Mi ricorderò fin che vivo — egli disse — l'effetto che mi fece il sole,
e l'aria aperta delle montagne alla mia uscita dall'afa nauseabonda
dell'ospitale. In principio mi pareva di star peggio, avevo gli occhi
abbacinati dalla luce, e l'aria balsamica mi dava il capogiro. A poco
a poco mi parve di rinascere, e infatti ero proprio come un bimbo,
mi mancavano le forze, non potevo camminare senza appoggiarmi ad un
braccio che mi reggesse, e dovetti fare il viaggio da Belluno a Pieve
in due giorni.
Il primo giorno ci siamo arrestati a Longarone, ove la mia buona madre
mi attendeva impaziente di rivedermi. Quale abbraccio fu quello della
povera donna, che dopo d'avermi creduto morto, non poteva persuadersi
che fossi ancora vivo. Mi stringeva fortemente al seno, e non mi
voleva lasciare; e piangeva dirottamente.... per la consolazione di
rivedermi!... Poi mi contemplava lungamente e non poteva rassegnarsi
di trovarmi così debole, e sparuto da far compassione ai sassi. Quale
beatitudine io provai nel poggiare la testa sulle sue spalle....
nell'accarezzare i suoi grigi capelli, nel consolarla colle mie
assicurazioni, nel dirle che mi sentiva rinascere all'idea di rivedere
il paese.
Mi raccontò che dopo la morte del povero Isidoro avevano adottato
Maria, e se la tenevano in casa come figliuola. Quando giunse la mia
lettera che mi annunziava ancora vivente e vicino, la loro gioia fu
tale che ogni altro pensiero venne dimenticato, ma quando passato il
primo slancio di contentezza si cominciò a pensare alla istallazione
del reduce, allora la mia buona madre fu assalita da scrupoli che la
misero in grave imbarazzo. E infatti quando un morto ritorna al mondo,
si capisce che deve recare qualche disturbo. Non si poteva allontanare
Maria adottata per figlia, e non si voleva ammettere che prima delle
nozze io convivessi colla sposa. Consultato mio padre, egli rispose
bonariamente che non ci vedeva inconvenienti, che ci considerava
entrambi suoi figli, e che era ben contento di vederci tutti riuniti
sotto lo stesso tetto.
Mia madre oppose che la convivenza degli sposi prima delle nozze era
vietata dalla chiesa. Mio padre sempre titubante fra la ragione e la
fede, sempre tenace alle sue idee, e in pari tempo rispettoso alle
credenze della moglie, non sapeva a quale partito appigliarsi, e fu
necessario di far intervenire l'arcidiacono per sciogliere l'arduo
problema. Egli trovò subito un espediente, e disse:
— Non è possibile di allontanare Maria dal vostro tetto dopo che
l'avete giustamente adottata per figlia, e non è possibile nemmeno
di violare le leggi della chiesa che non permettono la coabitazione
degli sposi prima delle nozze. Ebbene, mi pare che sia facilissimo
di combinare le cose senza nessun inconveniente, anzi con vantaggio
di tutti. Il convalescente con sua madre vada ad abitare al roccolo
di Sant'Alipio; nella quiete serena di quel tranquillo rifugio, nel
silenzio e nella pace che gli sono ordinate dal medico, la sua vista
non sarà turbata dall'aspetto dei croati. Maria resterà con sior
Antonio e la Betta, e dopo le nozze o potrete fare una sola famiglia, o
la madre tornerà a casa, e la sposa andrà a coabitare collo sposo, nel
roccolo.
Tale decisione fu accolta con piacere da tutti; mia madre non domandava
che di starmi vicina, per curare a modo suo la mia salute, Maria era
felice di aprirmi la sua casa, che doveva portare in dote; e mio padre
fu soddisfatto della buona idea di tenermi lontano dal brutto aspetto
dei croati che giravano in paese. Tutti furono dunque contenti. Mio
padre venne a Belluno, e mia madre appena avvertita del nostro arrivo
fu ad incontrarmi a Longarone, ove abbiamo passato il primo giorno
all'albergo della Posta. Maria mi aspettava ansiosamente.
