XIX.

Isidoro, il figlio maggiore di Tiziano, aveva già raggiunto i sedici

anni e dimostrava tutte le inclinazioni del nonno materno del quale

portava il nome; l'amore della caccia, delle montagne, degli esercizi

che danno vigore alle membra. Adria toccava i quindici anni, era

d'indole soave, mesta e pensierosa, forse in causa dei tempi dolorosi

nei quali era nata. Taddeo, a soli tredici anni pareva seguire

gl'istinti del fratello maggiore, voleva imitarlo in tutto, e lo

avrebbe seguito dovunque, se le forze non gli fossero mancate.

Maria respirava più liberamente, e incominciava a godere i benefizi

della vita tranquilla, ma tuttavia ogni timore dell'avvenire non era

ancora totalmente svanito, e Tiziano le faceva impressione quando

inculcava a suo figlio maggiore le massime di rigido patriottismo

che egli aveva costantemente professate, raccomandandogli di tenersi

obbligato a compiere tutti i doveri d'ottimo cittadino, che deve esser

sempre pronto a servire il paese senza ambizioni nè avidità, e sempre

disposto a dar la vita per l'onore e la libertà della patria.

La pace era stata firmata dai sovrani, ma i popoli non l'avevano

convalidata colla loro adesione; durava sempre la ruggine fra italiani

e tedeschi, e tale antipatia poteva degenerare in odio nazionale, e

trascinare da capo alle armi.

Queste erano le preoccupazioni di Maria, quando un giorno giunse

al roccolo una lettera indirizzata a Tiziano, che portava il timbro

postale di Vienna.

— Che sarà mai?... chi può scrivere da Vienna a mio marito?... pensava

Maria in attesa del suo ritorno.

Appena Tiziano rientrò in casa aperse la lettera, e corse cogli occhi

alla firma. Era il capitano Kasper Kraus, il quale gli scriveva che

dovendo attraversare il Tirolo, sarebbe disceso alla stazione di

Toblac, colla intenzione di recarsi a Schluderbach. Non voleva entrare

in Cadore, memore dell'odio dei cadorini pei tedeschi, ma toccandolo

così da vicino sarebbe stato felice se avesse avuto la fortuna

d'incontrarlo, e di stringergli la mano, desiderando vivamente di aver

notizie della pietosa suora di carità che gli aveva salvata la vita,

ed alla quale avrebbe voluto far nota la sua eterna riconoscenza. E gli

mandava il suo indirizzo, perchè gli facesse il favore di rispondergli.

Kasper Kraus!... quante memorie dolorose si risvegliavano a quel nome;

e in pari tempo quale scambio di solenni servigi, in mezzo ai più gravi

pericoli. Quel tedesco non era un ingrato!... si rammentava ancora

la notte terribile nella quale Maria lo aveva soccorso, e poi l'aveva

generosamente ricompensata, salvando la vita a Tiziano, il quale gli

doveva egualmente un'eterna riconoscenza. Maria sentiva essa pure il

bisogno di ringraziarlo del favore ricevuto, e mostrava il più vivo

desiderio di rivederlo.

Tiziano restava esitante sul partito da prendersi, poi osservò alla

moglie:

— Non mi pare conveniente che tu vada ad incontrarlo... ma io andrò con

sommo piacere a Schluderbach, per mostrargli che la nostra riconoscenza

è pari alla sua....

— Questo non basta!... soggiunse Maria, non vedi che egli conserva

un pregiudizio ingiusto, che è necessario distruggere. Non è vero

niente affatto che i cadorini abbiano in odio i tedeschi. Essi non

vogliono stranieri per padroni di casa, ma sono amici di tutti gli

stranieri che vengono a visitarci senza queste pretese; sieno russi,

inglesi, francesi o tedeschi. Quando eravamo nemici ci siamo battuti

coraggiosamente per difendere il nostro territorio, ma adesso tutto

è dimenticato, e noi intendiamo che tutti i popoli sieno fratelli.

