XV.

Tiziano sfuggendo dalle mani del nemico aveva un solo intento, quello

di salvare il bottino che costituiva il trofeo della sua impresa.

Quando Giacomo Croda era uscito dalla stalla coi buoi, egli lo avviò

sul sentiero che conduce ad un bosco detto il pineto dei Nordi, col

pensiero che penetrando fra gli alberi cogli animali sfuggiva al

pericolo di essere veduto dal nemico.

Guidato da quest'idea prese la stessa direzione, e credendosi sicuro

dai tedeschi che più non vedeva proseguì il suo cammino. Aveva

smarrito i compagni, mancava d'ogni notizia sul suo corpo di truppa,

ma avviandosi verso Brondolo non poteva ingannarsi, e presto o tardi

sperava di giungere alla fortezza.

Ma appena penetrato nel bosco si accorse che era circondato dai

tedeschi, i quali trasportavano i loro morti e feriti, e raccoglievano

vari oggetti requisiti dagli italiani, poi abbandonati per qualche

ostacolo insormontabile nella fretta del ritorno, o al momento

d'imbarcarsi nei canali.

Trovandosi nell'impossibilità di proseguire la strada per raggiungere

il suo corpo, si raggirò lungamente nel bosco fino a notte inoltrata,

quando vide da lontano dei tedeschi armati di scuri che si dirigevano

alla sua volta.

Allora, protetto dal buio, e con somma attenzione di non far rumore,

si arrampicò sopra un albero, e salì più in alto che gli fu possibile,

fino ad un ramo nascosto dalle fronde sottostanti, e sul quale

mettendosi cavalcioni poteva riposarsi senza troppo disagio. I tedeschi

erano venuti a far legna pel loro rancio, e andavano e venivano con

infinite precauzioni, guardando sospettosamente d'intorno. Poco dopo

ne giunsero degli altri colle marmitte ripiene, e cominciarono ad

accendervi il fuoco d'intorno. Tiziano immobile sul ramo, stanco

dalle fatiche del giorno, ma rassegnato a passare la notte in quel

rifugio, si assettò alla meno peggio, assistendo dalla sua specola allo

spettacolo che gli offriva il nemico. Alcuni soldati soffiavano nel

fuoco, chi rompeva legna, chi giaceva sdraiato per terra, borbottando

in tedesco coi compagni, e fumando la pipa.

Lo spettatore sull'albero trovandosi al sicuro, godeva quella scena,

promettendosi al suo ritorno di raccontare agli amici, che era rimasto

fuori della fortezza per andare al teatro, dove da un posto riservato

aveva assistito ad una bella commedia intitolata: il rancio notturno

dei croati in un bosco.

