XIV.

Al diritto di natura, al sacro dovere di difendere la patria, gli

austriaci non avevano da contrapporre altro che ferro e fuoco, bombe e

cannoni, il diritto della forza brutale. L'Europa attonita contemplava

con ammirazione i veneziani che difendevano la loro città, un giojello

d'arte, un museo di glorie patrie, e guardavano gli aggressori

stranieri con orrore e indignazione.... ma non si muoveva. Questa è

una seria lezione che deve ammonire i popoli quanto possano contare

sull'aiuto dei vicini amici, e sulla giustizia delle nazioni. Altro

è giustizia altro politica, altro il singolare, altro il plurale. I

tribunali d'ogni stato infliggono pene infamanti ai piccoli usurpatori

che si chiamano ladri, ma i governi onorano col titolo di gloriose

vittorie le grandi usurpazioni che si chiamano conquiste, ove stranieri

senza diritto invadono l'altrui territorio, uccidono, rubano ed

usurpano la roba degli altri. La grandezza del furto trasforma il

ladro in conquistatore, è vergogna rubare un pane od una lira, è gloria

decantata rubare un paese e dei milioni. L'omicidio è punito in tutti

gli stati, i massacri delle guerre sono iscritti nella storia a titolo

di onore e di trionfo, non di chi aveva ragione, ma di chi ha vinto....

e guai ai vinti!.... E sarà sempre così fino a che il culto della

vera giustizia, della morale e della logica non ottengano la sanzione

di tutti i popoli, e fino a che l'amore della patria non diventi la

religione universale dell'umanità.

Il popolo veneziano plaudente alla resistenza ad ogni costo — perchè

la morte è sempre preferibile al dominio straniero — spiegò un immenso

vessillo rosso sulla cima del campanile di San Marco, in segno di sfida

ai tedeschi, e questo simbolo di libertà indicava alla flotta nemica

ed all'esercito assediante, che avrebbero pagato a fiumi di sangue la

conquista d'una città decisa a difendersi fino all'estremo. E in segno

di adesione ogni veneziano portava un nastro rosso alla bottoniera, che

voleva significare — «approvo la resistenza ad ogni costo.»

Così Venezia entrava nella nuova fase della disperata difesa, il

ruggito del vecchio leone trasformava la sirena in amazzone, e la bella

voluttuosa si rialzava nel sentimento della sua dignità e dell'onore.

Regnava nella città assediata un'attività febbrile. Non potendo

vettovagliarsi a motivo del blocco, si contarono i viveri per limitare

la parte di ciascheduno; mancavano i mulini, se ne edificarono a

vapore, e si allestirono delle macine a mano per uso delle famiglie.

Venne fondata una fabbrica di polvere, e seicento cannoni cingevano

la città, senza contare quelli della marina, distribuiti sui vari

forti della laguna. Radetzky ordinò d'investire la fortezza di

Marghera. Il generale Guglielmo Pepe inviò a comandarla il colonnello

Girolamo Ulloa, che ridotto il forte all'ultima perfezione ne diresse

eroicamente la difesa fino all'ultimo momento. Ogni giorno piovevano le

palle come grandine; nel solo 4 maggio l'assediante tirò 7000 colpi,

e gli assediati circa 9000. I cannoni veneziani venivano smontati, i

parapetti e le palizzate fracassati, i ponti di comunicazione fra i

vari centri di difesa bersagliati ed infranti: ma tutto invano; altri

cannoni venivano sostituiti agli inservibili, altri soldati ai morti

ed ai feriti; di notte si lavorava alacremente per rialzare le opere

cadute, e Venezia resisteva eroicamente a quei formidabili attacchi.

