XIII.

Non erano le sole imprese guerresche che tenessero occupato Michele, il

quale divideva le sue occupazioni fra la difesa dei forti, e l'assedio

di una terrazza. Le milizie alternavano i giorni di servizio con quelli

di riposo, e così il suo tempo si trovava diviso fra le ore nelle quali

arrischiava la vita e quelle che impiegava per consolarla.

S'era trovato un alloggio all'ultimo piano d'una vecchia casa, per

combinare l'economia col bisogno d'aria e di sole, e di là poteva

vedere la laguna sopra i tetti delle case, e respirare l'aria pura

ad un'altezza che gli rammentava le montagne. Per giungere a tale

dimora, partendo da piazza San Marco, era necessario di percorrere

mezza Venezia; introducendosi in calli storte ed anguste sotto alte

case passare per sotto portici e viottoli misteriosi, attraversare

rivi e canali tortuosi, sopra ponti in isbieco da dove si vedevano

case rientranti e sporgenti, poggiuoli di ferro e di marmo, balconi

gotici, marmi orientali e mattoni scalcinati, come le quinte d'un

teatro, che devono servire a varie rappresentazioni, e che si trovano

miste e confuse fra loro. E tutto questo ammasso di fabbriche, palazzi,

casipole e catapecchie sorgeva dall'acqua nel buio, si alzava a varie

altezze, e nei piani più elevati un bel raggio di sole sbatteva i muri

a sghimbescio, illuminando abbaini, loggie, e camini a cono tronco

rovesciato.

Si entrava nella sua casa per un andito tenebroso, verdognolo per

vegetazioni muscose prodotte dall'umidità permanente, e dalla luce

assente, e si saliva per una scala tortuosa, che non finiva mai,

fino che giunti all'ultimo piano, e aperta la porta della camera, si

entrava in un'onda di luce che penetrava da due larghe finestre sempre

spalancate, dalle quali si vedeva da lontano, sopra i tetti, un ampio

spazio turchino di laguna, a macchie gialle prodotte dai bassi fondi,

solcato da battelli e barche di pescatori, con qualche gondola raminga,

e qualche vela riflessa nelle onde.

Era un orizzonte infinito come in cima d'un campanile.

La casa dirimpetto, più bassa della sua, finiva con due camerette a

piccoli balconi ed era fiancheggiata da una di quelle terrazze che a

Venezia si chiamano _altane_.

Michele alla finestra contemplava estatico l'ampio panorama che gli

si stendeva davanti, e fumava in una pipa turca. Un giorno che stava

meditando sulle tristezze della vita solitaria, una vezzosa apparizione

attirò i suoi sguardi all'altana.

Una bella ragazza, di forme snelle, si mise a stendere il bucato sopra

le cordicelle appese alle pertiche fissate negli angoli, cantando una

canzonetta veneziana con voce melodiosa, che armonizzava perfettamente

coi delicati lineamenti d'un pallido viso, illuminato da due grandi

occhi vivaci che brillavano sotto una fronte serena incoronata da

morbide treccie di capelli castani.

Allora era l'epoca della fratellanza universale alimentata da

curiosità, da speranze, da timori comuni, nella quale tutti

si parlavano senza conoscersi, e colle reciproche confidenze

in pochi istanti si stabiliva l'intimità. Michele salutò la

fanciulla che cortesemente rispose, dapprima scambiarono qualche

parola insignificante, ma a poco a poco acquistarono confidenza e

s'intrattennero a parlare degli affari del giorno. Essa era lieta di

poter aver notizie della guerra da un _Cacciatore delle Alpi_, ed egli

era felice di poter conversare con una graziosa vicina e riposare gli

occhi sopra un bel viso giovanile, che rasserenava il suo spirito.