D'altronde bisogna provargli che i cadorini non sono ingrati, e che

l'ospitalità del Cadore non è superata da nessun paese del mondo!...

— Hai ragione, disse Tiziano, gli scrivo subito che vado ad attenderlo

a Schluderbach, per condurlo in Cadore, ove sarà accolto da tutti come

un amico.

E dopo d'avergli scritto, andò inteso col padre perchè si

apparecchiasse la più bella camera della casa in onore dell'ospite, non

essendo possibile di alloggiarlo nell'angusta dimora del roccolo, ove

per altro intendeva imbandirgli un banchetto.

Sior Antonio si stimò ben contento dell'occasione che gli si offriva

di poter mostrare la sua gratitudine verso l'uomo al quale era

debitore della vita dei figlio, e non è necessario di dire quanto

Maddalena fosse lieta di questa congiuntura per unire le sue materne

dimostrazioni a quelle del marito.

Al giorno fissato Tiziano partì col domestico che era succeduto a

Bortolo, trascinati dalla povera Nina divenuta vecchia, ma ancora salda

in gambe, e si fece accompagnare fino ad Auronzo, da dove li rimandò

a casa, deciso di attraversare a piedi il bosco di Sommadida, e di

provvedere a Schluderbach un altro mezzo di trasporto.

Il bosco di Sommadida è un magnifico dono che la Comunità del Cadore

fece alla repubblica di San Marco nel 1463, e quindi questa foresta

appartiene allo Stato. Dalla valle del torrente Ansiei sale fino alla

sommità dei monti, e corre in lunghezza circa tre miglia. È il più bel

bosco del Cadore. Gli abeti grossissimi svelti e diritti si alzano

a straordinarie altezze e somministrano agli arsenali le più grandi

antenne per le navi.

Facendo questo presente alla repubblica, la Comunità scriveva al Doge

Cristoforo Moro: «Se guardiamo alla vostra celsitudine, il dono che il

popolo cadorino spontaneo vi offerisce, è piccolissimo: tuttavia osa

sperare che esso sarà in tutti i tempi avvenire un solenne testimonio

dell'affetto, della fede, e della divozione, che il donatore ha

verso la repubblica potentissima, che l'ha preso nella sua tutela.

Accettatelo, ve ne preghiamo, con lieto animo; il vostro gradimento

varrà a confermarci nella fede che vi giurammo, sì noi che i nostri

figli, e nepoti saremo in ogni tempo i più acerrimi difensori vostri.»

E i generosi cadorini tennero parola da padre in figlio, tenendo sempre

sacra la volontà dei loro antenati.

L'aspetto pittoresco di questo bosco arresta continuamente i passi del

viandante, e lo sforza a contemplare ed ammirare lungamente la stupenda

varietà, e il maestoso sviluppo de' suoi prospetti. L'ampia valle

s'allarga e si serra, si eleva e si sprofonda con diverse vicende, e

gli abeti salendo dalle malghe ove pascolano gli armenti si distendono

sulle alture che ricoprono di cupa verdura, e s'innalzano colle punte

accuminate fino alle nude roccie, strisciate di neve, e tagliate a

perpendicolo.

La strada tortuosa, ora attraversa il bosco passando fra gli alberi

giganti, ora serpeggia in mezzo a verdi pascoli, ove gli alberi fanno

corona alle falde dei monti, e seguendone le curve ricoprono i clivi

lontani come se chiudessero ogni uscita. Il profondo silenzio che regna

in quelle regioni solitarie non è rotto che dal frastuono delle acque

cadenti negli abissi, dal fischio degli uccelli di rapina, dal muggito

delle mandre, o dal rumore del vento fra i rami degli alberi. Qualche

pastore sdraiato sull'erba saluta il viandante che passa, mentre gli

animali alzano la testa per osservarlo.

Dopo lunghi raggiri fra montagne boscose si esce in un altipiano, ove

il lago di Mesurina riflette nelle sue onde tranquille gli abeti che lo

circondano, sormontati da nude roccie, abitate dai camosci.