Al mattino seguente ci siamo messi in viaggio per tempo. Nell'aria
fresca dei monti sentivo l'alito della patria. La Nina ci condusse
allegramente come sempre, col suo passo animoso, mandando i soliti
nitriti all'avvicinarsi della stalla. Siamo andati a smontare di
carrettina a casa nostra. La Betta ci aperse il portone, e quando
mi vide si mise a piangere e a ridere nello stesso tempo, e teneva
le mani giunte, e gli occhi rivolti al cielo, in atto di ringraziare
Iddio pel mio ritorno. Bortolo afferrava Fido pel collare, e lo teneva
con ambe le mani, per timore che nell'impeto dell'entusiasmo potesse
gettarmi a terra, ma la povera bestia faceva sforzi disperati, e
mandava guaiti affannosi, sentendosi contrariata nell'espressione del
suo affetto, e voleva saltarmi al collo, accarezzarmi, e lambirmi le
mani; e poi urlava, perchè la gioia eccessiva rassomiglia al dolore,
non solo nell'uomo, ma anche negli animali suoi amici. Abbracciai tutti
teneramente, sorpreso di non vedere Maria, la quale credendo che si
andasse a smontare al roccolo, stava ad aspettarmi per fare gli onori
di casa. Mia madre ed io siamo corsi subito a raggiungerla, e mio
padre rimase in casa a sbrigare gli affari più urgenti, che si erano
accumulati per la sua lunga assenza.
Ah! Michele! quali sensazioni ho provate in quel giorno!... — e
qui tremava la voce a Tiziano, a tal punto, che dovette sospendere
il racconto per qualche momento. Finalmente continuò: in piazza di
Pieve sventolava la bandiera gialla e nera, con l'aborrito acquilotto
bicipide. I croati facevano la guardia. Passammo oltre rapidamente. Io
mi appoggiava al braccio di mia madre, e con un bastoncello nell'altra
mano reggevo i miei passi. Entrammo nel boschetto dei larici dalla
porticina che era aperta, ed eccoci davanti la casa di legno, ove Maria
ci aspettava tutta vestita di nero per la morte di suo padre. Quando mi
scorse, essa mandò un grido e si precipitò nel mio seno; mia madre ci
gettò le braccia al collo, ci strinse insieme, e così restammo qualche
tempo, senza poter proferire una sola parola. Poi mi presero una per
parte, e sostenendomi con ogni cura mi introdussero nella loggia.
Un bel mazzo di fiori, bianchi e rossi, circondati da verdi foglie
stava sul tavolo davanti al canapè, per farmi vedere che il nostro nido
s'era conservato italiano, senza macchia e senza paura.
L'aspetto dei noti monti, quell'orizzonte che mi richiamava alla mente
tante memorie, quelle piante, quelle esalazioni della terra, quei
profumi... e la mancanza d'Isidoro, mi penetrarono il cuore di tante
emozioni, che io proruppi in dirotto pianto.
Maria si gettò in ginocchio ai miei piedi e pianse con me, mia madre
voleva consolarci, e pianse con noi. Fu un'ora d'amara tenerezza e di
dolorosi compianti.
Alfine le due donne mi sedettero da presso, e si cominciò a rammentare
la lunga serie dei nostri dolori, ai quali non era possibile nemmeno
di aprire uno spiraglio alla speranza, tanto eravamo circondati da
luttuose ambascie, e da pungenti sventure!...
Sulla sera mio padre venne a prendere Maria, ed io presi possesso, con
mia madre, della tranquilla dimora.
Al mattino seguente mi alzai per tempo, ed uscii a respirare le brezze
dei miei monti, recandomi in devoto pellegrinaggio al santuario del mio
amore, al verde nido di Montericco, ove sedetti lungamente solitario,
pensando al passato e all'adorata fanciulla.
Colà mi sorprese mia madre portandomi una scodella di latte appena
munto, che mi parve concentrasse tutti gli aromi delle nostre Alpi,
tutto il miele dei nostri fiori.
Dopo di averla assicurata che mi sentivo bene, le chiesi di Maria e mi
promise che sarebbe venuta ogni giorno a passare alcune ore con noi.
Tale notizia mi riempì di gioia, e mi fece conoscere come, il nido di
Sant'Alipio, sarebbe sempre il mio paradiso terrestre... anche mentre
ci stava intorno l'inferno.
Andai vagando lentamente nell'ameno ricinto, esaminando ogni albero,
ogni arbusto, ogni erba, ogni viale, a me tanto cari per sante memorie,
e alzando gli occhi mi si affacciava allo sguardo quell'incantevole
panorama che fu il fondo pittoresco di tutte le scene della mia
giovinezza, dei giuochi, dell'amicizia, delle congiure... e del più
tenero amore!...