Ma lo spettacolo incominciò a perdere qualche attrattiva, quando il

vento cambiando direzione spinse dei vortici di fumo intorno all'albero

del Cacciatore delle Alpi, entrandogli nel naso, negli occhi, nella

bocca, col pericolo di farlo tossire, ed anche di asfissiarlo. Per

buona sorte sviluppandosi prontamente la fiamma, cessò in gran parte

quel fumo, ma si presentò un nuovo pericolo. La luce si diffuse fra

gli alberi, e un certo tratto del bosco parve illuminato a giorno. I

tedeschi ammiravano il magnifico effetto prodotto dal fuoco in mezzo a

quelle piante, che presentavano un ampio spazio circolare rischiarato

vivamente, in mezzo alle tenebre profonde. I soldati alzavano la testa,

guardavano in alto e d'intorno, in quella rete complicata di rami,

ed alzavano le braccia nella direzione di Tiziano, indicando qualche

cosa in tedesco. Il povero Cacciatore delle Alpi passò un brutto

quarto d'ora. Ad ogni momento gli pareva d'essere scoperto, e gli

sembrava di vedere quei selvaggi afferrare i fucili per punzecchiarlo

colle baionette e farlo discendere fra le beffe della brigata. Ma

la stanchezza e la fame prevalsero alla passeggiera ammirazione, si

sdraiarono tutti sull'erba, tenendo in mano la gamella per la cena,

che finalmente era cotta. Allora scoperchiate le marmitte, un buon

odore di brodo salì alle narici del povero soldato italiano, che non

aveva preso cibo dalla mattina, e quelle esalazioni gl'inasprirono

talmente la fame, che forse si sarebbe deciso a rendersi prigioniero,

se fosse stato sicuro di aver la sua parte del rancio. Ma guardando

i ceffi neri di quei barbari, rischiarati dalla luce sinistra del

fuoco che si andava spegnendo, gli parve di non essere abbastanza

sicuro, e preferiva morire di fame piuttosto di cadere in quelle

mani. Poi osservando un bel pezzo di carne nuotante nel brodo, si

sentì l'acquolina in bocca, e si mise a pensare se fosse possibile

d'impadronirsene con qualche stratagemma. Forse l'apparizione

impreveduta ed istantanea d'un fantasma notturno, forse la comparsa

del diavolo, sorprendendo di notte in una foresta quel drappello

avrebbe potuto metterlo in fuga precipitosa.... Ma il tentativo gli

parve troppo audace, e poco sicuro, e guai se non fosse riuscito. In

ogni caso, supposto anche un improvviso sgomento che li avesse fatti

fuggire, c'era da scommettere cento contro uno che sarebbero fuggiti

colla carne, e in tale previdenza non conveniva arrischiare la vita,

e lo spettatore digiuno si rassegnò anche a questo sacrificio, e li

vide farsi le parti, e divorarle, e trasportare altrove alcune marmitte

destinate ad altri soldati che attendevano certamente in altre parti

del bosco.

Poco dopo, cambiate le sentinelle, si distesero sulle foglie secche che

avevano raccolte, e si misero tranquillamente a dormire.

Durante il silenzio della notte Tiziano non udì altro rumore che il

lontano muggito del mare, e il fischio di qualche uccello palustre,

e sorpreso dal sonno dormì come gli fu possibile in quell'incomoda

posizione.

Prima dell'alba il tamburo tedesco che suonava a raccolta si fece

sentire da lontano, i tedeschi si alzarono in fretta, indossarono i

sacchi, presero i fucili e le marmitte, e partirono.

Il giovane cadorino mandò un profondo sospiro come se gli avessero

levato un peso dal petto, potè stendere le membra aggranchite e

dolorose per la lunga immobilità, ma non osò ancora discendere, e

stette qualche tempo ad ascoltare, con grande attenzione.

Il suono del tamburo si allontanava, il sole era già alto, e tutti gli

indizi raccolti gli facevano presumere che i tedeschi ritirandosi nei

paesi vicini avessero abbandonato il bosco, e i suoi dintorni.

Poi il belato d'una pecora che giunse al suo orecchio parve

rassicurarlo maggiormente, col pensiero che se i pastori uscivano

al pascolo, era sicuro indizio che il terreno circostante si trovava

affatto sgombro da soldati.

Scese dunque dall'albero, guardò intorno, ascoltò nuovamente, e non

vide nè udì nessuna cosa sospetta, anzi il belato della pecora si

avvicinava, e lo rendeva più tranquillo e sicuro. Osservò attentamente

sul terreno se gli fosse dato di scorgere qualche avanzo del festino

al quale aveva assistito; un boccone di vecchia pagnotta gli sarebbe

sembrato un dono prezioso della divina provvidenza; ma non restavano

nemmeno le bricciole. Bisognava rassegnarsi per forza, ed avviarsi

verso Brondolo, ove non gli sarebbe mancato nessun soccorso. Si

incamminò da quella parte, e poco dopo vide la pecora che pascolava

tranquillamente al piede d'un albero, alzando talvolta la testa per

mandare qualche belato, come se chiamasse le compagne dell'ovile.

Tiziano cercò di qua e di là le altre pecorelle e il pastore, per

chiedergli qualche informazione, ma invano.