Nel fondo si vede una capanna isolata sulle rive del lago. È l'osteria

delle Alpi, ove si vende vino, pane, e carne di cavallo affumicata.

Colà Tiziano ritrovò Giacomo Croda, che teneva ancora l'osteria, e

faceva da guida ai viaggiatori. Dopo d'aver servito la patria nella

difesa del Cadore e nell'assedio di Venezia egli aveva sposato la

Giovannina, una buona ragazza d'Auronzo, piccoletta come la capanna, ma

piena di vivacità e di buon senso, che sa far l'interesse del negozio,

senza mai disgustare i viandanti. Oramai è conosciuta da tutti gli

alpinisti che visitano quelle solitarie regioni, ai quali essa crede di

parlare in tutte le lingue d'Europa, perchè sopprimendo la grammatica

alla lingua italiana cerca d'imitare l'accento degli stranieri, e

si aiuta con una mimica ingegnosa e intesa da tutti. I _touristes_

siedono davanti il balcone d'una stanza che prospetta il lago. Allora

la Giovannina offre vino bianco o vino nero a loro scelta. Generalmente

si domanda il migliore. Essa porta subito il bianco che non è bevibile,

si prova anche il nero che è peggiore, e si pagano tutti due, col pane

per giunta, più duro dei macigni. Allora per avere una memoria di quel

sito pittoresco, si compera un corno di camoscio, e questo è quanto può

offrire di meglio la Giovannina, a merito di suo marito, che è il primo

cacciatore di camosci della contrada.

Tiziano s'intrattenne alquanto col suo antico compagno delle guerre

d'indipendenza, e seduti fuori della capanna rammentarono con piacere

le vicende del passato, e i corsi pericoli. Giacomo gli mostrò con

orgoglio le sue carabine, gli raccontò i suoi tiri portentosi, e i

casi strani di quelle caccie sui precipizii, e davvero era un bel tipo

alpino, coi suoi scarponi ferrati, colla penna di falco sul cappello

acuminato, la cintura di pelle, e la pipa corta, col bocchino che gli

usciva dalle tasche della giacchetta di fustagno verde.

Avvicinandosi la sera, Tiziano strinse fortemente la mano di Giacomo,

salutò cortesemente la Giovannina e continuò la sua strada.

Usciti dalla valle di Misurina il bosco si fa sempre più denso, e le

gole dei monti si restringono. Venuta la notte Tiziano affrettava

il passo, perchè quella tetra solitudine gli pesava sul cuore. Ma

la strada è assai lunga, e sempre boscosa, e gli alberi impediscono

di veder da lontano, per cui riesce ancora più noiosa, e sembra

interminabile.

Cammina cammina, in quel buio e fra quegli alberi, la monotonia pesa e

la notte fa scambiare in fantasmi quei tronchi infranti dagli uragani,

coi rami irti che alzano le braccia come disperati. Mille forme

fantastiche, attristanti, minacciose vi attendono immobili, e pare che

vi seguano quando siete passati, e si va avanti stanchi ed oppressi,

per mancanza d'uno spazio aperto, e privi della luce che abbellisce

ogni cosa.

Per cui è un bel momento, quando in quella solitudine profonda ed

uggiosa, si presenta improvvisamente a diritta del viandante un lungo

fabbriceto con tutti i balconi illuminati da splendida luce e si vede

nell'interno un mondo di gente che sta mangiando allegramente intorno

a tavole ben servite da ragazze che vanno e vengono sollecite ed

affrettate, e si ode il suono dei piatti e dei bicchieri, e si sentono

le esalazioni d'una cucina appetitosa.

Ancora pochi passi e Tiziano passava dallo squallore notturno d'una

foresta a tutti gli agi della vita sociale.

Eccolo giunto finalmente a Schluderbach davanti il Gasthaus, Monte

Cristallo, un grande _Chalet_ con vaste dipendenze, ed un'annessa

succursale dirimpetto, ove non è sempre facile trovar alloggio, tanta

n'è l'affluenza dei viaggiatori, specialmente tedeschi, che frequentano

quel sito alpino, collocato nel centro d'interessanti escursioni.

