consigliere, e pieno d'affetto pel suo paese nativo non vedeva in quel
vecchio che un compatriotta, amico dei suoi padroni.
Egli invitò il Consigliere a visitare il suo negozio d'offelleria
vicino alla piazza, perchè era diventato padrone di bottega, e fra
breve doveva prender moglie. Il Consigliere che era stato sempre
un po' goloso non esitò ad accettare l'invito, immaginandosi che
il brav'uomo non avrebbe mancato di offrirgli in dono le migliori
pasticcierie del negozio. E infatti aveva indovinato. Così andava
spesso a trovar l'offelliere, il quale si tenne onorato di poterlo
presentare alla promessa sposa, come il più distinto magistrato di
Pieve. Il Consigliere fu assai galante colla Gigia, e piacque molto
alla nonna, che lo trovò un perfetto gentiluomo, caldo d'amor patrio.
Ed egli vedendo che la buona vecchia si burlava dei tedeschi, le tirava
fuori degli aneddoti piacevolissimi sulla loro babbuaggine, e la faceva
ridere di cuore.
Invitato alle feste del conte Pasolini ossequiava tutte le nuove
autorità, voleva essere presentato a tutti gli uomini che avevano
contribuito alla redenzione d'Italia, ne esaltava i meriti, ed
enumerava i patimenti del Veneto sotto la tirannide austriaca. Taluno
dei più perspicaci, guardandolo bene in faccia, sospettava l'ipocrisia
sotto la maschera di quel viso lisciato dal rasoio, che aveva delle
linee e degli angoli che lo facevano rassomigliare a certi tipi
diplomatici della vecchia scuola di Talleyrand; ma la maggior parte
di coloro che ricevevano le lodi esagerate, le trovavano giustissime,
e andavano dicendo che il consigliere imperiale era uomo perspicace,
pieno d'esperienza e di senno, che era necessario di tener conto
dei vecchi impiegati austriaci, che si doveva profittare della loro
conoscenza del paese, e della pratica degli affari.
Nel giorno del solenne ingresso a Venezia di Vittorio Emanuele, il
consigliere imperiale aveva trovato il modo di cacciarsi in una gondola
del Municipio, e batteva le mani, ed agitava il cappello in aria con
rimarchevole entusiasmo.
La nebbia che aveva invasa Venezia in quella mattina contribuì non poco
a rendere più fantastico quel memorabile ingresso. Pareva che il re
si avanzasse in mezzo alle nuvole, come gli antichi numi dell'Olimpo.
Il primo soldato dell'indipendenza italiana stava ritto in mezzo d'un
tempio dorato che avanzava lentamente sul canale, e collo sguardo
franco ed ardito osservava d'intorno l'accompagnamento delle barche
ornate con bizzarra fantasia, nei modi più capricciosi, pavesate di
bandiere, adorne di festoni d'ogni colore, coperte di velluto con
nappe d'oro e d'argento, trascinate nell'acqua; e la folla compatta e
plaudente sulle rive, sulle finestre, sui ponti, sui tetti. A pensarci
solo, dopo tanti anni, rammentando i giorni luttuosi dell'assedio,
della fame, delle bombe, quell'ingresso meraviglioso sembra il sogno
d'un altro mondo!...
Qualche giorno dopo quella festa, il Consigliere imperiale passeggiando
sulla riva degli Schiavoni incontrò Michele che era diventato maggiore
dei bersaglieri. Gli diede un grande abbraccio complimentandolo sulla
fermezza, sul coraggio, sulla perseveranza, che gli meritarono quel
bel grado nell'esercito. Michele gli strinse cordialmente la mano, gli
mostrò il più vivo desiderio di rivedere finalmente il Cadore, e disse
che vi sarebbe andato subito, se gravissime occupazioni non glielo
avessero impedito. Il Consigliere che s'informava di tutto venne a
sapere facilmente che le gravi occupazioni del maggiore consistevano
in grandi manovre tendenti ad una nuova conquista. E infatti la sua
vita militare che aveva per base l'amore d'Italia si completava d'una
lunga serie di piccoli amori verso le donne italiane d'ogni classe e
d'ogni colore che lo colpivano continuamente col prestigio della loro
bellezza, e lo tenevano schiavo, mentre egli combatteva per la libertà.
