XVII.

Pochi giorni dopo la caduta di Venezia, sior Antonio veniva avvertito

da una lettera del figlio del giorno preciso del suo ritorno, e

attaccata la Nina al solito veicolo, andava ad incontrarlo fino a

Longarone, come gli era stato chiesto.

Tiziano rivedendo i suoi monti si sentiva aprir l'animo a nuova vita.

Uscendo da Venezia bersagliata dal ferro e dal fuoco, prostrata dal

coléra e dalla fame, aspirava avidamente l'aria balsamica della

campagna, si sentiva rinascere al contatto della vigorosa natura

alpina, e anelava di rivedere le persone dilette che lo attendevano

ansiosamente. Bortolo invece era triste, preoccupato, malcontento;

gli pareva che i monti gli opprimessero il petto e gli togliessero il

respiro. Si lamentava che gli mancasse l'orizzonte infinito del mare,

e quell'ampio specchio azzurro della laguna, dalla quale sorgevano

tante cose meravigliose. E si burlava delle catapecchie di montagna,

affumicate, nere, cadenti, e delle rustiche chiesuole dei villaggi, che

messe a raffronto dei palazzi di marmo e delle basiliche di Venezia gli

facevano pietà.

L'incontro con sior Antonio fu dei più espansivi, e l'entrata nel

vecchio cortile di casa riuscì commovente per tutti. Due madri

attendevano i loro figli, tanto lungamente desiderati, una sposa

rivedeva alfine il fidanzato reduce da tanti pericoli, e Fido

riconosciuti i suoi vecchi amici prendeva viva parte a quelle gioie

domestiche. Ma siccome è assai raro che nella vita ci sieno contentezze

complete, così un grave malanno amareggiava quel ritorno; l'Austria

aveva vinto da ogni parte, e l'abborrito governo straniero stringeva

ancora l'Italia nella sua mano rapace.

— L'ho sempre detto, ripeteva il Consigliere imperiale, l'ho sempre

detto che l'Austria non vorrà mai abbandonare il suo dominio in questa

Italia, che del resto non sarebbe capace di governarsi da sè!....

Dopo la caduta di Venezia egli riteneva che tutto fosse finito per

sempre. Salì in soffitta, spolverò i ritratti dell'imperatore, degli

arciduchi, e dei marescialli, e li rimise al loro posto, d'accordo

con tutte le Potenze europee che la pensavano come il Consigliere, e

ritenevano l'Austria invulnerabile, e l'Italia spacciata.

Maria era ritornata ad abitare il roccolo di Sant'Alipio con la sua

vecchia fantesca, e riceveva ogni giorno il suo fidanzato, che aveva

tante cose da raccontarle dopo così lunga assenza. Il nome del capitano

Kasper Kraus tornava sovente nei loro discorsi, e le avventure del

passo della morte e di Brondolo li faceva pensare ai passati pericoli,

agli arcani della provvidenza, alla dura sorte riservata al loro paese,

dopo tante vittime, e tanti sacrifizi.

Al frastuono dei cannoni, al fumo della polvere, ai pericoli ed alle

desolazioni della guerra era succeduta una pace profonda, un silenzio

solenne, un tenero amore che domandava alfine d'essere soddisfatto

colle dolcezze della vita comune.

Il matrimonio fra i due giovani venne dunque fissato per la fine

d'autunno; e fu pattuito in famiglia che fondendo insieme gli averi dei

due sposi, essi avrebbero abitato il roccolo di Sant'Alipio per vivere

tranquilli in quell'angolo romito delle Alpi.

E venne finalmente anche quel giorno tanto desiderato. L'arcidiacono

celebrò solennemente il matrimonio, Michele fu il compare,

rappresentato da Bortolo che aveva ricevuta la procura dall'esule,

unitamente ai doni per gli sposi.

Sior Antonio dichiarò agli amici che quello era il più bel giorno della

sua vita, Maddalena pianse di letizia, come aveva pianto di dolore, le

lagrime sono per molte donne l'espressione dei punti salienti della

vita, e la manifestazione spontanea di sensazioni contrarie. Bortolo

si mise in guanti per la prima volta in sua vita, offrendo così un

intermedio fra l'abito nero di Tiziano, e le brache corte di sior

Antonio, stonature dei costumi di montagna che rappresentano alla metà

d'un secolo gli avanzi del passato e i gusti dell'avvenire, in una

famiglia che passa dalla originaria semplicità, alle esigenze d'una

classe superiore modificata dall'educazione.

