XII.

Mi ricorderò fin che vivo — egli disse — l'effetto che mi fece il sole,

e l'aria aperta delle montagne alla mia uscita dall'afa nauseabonda

dell'ospitale. In principio mi pareva di star peggio, avevo gli occhi

abbacinati dalla luce, e l'aria balsamica mi dava il capogiro. A poco

a poco mi parve di rinascere, e infatti ero proprio come un bimbo,

mi mancavano le forze, non potevo camminare senza appoggiarmi ad un

braccio che mi reggesse, e dovetti fare il viaggio da Belluno a Pieve

in due giorni.

Il primo giorno ci siamo arrestati a Longarone, ove la mia buona madre

mi attendeva impaziente di rivedermi. Quale abbraccio fu quello della

povera donna, che dopo d'avermi creduto morto, non poteva persuadersi

che fossi ancora vivo. Mi stringeva fortemente al seno, e non mi

voleva lasciare; e piangeva dirottamente.... per la consolazione di

rivedermi!... Poi mi contemplava lungamente e non poteva rassegnarsi

di trovarmi così debole, e sparuto da far compassione ai sassi. Quale

beatitudine io provai nel poggiare la testa sulle sue spalle....

nell'accarezzare i suoi grigi capelli, nel consolarla colle mie

assicurazioni, nel dirle che mi sentiva rinascere all'idea di rivedere

il paese.

Mi raccontò che dopo la morte del povero Isidoro avevano adottato

Maria, e se la tenevano in casa come figliuola. Quando giunse la mia

lettera che mi annunziava ancora vivente e vicino, la loro gioia fu

tale che ogni altro pensiero venne dimenticato, ma quando passato il

primo slancio di contentezza si cominciò a pensare alla istallazione

del reduce, allora la mia buona madre fu assalita da scrupoli che la

misero in grave imbarazzo. E infatti quando un morto ritorna al mondo,

si capisce che deve recare qualche disturbo. Non si poteva allontanare

Maria adottata per figlia, e non si voleva ammettere che prima delle

nozze io convivessi colla sposa. Consultato mio padre, egli rispose

bonariamente che non ci vedeva inconvenienti, che ci considerava

entrambi suoi figli, e che era ben contento di vederci tutti riuniti

sotto lo stesso tetto.

Mia madre oppose che la convivenza degli sposi prima delle nozze era

vietata dalla chiesa. Mio padre sempre titubante fra la ragione e la

fede, sempre tenace alle sue idee, e in pari tempo rispettoso alle

credenze della moglie, non sapeva a quale partito appigliarsi, e fu

necessario di far intervenire l'arcidiacono per sciogliere l'arduo

problema. Egli trovò subito un espediente, e disse:

— Non è possibile di allontanare Maria dal vostro tetto dopo che

l'avete giustamente adottata per figlia, e non è possibile nemmeno

di violare le leggi della chiesa che non permettono la coabitazione

degli sposi prima delle nozze. Ebbene, mi pare che sia facilissimo

di combinare le cose senza nessun inconveniente, anzi con vantaggio

di tutti. Il convalescente con sua madre vada ad abitare al roccolo

di Sant'Alipio; nella quiete serena di quel tranquillo rifugio, nel

silenzio e nella pace che gli sono ordinate dal medico, la sua vista

non sarà turbata dall'aspetto dei croati. Maria resterà con sior

Antonio e la Betta, e dopo le nozze o potrete fare una sola famiglia, o

la madre tornerà a casa, e la sposa andrà a coabitare collo sposo, nel

roccolo.

Tale decisione fu accolta con piacere da tutti; mia madre non domandava

che di starmi vicina, per curare a modo suo la mia salute, Maria era

felice di aprirmi la sua casa, che doveva portare in dote; e mio padre

fu soddisfatto della buona idea di tenermi lontano dal brutto aspetto

dei croati che giravano in paese. Tutti furono dunque contenti. Mio

padre venne a Belluno, e mia madre appena avvertita del nostro arrivo

fu ad incontrarmi a Longarone, ove abbiamo passato il primo giorno

all'albergo della Posta. Maria mi aspettava ansiosamente.

