NOTE:

[128] _Padova pel Comino_ 1727.

[129] _Lucca pel Cappuri_ 1737. senza il suo nome, e poi più altre

volte con molte aggiunte, e correzioni.

[130] Roma, Fulgoni 1791. in 4. e di nuovo Roma, de Romanis 1815. T. 4.

in 4. ottima edizione.

[131] _Serie dʼAneddoti_ N. II. _Verona per lʼerede Merlo_ 1786. in 4.

Contiene una dissertazione sopra Pietro comunemente detto figlio di

Dante, e sul suo comento. In fine vi è unito il _piano_ per una nuova

edizione di Dante.

_Serie dʼAneddoti_ N. IV. Ivi per lo stesso 1788. in 4. Contiene due

componimenti in versi esametri Latini di Dante a Giovanni di Virgilio,

ed altrettanti di Giovanni a Dante, aʼ quali succede un saggio di

critica sopra Dante. _Serie dʼAneddoti_ N. V. _deʼ Codici Fiorentini di

Dante_. _Ivi per gli_ Eredi Carattoni 1790. in 4. _Dialogo Apologetico

per appendice alla serie degli Aneddoti Dionisiani_. _Verona per gli

eredi di Marco Moroni_ 1791., in 8. Il ch. Signor Proposto Lastri

avendo nelle Novelle Letterarie di Firenze deʼ 17. e 29. Aprile 1791.

censurato il N. 5. di questi Aneddoti il Dionisi si difese con questo

Libretto. Non ho registrato il N. 1. degli Aneddoti, perchè non

riguarda Dante. Non so se altri numeri sieno usciti dopo questi, che

mi furono donati dallʼAutore nel 1792. Ma siccome egli aveva sempre in

mira Dante, perciò anche in altra opera intitolata _deʼ Blandimenti

funebri, ossia delle Acclamazioni Sepolcrali Cristiane_, _Padova nella

Stamperia del Seminario_ 1794. in 4. trova modo di parlar di lui e di

illustrarlo.

[132] _Del Petrarca, e delle sue Opere Lib._ 4. _Firenze presso Gaetano

Cambiagi._ 1797. in 4. LʼAb. Sebastiano Pagello pubblicò le _rime di

Messer Francesco Petrarca con note date la prima volta in luce ad

utilità deʼ giovani, che amano la poesia_. Senza indicazione di luogo e

di stampatore, 1754. in 4. Non ho veduta questa edizione, ma so che le

note sono lodate.

[133] _Vita di Giov. Boccacci Firenze presso Carli._ 1806. in 8. gr.

[134] _Firenze pel Ristori_ 1742. _in_ 4.

[135] _Lezioni di Monsig. Giovanni Bottari sopra il Decamerone. Firenze

presso Gaspero Ricci_ 1818. T. 2. _in_ 8.

[136] Si veda principalmente la nuova edizione fatta in Milano dalla

stamperia Reale il 1812. in due volumi in 18., la quale oltre ai

testi di lingua citati nel Vocabolario, e quelli che furono approvati

dallʼAccademia nel 1786. comprende ancora quelli che furono allegati

dallʼAlberti, e parecchi altri, che il Sig. Gamba propone come Autori

di purgata favella, e di tutti accenna le migliori edizioni, come dico

nel capo seguente.

_Di quegli Scrittori, che hanno illustrata la

lingua Italiana scrivendo purgatamente._

~CAPO~ XI.

Ma la più nobil maniera di illustrar una lingua consiste nello scriver

bene. Io non pretendo decidere quali sieno gli scrittori, che debbono

far testo in lingua. Questo è ufficio dellʼAccademia della Crusca,

ed ha voluto almeno in parte soddisfarvi lʼAccademia Fiorentina nel

partito preso il 1786. di cui ho parlato più volte.[137] Io prendo ad

annoverare non solamente coloro, ai quali è stato questʼonor conceduto,

o che ottener lo potrebbono, perchè scrissero purissimamente, ma quelli

ancora, che meritano lode di molta purità, quantunque alcuna volta,

o per trascuratezza, o per debolezza di umana natura sieno caduti in

qualche errore, od abbiano usata qualche voce non approvata. Niuno

scrittor vivente porrò fra questi, deʼ quali troppo è pericoloso il

dar giudizio: nè intendo di noverare tutti i trapassati, che ne son

meritevoli, perchè troppo lunga impresa sarebbe, e difficile. Altri

però mi ha diminuita alquanto la fatica. Oltre allʼAlberti, di cui

ho già fatta parola, il Signor Gamba nuovamente stampando la sua

_serie dellʼedizione deʼ testi di lingua_[138] agli scrittori scelti

dallʼAccademia, e dallʼAlberti parecchi altri ne aggiunse di purgata

favella. E poco fa un anonimo scrittore coltissimo, giudizioso, e

della nostra lingua amantissimo ha pubblicato un eccellente _catalogo

dʼalcune opere attenenti alle scienze alle arti e ad altri bisogni

dellʼuomo; le quali quantunque non citate nel Vocabolario della

Crusca meritano per conto della lingua qualche considerazione_.[139]

Finalmente il Signor Poggiali alla sua _serie deʼ testi di lingua_ ha

aggiunto un catalogo di _opere non citate nel Vocabolario di autori

però in esso allegati, e un altro di opere scritte in buona favella

di autori non citati nel Vocabolario_.[140] Molto prenderò da questi

scrittori, aggiungendo però non poco, e talvolta allontanandomi

dallʼopinion loro, e piuttosto agli autori per essi approvati

aggiungendone alcuni altri.