Tutto il paese applaudì a quelle nozze, ed alla sera gli sposi si

ritirarono al roccolo, ove un raggio di luna rischiarava la modesta

casetta di legno e gli effluvi delle piante imbalsamavano la camera

nuziale, nella quale non penetrava altro rumore che l'a solo d'un

usignuolo, pieno di soavi melodie, fra un coro di grilli, accompagnati

da lontano dal cupo rumore della Piave che s'infrange fra i sassi in

fondo della valle.

E così la vita riprendeva il suo corso normale, in completa bonaccia,

come il mare dopo una fiera burrasca.

Tiziano assisteva il padre nell'amministrazione degli affari dei suoi

padroni di Venezia, e si occupava del taglio dei boschi, delle seghe,

della spedizione dei legnami, e quando rientrava al roccolo incontrava

lo sguardo sereno e soddisfatto di Maria che gli correva incontro per

avere un bacio.

E nelle ore perdute, Tiziano continuando le abitudini di Isidoro,

coltivava il terreno circostante, colla stessa anarchia d'una volta,

volendo ricavare da quella poca terra tutto ciò che essa può produrre

in quel clima, dei fiori e delle frutta, del frumento, del granoturco,

delle patate, dei fagiuoli, del grano saraceno e delle fragole,

tutto misto e confuso cogli alberi e le erbe aventizie, in pittoresco

disordine, percorso dalle farfalle.

Alla sera colla pipa in bocca e l'anaffiatoio in mano egli bagnava le

sue piante, mentre Maria riparata da un cappellino di paglia coglieva

le frutta per la cena.

Pareva che la loro vita dovesse scorrere come un fiume di latte e

miele nella modesta semplicità di quell'idillio, ma l'esistenza non si

uniforma mai alla parte esterna delle cose, ma si compone a seconda dei

pensieri e dei caratteri. La felicità o la sventura stanno dentro di

noi stessi, ci accompagnano dovunque, e si manifestano costantemente

nelle più svariate circostanze. Così anche in mezzo ai sorrisi di

natura, in quella pace irradiata d'amore, un'ombra cupa, tenebrosa, si

alzava sull'orizzonte, e ne offuscava il sereno.

Michele scriveva dal Piemonte che era entrato nei bersaglieri, che

tutto non era finito, che bisognava apparecchiarsi a nuove guerre, per

compiere l'emancipazione d'Italia. Maria leggeva quelle lettere, che le

piantavano una spina nel cuore, e interrogava il marito:

— Che cosa faresti se ritornasse la guerra?...

— Il mio dovere... le rispondeva il marito.

Ora era evidente per Maria che il primo dovere d'ogni galantuomo

è sempre e dovunque quello di difendere la patria, e fino a che i

tedeschi la scialavano da padroni in Italia, l'onore degli italiani

era offeso e la patria disonorata. Era certo per tutti, che alla

prima occasione favorevole gl'italiani avrebbero riprese le armi,

per continuare le guerre d'indipendenza, fino alla fine; e con questa

spada sempre sospesa sul capo, la completa felicità della famiglia era

affatto impossibile.

Maria comunicava sovente a sior Antonio le sue impressioni ed egli le

rispondeva:

— Il Consigliere mi assicura che tutto è finito... io dico di no.... ma

intanto passano gli anni, e quando si diventa vecchi non si è più buoni

da niente!...

E gli anni passavano davvero, ed anche se Michele scriveva di quando in

quando che la guerra era vicina, che bisognava star pronti, tuttavia le

cose fruste si andavano sempre rappezzando, e si tirava avanti.

Un anno e mezzo circa, dopo il matrimonio, Maria con supremo contento,

sentì il palpito d'una nuova vita che le si agitava nel seno.