E passava da una conquista ad un nuovo assedio, e da una vittoria ad
una sconfitta, colla stessa bravura che lo aveva sostenuto in tutte le
guerre dell'indipendenza.
Nelle ore che gli restavano libere, Michele andava da Bortolo, il
quale, dopo di avergli annunziato il prossimo matrimonio colla Gigia,
lo aveva pregato di essergli testimonio, o come si dice a Venezia,
compare.
— Ah non ti basta d'avermela portata via!... vuoi ancora che ti faccia
il testimonio!... sei un gran furfante! — gli diceva ridendo, — e
la Gigia è una birbona!... ma accetto la carica... perchè conosco
i privilegi dei compari... e saprò approfittarne!... ne puoi essere
sicuro....
Bortolo lo guardava con gli occhi attoniti e sospettosi che
accrescevano l'ilarità del maggiore che si godeva un mondo a far
dannare gli sposi con allusioni maligne, mettendo di buon umore la
nonna, la quale diceva a tutti i suoi conoscenti che lo sposo è un
bravo galantuomo, ma che il compare era una volpe fina!...
E tutti uniti salivano sovente all'altana per guardare la camera
dirimpetto ove Michele era stato alloggiato nel quarantotto, e quelle
memorie, e il panorama che si presentava alla vista, li richiamava
alle passate vicende e ai lunghi anni trascorsi con delle speranze che
parevano chimere, e che tuttavia erano diventate realtà.
E quando il maggiore si trovava solo con Bortolo lo canzonava sulla
sua fedeltà fenomenale che lo trascinava a sposare dopo tanti anni, una
donnetta ancora piacevole, ma oramai attempatuccia.
— Gli anni sono passati anche per me, gli rispondeva il buon cadorino,
e un poco la politica e la guerra, un poco la difficoltà d'assicurarmi
i mezzi necessari per vivere in famiglia, mi hanno fatto passare la
gioventù come a tanti altri.
— Va benissimo, tu hai avuto la pazienza d'aspettare la libertà della
patria per metterti le catene del matrimonio, ma sei poi sicuro che la
Gigia abbia avuto la stessa pazienza, e ti sia stata sempre fedele per
tanti anni?...
— Ohh!!... esclamava Bortolo, con accento di sdegnosa sorpresa,
metterei la mano nel fuoco!...
— Lo credo!... rispondeva Michele, voi altri pasticcieri, avvezzi al
calore del forno, non avete mai paura di bruciarvi le dita!...
Finalmente ebbe luogo anche il matrimonio, che se fu un bel giorno
per gli sposi, non fu meno lieto per la nonna, che vedeva finalmente
assicurato l'avvenire della cara nipote; e la buona vecchietta andava
superba di appoggiarsi al braccio del compare in grande tenuta di
maggiore dei bersaglieri col petto coperto di decorazioni e delle
medaglie di tutte le guerre dell'indipendenza.
Il Consigliere imperiale fu invitato a nozze, e a tavola fece un
brindisi al valoroso esercito italiano, al quale rispose Michele,
bevendo alla salute degli sposi, ed alla felicità nuziale, onorato
compenso a tutti i superstiti delle patrie battaglie.
Gli sposi fecero un viaggetto di nozze alla Pieve, ove vennero accolti
in casa Lareze colla consueta cordiale ospitalità del Cadore, la
Betta e la Gigia si abbracciarono affettuosamente, Bortolo condusse la
sposa al roccolo di Sant'Alipio, la presentò a Maria che le disse di
conoscerla da tanti anni per le relazioni avute da suo marito, il quale
la rivide con piacere, e ancora convalescente dell'ultima ferita, fu
lieto di rammentarsi i giorni dell'assedio di Venezia. Poi presentò i
suoi figli agli sposi, esclamando:
— Eccoci finalmente tutti tranquilli. L'indipendenza della patria
assicura la pace delle nostre famiglie. L'onore è soddisfatto, il
dovere è compiuto. Ora possiamo trascorrere gli ultimi nostri giorni
nella quiete della vita domestica, lavorando per la prosperità della
nazione, e per dare una buona educazione ai figliuoli, dai quali
dipende la sorte dell'avvenire.