Comincio dagli Scrittori di Grammatica, e fra questi vuolsi dare il

primo luogo al Corticelli. Di lui ho già detto di sopra, dove ho

lodato i suoi precetti; e quì devo nominarlo di nuovo perchè i suoi

precetti sono esposti purissimamente. Lʼopera sua è annoverata fra

quelle approvate dallʼAccademia Fiorentina. Al Corticelli unisco

Francesco Maria Zanotti per gli _Elementi di grammatica volgare_ deʼ

quali altresì ho già parlato, e pel _Ragionamento sopra la volgar

Lingua_.[141] E poichè in questa parte del mio ragionamento ho nominato

per la prima volta questo immortale scrittore, non so trattenermi

dal mostrare qualche maraviglia, che lʼAccademia Fiorentina in quel

partito da me ricordato ponendolo fra gli scrittori approvati di tante

sue opere abbia scelte le lettere solamente, e le opere mattematiche,

filosofiche, oratorie, e poetiche abbia trascurate. Le sue lettere sono

bellissime; ma non sono men belle le altre cose; e in tutte si vede

una grazia di stile, che innamora. Io non dico, che egli sia scrittore

purissimo nel fatto della lingua, nè volle esser tale. Ma, come il

Castiglione, seguì una certa libertà, la qual pure non è senza grazia.

Che se i Deputati reputarono opportuno di perdonargli questa libertà

nelle lettere senza approvarla, parrebbe che sì fatta indulgenza usar

gli si dovesse ancora per le altre opere tanto maggiori, o lʼimportanza

si consideri della materia, o la cura da lui posta nello scriverle.

Finalmente ricordo i dialoghi del P. Rosasco, deʼ quali pure ho

già fatta menzione. Avrei desiderato, che questo purgato scrittore

non facesse uso di certe voci antiquate che non sono rare in quel

suo Libro. Checchè però sia di questo, egli in questʼopera scrive

purgatamente, e si deve dargliene lode. Ma progrediamo più innanzi

e dai maestri di grammatica passiamo a quelli, che ci hanno dati i

precetti dellʼeloquenza e della poesia.

Quì pure ci si presentano il P. Corticelli e Francesco Maria Zanotti.