Trepidante di gioia annunziò al marito che lo avrebbe reso padre, ed

essa si apparecchiava a ricevere il bimbo da buona madre, allestendo

con operosa sollecitudine tutti gli arredi necessari, quando le lettere

di Michele si fecero più pressanti, eccitando l'amico ad apparecchiarsi

a nuove lotte. Ecco la gioia avvelenata da mille apprensioni. Il

primo frutto del loro amore stava per venire al mondo, e già si

apparecchiavano nuovi pericoli, e si prevedevano nuovi sconvolgimenti,

e quindi nuovi lutti. L'esperienza del passato ammoniva Maria di tutte

le difficoltà alle quali si andava incontro lottando col potente

nemico. Per apparecchiare la lotta in segreto si arrischiava la

prigione, e qui sorgevano i fantasmi dell'arresto, della partenza, dei

lunghi processi, le sofferenze del carcere, l'abbandono della casa, e

per quelli che restavano fuori, il terribile isolamento, il continuo

timore, le smaniose incertezze, e la separazione di due anime legate

dall'affetto, destinate a vivere insieme per allevare i figliuoli nella

pace domestica, per farne degli uomini onesti utili alla patria.... La

patria!... questa santa parola rammentava l'onta del dominio straniero,

il dovere di lavarla nel sangue.... il sangue!.... bisognava dunque

spargerne ancora, dopo tanto che se n'era invano prodigato, e si

richiedevano nuove vittime per ottenere la libertà!...

— Oh maledetti gl'invasori!... maledetto colui che calpesta la

terra bagnata del sudore dei nostri padri!... Che ciascheduno viva

e comandi in casa propria, questa è legge di natura, questo è il

più sacro diritto di tutte le nazioni del mondo!... Dopo il pericolo

della prigione si presentava quello dell'esiglio. Se la congiura non

riesce a buon effetto, se l'Austria cerca i congiurati per seppellirli

vivi nelle sue carceri della Moravia bisognerà cercare la salvezza

in un paese sconosciuto, abbandonare la casa paterna e le dilette

montagne, vivere isolati lontani dai parenti, dagli amici, dalle dolci

abitudini, dalle consuete occupazioni, e forse anche chi sa! mancare

del necessario, vedere i figli nella miseria, e non poter provvedere nè

alla loro educazione nè al loro benessere!...

E se la congiura riusciva alla rivolta, bisognava apparecchiarsi

nuovamente a combattere, e allora si presentavano tutti gli orrori

della guerra. Vi saranno dunque nuovi massacri, nuove carneficine,

verranno a prenderci i mariti, i padri dei nostri figli, per mandarli

contro i fucili e le baionette tedesche!.... —

A tali dolorosi pensieri Maria piangeva nella sua solitudine, e Tiziano

rientrando in casa la trovava cogli occhi rossi, e sofferente, mentre

aveva bisogno di buona salute per due. Ed egli pure era infelice in

quella lotta dell'odio e dell'amore. E quanto più gli erano cari i

suoi diletti, la moglie e il futuro figliuolo, tanto più detestava

l'umiliazione della dipendenza dagli stranieri, e il loro dominio

gli pesava sul cuore come un'offesa alla sua dignità di cittadino,

di marito, di padre. Vivere sotto l'incubo di leggi imposte dagli

stranieri, chiedere a loro il permesso di esercitare ogni diritto,

di muoversi, di pensare!... allevare i propri figliuoli per la loro

coscrizione, destinata a fare degli schiavi, allo scopo di conservare

la schiavitù d'altre nazioni, è tale vita ignominiosa che non può

immaginarla chi non l'abbia subita, e non è tollerabile per chi sente e

per chi pensa alla umana dignità.

Tiziano sentiva una gioia suprema all'idea di divenir padre, sior

Antonio aspettava ansiosamente un nipotino, Maddalena provava il

bisogno di ringiovanirsi colle cure di un bimbo figlio di suo figlio,

ma tutti vivevano malcontenti ed inquieti, tormentati da mille timori,

prevedendo nell'avvenire le amarezze che sarebbero sorte da quella

letizia, i dolori che sarebbero derivati da quella gioia. Tale è il

destino della famiglia sotto la dominazione straniera!... E tutti

osservavano con dispetto il sorrisetto di scherno del Consigliere

davanti i buoni patriotti, che egli chiamava gli esaltati, e che sior

Iseppo riteneva tutti matti, come suo nipote.