Povero Isidoro, quest'oasi che fu il pacifico rifugio della tua vita
modesta, ti faceva rivivere e palpitare nel mio cuore, ed io ti vedevo,
come un'ombra, fra quel caos d'erbe, di fiori, di alberi, e di viali.
Mi sembrava d'averti parlato poco prima mentre stavi attento a fare
un'innesto, o salivi la scala a mano per potare i fruttai, o per
distruggere i bruchi; e mi pareva di udire la tua voce, quando seduto
sullo scoglio in fondo al terreno, ti burlavi dell'aquilotto, fumando
pacificamente la pipa, con Turco sdraiato ai tuoi piedi.
Maria mi comparve davanti, come una divina apparizione, mentre andavo
divagando fra i miei sogni, e non mi raccapezzavo bene se fosse
illusione o realtà. Rimasi lungamente a contemplarla in silenzio, in un
estasi di ammirazione.
«Che cosa hai che mi guardi così?...» mi chiese in aria sospettosa.
«Mi sembri sempre più bella!...» le risposi, «ed io così accasciato non
mi trovo più degno di te!...»
«È tutto il contrario» essa mi osservò «le tue sofferenze ti circondano
d'un'aureola che ti rende superiore ad ogni altro uomo. Ora che al mio
amore si aggiunse l'ammirazione pel tuo eroismo, tu sei per me il tipo
più perfetto che abbia sognato sulla terra!...»
Allora mi rammentai il suo entusiasmo per Calvi, la sua attrattiva
per la gloria militare... le strinsi la mano con effusione di cuore...
mi trovai ampiamente ricompensato dei patimenti sofferti.... mi parve
d'essere più grande, e più degno di lei.
Appoggiato al suo braccio, ci avviammo al nostro nido, ove cacciate le
mani ne' suoi bruni capelli la baciai sulla bocca... e vidi il cielo
risplendere d'una luce divina.
Più tardi mia madre ci raggiunse, e si parlò lungamente di mille cose,
ed io raccontando a Maria le affettuose accoglienze di Fido le chiesi
dove fosse il vecchio Turco, il nostro compagno di caccia, l'amico
fedele e inseparabile di Isidoro.
Maria congiungendo le mani in atto di pietà, mi disse:
«Tuo padre non ti ha dunque raccontato la sua storia?...»
«No, le risposi, egli evitava di narrarmi tutto ciò che poteva
commovermi; ora che sono più forte, parla pure senza paura.»
Allora essa mi raccontò coi più minuti particolari la storia di Turco,
che tu devi conoscere.
— Io l'ignoro completamente, non essendomi trovato col povero Isidoro
al momento fatale della sua morte.
— Eccoti il fatto in poche parole. Sai che Turco voleva sempre seguire
il suo padrone, ma siccome egli intendeva la parola, ed era obbediente
e disciplinato come un eccellente soldato, così bastava un cenno del
padrone perchè egli andasse a cuccia senza esitare.
Nell'ultima sua partenza da casa il cane si rifiutava ostinatamente
di ubbidirlo, e voleva seguirlo per forza. Non c'erano nè comandi,
nè minaccie che potessero farlo rientrare. Fu d'uopo che Isidoro lo
conducesse per mano, e lo chiudesse in camera. Ma Isidoro non era due
chilometri lontano da casa, che voltandosi indietro vide Turco che
seguiva tranquillamente il drappello dei militi, colla coda bassa,
umile, avvilito di dispiacere al padrone ma trascinato a seguirlo da
una forza irresistibile.
Isidoro gli andò incontro, e quando gli fu vicino, stese la destra
verso Pieve, gli fece cenno imperioso di ritornare sulla sua strada,
dicendogli: — Va subito a casa... Turco a casa subito... ma subito.
— Il cane si gettò a terra colle gambe in aria in atto di domandare
pietà.
Isidoro era buono, amava Turco come un amico, e vedendo che il cane non
cedeva, cedette lui, sorrise, gli perdonò quella strana insistenza, e
facendogli segno d'alzarsi gli disse: — Vuoi assistere per forza anche
ad una caccia ai croati, ebbene la vedrai.... è meno bella di quella
degli uccelli.
Il cane lieto del perdono ottenuto accompagnò costantemente il
padrone... e dopo la fatale giornata fu trovato sulla sera che lambiva
la fronte del cadavere, ove era passata la palla che lo avea colpito.