Al mattino seguente ci siamo messi in viaggio per tempo. Nell'aria

fresca dei monti sentivo l'alito della patria. La Nina ci condusse

allegramente come sempre, col suo passo animoso, mandando i soliti

nitriti all'avvicinarsi della stalla. Siamo andati a smontare di

carrettina a casa nostra. La Betta ci aperse il portone, e quando

mi vide si mise a piangere e a ridere nello stesso tempo, e teneva

le mani giunte, e gli occhi rivolti al cielo, in atto di ringraziare

Iddio pel mio ritorno. Bortolo afferrava Fido pel collare, e lo teneva

con ambe le mani, per timore che nell'impeto dell'entusiasmo potesse

gettarmi a terra, ma la povera bestia faceva sforzi disperati, e

mandava guaiti affannosi, sentendosi contrariata nell'espressione del

suo affetto, e voleva saltarmi al collo, accarezzarmi, e lambirmi le

mani; e poi urlava, perchè la gioia eccessiva rassomiglia al dolore,

non solo nell'uomo, ma anche negli animali suoi amici. Abbracciai tutti

teneramente, sorpreso di non vedere Maria, la quale credendo che si

andasse a smontare al roccolo, stava ad aspettarmi per fare gli onori

di casa. Mia madre ed io siamo corsi subito a raggiungerla, e mio

padre rimase in casa a sbrigare gli affari più urgenti, che si erano

accumulati per la sua lunga assenza.

Ah! Michele! quali sensazioni ho provate in quel giorno!... — e

qui tremava la voce a Tiziano, a tal punto, che dovette sospendere

il racconto per qualche momento. Finalmente continuò: in piazza di

Pieve sventolava la bandiera gialla e nera, con l'aborrito acquilotto

bicipide. I croati facevano la guardia. Passammo oltre rapidamente. Io

mi appoggiava al braccio di mia madre, e con un bastoncello nell'altra

mano reggevo i miei passi. Entrammo nel boschetto dei larici dalla

porticina che era aperta, ed eccoci davanti la casa di legno, ove Maria

ci aspettava tutta vestita di nero per la morte di suo padre. Quando mi

scorse, essa mandò un grido e si precipitò nel mio seno; mia madre ci

gettò le braccia al collo, ci strinse insieme, e così restammo qualche

tempo, senza poter proferire una sola parola. Poi mi presero una per

parte, e sostenendomi con ogni cura mi introdussero nella loggia.

Un bel mazzo di fiori, bianchi e rossi, circondati da verdi foglie

stava sul tavolo davanti al canapè, per farmi vedere che il nostro nido

s'era conservato italiano, senza macchia e senza paura.

L'aspetto dei noti monti, quell'orizzonte che mi richiamava alla mente

tante memorie, quelle piante, quelle esalazioni della terra, quei

profumi... e la mancanza d'Isidoro, mi penetrarono il cuore di tante

emozioni, che io proruppi in dirotto pianto.

Maria si gettò in ginocchio ai miei piedi e pianse con me, mia madre

voleva consolarci, e pianse con noi. Fu un'ora d'amara tenerezza e di

dolorosi compianti.

Alfine le due donne mi sedettero da presso, e si cominciò a rammentare

la lunga serie dei nostri dolori, ai quali non era possibile nemmeno

di aprire uno spiraglio alla speranza, tanto eravamo circondati da

luttuose ambascie, e da pungenti sventure!...

Sulla sera mio padre venne a prendere Maria, ed io presi possesso, con

mia madre, della tranquilla dimora.

Al mattino seguente mi alzai per tempo, ed uscii a respirare le brezze

dei miei monti, recandomi in devoto pellegrinaggio al santuario del mio

amore, al verde nido di Montericco, ove sedetti lungamente solitario,

pensando al passato e all'adorata fanciulla.

Colà mi sorprese mia madre portandomi una scodella di latte appena

munto, che mi parve concentrasse tutti gli aromi delle nostre Alpi,

tutto il miele dei nostri fiori.

Dopo di averla assicurata che mi sentivo bene, le chiesi di Maria e mi

promise che sarebbe venuta ogni giorno a passare alcune ore con noi.

Tale notizia mi riempì di gioia, e mi fece conoscere come, il nido di

Sant'Alipio, sarebbe sempre il mio paradiso terrestre... anche mentre

ci stava intorno l'inferno.

Andai vagando lentamente nell'ameno ricinto, esaminando ogni albero,

ogni arbusto, ogni erba, ogni viale, a me tanto cari per sante memorie,

e alzando gli occhi mi si affacciava allo sguardo quell'incantevole

panorama che fu il fondo pittoresco di tutte le scene della mia

giovinezza, dei giuochi, dell'amicizia, delle congiure... e del più

tenero amore!...