Le lagrime nascoste, i sospiri repressi, ma invano dissimulati

dalla donna diletta, quelle apprensioni della famiglia, affliggevano

sommamente Tiziano, e per tranquillare la moglie dovette prometterle

che non l'avrebbe mai abbandonata, limitandosi al semplice dovere

di cooperare alla liberazione del territorio cadorino, caso mai una

insurrezione od una guerra rendessero possibile la lotta.

Questa assicurazione egli l'aveva fatta col convincimento di una

prossima sollevazione del Cadore, promossa dallo stesso comandante

della difesa.

Calvi rifugiato a Torino teneva viva corrispondenza coi suoi vecchi

comilitoni, colla speranza di poter penetrare nei monti, di liberarli

dai Tedeschi e di annodare l'insurrezione del Cadore ad un nuovo

sollevamento d'Italia.

A tale scopo si erano costituiti dei comitati a Venezia ed a Pieve,

i quali cercavano di riorganizzare gli avanzi dispersi dei Cacciatori

delle Alpi, per gettarli sui monti bellunesi e cadorini, dove l'audace

condottiero li avrebbe raggiunti.

Ma davanti la formidabile potenza dell'Austria, non si trovò prudente

di secondare per il momento tale impresa, e si decise di attendere un

tempo più opportuno.

Intanto durante questa calma apparente, Maria mise alla luce il suo

primo bambino, al quale venne imposto il nome di Isidoro, per ricordare

il povero nonno, morto in difesa della patria. E i fiori e le erbe

vagabonde del roccolo di Sant'Alipio, agitate dalla brezza del mattino

parevano in festa, quando echeggiarono fra le altre armonie della

natura, anche i primi vagiti del neonato.

La vita allora si fece più lieta, quel bimbo fu la gioia di due

famiglie, la delizia di due case, e pareva che il Consigliere imperiale

avesse ragione e che tutto fosse finito.

La forza materiale pesava sul diritto come un macigno caduto dall'erta

sopra il ramo staccato di un albero. La rassegnazione nata dalla

necessità faceva che tutti i giorni si rassomigliassero, e che gli anni

scorressero monotoni non lasciando altre traccie sul sentiero della

vita, che di modesti avvenimenti domestici, di gioie e di dolori delle

diverse famiglie.

Non si parlava d'altro che del taglio dei boschi e del commercio dei

legnami; e la cronaca quotidiana raccontata nei circoli dell'intimità

non ripeteva che i casi della vita privata, i morti, i matrimoni, i

neonati, o lo scandalo di qualche frutto proibito rosicato in silenzio

dai discendenti non ancora degeneri di Adamo ed Eva.

Fra i vari casi di quel tempo, sior Iseppo offrì argomento di

malinconiche riflessioni sugli uomini avari, essendo restato colpito

d'apoplessia, e rimasto paralitico e scemo, proprio nel momento che

suo nipote Michele divenuto capitano in Piemonte, non gli domandava

più denaro, e lo rendeva lieto di rilevanti risparmi che il vecchio zio

andava accumulando con sommo piacere, non si capisce a quale intento,

nell'avanzata sua età.

Pochi giorni dopo il fatale accidente, sior Iseppo morì senza

avvedersene, e Michele rimase l'erede naturale, per diritto di

successione, come il più prossimo parente del defunto, ed entrò in

legittimo possesso di tutte quelle sostanze le cui economie gli

costarono tanti sacrifizii, e tante privazioni, per non privare

lo zio della soddisfazione di accumulare il denaro in una cassetta

dell'armadio.

Michele elesse a suo procuratore sior Antonio, il quale appena raccolta

la eredità, mandò i conti all'erede, che ordinò una bella lapide da

collocarsi sul muro del cimitero, ove era stato sepolto sior Iseppo, e

vi fece incidere una delle solite iscrizioni, colle consuete menzogne,

prodigate dai nipoti sulle tombe degli zii avari, che hanno fatto colla

morte onorevole ammenda dei loro torti.

Se sior Iseppo avrà contemplato dall'altro mondo quello spreco di

denaro, lo avrà anche cordialmente disapprovato, e non senza ragione,

perchè in effetto quella spesa non fu rimborsata dall'eredità, che

riuscì passiva all'erede.