I cento discorsi del primo su lʼeloquenza meritarono dʼessere

approvati dallʼAccademia Fiorentina.[142] Parrà forse ad alcuno, che

i suoi insegnamenti sieno comuni troppo; ma non è comune in essi la

purità della lingua, e il savio avvedimento di prendere gli esempj

tutti da ottimi scrittori approvati dalla Crusca. Il secondo scrisse

cinque ragionamenti _dellʼarte poetica_,[143] parlando della poesia

in generale poi della tragedia della commedia dellʼepopeja e della

lirica. Nella qual trattazione egli condisce tutto con quella grazia,

che era a lui naturale e che non lo abbandonava anche neʼ famigliari

discorsi. I precetti poetici dette pure il Gravina, e la sua opera

è annoverata fra quelle scelte dallʼAccademia Fiorentina, il qual

autorevol giudizio mi fa sicuro, che non mʼinganno commendando ancora

le altre opere sue scritte in Italiano[144]. Con purgato stile procurò

di scrivere il Quadrio la sua faticosa, e troppo lunga opera _della

storia e della ragione dʼogni poesia_,[145] il Bisso nellʼelementare

_introduzione alla volgar poesia_,[146] il Baruffaldi neʼ ragionamenti

poetici, dove parla della rima, dei rimarj, deʼ centoni, e delle varie

edizioni della Gerusalemme liberata,[147] il Parini nei _principj

delle belle Lettere_,[148] e il Borsa nella dissertazione _sul Gusto

presente in Letteratura Italiana_ onorata di premio dallʼAccademia

Mantovana.[149] Ma parecchi fra questi vince dʼassai, ed a niuno è

secondo il Sibiliato a giudizio dʼuomini intelligenti (giacchè non mi è

riuscito di vedere le cose sue). Due dissertazioni di questo scrittor

purissimo appartengono a questa classe, e furono da lui destinate a

due Accademie diverse. Commenda nella prima lʼarte poetica, mostrando

quanto alla civil società sia vantaggiosa ed alla politica, e fu

premiata dallʼAccademia Mantovana: colla seconda corregge e reprime

quella pedanteria scientifica, (come la chiama il Cesarotti) che agli

anni passati col titolo di spirito filosofico invase e guastò lʼamena

letteratura.[150] Aggiungo a questi Anton Maria Salvini ed il Marchese

Gio. Giuseppe Orsi. Il primo per le annotazioni da lui fatte alla

_perfetta Poesia_ del Muratori, ed il secondo per le _considerazioni

sopra il libro francese intitolato de la maniere de bien penser dans

les ouvrages dʼesprit_,[151] e pel ragionamento sopra il dialogo di

Cicerone _de senectute_.[152] Ambedue fanno testo in lingua, il Salvini

per antico diritto, lʼOrsi per decreto dellʼAccademia Fiorentina. A

questa classe appartengono i dialoghi del Regali di cui ho parlato

al Capo VI, ed alcune opere di Giuseppe Bianchini, cioè la difesa di

Dante, le tre lezioni sopra il primo terzetto del Paradiso di Dante,

sopra un sonetto del Petrarca, e sopra uno del Varchi, il Trattato

della satira Italiana, e il Dialogo intitolato la villeggiatura,[153]

e la difesa del Petrarca per opera del Casaregi, del Canevari, e del

Tomasi.[154] A questa classe si possono aggiungere altresì lʼacre

censura, che il Biscioni fece allʼedizione deʼ Canti carnascialeschi

procurata dal Bracci,[155] e la più acre risposta dello stesso

Bracci[156]. Commendo neʼ due feroci rivali la purgatezza della lingua,

ma biasimo solennemente la mordacità loro, e principalmente del

secondo, che ebbe poi a dolersi di averla usata.

Molti più sono gli Oratori, ed i Poeti, che domandano dʼesser quì

nominati. Ne sceglierò alcuni, non potendo parlar di tutti. Fra gli

Oratori vuolsi concedere il primo luogo al Gesuita Lucchese Alfonso

Nicolai[157] per ciò che spetta alla lingua; nè a questo mʼinduce

lʼamor della Patria, ma sì lʼAccademia Fiorentina, che lʼannoverò

fra i suoi scrittori approvati. I Gesuiti Tornielli[158] Bassani,

Sanseverino, Dolera, Rossi, Venini, Trento, Pellegrini, Granelli,

Muzani, Masotti, Vettori, e il Domenicano Valsecchi, furon lodati da

chi li ascoltò predicare dal pergamo e sono lodati da chi legge le

loro prediche. Anche fra gli Autori di lezioni sulla Santa Scrittura

ve ne ha parecchi di purgata favella. Tali io giudico il Nicolai, il

Granelli, il Rossi, il Pellegrini, già mentovati, e il Barotti, il

Martinelli, e lo Scotti. Si aggiungano a questi Gio. Maria Luchini,

ed Angelo Maria Ricci, peʼ loro volgarizzamenti dʼalcune Omelìe di

S. Basilio, di S. Giovanni Grisostomo e di S. Gregorio Nazianzeno,

deʼ quali parlerò altrove, Giuliano Sabbatini Scolopio e Vescovo di

Modena, Lodovico Preti, Giuseppe Tozzi, Antonio Monti. Fra gli Oratori

profani, si debbono ricordare Benedetto, e Giuseppe Averani, e Anton

Maria Salvini. Nomino quì Benedetto, perchè lʼAccademia Fiorentina

che lʼannoverò fra gli Scrittori da lei destinati a far testo in

lingua gli attribuisce non so quali orazioni. Queste però non sono

note al Mazzucchelli, nè al Signor Gamba, nè a me. Note sono bensì le

sue _dieci Lezioni sopra il quarto Sonetto del Petrarca_ stampate in

Ravenna il 1707. cioè lʼanno stesso della sua morte. Dieci lezioni

per un sonetto a dir vero sono troppe; ma tale era lʼuso del tempo

suo che ora è cessato, nè è da dolersene. Altre undici lezioni egli

scrisse, le quali abbiamo fra le prose Fiorentine. Molte lezioni

altresì scrisse il fratello suo Giuseppe, che il Proposto Gori fece

poi stampare.[159] I Salvini si dee collocare fra gli oratori sacri

per le prose sacre,[160] e fraʼ profani peʼ discorsi Accademici, per

le prose toscane, ed altre opere.[161] Altri oratori abbiamo nelle

Prose Fiorentine, e nellʼaggiunta che a questa si fece in Venezia il

1754. Purgatamente scrissero orazioni ancora Francesco Maria Zanotti,

Alessandro, e Domenico Fabri, il P. Curzio Boni Chierico Regolare della

Madre di Dio, Flaminio Scarselli, ed altri.[162]