Un giorno che Michele e Tiziano erano di guardia a Marghera, il

comandante Ulloa ordinò una sortita per molestare i lavori d'approccio

dell'inimico. Sull'imbrunire, i soldati guidati dai loro ufficiali

uscirono da Marghera, e avvicinandosi chetamente agli austriaci, con

vicini e spessi tiri, gettarono la confusione e la morte nei loro

ranghi. Ma quell'impresa riuscì micidiale per molti, e mentre Michele

guidava arditamente all'assalto il suo drappello, venne colpito da una

palla che lo gettò a terra fra i morti ed i feriti. E certo sarebbe

caduto in mano del nemico senza il pronto soccorso di Tiziano che

accorse subito in suo aiuto; e assistito da Bortolo, giunse in tempo a

raccoglierlo, e fra le palle che fischiavano da ogni parte, poterono

riportarlo a Marghera, in mezzo ai loro compagni che si ritiravano

ordinatamente, protetti dall'artiglieria del forte. Fasciata in fretta

la ferita, venne subito trasportato a Venezia.

I feriti, i malati di febbri miasmatiche che infierivano dalle paduli,

erano cresciuti a tal numero che gli ospitali furono insufficienti per

tutti accoglierli e curarli.

Il governo si rivolse alla carità cittadina, e in pochi giorni le

offerte di materassi e biancherie furono tante che più di quattromila

letti vennero allestiti in vari locali, destinati alle nuove ambulanze.

E tale era lo slancio di carità, che vi furono delle povere famiglie

che si spogliarono del necessario per concorrere alla fornitura degli

ospitali, dicendo che bisognava pensare ai difensori di Venezia prima

che a sè stessi. Le donne del popolo, che lavoravano nelle fabbriche

del governo, lasciarono spontaneamente il quarto della scarsa mercede

giornaliera, come loro offerta, e in ogni famiglia le donne preparavano

filacce e bende pei feriti, o raccoglievano denaro per la difesa, o

accorrevano negli ospitali in mezzo all'afa nauseante di quelle sale,

fra le grida dei mutilati, per soccorrere quegli infelici, curare

gl'infermi, e consolare tanti afflitti; vere suore di carità in veste

dimessa, perchè avevano donato alla patria tutti i loro ornamenti.

Michele fu ricoverato in una di quelle ambulanze, e quando Tiziano potè

recarsi a visitarlo, lo trovò in pessimo stato. Prostrazione completa

di forze per abbondante emorragia, minaccia d'infezione e cancrena.

Lo vide in grave pericolo, procurò di consolarlo, ed alla sera ne

dette il tristo annunzio alla Gigia ed alla nonna, che ne rimasero

afflittissime, e piansero amaramente sulla sorte dell'infelice e prode

soldato.

Così passò molti giorni fra la vita e la morte, poi cominciò a

manifestarsi qualche miglioramento, e i medici vedendo che la ferita

prendeva un corso normale, assicurarono i suoi amici, che se nessun

male insidioso sorgeva improvvisamente si poteva sperare nella

guarigione del ferito, il quale sarebbe in caso di ritornare alla

prova, e vendicarsi col nemico dell'offesa ricevuta. Le donne, dapprima

grandemente angustiate, si aquietarono alle buone notizie, e Bortolo

le fece anche ridere, forzandosi di sostenere che una ferita più lunga

a guarire sarebbe stata più vantaggiosa.... perchè i feriti stavano

meglio dei morti, ed erano più sicuri di vivere dei sani.... esposti

ogni giorno a mille pericoli.

Fra le dame che visitavano regolarmente l'ambulanza, Michele si sentì

trascinato ad un'estatica ammirazione per una gentildonna d'imponente

bellezza, che accostandosi ogni giorno al suo letto lo consolava con

angelico sorriso e modi gentili, mostrando d'interessarsi vivamente

alle varie alternative delle sue sofferenze. Ogni mattina egli

attendeva quella visita con grande ansietà, la presenza di quella

donna gli riusciva benefica, le sue parole gli risuonavano lungamente

all'orecchio, lo sguardo gli penetrava nel cuore, il profumo della

persona olezzava lungamente intorno al suo letto, anche dopo la sua

partenza, gli produceva l'effetto dell'aria imbalsamata dagli effluvi

di primavera; e gli penetrava nel cervello inebbriato, riempiendolo di

fantasmi e di sogni.