Era evidente che la povera bestia requisita il giorno prima, era stata

perduta dai conduttori nella confusione della raccolta, e nella fretta

di far avanzare tanti animali diversi per imbarcarli in tempo, prima

d'un attacco nemico.

In tale supposizione la pecorella smarrita apparteneva al governo

di Venezia che l'aveva pagata coi buoni, e bisognava condurla al suo

destino.

Tiziano tirò di tasca il fazzoletto, lo assicurò al collo della

pecora e cercò di trascinarla con sè, ben lieto di non ritornare ai

compagni colle mani vuote. Ma la bestia invece di seguirlo si ostinava

a pascolare l'erbetta appetitosa del bosco, e il giovane ufficiale

procurava di farla camminare, ora invitandola colla mano come se

le offrisse del sale, ora spingendola per di dietro. Intento a tali

manovre non tardò molto ad avvedersi che la pecora era da latte, e

questa gli parve davvero una stupenda scoperta. Aveva sete, e bisogno

d'alimento, e il latte poteva soddisfare a queste due necessità; si

mise dunque a mungerla con una mano studiandosi di raccogliere il latte

nell'altra, ma ne poteva conservare assai poco.

Allora si decise di lasciarla pascolare in pace, e coricandosi a

terra prese un capezzolo in bocca, come fosse un agnello, e assaporò

lentamente e voluttuosamente quel latte caldo e sostanzioso, che fu

per lui un vero balsamo, ed una colazione di gran lusso, per un povero

soldato del blocco di Venezia, smarrito in un bosco.

Si è in tale deliziosa occupazione che venne sorpreso da una pattuglia

austriaca, che gli arrivò addosso improvvisamente senza che l'avesse

nè veduta nè udita. Appena un rumore di passi vicini gli fece alzare

la testa, egli si vide circondato dai soldati tedeschi colle baionette

abbassate.

Il caporale gli disse alcune parole in tedesco, che egli non intese, ma

indovinò benissimo che gl'intimavano l'arresto.

Tiziano sbalordito restava seduto sull'erba guardando in faccia i

soldati, senza rendersi conto della situazione. Ma quando dovette

alzarsi e gli fu tolta la spada, e si trovò prigioniero fra i tedeschi,

e vide che un soldato si tirava dietro la pecora, legata ancora col

suo fazzoletto, che doveva servire come corpo del delitto di violazione

del blocco, allora comprese la gravità della sua condizione, e si vide

perduto.

Dopo d'averlo fatto camminare per un bel pezzo di strada, lo

introdussero in una casa isolata, ove una sentinella faceva guardia

alla porta, in fianco alla quale alcuni soldati fumavano la pipa. La

pattuglia condusse il prigioniero in una camera invasa dal fumo del

tabacco, nella quale sedeva un sergente davanti un tavolo coperto

di carte, fiancheggiato da varie sedie vuote. Il caporale parlò al

sergente in tedesco, e poi si tirò da parte coi soldati. Il sergente,

che borbottava un po' d'italiano, spiegò in poche parole al prigioniero

la sua condizione.

— Voi trovato pattuglia oltre linea plocco con pestia per introducione

Vinedig!... Capitano assente — presto torna. — Voi sicuro poche ore

fucilato dietro muro....

Poi rimettendosi in bocca la pipa, apparecchiò un foglio di

carta, prese una penna, la intinse nel calamaio, e incominciò

l'interrogatorio, domandandogli:

— Nome, cognome, patria, contitione.

— Tiziano Lareze, rispose il giovane, ufficiale dei Cacciatori delle

Alpi, nativo di Pieve di Cadore....

A tali parole il sergente alzò la testa, si levò la pipa di bocca, e

facendo un terribile sberleffo, gli chiese con due occhi da basilisco.

— Ti stato forse in Cadore con pricanti.... anno passato?...

— Coi briganti no! disse Tiziano, ma coi miei compatriotti cadorini ho

difeso la patria, come era mio dovere!...

— Catorina grande canaglia!... esclamò il sergente — fatta guerra coi

sassi!... e mi quasi morto!... ma ti morto sicuro domani!...