Primo rappresentante della civiltà si presentò davanti a Tiziano uno

storpio che domandava la elemosina sulla porta dell'albergo. Nell'atrio

stavano esposti in vendita dei bei lavoretti d'intaglio in legno che si

eseguiscono a Brunen, e che, ben distribuiti in vetrine e rischiarati

da lampade a petrolio, formano una mostra permanente delle industrie

locali.

La porta a diritta in fondo dell'atrio si apre sulla sala da pranzo

che era quasi completa. Tuttavia Tiziano trovò un posto vuoto, sedette,

guardò d'intorno, non vide il capitano, e chiestone conto alla padrona

seppe che non era ancora arrivato. — Verrà certo domani, pensò, e

intanto si fece portare da cena, e mangiò con grande appetito dopo

quella lunga e faticosa passeggiata, e poi andò a coricarsi.

Alla mattina assai per tempo era in piedi e visitava i dintorni.

Lo Schluderbach non ha altre case che l'albergo, il quale sorge sulla

strada d'Alemagna, ad un'ora da Toblac, nella valle di Landro, a 1440

metri sul livello del mare, e in prospetto del monte Cristallo.

Il sito fresco e romito vi attira in estate molta gente, ed al mattino

per tempo si vedono numerose famiglie, uomini donne e bambini che

escono dall'albergo, muniti dell'alpenstok, e si dirigono pei vari

sentieri montuosi che salgono in mezzo ai boschi, e vanno in traccia

d'aria ossigenata e di salute.

È un recesso tranquillo, piuttosto malinconico, molto opportuno al

riposo di chi è costretto di vivere tutto l'anno nel tumulto delle

città popolose, fra gli affari e le passioni d'una vita agitata. La

valle angusta, ma d'un bel verde perenne, mantenuto da irrigazioni, è

sparsa di mandre che vanno al pascolo facendo suonare i loro campanacci

appesi al collo, e mandando lunghi muggiti che echeggiano nel silenzio.

Il fondo è chiuso da alte montagne ricoperte da bruni coniferi colle

cime aguzze, e che finiscono con nude roccie nevose, dalle quali

scendono le valanghe, che, passate attraverso i boschi, vanno ad

accumulare nella valle gl'infranti macigni.

A piccola distanza del prato sparisce anche la vista dell'albergo, non

resta più nessun indizio dei luoghi abitati, nessun rumore della vita

sociale, nessun frastuono d'industria, nessuna traccia d'agricoltura,

non si odono che le voci gravi e solenni d'una natura selvaggia, nella

pace profonda d'una completa solitudine.

Tiziano si aggirava intorno ai sentieri di Waldruhe che dominano

la strada maestra quando il rumore d'una vettura accompagnato dai

sonagli dei cavalli e dalle schioccate della frusta attirarono la

sua attenzione. La vettura si arrestò davanti all'albergo, ed egli

vide uscire dallo sportello il capitano Kasper Kraus, il quale aiutò

a discendere una signora e due ragazzi, che accolti alla porta dai

padroni accorsi entrarono nel Gasthaus.

Tiziano discese subito all'albergo e si gettò nelle braccia del

suo liberatore, il quale alla sua volta lo strinse al seno, come un

vecchio amico, gli presentò sua moglie e i suoi figli, e tutti uniti

s'indirizzarono alla sala da pranzo per far colazione.

Caduta Venezia nel quarantanove, il capitano Kasper Kraus aveva

ottenuta la pensione ed aveva sposato la sua Maria, invocata non

invano quando giaceva ferito sotto la tettoia, al passo della morte.

La signora era una bionda pallidetta, dagli occhi cerulei, non troppo

grande, ma di forme ben tornite. Olga, la figlia maggiore, e Frantz, il

secondogenito, rassomigliavano perfettamente alla madre.