E quando portarono Isidoro al cimitero, Turco seguì mestamente la
popolazione che accompagnava la bara, si coricò sul tumulo che copriva
il padrone, nè fu più possibile a nessuno di ritirarlo, nè di fargli
prendere qualche alimento, e dopo alcuni giorni morì al suo posto, di
dolore, e di fame... fedele oltre la morte!... —
Dopo il racconto di questo episodio, i due amici rimasero lungamente in
silenzio, pensando certamente al soldato morto per la patria, al cane
morto pel padrone, e a quei tanti misteri che nessuno sa spiegarsi,
e a quelle fantastiche spiegazioni che non si osa nè ammettere, nè
confutare. E infatti davanti a tante cose che non si comprendono il
silenzio è più ragionevole delle ciarle.
Michele, curioso di conoscere la fine della storia dell'amico, lo pregò
di riprendere il suo racconto, ed egli continuò:
— La solitudine con Maria... altro io non avrei desiderato al roccolo
di Sant'Alipio, ma non poteva rifiutarmi di ricevere le persone che
venivano a farmi visita, e a congratularsi della mia ricuperata salute,
perchè stavo sempre meglio, e le cure della mia buona madre, e la cara
compagnia di Maria, e l'aria pura delle mie montagne mi ridonavano
il perduto vigore. L'arcidiacono fu fra i primi a visitarmi; buono e
pietoso coi deboli e coi vinti, era dignitoso e severo coi superbi
e coi vincitori, egli mi provò colla sua condotta che un prete può
essere buon cristiano e buon patriotta ad un tempo. Non sono che i
preti sciocchi, e gli ambiziosi, che non sappiano mettere insieme due
cose che non possono andar disgiunte — Dio e la patria. Una visita
seccante e noiosa fu quella del Consigliere imperiale, che ho dovuto
subire per non contrariare mio padre, il quale mi diceva che anche le
banderuole sono buone a qualche cosa, non fosse altro che per sapere
che vento spira. E il vento spirava terribilmente da tramontana, perchè
il consigliere, mostrandomisi dolente della delusione del Cadore,
mi assicurava che l'Austria non avrebbe mai a nessun patto cedute le
nostre provincie, che giudicava indispensabili alla sicurezza della
Germania. Al che io gli rispondeva tranquillamente che questo era un
assurdo, e che se un giorno l'Italia diventasse più forte dell'Austria,
sarebbe al pari censurabile se pretendesse occupare alcune provincie
della Germania per la sicurezza d'Italia. — Io penso, gli dicevo, che
ciascheduno ha diritto di essere padrone in casa propria, e nessuno in
casa altrui — ed egli mi rispondeva — Questo va bene in teoria!... ma
in pratica ogni nazione ha un piede fuori di casa, — ed io conchiudeva
— bisogna dunque esser forti per esser liberi, e se tutti avessero
fatto come il Cadore, l'Italia si sarebbe liberata per sempre degli
stranieri.
Ed ecco la politica che ritornava a martellarmi col ritorno della
salute; e appena mi sentii la forza di reggere la spada, mi tornò il
desiderio di alzarla contro i nostri invasori.
Nelle ore tranquille io andavo frugando fra i libri di Isidoro per
trovare qualche cosa da leggere. La sua piccola libreria non era
composta che di opere d'agricoltura, di botanica, di storia naturale,
e dei migliori poeti. Egli amava la natura, ne penetrava i misteri, ne
ammirava il bello, studiava le virtù delle piante; e godeva di sentire
le idee che erano state ispirate dalla bellezza di un fiore. Passava
volentieri dalla scienza alla poesia. Egli leggeva o per imparare
qualche cosa di pratica utilità, o per sollevare lo spirito al di sopra
delle umane miserie. Scartabellando quei volumi leggichiavo qua e là
per passatempo, e mi arrestavo a guardare le vignette. Una mattina mi
cadde in mano una bella edizione del Tasso, l'apersi a caso e caddi
sul canto XVI che lessi tutto d'un fiato da capo a fondo. Dopo uscito
dal Seminario non avevo più letto la Gerusalemme liberata, e mi parve
assai bella e tanto più meravigliosa in quanto il mio caso rassomiglia
in qualche parte al caso di Rinaldo. Anch'io viveva in un giardino
incantato, inebbriato d'amore, mentre altrove ferveva la guerra e si
decidevano le sorti della patria.