Lo sguardo della donna è sprone alla gloria, nè si potrebbero

comprendere le giostre dei tempi cavallereschi senza la presenza

incoraggiante delle dame che assistevano ai combattimenti, e

ricompensavano i prodi vincitori. Quella modesta altana, sorgente

sopra un povero tetto, in un angolo romito di Venezia, esercitava

la sua influenza elettrica su tutti i forti della città, nei quali

Michele portava successivamente gli ardori accesi dalle scintille di

due begli occhi. Gli occhi di Maria avevano fatto di Tiziano un eroe

delle Alpi, gli occhi della bella veneziana facevano di Michele un eroe

della laguna. Come le immagini che si venerano sugli altari possono

rappresentare la divinità, così il volto d'una donna, può personificare

la patria, e Michele sentiva da lontano quello sguardo che gl'infondeva

audacia davanti il nemico, e lo rendeva più risoluto in faccia al

pericolo. E quasi tutti quei giovani soldati erano legati da quei fili

invisibili che facevano balzare i loro cuori di ardente entusiasmo

per Venezia, che riassumeva tante attrattive e tante passioni

personificando la bellezza, l'amore, la patria.

Nei forti di Marghera, di Brondolo e di Chioggia, si lottava non solo

colle artiglierie austriache, ma ancora colle insidie d'un nemico

nascosto fra le canne palustri, e le acque stagnanti, che infondeva

nelle membra dei combattenti la squallida febbre. E quando Michele

ritornava sfinito dalle fatiche e dai pericoli della difesa, un bel

sorriso lo attendeva dirimpetto ai suoi balconi, e gli pareva che

quella ragazza con uno sguardo riconoscente lo ricompensasse di tutte

le pene.

Il blocco chiudeva la città per terra e per mare, i viveri cresciuti di

prezzo rendevano assai cara la vita, ma nessuno si lamentava, e tutti

cercavano di ingegnarsi per non aggravare le tristi condizioni con vane

recriminazioni. Michele vedeva ogni notte un lumicino che ardeva nella

povera cameretta dirimpetto, e la fanciulla dell'altana che lavorava

assiduamente fino ad ora avanzata. Ammirando quella vita laboriosa,

ne prese vivo interesse, e afferrata ogni occasione d'interrogarla non

tardò molto a conoscere il nome, e la semplice storia della sua bella

vicina.

La Gigia era una povera e onesta fanciulla. Rimasta orfana ancora

bambina, era stata allevata e custodita dalla nonna che le aveva

insegnato il suo mestiere di cucitrice.

La nonna era una vispa vecchietta, che apparteneva all'ultima

generazione della repubblica, nella quale aveva vissuto allegramente

nella prima gioventù, e rimpiangeva sempre quei bei tempi color

di rosa, deplorando tutti i mali successivi come se fossero i soli

frutti del secolo presente, e le naturali conseguenze del governo

straniero che detestava a suo modo, cioè burlandosi dei tedeschi,

della loro dabbenaggine e spilorceria che, messa a confronto col

fasto e le pompe dei nobili del suo tempo, le pareva una vera miseria.

Colpita dagli acciacchi della vecchiaia, che attribuiva in gran parte

all'influenza dei tempi, conservava tuttavia il suo umore brioso, e

raccontava piacevolmente le balordaggini attribuite ai tedeschi, sempre

disprezzati dal popolo veneziano che li trattava da bambocci, non

ignorando che erano entrati in Venezia non per merito di vittorie, ma

per semplice effetto d'un trattato diplomatico, stipulato dall'Austria

con Buonaparte traditore della repubblica. Fino l'ultima plebe di

Venezia sentiva un certo orgoglio delle cadute grandezze dell'antico

governo di San Marco, e calcolava che i tedeschi non conservassero

il dominio che per la sola forza materiale prevalente, caduta per

sorpresa, come un peso morto sulle spalle del leone, il quale appena

aveva potuto muoversi se n'era liberato. E per tali idee il popolino

Veneziano trattava i dominatori colla superiorità del disprezzo, dava

del tu a tutti i soldati, si burlava della loro bonarietà, pareva

sentisse che i suoi quattordici secoli d'indipendenza e di grandezza,

gli dessero i diritti dei vecchi sui bimbi. La nonna Giovanna era

stata moglie d'un marinaio della repubblica, di quelli che avevano

accompagnato Angelo Emo sulle coste dell'Africa, e nell'ultima

spedizione di Tunisi, e avvezza fino dall'infanzia ad ammirare la

destrezza dei marinai veneziani nel maneggio del loro mestiere, si

sbellicava dalle risa quando vedeva dei soldati tedeschi imbarazzati

a condurre una barca di pagnotte nei canali, ove ingarbugliavano i

remi dentro o sotto le altre barche, con pericolo di cadere in acqua,

e il gondoliere che passava rapidamente, tenendosi ritto sulla gondola

leggiera, li trattava da ragazzi principianti, e li canzonava, dicendo

loro in aria di protezione: — «Andè a casa putei, che no i xe afari per

vualtri!»