La leggiadria della persona, la soavità dello sguardo, l'armonia di

quella voce, il morbido crine biondo come le spighe mature, l'occhio

turchino come il cielo, profondo come la laguna, gli facevano credere

ad un apparizione divina, della quale conservava gelosamente il

segreto, se ne faceva un culto misterioso, adorando in silenzio

quell'immagine, della quale presentiva tutte le delizie del paradiso.

Questa bellissima gentildonna si chiamava Marina Steno, ed all'incesso

maestoso, all'antica nobiltà dei lineamenti, s'indovinava il sangue

ducale che scorreva nelle sue vene.

Quando essa consolava l'infermo colla dolcezza carezzante del suo

dialetto, egli sentiva nell'inflessione di quella voce un accento di

mestizia che lo affascinava, ma la sua ammirazione era così rispettosa

che mai non avrebbe osato interrogarla. Essa non gli parlava che

delle sofferenze che lo privavano della soddisfazione di combattere,

dell'evidente miglioramento che lo avvicinava sempre più alla

guarigione, della gloria che onora il soldato ferito, e gli rialzava

talmente lo spirito, che si sentiva beato del sangue sparso, e gli

pareva poco, anelando alla salute per slanciarsi nuovamente contro il

nemico, e meritare gli elogi di quella donna.

Nelle lunghe ore silenziose ed insonni egli pensava continuamente

a quel sembiante maestoso, e facendone il paragone colla vezzosa

semplicità della Gigia, trovava nella prima la dignitosa grandezza

dell'antica nobiltà, nella seconda la grazia ingenua del popolo e

pendeva incerto quale fosse più degna d'amore. Un giorno trovandosi più

espansivo, e meno geloso della sua divina suora di carità, si decise

di presentarle il suo amico Tiziano, che era venuto a fargli un po'

di compagnia. Essa s'intrattenne cortesemente con lui a parlare dei

monti del Cadore che conosceva ed amava, e dell'eroica difesa di quegli

abitanti, che le aveva eccitato il più vivo entusiasmo.

Prima di uscire dall'ambulanza invitò Tiziano a visitarla nel

suo palazzo, e lasciò i due giovani immersi nell'ammirazione.

Michele incoraggiò l'amico a non mancare la visita, e a ritornare a

raccontargli le meraviglie del palazzo incantato di quella fata. Ed

egli non tardò molto a presentarsi in casa Steno, e venne accolto

con somma cortesia dalla gentildonna, che lo presentò a suo marito,

il conte Ermolao, il quale era un tipo curioso di quell'epoca. Egli

apparteneva ad una minoranza che non esercitava nessuna influenza

sugli avvenimenti, e si componeva di pochi individui, che lasciavano

correre le cose come se fossero prescritte dal destino, e le subivano

senza opposizione, e come una necessità insormontabile. E infatti

se un'immensa maggioranza conveniva concorde nella ferma volontà di

respingere lo straniero ad ogni costo, non è da credersi che tutti

indistintamente intendessero il sacrifizio alla stessa maniera, nè che

ogni veneziano fosse un eroe.