Povero Isidoro, quest'oasi che fu il pacifico rifugio della tua vita

modesta, ti faceva rivivere e palpitare nel mio cuore, ed io ti vedevo,

come un'ombra, fra quel caos d'erbe, di fiori, di alberi, e di viali.

Mi sembrava d'averti parlato poco prima mentre stavi attento a fare

un'innesto, o salivi la scala a mano per potare i fruttai, o per

distruggere i bruchi; e mi pareva di udire la tua voce, quando seduto

sullo scoglio in fondo al terreno, ti burlavi dell'aquilotto, fumando

pacificamente la pipa, con Turco sdraiato ai tuoi piedi.

Maria mi comparve davanti, come una divina apparizione, mentre andavo

divagando fra i miei sogni, e non mi raccapezzavo bene se fosse

illusione o realtà. Rimasi lungamente a contemplarla in silenzio, in un

estasi di ammirazione.

«Che cosa hai che mi guardi così?...» mi chiese in aria sospettosa.

«Mi sembri sempre più bella!...» le risposi, «ed io così accasciato non

mi trovo più degno di te!...»

«È tutto il contrario» essa mi osservò «le tue sofferenze ti circondano

d'un'aureola che ti rende superiore ad ogni altro uomo. Ora che al mio

amore si aggiunse l'ammirazione pel tuo eroismo, tu sei per me il tipo

più perfetto che abbia sognato sulla terra!...»

Allora mi rammentai il suo entusiasmo per Calvi, la sua attrattiva

per la gloria militare... le strinsi la mano con effusione di cuore...

mi trovai ampiamente ricompensato dei patimenti sofferti.... mi parve

d'essere più grande, e più degno di lei.

Appoggiato al suo braccio, ci avviammo al nostro nido, ove cacciate le

mani ne' suoi bruni capelli la baciai sulla bocca... e vidi il cielo

risplendere d'una luce divina.

Più tardi mia madre ci raggiunse, e si parlò lungamente di mille cose,

ed io raccontando a Maria le affettuose accoglienze di Fido le chiesi

dove fosse il vecchio Turco, il nostro compagno di caccia, l'amico

fedele e inseparabile di Isidoro.

Maria congiungendo le mani in atto di pietà, mi disse:

«Tuo padre non ti ha dunque raccontato la sua storia?...»

«No, le risposi, egli evitava di narrarmi tutto ciò che poteva

commovermi; ora che sono più forte, parla pure senza paura.»

Allora essa mi raccontò coi più minuti particolari la storia di Turco,

che tu devi conoscere.

— Io l'ignoro completamente, non essendomi trovato col povero Isidoro

al momento fatale della sua morte.

— Eccoti il fatto in poche parole. Sai che Turco voleva sempre seguire

il suo padrone, ma siccome egli intendeva la parola, ed era obbediente

e disciplinato come un eccellente soldato, così bastava un cenno del

padrone perchè egli andasse a cuccia senza esitare.

Nell'ultima sua partenza da casa il cane si rifiutava ostinatamente

di ubbidirlo, e voleva seguirlo per forza. Non c'erano nè comandi,

nè minaccie che potessero farlo rientrare. Fu d'uopo che Isidoro lo

conducesse per mano, e lo chiudesse in camera. Ma Isidoro non era due

chilometri lontano da casa, che voltandosi indietro vide Turco che

seguiva tranquillamente il drappello dei militi, colla coda bassa,

umile, avvilito di dispiacere al padrone ma trascinato a seguirlo da

una forza irresistibile.

Isidoro gli andò incontro, e quando gli fu vicino, stese la destra

verso Pieve, gli fece cenno imperioso di ritornare sulla sua strada,

dicendogli: — Va subito a casa... Turco a casa subito... ma subito.

— Il cane si gettò a terra colle gambe in aria in atto di domandare

pietà.

Isidoro era buono, amava Turco come un amico, e vedendo che il cane non

cedeva, cedette lui, sorrise, gli perdonò quella strana insistenza, e

facendogli segno d'alzarsi gli disse: — Vuoi assistere per forza anche

ad una caccia ai croati, ebbene la vedrai.... è meno bella di quella

degli uccelli.

Il cane lieto del perdono ottenuto accompagnò costantemente il

padrone... e dopo la fatale giornata fu trovato sulla sera che lambiva

la fronte del cadavere, ove era passata la palla che lo avea colpito.