E infatti mentre Michele sperava di migliorare le sue condizioni

nell'esiglio, colle rendite della sua sostanza, ne rimase dolorosamente

deluso. L'Austria non si contentava d'invadere l'Italia e di

soggiogarla, e di mettere in prigione i buoni patriotti, essa spingeva

la perfidia fino a perseguitarli nei paesi indipendenti dal suo

dominio, e colpendo di sequestro i beni degli emigrati, mostrava al

mondo tutta la raffinatezza della sua tirannide. Michele vedendo che i

vari Stati d'Europa lasciavano correre senza opposizione simili eccessi

di violenza, si rassegnò come gli altri ad attendere dalla suprema

giustizia dei popoli indignati, la riforma dei Governi, affrettando con

ogni forza l'avvenimento della libertà, per emancipare il genere umano

dal giogo del dispotismo.

Intanto gli anni passavano, e Maria metteva alla luce una bambina

alla quale venne posto il nome di Adria, in memoria e in venerazione

di Venezia, e venti mesi dopo le nasceva il terzo bambino che veniva

nominato Taddeo per ricordare il bisnonno di venerata memoria.

Il Cadore era in apparenza tranquillo, ma un fermento sotterraneo

minava il dominio straniero, e mandava qualche lampo foriero

dell'uragano.

In quel torno il Consigliere imperiale fece un viaggio misterioso a

Venezia, e a Pieve si bisbigliava che fosse stato chiamato dal Governo

per avere degli schiarimenti intorno a certe macchinazioni sulle

quali correvano dei sospetti, e che si volevano reprimere con qualche

esemplare espiazione.

Un costante pericolo pendeva in tal modo sul roccolo di Sant'Alipio,

mentre quella famiglia viveva in pace. I bimbi crescevano sani e

robusti, e i vagiti dell'ultimo neonato aggiunti agli strilli de' suoi

fratellini riempivano l'aria di quei segnali di vita ripullulante che

potrebbe chiamarsi la primavera della famiglia.

Maria appena uscita dal puerperio portava il nuovo bimbo all'aria

aperta, seguita dalla piccola Adria, e da Isidoro che aveva quattro

anni, e Tiziano guardava con compiacenza la sua bella famigliuola che

veniva su con tutto il rigoglio di quelle vigorose popolazioni delle

Alpi.

Ma ecco nuove apprensioni che ritornano ad intorbidare quella serena

esistenza.

Calvi era partito da Torino dirigendosi verso il Cadore colla sua idea

fissa di suscitare l'insurrezione delle montagne, e colla fiducia

d'essere secondato da tutta Italia. Tiziano che faceva parte del

Comitato nazionale segreto ne ricevette l'annunzio coll'ordine di

apparecchiare l'insurrezione.

Michele gli scrisse in pari tempo, disapprovando il movimento

intempestivo, e così gettò l'incertezza nell'animo di colui che aveva

bisogno di tutta la sua energia per secondarlo. E quantunque Tiziano

volesse conservare il più rigoroso segreto sugli avvenimenti che si

apparecchiavano, pure le insolite assenze, l'espressione stessa del

volto che tradiva l'ansietà di serie preoccupazioni, non sfuggirono

allo sguardo perspicace di Maria, avvezza a leggere i più reconditi

pensieri sulla fisonomia del marito.

Una sera mentre i bimbi dormivano, essa si precipitò piangendo nelle

braccia di lui, mostrandogli il più vivo rammarico pei misteriosi

raggiri che egli cercava di nasconderle, e supplicandolo in nome

di quelle care creature a volerle svelare la verità; lo assicurava

che sarebbe più forte a sopportare qualunque pericolo piuttosto di

vedersi tormentata con sospettose paure che la rendevano infelice, le

toglievano il sonno, ed alteravano il latte col quale doveva nutrire il

suo bimbo.

Procurò d'acquietarla con ogni possibile persuasione, resistette lungo

tempo alle sue affettuose sollecitazioni, ma non le fu possibile di

perseverare nelle negative davanti le lagrime, i singhiozzi di quella

desolata, che avrebbe fatto pietà ai cuori più duri; e facendole

giurare il silenzio sulla vita stessa dei figli, le confidò il segreto,

annunziandole che Calvi era già in viaggio per entrare in Cadore,

ch'egli sarebbe partito il giorno seguente per andare ad incontrarlo

con Giacomo Croda, che le armi e gli uomini erano pronti per la

sollevazione generale.