Il conte Ermolao Steno era un rampollo di quei veneziani della

decadenza, che avvicinandosi il generale Buonaparte alla testa

dell'esercito francese, temevano che non si potesse più dormire

tranquilli nel proprio letto. La vita molle alla quale si era abituato

fino dalla prima gioventù lo rendeva affatto inetto alle azioni

eroiche. Bonario, senza albagia, egli aveva tutte le ingenuità delle

nature svigorite, e pensava che ciascheduno dovesse offrire alla patria

il superfluo, conservando il solo necessario. E per lui era necessario

di bere ogni giorno a tavola una bottiglia di vino eccellente, di

mangiare il suo bisogno, e di non occuparsi d'altro che di passeggiare

in piazza, fumare il sigaro, e far la partita. E il superfluo, che

sacrificava alla patria, si componeva di tutti i piaceri e gli agi

della vita, gli spettacoli, i teatri, la villeggiatura, le scarrozzate

in campagna, le gite ai bagni d'estate, e i viaggetti d'autunno. Tali

privazioni forzate egli le subiva con rassegnazione, e mostrava di

sopportarle con uno stoicismo degno dell'antichità. Ma il suo sangue

se lo teneva nelle vene con ogni cura, e non essendo avvezzo a nessuna

fatica, lasciava ai giovani ardenti ed agli uomini robusti l'onore

di difendere Venezia e di morire per la patria. Su tutti gli altri

argomenti di noia inerenti alle condizioni dell'assedio, non voleva

intender ragione, e fino dai primordi del blocco egli si bisticciava

col cuoco che non poteva più soddisfare i suoi naturali capricci.

— Come mai!.... egli esclamava con indignazione, vi è impossibile di

trovare delle quaglie?....

— Impossibile, eccellenza!... rispondeva il cuoco.

E quando incominciò a scarseggiare la carne ed a mancare affatto il

pane bianco gli parve d'aver raggiunto il massimo martirio che si possa

infliggere ad un uomo. Ma a poco a poco dovette sottomettersi alle più

amare privazioni, e sospendere la partita a tresette da Florian, ed a

sentirsi rotto il sonno dalle bombe che lo obbligarono ad alzarsi dal

letto prima delle undici antimeridiane, caso inaudito nella sua vita.

Tiziano ritornato all'ambulanza descrisse all'amico le meraviglie

del palazzo Steno addobbato con lusso orientale, in armonia colla

sua architettura. Il vestibolo, con arcate di stile moresco sorrette

da colonne di marmo greco con capitelli bizantini. I muri rivestiti

di marmi preziosi con scolture e statue collocate nelle nicchie. I

cancelli in ferro dorato sormontati dallo stemma degli Steno incoronato

dal corno ducale. La cisterna del cortile scolpita al modo bizantino.

Eleganti, maestose le scale, la sala immensa, le camere coperte di

arazzi antichi, o di quadri dei più famosi pennelli, i soffitti a

cassettoni dorati od a stucchi, i pavimenti a mosaico a disegni,

o coperti di preziosi tappeti. I mobili d'antica magnificenza con

leggiadri intagli. Immensi i camini di marmo con alari di bronzo. Poi

dalla casa passando agli abitanti si mostrò colpito d'ammirazione per

la stupenda bellezza della gentildonna, dotata d'una grazia veramente

incantevole ed attraente. E raccontando le bizzarrie del marito fece il

ritratto del conte Steno, e lo descrisse come un filosofo d'una tempra

singolare, che si teneva superiore alle umane miserie, indifferente

alle comuni preoccupazioni del giorno, abbastanza ingegnoso da saper

trovare dei conforti in mezzo alle privazioni dell'assedio, e dei

compensi ai sacrifici che gli venivano imposti dalle circostanze.

Michele lo ascoltò attentamente, invidiando la sorte dell'amico

che poteva penetrare in quel santuario, e quando rimase solo, pensò

lungamente alle cose udite, e gli parve che quella donna non dovesse

essere pienamente soddisfatta dell'indole del marito, il quale col suo

egoismo ingegnoso poteva servire d'esempio del come si possa anche in

mezzo alle più dolorose contingenze, trovare qualche consolazione a

spese degli altri. E cominciò a meditare nel profondo segreto del suo

animo, se un povero soldato ferito non avesse diritto anche lui di

ottenere qualche cosa in compenso delle privazioni del blocco, e delle

palle dell'assedio. E quando la gentildonna ricomparve davanti al suo

letto egli si mise a dardeggiarla di tali sguardi fulminei, che non

avevano riscontro che nelle batterie di Campalto colle quali il nemico

bersagliava Marghera.