E quando portarono Isidoro al cimitero, Turco seguì mestamente la

popolazione che accompagnava la bara, si coricò sul tumulo che copriva

il padrone, nè fu più possibile a nessuno di ritirarlo, nè di fargli

prendere qualche alimento, e dopo alcuni giorni morì al suo posto, di

dolore, e di fame... fedele oltre la morte!... —

Dopo il racconto di questo episodio, i due amici rimasero lungamente in

silenzio, pensando certamente al soldato morto per la patria, al cane

morto pel padrone, e a quei tanti misteri che nessuno sa spiegarsi,

e a quelle fantastiche spiegazioni che non si osa nè ammettere, nè

confutare. E infatti davanti a tante cose che non si comprendono il

silenzio è più ragionevole delle ciarle.

Michele, curioso di conoscere la fine della storia dell'amico, lo pregò

di riprendere il suo racconto, ed egli continuò:

— La solitudine con Maria... altro io non avrei desiderato al roccolo

di Sant'Alipio, ma non poteva rifiutarmi di ricevere le persone che

venivano a farmi visita, e a congratularsi della mia ricuperata salute,

perchè stavo sempre meglio, e le cure della mia buona madre, e la cara

compagnia di Maria, e l'aria pura delle mie montagne mi ridonavano

il perduto vigore. L'arcidiacono fu fra i primi a visitarmi; buono e

pietoso coi deboli e coi vinti, era dignitoso e severo coi superbi

e coi vincitori, egli mi provò colla sua condotta che un prete può

essere buon cristiano e buon patriotta ad un tempo. Non sono che i

preti sciocchi, e gli ambiziosi, che non sappiano mettere insieme due

cose che non possono andar disgiunte — Dio e la patria. Una visita

seccante e noiosa fu quella del Consigliere imperiale, che ho dovuto

subire per non contrariare mio padre, il quale mi diceva che anche le

banderuole sono buone a qualche cosa, non fosse altro che per sapere

che vento spira. E il vento spirava terribilmente da tramontana, perchè

il consigliere, mostrandomisi dolente della delusione del Cadore,

mi assicurava che l'Austria non avrebbe mai a nessun patto cedute le

nostre provincie, che giudicava indispensabili alla sicurezza della

Germania. Al che io gli rispondeva tranquillamente che questo era un

assurdo, e che se un giorno l'Italia diventasse più forte dell'Austria,

sarebbe al pari censurabile se pretendesse occupare alcune provincie

della Germania per la sicurezza d'Italia. — Io penso, gli dicevo, che

ciascheduno ha diritto di essere padrone in casa propria, e nessuno in

casa altrui — ed egli mi rispondeva — Questo va bene in teoria!... ma

in pratica ogni nazione ha un piede fuori di casa, — ed io conchiudeva

— bisogna dunque esser forti per esser liberi, e se tutti avessero

fatto come il Cadore, l'Italia si sarebbe liberata per sempre degli

stranieri.

Ed ecco la politica che ritornava a martellarmi col ritorno della

salute; e appena mi sentii la forza di reggere la spada, mi tornò il

desiderio di alzarla contro i nostri invasori.

Nelle ore tranquille io andavo frugando fra i libri di Isidoro per

trovare qualche cosa da leggere. La sua piccola libreria non era

composta che di opere d'agricoltura, di botanica, di storia naturale,

e dei migliori poeti. Egli amava la natura, ne penetrava i misteri, ne

ammirava il bello, studiava le virtù delle piante; e godeva di sentire

le idee che erano state ispirate dalla bellezza di un fiore. Passava

volentieri dalla scienza alla poesia. Egli leggeva o per imparare

qualche cosa di pratica utilità, o per sollevare lo spirito al di sopra

delle umane miserie. Scartabellando quei volumi leggichiavo qua e là

per passatempo, e mi arrestavo a guardare le vignette. Una mattina mi

cadde in mano una bella edizione del Tasso, l'apersi a caso e caddi

sul canto XVI che lessi tutto d'un fiato da capo a fondo. Dopo uscito

dal Seminario non avevo più letto la Gerusalemme liberata, e mi parve

assai bella e tanto più meravigliosa in quanto il mio caso rassomiglia

in qualche parte al caso di Rinaldo. Anch'io viveva in un giardino

incantato, inebbriato d'amore, mentre altrove ferveva la guerra e si

decidevano le sorti della patria.