Agli Oratori succedano gli scrittori di lettere. Sono alcuni, ai quali

niente aggrada, che non sia forestiero, e dʼoltre monti non venga

o dʼoltre mare. Essi magnificando le glorie dellʼaltre Nazioni in

questa parte della letteratura non cessano di rinfacciare allʼItalia,

che le mancano buoni scrittori di tal genere. Se il mio argomento

mel permettesse non sarebbe a me difficile di mostrar pienamente

la falsità di questa accusa, indicando molti egregi epistolarj del

passato secolo, o dei precedenti. Ma contenendo ancora il mio discorso

fra gli angusti confini, che mi sono prescritti, e continuando la

mia trattazione mi avverrà di rispondere almeno in parte a quel

rimprovero, quasi senza avvedermene. Il Metastasio è autore approvato

dallʼAccademia Fiorentina per le opere drammatiche solamente, nelle

quali era sommo. Le altre opere sue, benchè sieno di minor pregio, sono

però lodevoli. Le lettere[163] sono scritte con molta grazia, e con

qualche purità. Dotte ed erudite son quelle dʼApostolo Zeno,[164] il

quale altresì è approvato da quellʼAccademia per alcune delle sue opere

drammatiche. Elegantissime sono quelle deʼ Bolognesi, e leggiadramente

scritte[165]. Eustachio Manfredi, i due Zanotti Francesco Maria e

Giampietro, il Ghedini, Alessandro e Domenico Fabri, e Flaminio

Scarselli ne sono gli autori; e i loro nomi sono così noti, che farei

cosa inutile se quì prendessi a commendarli. Molte lettere abbiamo

dellʼAlgarotti fra le sue opere.[166] Sanno tutti, che lʼAlgarotti alla

scuola Bolognese attinse il buon gusto delle lettere, e fu scrittore

elegante, e da prima anche puro. Ma poi viaggiando in Francia, in

Inghilterra, in Germania, ed ivi dimorando lungo tempo il suo stile

prese una certa straniera tintura, per cui le maniere deʼ nostri

antichi si vedono talvolta unite a quelle deʼ moderni oltramontani,

il che se non mʼinganno fa un contrasto spiacevole da non imitarsi.

LʼAlberti citò le sue opere, nè lo condanno per questo, perchè molte

voci vi si trovano spettanti alla fisica e alle arti del disegno, che

secondo il suo instituto egli dovea raccogliere: ed io cito quì le sue

lettere, e citerò altre cose sue, ove mi cadrà in acconcio, perchè

molto vʼha in esse scritto toscanamente.

Anche al Magalotti nocquero i lunghi viaggi in ciò che spetta alla

purità di lingua. Purgatamente scrisse _i saggi di naturali sperienze_,

che fanno testo in lingua. LʼAccademia Fiorentina concedette

questʼonore anche alle sue lettere sì familiari, che erudite.[167]

Il Cesarotti si doleva[168] che riconoscendosi questo scrittore per

fortissimo nei saggi dellʼAccademia del Cimento, si accusi _dʼesser

poi nelle sue lettere familiari scritte in età più matura_ (_si noti

la circonstanza_) _caduto in neologismi, gallicismi, e barbarismi

evidenti_. Non è strano però, che un giovine scrittore di felice indole

ben indirizzato nelle lettere, e conversando con uomini dotti scriva da

prima lodevolmente, e col volger degli anni, sedotto poi dallʼaltrui

plauso, o dalla soverchia stima di se medesimo, o da qualsivoglia altro

motivo travii dal retto sentiero, e cada in errori anche gravi: e di

leggieri se ne potrebbe recar qualche esempio. Il Cesarotti rammenta

il giudizio di Monsignor Fabroni, il quale dice che lʼorazion del

Magalotti è piena di maestà, splendida, e luminosa, ed ha in se una

somma bellezza, e dignità, e porta sempre in fronte (ciò che fu lodato

in Messala) la nobiltà dellʼautore, il che tutti gli concederanno.

Ma il Fabroni non lo difende da quellʼaccusa, nè credo che altri lo

vorrà difendere, e lʼAccademia Fiorentina, che approvò le opere del

Magalotti non avrebbe forse voluto tutte approvar le parole, e i modi

di dire, che sono in quellʼopere. Purità grande al contrario, scevra

da ogni scoria straniera ci offrono le lettere di Lodovico Preti, e di

Natale dalle Laste, o Lastesio. Meno pure di queste sono le lettere

di Lodovico Bianconi sulla Baviera, e su Cornelio Celso; ma tanta è

la grazia con cui sono scritte, che volentieri gli si perdona qualche

scorrezione. Il Signor Gamba pone nel suo Catalogo le lettere di

Giuseppe Baretti aʼ suoi fratelli stampate a Venezia il 1762. e tre

altre del medesimo contro Biagio Schiavo uscite in luce il 1747. coʼ

torchj di Lugano. Ma siccome egli confessa, che _questo capriccioso

autore va al di là nel coniar vocaboli strani_, non credo dovergli

dar luogo nel mio. Per la cagion medesima escluderò la troppo celebre

_frusta letteraria_, colla quale sotto il nome dʼAristarco Scannabue

malmenò molti scrittori anche insigni del suo tempo.