Ma se ai poveri soldati feriti non restava altra risorsa che di

assediare le dame pietose delle ambulanze, cercando di penetrare nei

loro cuori colle paralelle del sentimento, e con un fuoco incrociato di

sguardi e sospiri, i soldati sani continuavano a tirare sui tedeschi

con delle palle di grosso calibro, e ad assalirli furiosamente nelle

trincee a colpi di fucile, ed anche colla baionetta nelle reni.

Le sortite di Mestre e del Cavallino che avevano respinto

vittoriosamente il nemico, coprendo di gloria i Cacciatori del Sile,

i Cacciatori del Reno, e i lombardi, risvegliavano una nobile invidia

nell'animo ardimentoso dei Cacciatori delle Alpi, che desideravano

essi pure ardentemente un occasione favorevole per venire alle mani col

nemico.

La penuria sempre crescente offerse questa occasione. La Commissione

annonaria aveva reggimentato i contrabbandieri di Venezia, che si

spingevano arditamente attraverso agli avamposti nemici e riuscivano

talvolta a deluderne la vigilanza introducendo a Venezia ogni sorta di

viveri. Ed anche questo era eroismo, perchè quando cadevano in mano dei

tedeschi erano immediatamente fucilati, per la legge che condannava a

morte ogni violatore del blocco.

Si dovevano alimentare duecentomila abitanti, e perciò ogni barca

carica di granaglie, di animali bovini e di vino che giungesse a

Venezia era festeggiata da tutti, e ricevuta come in trionfo.

Ma per ottenere dei risultati importanti era necessario di appoggiare

i contrabbandieri, respingendo il nemico, e tale era lo scopo delle

sortite nelle paludi dell'estuario.

Tiziano avendo ricevuto l'ordine di partire per Chioggia colla sua

compagnia corse all'ambulanza a stringere la mano dell'amico, e salì a

salutare le donne che lo videro allontanarsi trepidanti ed angustiate,

quantunque egli si mostrasse allegro e ben disposto.

Il generale Rizzardi, comandante il circondario di Chioggia, quantunque

quasi giornalmente dovesse combattere col nemico che avanzavasi sotto

al tiro dei suoi fucili, risolse di eseguire una ricognizione di

qualche importanza, e nello stesso tempo requisire tutti i viveri che

sarebbero caduti in sue mani. Prese seco 1200 uomini e li divise in

tre colonne, la prima delle quali, forte di circa 600, affidava al

colonnello Morandi con l'incarico d'inoltrarsi lungo il Bachiglione

sulla destra di Brondolo oltre il terreno di Cabianca, verso Corezzola;

la seconda colonna, di circa 400 uomini, comandata dal maggiore

Materazzo, doveva esplorare tutto il terreno del centro, cioè a destra

del canale di Valle, compreso fra l'Adige, Cavanella, ed il Gorzone;

la terza finalmente, comandata dal tenente colonnello Calvi, aveva

l'incarico di battere il terreno sulla sinistra fra Bussola, il mare e

l'Adige.

Tiziano fu lieto, che alfine anche i Cacciatori delle Alpi potessero

provare il loro valore in una sortita, raccomandò a Bortolo di

farsi onore, e intrattenendosi con Giacomo Croda che seguiva la

spedizione per raccogliere ed imbarcare le requisizioni, s'intesero

fra loro di tenersi d'occhio, e di aiutarsi scambievolmente in caso

di bisogno. Tiziano contava molto sulla destrezza e sul coraggio del

contrabbandiere cadorino, ed era lieto di vederlo far parte della

spedizione. Partirono da Chioggia per Brondolo, ove passarono il ponte

che a tale scopo era stato espressamente costruito sul Brenta, e le tre

colonne si misero in movimento, secondo gli ordini ricevuti.