Quale notte dovette passare quella povera donna, condannata a rimaner

sola coi suoi tre bambini, mentre il marito esponeva nuovamente la vita

per la libertà!...

E quale doloroso distacco al mattino della partenza!...

Giacomo Croda era giunto al roccolo di tutta notte, e prima del levare

del sole si misero in viaggio.

Passarono due giorni pieni di tristezza e d'ansietà, ed al mattino del

terzo giorno giunse a Pieve un giornale che annunziava la cattura di

Calvi coi suoi complici.

A tale notizia la povera donna perdette i sensi, e cadde sul pavimento

come morta. Il medico chiamato in fretta ebbe molta difficoltà a

richiamarla in vita. Sior Antonio, invaso egli pure dallo spavento,

non era in caso di consolarla; Maddalena col bambino in braccio correva

per la casa come demente, e non aveva più lagrime: tutta la casa era in

subbuglio.

Si capiva a prima vista che sarebbero tutti mandati al patibolo; e si

attendevano notizie coll'ansia della febbre. Il giornale del giorno

seguente, annunziava che gli arrestati messi in ferri, e sotto buona

scorta, erano stati condotti a Trento e poi tradotti al Castello di

Mantova.

Maria cadde gravemente malata, perdette il latte, e fu necessario

di trovare una balia pel piccolo Taddeo. Sior Antonio pareva pazzo

furioso, e invece di cercare dei conforti per la moglie e la nuora,

come aveva sempre fatto in tutte le altre occasioni, aggravava i loro

affanni, e cresceva il loro spavento accennando a tutte le torture alle

quali la crudeltà austriaca assoggettava i prigionieri di stato.

La Betta non abbandonava mai il letto di Maria, Maddalena curava i

bambini, sior Antonio girava tutto il giorno in cerca di notizie,

passava la sera al roccolo, e non rientrava in casa che assai tardi.

Una notte, mentre stava spogliandosi per coricarsi udì picchiare

fortemente all'uscio di casa. Bortolo che era andato a letto da qualche

tempo russava come un mantice. Le percosse alla porta si rinnovarono

con tenace insistenza. Sior Antonio aperse la finestra, e messa fuori

la testa domandò:

— Chi è che batte alla porta?... che cosa volete a quest'ora?...

— Zitto.... aprimi... sono io... — gli rispose Tiziano.

Invece di correre ad aprire sior Antonio sentì mancarsi le gambe, gli

prese un capogiro, e credette di essere colpito d'apoplessia. Credeva

suo figlio nel carcere di Mantova, e udiva la sua voce alla porta di

casa!... la sorpresa improvvisa gli paralizzava le forze. La gioia è

più pericolosa del dolore. Tiziano al colmo dell'impazienza batteva i

piedi, alzava le mani, ma suo padre non compariva mai ad aprirgli la

porta, non potendo riaversi da quello smarrimento nervoso. Finalmente,

quando a Dio piacque, giunse a trascinarsi giù dalle scale, aperse

l'uscio con mano tremante, e gettandosi nelle braccia del figlio gli

disse:

— Portami dentro perchè non posso reggermi in piedi.

Tiziano lo sostenne, chiuse l'uscio, e trascinandolo davanti una panca

lo aiutò a sedere, gli fece animo, e gli chiese notizie di Maria,

dei suoi bambini, di sua madre e lo consigliò a calmarsi da quella

pericolosa agitazione.

— Siamo tutti ammalati! — gli rispose sior Antonio.... — meno i bambini

che non capiscono i nostri terrori.... ma tu parla.... dimmi, come

sei qui.... come hai fatto a fuggire da quel maledetto castello di

Mantova?...

— Fuggire?... non ho avuto bisogno di fuggire.... io non sono stato

arrestato....

— Come?... non ti hanno arrestato con Calvi?...

— Ma no!... Calvi non lo abbiamo nemmeno veduto.... ci mancavano ancora

poche ore per giungere al sito fissato pel nostro incontro, quando

essendo entrati in un osteria per rifocillarci abbiamo udito raccontare

il suo arresto. Abbiamo fatto come se l'affare non ci riguardasse nè

punto nè poco, e dopo esserci riposati alquanto fingendo di continuare

la via, abbiamo fatto una giravolta, ricalcando i nostri passi, e

siamo tornati indietro tranquillamente, e grazie al cielo senza cattivi

incontri.