Rimasi tutto quel giorno pensoso ed umiliato, e passando davanti

uno specchio che pendeva dal muro della mia camera, mi arrestai a

guardarmi. Il mio viso era ritornato fresco e rubizzo, e ne ebbi

vergogna come Rinaldo davanti lo scudo adamantino d'Ubaldo; e

«Qual uom da cupo e grave sonno oppresso

Dopo vaneggiar lungo in sè riviene,

Tale io tornai nel rimirar me stesso....

e parlai a Maria della mia vergogna, dell'impulso che mi spingeva a

raggiungere i miei amici, che oltre l'amore di patria e di libertà, mi

sentivo anche animato dal desiderio di vendicare suo padre.

Alla prima impressione, questo nuovo colpo inaspettato le riuscì

assai doloroso. Essa doveva dunque perdermi nuovamente, ritornare

alla squallida solitudine, oppressa dal continuo timore di sapere la

mia vita esposta a mille pericoli.... Doveva dunque mettere in dubbio

l'avvenire?... e la nostra felicità!....

Doveva piangere nuovamente con una madre desolata, con un padre

continuamente oppresso dal timore di perdere l'unico figlio!....

no, essa non si sentiva più la forza di ricominciare quella vita di

ansietà, di tormenti, di affanni, di perdite disperate! Io aveva fatto

il mio dovere, essa diceva, avevo pagato il mio tributo di sangue alla

patria... essa aveva perduto il padre... non intendeva di perdere

anche lo sposo... nessuno poteva esigere da una sola persona tali

sacrifici... essa aveva diritto di vivere... e la mia morte sarebbe

stata anche la sua... e forse anche quella dei miei genitori!....

Io le risposi tranquillamente:

— Tu ami dunque meglio diventare la moglie d'un vile... e vedere

l'Italia oppressa dagli stranieri?... perchè se tutte le donne

pensassero così, l'indipendenza italiana sarebbe spacciata per

sempre!.... Pensa alla vita obbrobriosa ed umiliante che ci aspetta

sotto al dominio straniero, pensa alla vergogna degli italiani...

ridivenuti gli schiavi dei tedeschi!... essi ci faranno le leggi,

e prenderanno i nostri figli per farne dei soldati obbligati di

combattere contro la patria... e contro la libertà degli altri

popoli!...

Maria, alzando gli occhi al cielo, soggiungeva:

— Hai ragione!... sono osservazioni giustissime!... ma tu non puoi

uccidere tua madre... tuo padre... la tua sposa... per salvare

la patria!... anche questo è contro natura!... e se tu dovessi

morire, è sicuro che moriremmo tutti!... non si sopravvive a due di

questi colpi... quando non si è ancora guariti del primo!... pensa

all'avvenire e decidi...

— L'avvenire è in mano di Dio!... — io le risposi. — La morte è

sempre preferibile al disonore. E poi non tutti i soldati muoiono alla

guerra!.... Tu desideri che passino almeno sei mesi dopo la morte di

tuo padre per darmi la mano di sposa. Io ti comprendo e ti approvo;

ma intanto che posso io fare onoratamente qui in Pieve, solo di tutti

i giovani della mia età, mentre i miei amici sono a Venezia, sotto la

nostra bandiera, a sostenere l'onore e il diritto d'Italia.... Posso io

rimanere qui ozioso, infingardo, senza arrossire, mentre tutti i miei

comilitoni hanno ripreso le armi?!...

Essa mi rispondeva piangendo, e non avendo buone ragioni da oppormi,

aveva lagrime che mi scendevano al cuore, e mi toglievano il coraggio.

Con tali lotte che amareggiavano la nostra vita, abbiamo passati alcuni

giorni; la mia famiglia cominciava insensibilmente ad abituarsi a

questa idea di nuove prove, alle quali mi vedeva risoluto; e se non

poteva convincersi di questa necessità, sentiva di doversi rassegnare

alla sorte. Mia madre dapprima si mostrò disperata, mio padre andò

in collera, dicendo che io non finiva, più, che ero troppo fanatico,

che ero un egoista, che non pensavo mai a lui, che egli era vecchio,

stanco, sfinito, che aveva bisogno della mia assistenza. Io lasciavo

passare tutte queste burrasche, rispondendo con poche parole, e talora

pungenti, che facevano breccia.

La notizia giuntaci da Venezia della creazione dei _Cacciatori delle

Alpi_ mi decise intieramente, e alfine tutti dovettero piegarsi alla

mia volontà di partire.

Bortolo che aveva riprese con piacere le sue occupazioni pacifiche, e

si sentiva poco disposto a ritornare alle fatiche ed ai pericoli della

guerra, si mostrò esitante nelle nostre dispute di famiglia, ma quando

mi vide risoluto ad accorrere a Venezia cogli altri, provò qualche

vergogna delle sue incertezze, e si dimostrò deciso ad accompagnarmi.