Rimasi tutto quel giorno pensoso ed umiliato, e passando davanti
uno specchio che pendeva dal muro della mia camera, mi arrestai a
guardarmi. Il mio viso era ritornato fresco e rubizzo, e ne ebbi
vergogna come Rinaldo davanti lo scudo adamantino d'Ubaldo; e
«Qual uom da cupo e grave sonno oppresso
Dopo vaneggiar lungo in sè riviene,
Tale io tornai nel rimirar me stesso....
e parlai a Maria della mia vergogna, dell'impulso che mi spingeva a
raggiungere i miei amici, che oltre l'amore di patria e di libertà, mi
sentivo anche animato dal desiderio di vendicare suo padre.
Alla prima impressione, questo nuovo colpo inaspettato le riuscì
assai doloroso. Essa doveva dunque perdermi nuovamente, ritornare
alla squallida solitudine, oppressa dal continuo timore di sapere la
mia vita esposta a mille pericoli.... Doveva dunque mettere in dubbio
l'avvenire?... e la nostra felicità!....
Doveva piangere nuovamente con una madre desolata, con un padre
continuamente oppresso dal timore di perdere l'unico figlio!....
no, essa non si sentiva più la forza di ricominciare quella vita di
ansietà, di tormenti, di affanni, di perdite disperate! Io aveva fatto
il mio dovere, essa diceva, avevo pagato il mio tributo di sangue alla
patria... essa aveva perduto il padre... non intendeva di perdere
anche lo sposo... nessuno poteva esigere da una sola persona tali
sacrifici... essa aveva diritto di vivere... e la mia morte sarebbe
stata anche la sua... e forse anche quella dei miei genitori!....
Io le risposi tranquillamente:
— Tu ami dunque meglio diventare la moglie d'un vile... e vedere
l'Italia oppressa dagli stranieri?... perchè se tutte le donne
pensassero così, l'indipendenza italiana sarebbe spacciata per
sempre!.... Pensa alla vita obbrobriosa ed umiliante che ci aspetta
sotto al dominio straniero, pensa alla vergogna degli italiani...
ridivenuti gli schiavi dei tedeschi!... essi ci faranno le leggi,
e prenderanno i nostri figli per farne dei soldati obbligati di
combattere contro la patria... e contro la libertà degli altri
popoli!...
Maria, alzando gli occhi al cielo, soggiungeva:
— Hai ragione!... sono osservazioni giustissime!... ma tu non puoi
uccidere tua madre... tuo padre... la tua sposa... per salvare
la patria!... anche questo è contro natura!... e se tu dovessi
morire, è sicuro che moriremmo tutti!... non si sopravvive a due di
questi colpi... quando non si è ancora guariti del primo!... pensa
all'avvenire e decidi...
— L'avvenire è in mano di Dio!... — io le risposi. — La morte è
sempre preferibile al disonore. E poi non tutti i soldati muoiono alla
guerra!.... Tu desideri che passino almeno sei mesi dopo la morte di
tuo padre per darmi la mano di sposa. Io ti comprendo e ti approvo;
ma intanto che posso io fare onoratamente qui in Pieve, solo di tutti
i giovani della mia età, mentre i miei amici sono a Venezia, sotto la
nostra bandiera, a sostenere l'onore e il diritto d'Italia.... Posso io
rimanere qui ozioso, infingardo, senza arrossire, mentre tutti i miei
comilitoni hanno ripreso le armi?!...
Essa mi rispondeva piangendo, e non avendo buone ragioni da oppormi,
aveva lagrime che mi scendevano al cuore, e mi toglievano il coraggio.
Con tali lotte che amareggiavano la nostra vita, abbiamo passati alcuni
giorni; la mia famiglia cominciava insensibilmente ad abituarsi a
questa idea di nuove prove, alle quali mi vedeva risoluto; e se non
poteva convincersi di questa necessità, sentiva di doversi rassegnare
alla sorte. Mia madre dapprima si mostrò disperata, mio padre andò
in collera, dicendo che io non finiva, più, che ero troppo fanatico,
che ero un egoista, che non pensavo mai a lui, che egli era vecchio,
stanco, sfinito, che aveva bisogno della mia assistenza. Io lasciavo
passare tutte queste burrasche, rispondendo con poche parole, e talora
pungenti, che facevano breccia.
La notizia giuntaci da Venezia della creazione dei _Cacciatori delle
Alpi_ mi decise intieramente, e alfine tutti dovettero piegarsi alla
mia volontà di partire.
Bortolo che aveva riprese con piacere le sue occupazioni pacifiche, e
si sentiva poco disposto a ritornare alle fatiche ed ai pericoli della
guerra, si mostrò esitante nelle nostre dispute di famiglia, ma quando
mi vide risoluto ad accorrere a Venezia cogli altri, provò qualche
vergogna delle sue incertezze, e si dimostrò deciso ad accompagnarmi.