Il terreno sul quale camminavano i Cacciatori delle Alpi guidati da

Calvi era molle e sabbioso, interrotto da pozzanghere e intersecato da

rivoli che ora si allargano in estesi avvallamenti, ora si restringono

in stretti canali, che si dividono e suddividono in varie guise e

possono considerarsi come le vere vie di quelle paludi, ove le barche

sono il solo veicolo possibile.

Quelle estesissime maremme sparse di stagni o laghetti salsi che si

chiamano valli non hanno altre abitazioni umane che qualche misera

capanna di pescatori. I Cacciatori delle Alpi avanzandosi cautamente

in quel deserto, giunsero ove il terreno più asciutto è ridotto a

coltura e sparso di case coloniche, e colà incontrarono il nemico,

che fu subito attaccato vigorosamente e obbligato di retrocedere.

Ma per snidare i tedeschi da tutte le case fu necessario distaccare

dal corpo principale alcuni drappelli di militi, i quali scortando

i contrabbandieri si sparsero in varie località, dovettero battersi

isolati contro soldati dispersi, ed operare le requisizioni, mentre il

corpo principale combatteva per respingere il nemico. Tutti i viveri

raccolti si facevano entrare nelle barche e partivano per Brondolo.

Tiziano entrato con alcuni suoi soldati in una casa ove si riparavano

degli austriaci, li pose in fuga, e mentre i suoi tiravano dalle

finestre sui fuggiaschi per obbligarli a sgombrare il terreno, egli

ordinava a Giacomo Croda, che lo seguiva, di condur fuori della stalla

i due buoi che vi si trovavano, e consegnava al colono il relativo

certificato di requisizione.

Mentre si eseguivano tali operazioni, gli austriaci che si erano

ritirati ritornarono alla carica, rinforzati da altri compagni, e

intanto che Giacomo fuggiva coi buoi, Tiziano e i suoi cacciatori

attaccarono nuovamente il nemico, lo obbligarono a ritirarsi,

lo inseguirono per un bel tratto di strada, e si tenevano sicuri

dell'esito dell'impresa, quando poco dopo s'avvidero dell'imprudenza

d'essersi troppo inoltrati, vedendo sbucare da ogni parte gli austriaci

che tendevano a circondarli. Per non cadere in mano del nemico non

restava altro espediente che ingannarlo sulla loro direzione, tirare

da una parte, e dileguarsi dalla parte opposta protetti dalle canne

palustri che si alzavano dal palude. Così fecero per ordine di Tiziano,

ed uno di qua l'altro di là se la svignarono con somma destrezza,

mentre i tedeschi, indispettiti di vederseli sfuggire di mano quando

credevano di averli presi, li cercavano da ogni parte, come cacciatori

che inseguono la selvaggina arrestandosi e tendendo le orecchie,

attenti ad ogni stormire di foglie per scoprire le traccie, frugando

colle baionette nelle canne palustri, indirizzandosi dove udivano

il minimo rumore; e talvolta quando credevano di aver scoperto un

avversario nascosto, vedevano un anitrella selvatica che si alzava

dalla macchia.

Le fucilate echeggiavano da ogni parte, il cannone risuonò nella

valle per tutto quel giorno, gli italiani si ritirarono ordinatamente

inseguiti dagli austriaci fino al punto ove giungevano le palle del

forte di Brondolo che proteggeva la ritirata.

L'esito di quella sortita fu assai proficuo, poichè furono requisiti

più di 300 animali bovini, oltre molti maiali, pecore, cavalli, e una

grande quantità di provvigioni in vino, ovi, pollame ed altri viveri.

Si fecero alcuni prigionieri al nemico, che ebbe molti morti e feriti,

ma anche gl'italiani subirono delle perdite; e quando giunsero a

Brondolo molti mancarono all'appello e si deplorava specialmente la

mancanza del prode ufficiale Tiziano Lareze.

Il roccolo di Sant'Alipio · 第 26 / 38 题