Divenuta vecchia la Giovanna doveva lavorar cogli occhiali, il lume

della lucerna le indeboliva gli occhi sempre più, e la Gigia la mandava

a letto per tempo, e lavorava soletta fino che il sonno le faceva cader

la testa sul lavoro, ma non voleva che la povera nonna avesse a mancare

di nulla.

— Quella sarebbe una donnetta per me!... pensava Michele, se dopo la

guerra potessi stabilirmi a Venezia, a fare l'avvocato, perchè non

sarebbe mai possibile di condurre quella colomba nella tana dell'orso;

— chè con tal nome chiamava sempre suo zio.

E con tali idee si diportava colla fanciulla da vero galantuomo, senza

dichiarazioni avventate e fuori di tempo, procurando di meritare la

sua fiducia, e la sua amicizia, e di entrare nelle buone grazie della

nonna, il che non era tanto difficile per un difensore di Venezia, —

bastava che si mostrasse sempre pronto a respingere i tedeschi, e fosse

di buon umore, e ben disposto a riconoscere che Venezia era la più

bella città del mondo, e il governo della repubblica, il migliore dei

governi.

Appena Tiziano prese possesso della camera vicina, Michele lo presentò

alle sue nuove conoscenze, come un compatriotta, che quantunque fatto

sposo d'una buona e brava ragazza tuttavia arrischiava la vita per la

patria pensando che il dovere del buon cittadino deve passare prima di

tutto.

Gigia ammirò la virtù del nuovo vicino, lo osservò col più vivo

interesse, raccontò alla nonna la condizione del giovane....

— Deve essere un bravo figliuolo, rispose la nonna, non dico che il

signor Michele sia da meno di lui... ma talvolta ha dei tiri da matto.

La Gigia ridendo raccontò a Michele il giudizio della nonna, ed egli le

rispose:

— La nonna va perfettamente d'accordo con mio zio orso, e a guerra

finita procureremo di combinare il loro matrimonio, così io ci

guadagnerò una bella cuginetta.... e ridevano di cuore.

Quelle buone donne s'erano fatta una dolce abitudine della

conversazione dei vicini, cosicchè se mancavano un giorno di

presentarsi alla finestra, era per loro una vera privazione, e per

godere più spesso della lieta compagnia, li invitarono a salire alla

loro dimora. Michele ne fu felice, e la relazione assunse il carattere

d'una amichevole intimità, soddisfacente per tutti quattro. I giovani

salivano allegramente quelle scale, e passavano qualche ora in vivace

conversazione, le donne intente al lavoro, i due ufficiali occupati a

raccontare le vicende dell'assedio.

Quando i due amici erano liberi entrambi ci andavano insieme, quando

uno era di guardia l'altro andava solo. Però in mezzo ai lieti

conversari c'era sempre un grave pensiero dominante da parte delle

donne — il pericolo al quale erano esposti quei bravi giovani.

Venezia abbandonata da tutti si difendeva eroicamente. Le batterie

nemiche fulminavano le fortificazioni, ove i soldati dovevano rimanere

al loro posto per dodici ore continue. Quando tuonavano le artiglierie

dai tre forti di San Secondo, Sant'Antonio, e San Giuliano, il popolo

veneziano diceva che i tre santi erano in baruffa.... e la baruffa fu

lunga e tremenda. Quando Michele raccontava le scene di lutto che erano

avvenute sotto ai suoi occhi, le donne impallidivano, e sospendevano il

lavoro assorte in dolorosi pensieri. Egli non parlava che di feriti,

di morti, di rovine. Quando Michele era di guardia, Tiziano solo

andava a visitare le vicine, e allora la Gigia gli domandava mille

cose di Maria, e il giovanotto le narrava i suoi amori descrivendole

il roccolo di Sant'Alipio, e il nido di Montericco. Egli si teneva in

continua corrispondenza colla famiglia e con Maria per mezzo di Giacomo

Croda che faceva il contrabbando, e introduceva a Venezia ogni sorta

d'oggetti specialmente di provianda, sfuggendo con rara destrezza alla

severa sorveglianza del blocco.