E dopo una breve sosta, durante la quale mandò fuori dalla bocca tre o

quattro rapide sbuffate di fumo, riprese a dire:

— Nostra compania quasi tutta morta sotto montagne!.... ti paga

per tutti!.... — poi rivolto al caporale gli disse alcune parole in

tedesco, e questi preso per un braccio il prigioniero, lo condusse in

una stanza, chiuse il balcone e la porta, e lo lasciò solo nel buio.

Pochi istanti dopo il sergente batteva alla porta per ammonirlo:

— Se ti mette testa al palcone, ti stato subito morto. Aspetta un poco,

processo sommario... poi tutto finito presto!...

Tiziano sapeva benissimo che le leggi di guerra sono sempre

implacabili, e che non aveva nulla a sperare, ma la sua condizione

era tanto più terribile quanto più i tedeschi dovevano essere ancora

irritati dalla recente sortita di Brondolo, alla quale non avevano

potuto impedire quelle numerose requisizioni che erano andate a

vettovagliare Venezia. Il colmo poi della sua sventura consisteva nel

dover comparire davanti un consiglio di guerra composto da militari

battuti in Cadore, e fortemente indignati per le terribili disfatte che

avevano subite. Bisognava dunque apparecchiarsi a lasciare il mondo fra

breve, ed era vano sperare misericordia.

Con tali pensieri il prigioniero camminava lentamente su e giù nella

stanza nella quale era rinchiuso, rivolgendo la mente alle persone più

care che doveva disporsi a non vedere mai più!

La stanza nella quale fu introdotto Tiziano faceva parte d'una povera

casa rurale, occupata dai soldati dopo la fuga dei coloni. Non aveva nè

inferriate nè invetriate, ma imposte rotte dalle quali sarebbe stato

agevole di uscire, se le sentinelle non fossero state pronte a tirare

al minimo tentativo di fuga. La porta era chiusa esternamente da un

catenaccio sconnesso, e senza chiave. Ma si udivano i passi dei soldati

che vigilavano attentamente, da ogni parte. La sorveglianza era tanto

più rigorosa, quanto doveva essere più breve, essendo evidente che

coloro che venivano sorpresi sul fatto a violare le leggi del blocco,

restavano poche ore in quella camera, e dopo un breve processo sommario

e spicciativo, venivano adossati al muro esterno della casa e fucilati.

— È finita!... pensava Tiziano, seguitando a girare per la camera al

barlume che entrava dalle fenditure delle imposte, e dopo qualche

tempo, avendo scorto un materasso in un angolo, vi si lasciò cader

sopra estenuato dalle violenti emozioni del giorno, che gli abbattevano

terribilmente le forze; e pensava:

— Ancora poche ore e sarò morto!... quanto meglio sarebbe stato se

una buona palla mi avesse ucciso nel fervore della mischia, o in quel

giorno famoso di Ricurvo, o sui forti di Venezia... o nella sortita di

ieri!...

Poi rivolgeva il pensiero al Cadore, a Maria ed al roccolo di

Sant'Alipio, alla sua famiglia, alla sua povera madre, al vecchio

padre infelice, a Michele, alla Gigia, alla gentildonna Marina, a

Bortolo, ai commilitoni!... forse nessuno verrà mai a sapere in qual

modo ignobile sarò morto!... fucilato in fianco ad un muro, vicino i

paludi, nella squallida solitudine, a poco più di venti anni!... senza

gloria!... povera patria!... povera Italia, quanti martiri ignoti

saranno necessari ancora alla tua indipendenza?... .... Possano un

giorno gl'italiani liberati dagli stranieri non dimenticare giammai

la tirannide del loro dominio... i martiri che ne furono vittime!...

l'umiliazione... la vergogna del paese, espiate con tante lagrime e con

tanto sangue!...

E poi tutte queste riflessioni, tutti i nomi e le persone più care

gli si confondevano nella mente esagitata, in una specie di sogno

d'agonizzante.