La Betta si opponeva con tenace resistenza, e diceva a suo figlio: «Ti

proibisco di allontanarti da Pieve, sei figlio di madre vedova, e devi

sostenere la mia vecchiaia.» Questa opposizione lo pungeva, ed egli

le osservava che la sua vecchiaia non aveva bisogno di aiuti, perchè i

suoi buoni padroni non la avrebbero mai abbandonata.

Quando mi vide fare seriamente gli apparecchi per la partenza, mi

dichiarò apertamente che mi avrebbe seguito, e che niente avrebbe

potuto arrestarlo.

La Betta rinnovò con maggior energia la sua proibizione, dicendogli

severamente: — Tu devi obbedire tua madre!... — Si, sempre!... egli le

rispose, meno quando mi ordina di non fare il mio dovere!...

Alfine tutti dovettero cedere, e furono ammirabili in questo nuovo e

doloroso sacrifizio! Decisa la mia partenza, i miei stessi genitori

desiderarono che Bortolo mi accompagnasse, e così anche la Betta

dovette rassegnarsi.

Io mi credeva il più forte di tutti, ma all'ultimo momento mi mancò

ogni coraggio, e sentii profondamente il dolore della separazione di

quanto aveva di più caro sulla terra!...

Si scambiarono molti baci, cogli occhi velati dalle lagrime, colla voce

soffocata dall'emozione. L'addio della partenza fu una lacerazione

violenta, e straziante. Uscii di casa che non vedevo più nulla. Udii

un grido disperato, un singhiozzo angoscioso al quale risposero altri

singhiozzi....

Bortolo mi aiutò a salire in carrettina, mi si sedette vicino... e

si trottava verso Tai che ancora l'interna lotta sconvolgeva i miei

pensieri in un caos, e gli oggetti esterni mi passavano davanti

confusi, come nell'ambiente vaporoso di un sogno.

Il vecchio Anselmo guidava la Nina, e così tutti i vecchi del Cadore

ritornavano dalla giubilazione al servizio attivo, perchè i giovani

erano tutti scomparsi.

Prima di uscire dalla Valle di Pieve ci rivolgemmo entrambi un'ultima

volta a salutare il paese ed io sentiva un vuoto profondo dentro di me.

Il mio cuore era restato al roccolo di Sant'Alipio; e pensavo che forse

non avrei veduto mai più il nido di Montericco!...

Quando siamo discesi a Perarolo, la gente che ci vedeva passare ci

salutava cordialmente con un sorriso amichevole ed un cenno del capo

che era una manifesta approvazione alla nostra partenza. C'intendevamo

senza parlare; tutti indovinavano che si andava a riprendere le armi, e

ad offrire il nostro sangue per la liberazione della patria.

Anche a Longarone non c'erano più giovani, e i vecchi patriotti ci

stringevano la mano con affezione dicendoci: — Bravi... bravi... fate

buon viaggio... e felice ritorno....

Queste dimostrazioni cortesi ci infondevano il coraggio che avevamo

perduto al momento della partenza, e siamo giunti a Serravalle

tranquilli e soddisfatti d'aver seguita la via dell'onore, ove la

bandiera italiana raccoglieva nuovamente gl'intrepidi difensori del

Cadore.

È inutile che ti racconti tutti i giri e raggiri che abbiamo dovuto

fare, per deludere l'attiva sorveglianza degli austriaci, ma in questa

lotta fra la vigilanza e l'astuzia siamo riusciti vincitori... ed

eccoci da poche ore a Venezia. —

Finito il racconto di Tiziano, Michele aveva ancora molte curiosità da

soddisfare, per cui le ciarle continuarono un bel pezzo, e si convenne

sul modo di vivere insieme, e su quanto era da farsi. Poi i due giovani

si recarono da Calvi, e presero con lui gli opportuni concerti. E

quando Calvi stringeva la mano di un cadorino pareva che rivedesse un

fratello.

Il giorno seguente Bortolo veniva arruolato nei _Cacciatori delle

Alpi_, ed entrava in caserma ove trovava gli antichi commilitoni; e

Tiziano ripreso il suo grado di ufficiale si alloggiava in una stanza

vicina a quella di Michele, e prendeva conoscenza alla sua volta, della

vita che il suo amico conduceva a Venezia.

Il roccolo di Sant'Alipio · 第 24 / 38 题