Bortolo faceva il suo dovere come soldato, e quando non era di servizio

e poteva uscire dalla caserma andava a zonzo per Venezia, il naso in

aria e le mani in saccoccia, arrestandosi a bocca aperta davanti i

monumenti e le chiese, e soffermandosi ad esaminare attentamente le

mostre delle botteghe, guardando dagli orefici se vi fossero degli

orecchini di filigrana non troppo cari, e pensando che prima di

ritornare in Cadore li avrebbe comperati per regalare a sua madre

un bel ricordo. Girando per la città aveva anche incontrato dei

compatriotti, e rinnovate delle conoscenze cogli offellieri cadorini

di San Vito e di Borca stabiliti a Venezia, e coi venditori di _zaleti_

(pane di granoturco), coi fabbricanti di _storti_ (cialdoni) e di panna

montata, e nelle ore perdute andava ad aiutare un suo compatriotta a

maneggiare la pasta, in un'offelleria, e raccoglieva in quei negozi

le ciarle, i pettegolezzi e le notizie politiche popolari, che poi

andava a comunicare al suo padrone ed a Michele. Ma nei primi tempi

della sua dimora, ogni volta che voleva recarsi a trovarli in casa si

smarriva per via, e faceva doppia strada, non sapendo raccapezzarsi

in quel complicato labirinto di calli, ponti, vicoli, rivi e canali

che lo mettevano nell'imbarazzo, e non volendo chiedere l'indirizzo

per trovarlo da sè, giungeva ansante e trafelato, lamentandosi delle

vie troppo strette, delle case troppo alte, dei canali infetti, e

rimpiangendo le sue montagne, le case basse, l'odore del fieno, e la

Nina.

Cercavano di consolarlo, gli facevano raccontare quelle notizie che

li metteva di buon umore per la ingenua stranezza. Un giorno egli

annunziava il prossimo arrivo di centomila ungheresi, che sbaragliato

l'esercito austriaco accorrevano a liberare Venezia; un altro giorno

era la flotta Sarda che si avvicinava, o i francesi che scendevano le

Alpi accorrendo in aiuto dell'Italia.... E siccome non mancava mai

di accorrere in piazza ad ogni annunzio di pubblica solennità, così

aveva sempre qualche cosa da descrivere, dimostrazioni, attruppamenti,

fischi ed applausi, annunzi di trionfi di vittorie o di tradimenti che

circolavano nella folla.

E s'ingarbugliava nella narrazione di tante cose, mescolando le grandi

colle piccole, e non sapendo render ragione di nulla. Manin, Pio IX,

San Marco, la repubblica, Carlo Alberto e Mazzini si confondevano nella

sua ammirazione, colla solenne inaugurazione del caffè Bassi e del

caffè Gavazzi, che avevano preso i nomi dei due frati patriotti per

attirare la gente allo spaccio. E non poteva perdonare agli italiani

delle altre regioni di ritardare la liberazione di Venezia, lasciandola

tanti mesi senza soccorsi e senza viveri, in mezzo a tutta quell'acqua,

ove c'era da marcire.

Talvolta lo mandavano dalla Gigia con qualche prodotto delle fabbriche

Cadorine, scelto da lui nelle pasticcierie dove prestava i suoi

servigi, e quando la ragazza rosicchiava i croccantini facendone

l'elogio, Bortolo vantava il mestiere de' suoi compatriotti, esperti

pasticcieri, spiegava i segreti di quelle ghiotte manipolazioni, e li

giustificava di non poter far meglio, perchè cominciavano a mancare

molti ingredienti, divenuti irreperibili a motivo del blocco.

— E se non fosse Giacomo Croda, egli diceva, la sarebbe finita per gli

offellieri; perchè....

— Perchè?.. domandava la Gigia.