Le ore passavano lente, affannose, piene di paurosi fantasmi. Egli

ascoltava ansioso ogni calpestio, aspettando il momento di comparire

davanti il tribunale di guerra, che doveva condannarlo, e gli pareva

di udire la sentenza di morte, di vedere il drappello che lo conduceva

all'esecuzione... gli bendavano gli occhi, e traforato dalle palle

cadeva....

Rimase tutto il giorno in quella dolorosa aspettativa; i soldati

andavano e venivano, in movimento continuo; udiva cambiare le

sentinelle, uscire e rientrare le pattuglie, udiva i loro dialoghi

tedeschi, e soffriva di non poterli comprendere.

A poco a poco la camera divenne affatto buia, e si avanzava la notte,

quando udì ad un grido della sentinella, che tutti i soldati correvano

ai loro fucili, ed a mettersi in rango. Allora ebbe un raggio di

speranza, credendo ad una nuova sortita da Brondolo, all'arrivo

de' suoi liberatori, alla fuga dei tedeschi, ma non tardò molto ad

avvedersi della vana illusione. I soldati erano corsi sotto le armi

scorgendo da lontano i loro superiori che si avvicinavano, e pensò

che il Consiglio di guerra si avanzava per venire a giudicarlo. Allora

riflettendo ai continui pericoli delle sorprese che molestavano spesso

gli assedianti, comprese benissimo e trovò naturale che durante il

giorno stessero in continua sorveglianza, e non si occupassero d'altro,

e che si raccogliessero di notte in consiglio di guerra per prendere

gli opportuni provvedimenti, o per giudicare gli arrestati in flagrante

violazione delle leggi, che venivano poi fucilati al levare del sole.

Infatti udì che si spalancavano le porte della camera vicina che

serviva di ufficio, s'accorse che accendevano i lumi, sentì entrare un

personaggio che doveva essere un capo, conobbe la voce del sergente che

gli faceva il rapporto, e certo gli rendeva conto della cattura.

Dopo un lungo silenzio durante il quale non sentiva che i battiti del

proprio cuore, e delle arterie ai polsi ed alle tempie, un comando

militare mise in moto alcuni uomini, la sua porta s'aperse e due

soldati armati di fucile accennandogli di seguirli lo introdussero

nell'ufficio, dove il capitano e il sergente sedevano al tavolo, fra

due candele accese, scartabellando alcune carte. I soldati di scorta

chiusero l'uscio e rimasero ai lati della porta a far guardia. Tiziano

nel mezzo attendeva di essere interrogato.

Il capitano gli fece ripetere le indicazioni già date al sergente, poi

gli disse:

— Voi siete accusato del flagrante delitto di rottura del blocco.

Tiziano voleva parlare, ma il capitano lo fece tacere con un cenno

imperioso della mano, e soggiunse:

— Domani mattina sarete tradotto a Correzzola dove si trova il

Consiglio di guerra, che deve giudicarvi, unitamente ad altri individui

sorpresi dalle nostre pattuglie con viveri destinati a Venezia. Questo

non è che un corpo di guardia avanzato, per la sorveglianza della

linea. — E dopo tale spiegazione lo fece condurre nella sua prigione

provvisoria.

Tiziano si gettò nuovamente sul materazzo col pensiero che quella

era l'ultima notte che passava a questo mondo, e voleva dedicarla

interamente ai suoi cari, vivendo in ispirito con loro le ultime

ore della vita, ma era continuamente distratto da un andirivieni di

gente, e da un ripetersi di comandi che metteva in movimento uomini

ed armi. Indovinò che erano pattuglie notturne che ricevevano gli

ordini e partivano al loro destino. Quel movimento durò circa un'ora,

e finalmente gli successe un perfetto silenzio. Allora soltanto i

pensieri del prigioniero poterono concentrarsi, e dovette provare il

massimo dolore di ricordarsi del tempo felice nella miseria. Rivide il

roccolo di Sant'Alipio, e il nido di Montericco con tale lucidità, che

la sua anima pareva aver abbandonato il corpo per trasportarsi in quei

luoghi diletti, sentiva la voce di Maria, sentiva la freschezza delle

sue labbra che gli davano l'ultimo bacio.... In questo punto la porta

si aperse e vide entrare un uomo rischiarato da un fanale semispento.