— E perchè non avete mandato subito le vostre notizie?...

— Oh bella!... come si fa in cima i monti a trovare il modo di mandar

notizie?... Rientrati in Cadore ci siamo divisi. Giacomo Croda ha

preso la strada d'Auronzo, io sono qui, per non spaventare Maria con

un'apparizione notturna.

Allora sior Antonio rimesso in gambe apparecchiò da cena al figliuolo,

lo lasciò mangiare in quiete, poi a poco a poco gli annunziò la

malattia di sua moglie, prodotta certamente dallo spavento.

Tiziano voleva correre subito al roccolo, ma il padre lo trattenne,

mostrandogli i gravi pericoli di quell'imprudenza, e lo persuase a non

lasciarsi vedere se prima egli non avesse apparecchiato Maria al suo

ritorno, la sua comparsa improvvisa potendo riuscire fatale.

Andarono dunque a letto, e alla mattina per tempo sior Antonio si recò

al roccolo, dicendo che aveva ricevuto buonissime notizie da Tiziano,

che stava benissimo, non era mai stato arrestato, e sarebbe di ritorno

in giornata, dimostrò chiaramente che i loro timori erano stati

precipitosi e mal fondati, e d'accordo con sua moglie predisposero con

tanta avvedutezza la povera malata, che il ritorno del marito invece

di riuscirle funesto, fu il farmaco più propizio a migliorare il suo

stato, e le rese più facile il ristabilimento in salute.

Quando Tiziano entrò nella stanza e corse al letto della moglie, essa

se lo strinse al seno inondandolo di lagrime, e volle che la suocera

andasse a prendere tutti i bambini e li conducesse al babbo, che non

rifiniva di dar baci e di riceverne, prendendosi in braccio il piccolo

Taddeo che gli veniva portato dalla balia, sostenendo sui ginocchi

Adria che succhiava un zuccherino, e tenendo per mano Isidoro che gli

stava davanti in piedi sorridente, mentre la nonna gli accarezzava la

testa; sior Antonio confuso dalla contentezza, adombrato da sospetti,

sbalordito dalla sorpresa, aveva il volto talmente scomposto da tante

impressioni successive ed opposte che pareva un morto uscito dalla

sepoltura.

Venuto il medico a fare la sua visita trovò Maria in uno stato

d'eccitazione violenta che era necessario di far cessare. Consigliò

tutti a ritirarsi, a lasciarla tranquilla, ordinò dei calmanti, e

promise che tolta la causa prima del male, non avrebbero tardato a

scomparire anche gli effetti, ma ci voleva prudenza, tranquillità

assoluta di spirito, e completo riposo.

Intanto si andavano facendo degli arresti in vari siti del Cadore,

e bisognava tenere la notizia scrupolosamente nascosta a Maria, che

agitata da nuovi timori e da nuove ansietà, sarebbe ricaduta gravemente

ammalata. Ma Tiziano e sior Antonio non vivevano senza apprensioni, e

discutevano nascostamente che cosa fosse da farsi. Il padre propendeva

per la fuga, promettendogli che avrebbe persuaso Maria a questa

prudente precauzione, ben preferibile ad una lunga prigionia, e a

quegli eterni processi di stato, che finivano sempre con spietate

condanne. Accomodandosi le faccende, egli sarebbe ritornato, o dovendo

prolungare l'esiglio, sua moglie e i bambini lo avrebbero raggiunto.

Ma Tiziano amava troppo il Cadore, e quei monti ove era nato, aveva

passata l'infanzia, aveva fatto il suo nido, l'idea dell'esiglio

lo attristava profondamente, e non poteva decidersi a questo passo

senza un'evidente minaccia di pericolo. Egli sperava nell'ignoranza

della polizia austriaca che non riusciva mai a colpire i capi delle

congiure, che quando le cadevano nelle mani per imprudenza. Sperava

nell'isolamento del suo romitaggio che lo nascondeva agli occhi delle

autorità sospettose, e contava sulla prudenza che guidava le sue

azioni, essendo sicuro che nessun nome, nessuna carta compromettente

erano usciti dalle sue mani, che tutti ignoravano la sua partenza ed il

suo ritorno, e quindi si decise di attendere, dimostrando a suo padre

che una fuga lo avrebbe compromesso assai più d'una cauta aspettativa,

e promise di stare in guardia, e di ritirarsi in tempo se il pericolo

si facesse imminente.