Un altro lamento sogliono fare alcuni, che in parte ripete il Signor

Cesarotti. _Il Boccaccio_, egli dice, _ricco delle locuzioni del

comico familiare, manca dei tornj dellʼurbanità delicata, e da lui

forse è addivenuto, che lʼItalia in questo genere è tanto inferiore

alla Francia._ E ciò non basta. Altri fra le opere deglʼItaliani

non ne trovano quasi veruna, che serva a piacevole trattenimento, e

fanno querele, perchè quasi tutte dalle scienze, o dalle facoltà,

che insegnano, prendono un certo aspetto severo troppo, e contente

dʼinsegnare, non si curano di dilettare. Ma questi lamenti mi sembrano

ingiusti. Il Boccaccio prendeva stile diverso secondo la diversità

delle materie. Nelle novelle di Calandrino, Bruno, e Buffalmacco ed

in altre simili fece uso del _comico familiare_; lʼurbanità delicata

adoperò in quelle della Marchesana di Monferrato, di Bergamino, del Re

di Cipri, e in altre molte; e sono per avventura più le seconde, che

non le prime. Potrei citare altresì il Castiglione nel Cortegiano, il

Bembo negli Asolani, il Caro, e il Bonfadio nelle lettere, e parecchi

altri scrittori del secolo decimosesto. Ma io debbo ristringere il mio

discorso fra quelli del decimottavo. Or chi non ravvisa lʼurbanità, ed

anche la piacevolezza negli autori di lettere poco fa mentovati? E chi

potrà indicarmi non dirò unʼopera, ma direi quasi una sola facciata

di Francesco Maria Zanotti, in cui si desiderino questi pregi? Sino

le cose mattematiche neʼ dialoghi sulla forza, che chiamano viva, e

la morale filosofia sono da lui appiacevolite con tanta leggiadria di

stile, che non temono veruna benchè illustre comparazione. Urbanità,

e piacevolezza io trovo ancora nellʼopere dellʼAlgarotti, del Gesuita

Roberti, di Gasparo Gozzi, del Conte Robbio di S. Raffaele, del Conte

Giambattista Giovio, del Bianconi, e nelle Donne della Santa Nazione

del Gesuita Giuliari. Non finirei così presto, se tutti volessi

noverare coloro, che meritano dʼesser citati. Tralascio perciò il lungo

ed inutil catalogo deʼ loro nomi, e proseguo lʼintrapresa carriera.

Il secolo decimottavo si può dir per lʼItalia il secolo deʼ poeti. Non

vʼha quasi città, che non vanti qualche buon poeta, o mediocre. Non è

mio ufficio lʼesaminare, se quellʼimmenso torrente di versi, che agli

anni passati ha inondate le nostre contrade, fosse affatto inutile o

anche dannoso, o se per avventura ne sia provenuta qualche maggiore e

più universale, coltura deglʼingegni Italiani. Io cerco solamente fra

tanto numero di poeti quali sieno coloro, che agli altri pregj di buon

poeta seppero unire la purità della lingua. E cominciando dagli autori

di certi poemi, che epici in qualche modo si possono chiamare nominerò

in primo luogo la Genesi di Monsignor Cerati Vescovo di Piacenza,

poi il Tobia di Cammillo Zampieri, gli occhi di Gesù del Martelli,

lʼApocalisse di S. Giovanni, e il Telemaco di Flaminio Scarselli, e

il Giobbe del Rezzano, e quello dello stesso Zampieri. Tranne i tre

primi gli altri si considerano come traduzioni, alle quali non do quì

luogo;[169] ma se rettamente si osserva si debbono piuttosto chiamar

imitazioni, che traduzioni. Fra i poemi didascalici nominerò prima

lʼAntilucrezio del Ricci approvato dallʼAccademia Fiorentina, e poi

la Fisica, lʼorigine delle Fontane, e il Caffè del Barotti felice

imitator dellʼAriosto, la felicità del Bondi, i Cieli del Pellegrini,

tutti tre Gesuiti. Si uniscano a questi i poemi di cose agrarie, come

la coltivazione del riso dello Spolverini, il Baco da seta del Betti,

il Canapajo del Baruffaldi, la coltivazion deʼ monti del Lorenzi, le

fragole del Roberti.[170] Maggior sarebbe il numero dei poemetti di

vario argomento se quì volessi noverarli. Fra questi non debbo tacere

la Bucchereide del Bellini, che fa testo in lingua: ma degli altri non

farò menzione perchè troppo lungo discorso si richiederebbe. Laonde

senza più farò passaggio alla poesia teatrale.

Questa si può dividere in tragica, drammatica, e comica. Il primo

ristoratore della Tragedia Italiana nel secolo, di cui parliamo fu

Pier Jacopo Martelli, ed egli avrebbe riscosso plausi più durevoli,

se non avesse adoperato i nojosi versi, che da lui hanno il nome di

Martelliani. Il Gravina scrisse con molta purità cinque Tragedie,

che sono altrettanti efficacissimi sonniferi, quantunque non sieno

prive di qualche pregio. Lodevoli sono quelle dellʼAb. Antonio Conti.