Il prigioniero appoggiandosi ad un gomito alzò la testa, e mettendosi

una mano distesa sopra gli occhi per concentrare la poca luce, osservò

attentamente l'uomo del fanale, e conobbe il capitano, il quale,

essendosi avanzato fino a lui, gli disse:

— Alzatevi.... la vostra Maria vi salva la vita....

Tiziano sbalordito non capiva nulla, e chiedeva ansiosamente:

— Maria?... dove è Maria?...

— Essa vi aspetta a Pieve di Cadore.... quando questa maledetta guerra

sarà finita.... Alzatevi e partite.... le direte che il capitano Kasper

Kraus ha fatto il suo dovere. Ora non c'è tempo da perdere. Ho mandato

le pattuglie a diritta ed a sinistra, voi non avete che a prendere la

strada diritta che vi sta dirimpetto, e spero non incontrerete nessuno.

Camminate tranquillamente, domani mattina per tempo sarete al sicuro

sotto le mura di Brondolo.

Così dicendo il capitano aveva spalancato il balcone, e fatto uscire

dalla camera Tiziano, ne aveva chiusa esternamente la porta. Quando

giunsero all'uscio della casa, il capitano mise in mano del giovane un

fiaschetto d'acquavite, un pezzo di pane, e la spada che gli era stata

tolta, e stringendogli la mano, gli disse:

— Addio.... addio.... che il cielo vi salvi.... non perdete tempo....

Tiziano confuso, sgomento, voleva ringraziarlo, ma gli mancavano le

parole. Gli strinse fortemente la mano dicendogli:

— Spero che ci vedremo ancora a questo mondo!... la mia

riconoscenza.... la mia gratitudine....

— Non perdiamo tempo.... andate.... sempre diritto in questa

direzione.... con somma precauzione e prudenza.... non ho mancato di

assicurarvi la strada libera.... ma sapete che un accidente impreveduto

può cambiare ogni cosa.... se ricadete in mano d'una pattuglia mi sarà

impossibile di salvarvi nuovamente. Siate cauto ed avveduto.... io non

posso così fare di più.... addio....

— Il cielo vi compensi!... addio!... — e stringendosi nuovamente la

mano si separarono.

Tiziano si mise la via fra le gambe, nella direzione indicata; e

alzando il fiaschetto alla bocca, sorseggiava ad ogni tratto un po'

d'acquavite per riprendere vigore, o inzuppava un pezzetto di pane, e

lo mangiava camminando. Al minimo rumore si fermava, non osava tirare

il fiato, si accoccolava dietro una pianta od un rialzo di terreno, e

non riprendeva la via che quando era ben sicuro che non c'era pericolo.

Il capitano non rientrò in casa, ma scomparve dalla parte opposta

per un sentiero che penetrava nelle campagne. Al mattino seguente,

ritornando al corpo di guardia, trovò il sergente furibondo per

la fuga del prigioniero e finse di dividere la sua collera, ma gli

fece osservare che alla guerra bisogna sempre tener conto dei fatti

principali, e non curarsi troppo degli accessori. E facendolo sedere

al suo posto nella camera d'ufficio, gli dettò il solito rapporto

sugli avvenimenti della notte, annunziando al Consiglio di guerra che

avendo avuto relazione dagli esploratori che si tentava un colpo per

far entrare a Venezia delle provvigioni, egli era stato costretto di

mandare in pattuglia tutti gli uomini disponibili nei siti indicati

dalle spie, nel qual tempo il prigioniero essendosi senza dubbio

avveduto della partenza dei soldati aveva aperta la finestra ed era

fuggito. Appena avvedutosi della fuga dell'arrestato aveva spedito

nuovamente i suoi soldati per dargli la caccia, e non disperava di

rintracciarlo, per farlo tradurre immediatamente davanti al Consiglio

di guerra.