Tiziano, interrogato col più vivo interesse su tutto quello che

riguardava la salvatrice del capitano, parlò con affetto della sua

Maria e dei loro tre figli, e la signora tedesca mostrò vivo desiderio

di conoscerla e d'abbracciarla, riconoscendo d'esserle debitrice della

sua felicità.

Tiziano rinnovando al capitano l'invito di recarsi in Cadore lo

assicurò che lo aspettavano degli amici, tanto più cordiali quanto

erano stati nemici implacabili, ed aggiunse che la sua bella famiglia

accresceva interesse e simpatia a quella gita.

Accettò di buon animo la proposta, e trovata una vettura partirono

per Cortina d'Ampezzo, e di colà percorsero lentamente la strada che

fu scena delle prime lotte fra tedeschi ed italiani in Oltrechiusa.

Attraversarono i paesi pittoreschi che sorgono alle falde delle

montagne sulle rive del Boite, San Vito, Borea, Vodo, Vinigo, Venàs,

scendendo spesso di carrozza, e facendo a piedi dei lunghi tratti

di strada per veder meglio i siti più interessanti, ed osservare

attentamente le località rese famose dalla guerra. Il capitano

approvava i lavori eseguiti per la difesa, rendeva giustizia al

coraggio ed al patriottismo dei cadorini.

La signora si fermava estatica ad ammirare quelle vallate, così

tranquille e pastorali in tempo di pace, e si fermava davanti a quei

boschi di larici e d'abeti, cresciuti rigogliosi fra i crepacci, e

sotto quelle roccie smisurate che sovrapiombano sulla strada.

Tiziano le additava a diritta il Pelmo nevoso, a sinistra le faceva

osservare l'immenso Antelao, squallido, nudo, minaccioso, e le

raccontava dei paesi intieri sepolti sotto le sue frane, e l'amore

degli abitanti per quei siti pericolosi che li spinge costantemente a

rialzare le nuove capanne sulle rovine che hanno sotterrato le dimore

dei loro parenti. Questo spiega la natura tenace dell'alpigiano, e il

coraggio che dimostra nella difesa del suo territorio.

Olga, timidetta, si teneva stretta alla madre, e pareva che quella

natura selvaggia e gigantesca le mettesse paura. Invece Frantz saliva

sulle erte pendici, e andava erborizzando con grande attenzione fra i

dirupi. Sua madre disse a Tiziano che il fanciullo era appassionato

per lo studio della botanica, e sarebbe divenuto un solerte cultore

delle scienze naturali. Allora Tiziano cercava di assisterlo e di

secondarlo nelle ricerche, e mentre la signora e sua figlia siedevano

sopra un masso contemplando col cannocchiale il paesaggio, Tiziano,

il Capitano e Frantz penetravano nei boschi, esploravano il terreno, e

s'arrampicavano sulle cime.

E così raccolsero una bella messe di fiori fra i quali primeggiava il

pallido Edelweiss, quel bel fiore d'argento che in tedesco significa

bianco-nobile, e che i botanici vedendo non si sa come un piede

di leone in quelle forme graziose non si peritarono di chiamarlo

Leontopodio (_Gnaphalium leontopodium_).

Così viaggio facendo le reciproche relazioni si resero sempre più

intime, e Tiziano, che era buon padre ed amava i giovani, era lieto di

secondare i gusti del ragazzo, di scoprire delle piante rare pel suo

erbario e di offrire dei fiori alla fanciulla. E si mostrava dolente di

non conoscere la lingua tedesca, e pensava che anche questa ignoranza

era un effetto del rancore che divideva i due popoli, rendendo odioso

agli italiani il linguaggio dei loro dominatori, e pensò alla necessità

di far imparare il tedesco ai suoi figli.

Così divagando per diversi motivi passarono da Valle al tramonto del

sole, ed era già buio quando attraversarono Tai, dirigendosi alla volta

di Pieve, ove giunsero a notte inoltrata.

Il roccolo di Sant'Alipio · 第 31 / 38 题