LʼAccademia Fiorentina approvò le prose e le rime di questʼautore,

colla quale denominazione pare, che abbia voluto indicar solamente le

sue opere stampate in Venezia il 1739. e 1756. in due volumi. Ma ivi

non sono nè il volgarizzamento della lettera dʼElisa ad Abelardo, nè

le sue quattro Tragedie. Dovremo dunque dire, che queste cose sieno

escluse? Io non lo credo, e penso piuttosto, che in quelle parole

sieno comprese le opere sue tutte quante. Quasi nel tempo medesimo il

Marchese Maffei compose la Merope tante volte stampata, e rappresentata

sul teatro. Il Voltaire lʼimitò in parte, e poi la criticò amaramente,

celandosi sotto il finto nome di M. de la Lindelle. Inferiore di pregio

alla Merope è la Didone di Giampietro Zanotti, e vie più inferiori sono

lʼEzzelino e la Giocasta del Baruffaldi, quantunque sieno scritte

purgamente. Intorno allo stesso tempo Domenico Lazzarini dette in luce

lʼUlisse, il quale non ha altro merito, che dʼesser puramente scritto,

e dʼaver fatta nascere la celebre satira intitolata il Ruzvanscad.

Degno di sedere accanto allʼautor della Merope è Alfonso Varano pel

Demetrio, Giovanni di Giscala, e Agnese, e ne è degno altresì il P.

Giovanni Granelli Gesuita pel Sedecia, Manasse, Dione, e Seila figlia

di Iefte. Nè molto inferiori a queste ottime io stimo il Gionata, il

Demetrio Poliorcete, e il Serse del Bettinelli Gesuita egli pure.

Questo celebre Scrittore non cercò molto la purità della lingua; ma fu

maggiore la libertà da lui usata dopo la soppressione della Compagnia

di Gesù; nelle tragedie però principalmente e in qualche altra opera,

che indicherò a suo luogo, fu assai moderato. Fu il Pompei amante

della nostra lingua, e tale si mostrò in due tragedie intitolate

Ipermestra e Calliroe. In queste merita molta lode per regolarità di

condotta e per altri pregj; non è però mio officio e lascio ad altri

lʼesaminare se quelle sue tragedie tanti ne abbiano e tali, che debbano

ottener molto plauso rappresentate sul teatro. Parecchi altri Poeti

Tragici del passato secolo sono con onor nominati dal chiarissimo

Signor Napoli Signorelli nel sesto volume della sua storia critica deʼ

Teatri, deʼ quali non farò quì parola, perchè o sono viventi, o non

si sono abbastanza curati di scrivere puramente, o non ho lette le

loro produzioni. Ma fra le Tragedie non vedute da me credo di potere

assicurare, che lʼAgamennone e Clitemnestra pubblicata nel 1786. dal

Signor Matteo Borsa abbia quella purità di lingua, che io quì ricerco,

perchè egli era colto e purgato scrittore, talchè il Signor Gamba

avrebbe potuto concedergli un luogo onorevole nella sua appendice.

Il novero deʼ Poeti Tragici, che debbono esser da me nominati terminerà

col Conte Vittorio Alfieri. Le sue tragedie al primo loro apparire

sulle scene ottennero molto plauso, il quale pel corso di ben ventisei

anni non si è punto scemato. Alcuni critici di molto ingegno, e di

non mediocre dottrina si sono adoperati di trovare in esse parecchi

difetti: ma niuno accusa lʼautore di non essere scrittore purgato.

A me basta questa lode, che lʼuniversal consentimento, gli accorda,

nè a me appartiene dʼindicare gli altri suoi pregj, o assottigliarmi

dʼindagarne i difetti, nè di esaminare se i migliori dei tragici

nostri sieno da lui uguagliati, o superati. Lascio questo esame agli

spettatori frequenti, che non si stancano di accorrere alle sue

tragedie tante volte ripetute.

La tragedia ci è stata trasmessa dai Greci, e dai Latini, ma il dramma

musicale è opera nostra. Niun poeta teatrale è mai pervenuto alla

celebrità del Metastasio, i drammi del quale si son cantati su i Teatri

tutti dellʼEuropa. Questi furono approvati dallʼAccademia Fiorentina,

come pur lo furono quelli dʼApostolo Zeno, che è al Metastasio _longo

proximus intervallo_. Degli altri poeti drammatici non credo dover far

parola.[171] Anche i poeti comici non mi tratterranno lungamente. Le

commedie del Fagiuoli fra le opere scelte dallʼAccademia Fiorentina per

la nuova edizione del Vocabolario. Ma se meritano lode, perchè sono

scritte toscanamente, non la meritano molto per gli altri pregj, che

alla commedia son necessarj per essere applaudite nel Teatro. Anche le

poche commedie, che abbiamo del Lazzarini, del Maffei, e dellʼAlfieri

sono commendabili per la purità della lingua, ma contente di questa

lode non debbono esigerne altra maggiore. Al contrario il Goldoni, cui

niuno vorrà negare il primato nella poesia comica italiana per gli

altri pregj, che essa richiede, ha trascurato alquanto la purità della

lingua.