Intanto Tiziano proseguiva la sua strada, guardando da ogni parte se

vedesse comparire da lontano qualche pattuglia. Camminò tutta la notte

col vigore d'un uomo che fugge la morte, e giunse sull'alba davanti un

canale tortuoso che attraversava le paludi. Osservando attentamente da

lontano vide una macchia nera che si muoveva nell'acqua. Sospettando

un pericolo si mise in agguato nascosto fra i canneti, e non tardò

ad avvedersi che era una barca, che si avanzava lentamente alla sua

volta. Che cosa trasportava quella barca?... forse una pattuglia

tedesca che cercava d'impedirgli il passaggio, o una pattuglia italiana

che esplorava il terreno?... Dovette aspettare che si avvicinasse

maggiormente per riconoscerla. Alfine la riconobbe per una di quelle

barche di Chioggia che avevano servito al trasporto delle requisizioni.

Quale era lo scopo di quella imbarcazione che si avventurava con tanta

audacia in mezzo ai nemici?... S'avviò da quella parte per incontrarla,

e quando le fu vicino interrogò i barcaiuoli dai quali seppe che

venivano alla ricerca d'un certo Giacomo Croda che il giorno della

sortita di Brondolo era giunto troppo tardi, ed avendo trovato tutte

le barche piene non potè caricarvi due buoi requisiti, nè aveva voluto

abbandonarli. Lasciato sul terreno coi suoi animali, non si era più

veduto, e si tentava di rintracciarlo colla speranza che non fosse

caduto in mano del nemico. Alcuni esploratori erano sparsi in varii

punti delle paludi pronti ad assicurare i barcaiuoli d'ogni sorpresa,

annunziando l'avvicinarsi delle pattuglie nemiche, con segnali

convenuti. I barcaiuoli speravano al primo indizio di un pericolo di

giungere in tempo di mettersi in salvo colla barca sotto la fortezza di

Brondolo, e in caso disperato erano decisi di abbandonare la barca e di

fuggire a piedi. La speranza d'una ricompensa generosa, il piacere di

giovare a Venezia, la stessa voluttà del pericolo li spingeva ad ogni

audace tentativo. Ogni giorno raccoglievano degli uomini dispersi nella

sortita, e non disperavano di rintracciare anche il contrabbandiere

smarrito.

— Povero Giacomo! — esclamò Tiziano, lo avranno preso e forse questa

mattina sarà giudicato dal Consiglio di guerra di Correzzola.... e

immediatamente fucilato!... la notte che seguì la sortita, e la mattina

seguente tutto il terreno venne esplorato con ripetute ricognizioni, e

assai pochi possono essere sfuggiti alla vendetta del nemico.... ma voi

fino a dove volete avanzarvi?...

— Noi siamo decisi di attendere nascosti fra le canne di quell'angolo

del canale dal quale si può vedere lontano senza essere veduti.

Tiziano li seguì dalla riva, e quando giunsero al punto fissato, si

fermarono, e sedettero tranquillamente sulle banchine della barca,

colla fredda indifferenza di chi ha l'abitudine di affrontare ogni

pericolo.

Tiziano aveva fretta di mettersi in salvo, poco disposto di tornar

da capo con tutte le peripezie del giorno antecedente, ma il vivo

interesse che portava al suo compatriotta, e la pungente curiosità di

assistere allo scioglimento di quella avventura, gli fecero dimenticare

ogni altra preoccupazione, e lo arrestarono forzatamente sul sito.

Ma poco dopo gli parve di vedere da lontano un movimento di colori

sospetti, che potevano essere anche croati che lo inseguissero, e

cominciava a pentirsi della nuova imprudenza. Nascosto dietro un

banco di sabbia, coi piedi quasi nell'acqua, stette immobile per

qualche tempo aspettando che quella macchia lontana si disegnasse più

chiaramente all'orizzonte.

Dopo lunga aspettativa, e molte incertezze, gli parve alfine di

riconoscere due buoi trascinati da un uomo, ed osservando attentamente

credette di poter essere sicuro, che il conduttore degli animali fosse

Giacomo Croda.