E infatti in quei momenti l'Austria non poteva contare nemmeno sui

segreti d'ufficio, quell'aborrito governo non poteva conservare fedeli

gli impiegati subalterni che servivano per necessità, non avendo altri

mezzi di sussistenza, ma che si sentivano italiani, e cercavano di

giovare ai loro fratelli, avvertendoli in tempo d'ogni pericolo. Così

fu deciso di attendere con oculatezza, apparecchiando tutti i mezzi più

sicuri per la fuga, senza precipitarla.

Intanto Maria cominciò ad alzarsi dal letto, e a scendere all'aperto,

e il vigore della gioventù, l'aria elastica, e specialmente il cuore

contento la guarirono in breve da ogni sofferenza.

Il roccolo di Sant'Alipio riprese le sue pacifiche abitudini, ma le

notizie che giungevano dal processo di Mantova facevano l'effetto d'una

nuvola nera che sorgesse all'orizzonte, e quella pace domestica non

era che superficiale, intorbidata nel fondo dalle crudeltà di quegli

stranieri che facevano da padroni, processando le virtù, e condannando

l'amore di patria come un delitto.

A quel sorriso di natura che si presenta dal roccolo di Sant'Alipio

faceva prospetto lontano lontano, come un fantasma minaccioso, il

tetro castello di Mantova dove si svolgeva il lugubre dramma del capo

militare del Cadore.

Il colonnello Calvi, sepolto vivo in quei torrioni, pensava alla

libertà delle montagne, e l'afa del carcere gli riusciva più pesante.

Il suo tentativo non era stato che un sogno. Sincero, franco,

inflessibile, egli non dissimulava ai suoi giudici i suoi intenti,

e non taceva che i nomi dei congiurati. Egli esponeva con dignità il

sacro dovere di difendere la patria da ogni insulto, come nostra madre,

e di liberarla dall'oppressione. Negli orrori della cella segreta,

nella lontananza da tutti i suoi cari, nella certezza che la sua lealtà

lo avrebbe condotto alla morte, esso non smentì mai il forte carattere,

non cedette mai nè alle lusinghe nè alle minaccie, sereno ed impavido

fino alla fine.

Il 1 luglio 1855, davanti la corte speciale istituita dagli stranieri,

Calvi fu condannato alla morte. Richiesto se voleva ricorrere per la

grazia sovrana, rifiutò. L'eroico condottiero dei difensori delle Alpi

morì a 38 anni sul patibolo!... e venne sepolto accanto agli altri

martiri di Belfiore.

La truce notizia giunta in Cadore sollevò l'universale indignazione.

Le sole nazioni libere accordano l'asilo agli emigrati politici, ma

tutti i popoli del mondo pongono fra gli eroi i soldati che difendono

la patria, e muoiono per la sua indipendenza.

L'odio verso gli stranieri crebbe in tutti i cuori italiani, davanti

le crudeli esecuzioni di Mantova, e la libertà avanzò d'un passo sicuro

davanti il sacrificio di quelle vittime.

Tiziano, inorridito di tanta crudeltà, rinnovò il giuramento di dare

la sua vita e quella de' suoi figli per la liberazione della patria;

e istillava nel loro animo infantile l'amore della libertà, e il sacro

dovere di difenderla in ogni occasione.

Qualche tempo dopo quel lugubre processo il Consigliere imperiale

ricevette da Vienna un decreto dell'imperatore d'Austria che lo

nominava cavaliere di terza classe dell'ordine della corona di ferro.

I Cadorini dicevano che era una ricompensa per aver fatto la spia,

ma sior Antonio lo difendeva dicendo in un orecchio agli amici, che

colla valida protezione di lui, suo figlio era sfuggito all'arresto

minacciatogli nel processo di Mantova. Ma i Cadorini crollavano le

spalle e rispondevano:

— Esso ha ingannato tutti... il governo ed il popolo... gli oppressori

e gli oppressi.

Il roccolo di Sant'Alipio · 第 29 / 38 题