Se scarso è il numero di quelli, che questa parte della poesia hanno

coltivata felicemente, grande è quello deʼ poeti lirici. Le poesie

del Filicaja e del Menzini furono citate dalla Crusca. Quelle di

Giovan Bartolommeo Casaregi, del Crudeli, di Monsignor Ercolani,

del Guidi, del Lorenzini, del Mozzi, e dʼAnton Maria Salvini furono

approvate dallʼAccademia Fiorentina. LʼAlberti cita le rime del Gigli

seguace del dialetto Senese, e quelle dʼAngelo Maria Ricci, che mi

sono ignote, giacchè la guerra deʼ ranocchi, e deʼ topi attribuita ad

Omero, e da lui volgarizzata in versi anacreontici non può annoverarsi

fra le _rime_, quantunque sia in versi rimati. A questi il signor

Gamba aggiunge il Lazzarini, il Maffei, il Magalotti, il Manfredi,

Alessandro Marchetti, il Martelli, il Mascheroni, il Pompei, e il

Varano. Io finalmente ne aggiungerò più altri. Fra questi porrei il

Frugoni, se gli editori suoi fossero stati men liberali. Vi porrò

bensì lʼAlgarotti, di cui lʼAlberti cita parecchie opere di prosa,

non però le poetiche, che sono più toscanamente scritte dellʼaltre.

Vi porrò Francesco Maria e Giampietro Zanotti, Giovan Battista Zappi,

il Ghedini, il Salandri, il Conte Agostino Paradisi, il Pozzi, il

Vannetti, il Tagliazucchi, il Duranti, i Gesuiti Bassani, Rossi,

e Berlendis, il Vittorelli, il Bondi, il Parini, il P. Fusconi, il

Baruffaldi, lo Scarselli, Alessandro Fabri, il Bettinelli peʼ versi

sciolti principalmente, il Dio del Cotta, le canzonette marinaresche

del Gesuita Tornielli.

Anche nella poesia piacevole molti meritarono plauso. Il Ricciardetto

del Forteguerra, la Svinatura del Carli, le rime piacevoli del

Fagiuoli, e le poesie del Saccenti, sono fra le opere scelte

dallʼAccademia Fiorentina. LʼAlberti citò la Celidora ovvero il

Governo di Malmantile del Conte Ardano Ascetti cioè del P. Lodovico

Agostino Casotti Domenicano, e del Gigli la Scivolata e la Culeide,

e il Signor Gamba ha notate nel suo catalogo le poesie piacevoli di

Giuseppe Baretti,[172] e quelle di eccellenti Autori Toscani per far

ridere le brigate, stampate in Gelopoli cioè in Firenze il 1760. fra

le quali ve nʼha alcune del Gigli, del Bellini, e dʼaltri poeti del

secolo decimottavo. Io aggiungerò il Grillo dʼEnante Vignajuolo, cioè

del Baruffaldi, la Cuccagna del P. Rossi, le nozze di Pulcinella del

Vittorelli, le rime piacevoli del Dottor Vettore Vettori, qualche

capitolo di Francesco, e Giampietro Zanotti, del Manfredi, e pochi

altri.

Il Bettinelli voleva, che il ditirambo del Redi fosse lʼunico ditirambo

Italiano, e che delle poesie satiriche si faccia meno conto, che di

ogni altra. _La lingua Italiana_ (egli dice) _non sembra atta a questa

poesia, e glʼItaliani dan troppo presto allʼarmi._[173] Il ditirambo

del Redi è veramente cosa unica, e niuna altra nazione può gloriarsi

dʼaverne una simile. Nel secolo di cui parlo si è tentato dʼimitarlo,

ma glʼimitatori sono sempre inferiori aʼ loro modelli. Fra questi si

può accordare qualche lode al Baccanale in Gioveca del Baruffaldi,

almeno per ciò che appartiene alla lingua. Riguardo poi alla satira io

non so che cosa avesse in animo il Bettinelli, quando disse, _che la

lingua Italiana non sembra atta a questa poesia_. So che lʼAriosto,

Salvator Rosa, lʼAdimari, il Menzini, ed altri hanno scritte Satire; e

se in esse si trova alcun difetto, questo non proviene dalla lingua.

Lʼultimo di questi appartiene in parte al secolo decimottavo, ed è

annoverato fra gli scrittori citati dalla Crusca. Ma un nuovo genere

di satira sconosciuto ai Latini e ad ogni altra nazione usò il Parini

neʼ suoi poemetti intitolati il Mattino, il Mezzogiorno, e la Sera, i

quali come prima uscirono in luce riscossero molto plauso in Italia, e

fuori. Egli non _dà_ punto _allʼarmi_, ma con una delicata e leggiadra

ironia punge il vizio, e non lo flagella, nè reca mai noja in tanta

somiglianza di cose, che da lui si debbon descrivere. Nè dʼindole molto

diversa è il poema _dellʼuso_[174] del Conte Duranti da me nominato con

lode fra i poeti lirici.