Quell'audace contrabbandiere cadorino al servizio di Venezia era dotato

d'immensa perspicacia, unita alla più raffinata malizia felina, e le

sue membra nerborute erano in pari tempo così flessibili ed elastiche,

che poteva strisciare fra le canne come un serpente, correre come

un capriolo, saltare come una pantera, e i tedeschi non potevano

gareggiare con lui in nessuna circostanza. Infatti egli sfuggì cento

volte dalle loro mani, e giunse sempre sano e salvo colla sua preda

a Venezia, deludendo vittoriosamente tutta la sorveglianza degli

assedianti, e tutti i rigori del blocco.

Giacomo Croda si avanzava tranquillamente verso la barca, con

l'andatura d'un mercante di bestiami che si reca al mercato, e la

raggiunse come se arrivasse ad un approdo ordinario in tempo di pace.

Tiziano gli andò incontro, e quella fu una bella sorpresa, perchè

non sapeva più nulla di lui, scambiarono alcune congratulazioni

reciproche, e poi senza perder tempo fecero entrare i buoi nella

barca, e dati i remi nell'acqua ripresero tutti uniti la direzione

di Brondolo, conservando un rigoroso silenzio, e non perdendo mai di

vista i dintorni. Avevano percorso un breve tratto di cammino quando

Tiziano s'accorse di alcuni punti neri che si avanzavano da varie

parti, concentrandosi evidentemente verso la barca. Ne diede subito

l'avviso, la barca fu arrestata, ma non si tardò ad avvedersi che erano

gli esploratori che avendo veduto l'esito felice della spedizione

ritornavano indietro per rientrare colla comitiva nel raggio della

fortezza.

Quando si credettero abbastanza sicuri da poter ciarlare senza timore

che una distrazione potesse tornare funesta, si accinsero a raccontarsi

le loro vicende. Tiziano gli narrò il caso strano che gli avvenne, e

poi mostrandosi sorpreso di rivederlo dopo due giorni, sano e salvo,

e ancora accompagnato dall'imbarazzante bottino, volle sapere in qual

maniera fosse pervenuto a sfuggire alla vigilanza del nemico, senza

nemmeno perdere i due animali requisiti. E Giacomo gli rispose subito:

— Nella sera della sortita non essendo giunto in tempo d'imbarcarmi

colla nostra preda, sono andato a nascondermi coi buoi in una

catapecchia diroccata di pescatori, le cui rovine erano nascoste fra i

canneti d'uno stagno. Appena ricoverati gli animali, li ho provveduti

d'erba, tagliata in fretta, e dopo di averli muniti del necessario

alimento, mi sono ritirato in un nascondiglio, a qualche distanza, per

riposare in quiete, senza il timore d'essere tradito dal muggito dei

buoi. Ieri ho cercato invano una barca, e poi ho dovuto nascondermi

nuovamente, perchè i tedeschi avevano invaso il palude, e mi giravano

intorno senza vedermi; però non hanno mai avuto l'idea di penetrare

nella capanna in rovina, e i buoi ebbero il buon senso di starsene

tranquilli e silenziosi. Questa mattina ho perlustrato attentamente i

dintorni, li ho trovati tutti sgombri dal nemico, e quando ho scoperto

la barca da lontano sono andato a prendere i miei buoi con piena

sicurezza, ed eccoci in salvo.... come al solito.

Giunti davanti il forte di Brondolo i barcaiuoli apersero la cassetta

di poppa, ne trassero fuori la bandiera tricolore col leone di San

Marco, e la issarono sopra un piccolo albero della barca. E così

arrivarono trionfalmente all'approdo, fra gli applausi dei loro

commilitoni e gli evviva della popolazione festante.

Il giorno seguente i Cacciatori delle Alpi ritornavano a Venezia

applauditi con eguale entusiasmo dai Veneziani.

Il roccolo di Sant'Alipio · 第 27 / 38 题