— Perchè mancavano gli ovi... e le galline... i tedeschi non lasciano

passar nulla, e non ci mandano che palle di tutti i calibri... che

romperebbero gli ovi... se ce ne fossero... ma....

— Ma ce ne sono pochi, diceva la Gigia.

— Quelli soli che Giacomo Croda fa passare in faccia ai cannoni

tedeschi, e sotto le fucilate... senza romperne mai uno!...

La nonna rideva allegramente della dabbenaggine dei croati, che con

tutte le loro artiglierie non sapevano rompere le uova nel paniere del

bravo cadorino, che le portava felicemente a Venezia.

Ed alla sera nella conversazione coi giovani ufficiali Bortolo

diventava il protagonista della commedia, e si raccontavano ridendo le

espressioni della sua ingenuità; ma dopo tutto non mancava di qualche

merito che lo rendeva stimabile. Era onesto e fedele, ed offriva il

suo sangue alla patria, non chiedendo altro compenso che di vederla

liberata dagli stranieri.

E ce n'erano tanti di quei bravi giovani, pronti ad ogni sacrifizio con

abnegazione personale completa. Ed ogni regione d'Italia ammirava la

resistenza di Venezia agli stranieri, senza darsi pensiero della forma

di governo che aveva scelto. In quel tempo Gioberti ministro della

monarchia scriveva a Manin dittatore della repubblica, annunziandogli

in questi termini la prossima spedizione d'un sussidio: — «Siate

persuaso che il Piemonte non cede a nessuno in zelo ed in ardente

simpatia per l'eroica Venezia; nello stesso modo che Venezia è oggi al

disopra di tutte le città d'Italia e dell'Europa per la grandezza della

sua virtù civile, è al primo rango nell'affezione e nell'ammirazione

degli uomini!»

Dopo la battaglia di Novara il feroce Haynau, grondante del sangue

di Brescia, scrisse da Padova al governo di Venezia, che la città non

aveva da sperare altro appoggio «alle sue ribelli tendenze» intimando

di «cessare una resistenza inutile, e a rimettere la città al suo

legittimo sovrano l'augusto imperatore d'Austria.»

Radetzky vincitore del Piemonte venne apposta a Mestre per esortare

Venezia alla capitolazione «un ultima volta, coll'olivo in una mano,

colla spada nell'altra per infliggere la guerra sino allo sterminio

se persistesse nella ribellione.» Venezia impavida si mostrò sempre

ripugnante a patteggiare cogli austriaci. Venne convocata l'assemblea,

in quel giorno (2 aprile 1849) che resterà memorabile negli annali del

risorgimento d'Italia.

Nella magnifica sala storica del palazzo ducale, nella quale si

erano radunati i magistrati della repubblica per quattordici secoli

indipendente, l'assemblea in solenne silenzio attendeva il dittatore.

Egli entrò, salì alla tribuna ed annunziò con semplici parole il

disastro di Novara e l'abdicazione del re Carlo Alberto in favore di

suo figlio Vittorio Emanuele. Allora ebbe luogo quel dialogo fra Manin

e l'assemblea, del quale dice uno storico insigne: «nè più breve nè più

grande ricordano altro le storie» (C. Cantù Cronistoria).

— Che volete fare?.... chiese il dittatore.

— Il governo medesimo proponga.

— Volete resistere?

— Sì — fu la risposta unanime.

— Ad ogni costo?

— Ad ogni costo.

— Volete dare poteri illimitati al governo per dirigere la resistenza,

per reprimere, ove occorra, quelli che pretendessero impedire che si

resista?....

— Noi lo vogliamo — risposero ad una voce.

— Badate che v'imporrò sacrifizi enormi.

— Noi li sosterremo.

E fu votata la seguente deliberazione:

«L'assemblea dei rappresentanti dello Stato di Venezia, in nome di Dio

e del popolo unanimamente decreta: Venezia resisterà all'austriaco ad

ogni costo. A questo scopo il presidente Manin è investito di poteri

illimitati.»

Tale decreto venne mandato in risposta alle intimazioni di Radetzky e

di Haynau.

Il roccolo di Sant'Alipio · 第 25 / 38 题