La Betta si opponeva con tenace resistenza, e diceva a suo figlio: «Ti
proibisco di allontanarti da Pieve, sei figlio di madre vedova, e devi
sostenere la mia vecchiaia.» Questa opposizione lo pungeva, ed egli
le osservava che la sua vecchiaia non aveva bisogno di aiuti, perchè i
suoi buoni padroni non la avrebbero mai abbandonata.
Quando mi vide fare seriamente gli apparecchi per la partenza, mi
dichiarò apertamente che mi avrebbe seguito, e che niente avrebbe
potuto arrestarlo.
La Betta rinnovò con maggior energia la sua proibizione, dicendogli
severamente: — Tu devi obbedire tua madre!... — Si, sempre!... egli le
rispose, meno quando mi ordina di non fare il mio dovere!...
Alfine tutti dovettero cedere, e furono ammirabili in questo nuovo e
doloroso sacrifizio! Decisa la mia partenza, i miei stessi genitori
desiderarono che Bortolo mi accompagnasse, e così anche la Betta
dovette rassegnarsi.
Io mi credeva il più forte di tutti, ma all'ultimo momento mi mancò
ogni coraggio, e sentii profondamente il dolore della separazione di
quanto aveva di più caro sulla terra!...
Si scambiarono molti baci, cogli occhi velati dalle lagrime, colla voce
soffocata dall'emozione. L'addio della partenza fu una lacerazione
violenta, e straziante. Uscii di casa che non vedevo più nulla. Udii
un grido disperato, un singhiozzo angoscioso al quale risposero altri
singhiozzi....
Bortolo mi aiutò a salire in carrettina, mi si sedette vicino... e
si trottava verso Tai che ancora l'interna lotta sconvolgeva i miei
pensieri in un caos, e gli oggetti esterni mi passavano davanti
confusi, come nell'ambiente vaporoso di un sogno.
Il vecchio Anselmo guidava la Nina, e così tutti i vecchi del Cadore
ritornavano dalla giubilazione al servizio attivo, perchè i giovani
erano tutti scomparsi.
Prima di uscire dalla Valle di Pieve ci rivolgemmo entrambi un'ultima
volta a salutare il paese ed io sentiva un vuoto profondo dentro di me.
Il mio cuore era restato al roccolo di Sant'Alipio; e pensavo che forse
non avrei veduto mai più il nido di Montericco!...
Quando siamo discesi a Perarolo, la gente che ci vedeva passare ci
salutava cordialmente con un sorriso amichevole ed un cenno del capo
che era una manifesta approvazione alla nostra partenza. C'intendevamo
senza parlare; tutti indovinavano che si andava a riprendere le armi, e
ad offrire il nostro sangue per la liberazione della patria.
Anche a Longarone non c'erano più giovani, e i vecchi patriotti ci
stringevano la mano con affezione dicendoci: — Bravi... bravi... fate
buon viaggio... e felice ritorno....
Queste dimostrazioni cortesi ci infondevano il coraggio che avevamo
perduto al momento della partenza, e siamo giunti a Serravalle
tranquilli e soddisfatti d'aver seguita la via dell'onore, ove la
bandiera italiana raccoglieva nuovamente gl'intrepidi difensori del
Cadore.
È inutile che ti racconti tutti i giri e raggiri che abbiamo dovuto
fare, per deludere l'attiva sorveglianza degli austriaci, ma in questa
lotta fra la vigilanza e l'astuzia siamo riusciti vincitori... ed
eccoci da poche ore a Venezia. —
Finito il racconto di Tiziano, Michele aveva ancora molte curiosità da
soddisfare, per cui le ciarle continuarono un bel pezzo, e si convenne
sul modo di vivere insieme, e su quanto era da farsi. Poi i due giovani
si recarono da Calvi, e presero con lui gli opportuni concerti. E
quando Calvi stringeva la mano di un cadorino pareva che rivedesse un
fratello.
Il giorno seguente Bortolo veniva arruolato nei _Cacciatori delle
Alpi_, ed entrava in caserma ove trovava gli antichi commilitoni; e
Tiziano ripreso il suo grado di ufficiale si alloggiava in una stanza
vicina a quella di Michele, e prendeva conoscenza alla sua volta, della
vita che il suo amico conduceva a Venezia.