Questi fra molti sono i poeti, deʼ quali ho creduto dover quì far

menzione, lasciandone parecchi altri pregevolissimi per le altre

qualità, che dallʼarte poetica sono richieste. Lo stesso è da dirsi

degli storici, di cui farò adesso parola. Ma per procedere con

chiarezza dividerò la storia nelle diverse sue parti, e comincerò da

quella, che più propriamente si chiama con questo nome. LʼAlberti cita

gli annali del Sacerdozio e dellʼImpero del Battaglini, e lo lodo se

ne ha presa qualche voce ecclesiastica, che non si trovi in altro

scrittor più pregevole. Non vuolsi però prenderli a modello di buono

stile, e purgato. Comincerò dunque il novero delle opere storiche

dalla _Verona illustrata_ del Maffei registrata dal Signor Gamba nel

suo catalogo. A questa aggiungerò i ragionamenti istorici su i Gran

Duchi di Toscana della Reale Casa deʼ Medici protettori delle lettere

e delle belle arti di Giuseppe Bianchini, la storia di Ferrara del

Baruffaldi, e la traduzione con ammirabile purità di lingua fatta

dal P. Pietro Savi Gesuita delle due opere latine del P. Ferrari,

delle geste del Principe Eugenio di Savoja nelle guerre dʼItalia e

dʼUngheria. Dellʼaltre sue traduzioni parlerò altrove. Porrò eziandio

in questa classe il ragionamento intorno allʼorigine della Città

di Prato di Giovan Battista Casotti, che si legge negli _opuscoli

filologici_ del Calogerà, e fu poi approvato dallʼAccademia Fiorentina.

Vi porrò finalmente le memorie storiche Modenesi del Tiraboschi, opera

dʼargomento non grande, e che non somministra strepitose vicende, o

luminosi avvenimenti atti ad eccitare la curiosità di molti; tale

però che al suo autore conferma quella fama di critico giusto, e di

scrittor accurato elegante ed assai puro, che le altre cose sue gli

avevano procacciata. Unirò a queste storie le illustrazioni, che il

P. Ildefonso da S. Luigi ha poste nelle sue _delizie degli Eruditi

Toscani_, e le descrizioni di feste ed esequie fatte da Giambattista

Casotti, Leonardo del Riccio, Rosso Antonio Martini, e MarcʼAntonio

Mozzi,[175] deʼ quali scrittori ho già fatta menzione, e la farò di

nuovo.

Cinque opere spettanti alla storia Ecclesiastica dallʼAccademia

Fiorentina furono approvate. Prima, fra queste o lʼampiezza si riguardi

della materia, o la sua importanza è la Storia Ecclesiastica del

Cardinal Orsi, che impedito dalla morte non potè condurre a fine. Io

non so bene, se lʼAccademia adottandola tutte volesse adottare le sue

maniere di dire, fra le quali ve nʼha alcuna, benchè di rado, tolta

dalla lingua Francese, cui si potrebbe dubitare se convenga dar la

cittadinanza Toscana.[176] Dellʼaltre opere da me indicate pur ora

due sono di Gio. Battista Casotti, cioè le _Memorie Storiche di Maria

Vergine dellʼImpruneta_, e _la Storia della fondazione del regio

Monastero degli Scarioni di Napoli_, e due sono del Canonico Mozzi,

cioè la _Storia di S. Cresci, e deʼ Santi suoi compagni Martiri, e

della Chiesa di S. Cresci in Valcava di Mugello, e la lettera ad un

Cavalier Fiorentino divoto di S. Cresci_. LʼAccademia forse volle

ancora concedere lo stesso onore allʼIstoria degli anni Santi, e

ad altre opere di Domenico Maria Manni, quantunque non lʼindicasse

espressamente.[177] Infatti qual cosa vʼha di questo purissimo

scrittore, che non meriti di far testo in lingua? A queste opere

poi aggiungerò io la vita di S. Ignazio, la leggenda di S. Anna, e

quella di S. Margherita da Cortona del P. Antonfrancesco Mariani

Gesuita, il quale scrittore in ciò che spetta alla lingua è sempre

così purgato, che a niun altro lo reputo secondo, ed i più tenui suoi

libretti ascetici proporre si possono a modelli di stile purissimo, e

immacolato. Aggiungerò altresì la _Storia ragionata delle eresie_ del

Canonico Pietro Paletta, nella quale e gli avvenimenti dellʼeretiche

sette si descrivono con eleganza, e le cagioni se ne espongono con

critica diligente e sottile. Aggiungerò finalmente lʼinsigne Storia

della Badia di Nonantola del Tiraboschi, di cui dirò solamente, che è

degnissima del suo autore.

Ma la parte, in cui più che in ogni altra il Tiraboschi si è renduto

celebre è la storia letteraria. Egli, Apostolo Zeno, il Mazzucchelli

sono in Italia i padri di questa classe, e tutti tre furono purgati

scrittori. Niuno è così solennemente inerudito, che non conosca le

Dissertazioni Vossiane e le Annotazioni alla Biblioteca del Fontanini

dʼApostolo Zeno, gli Scrittori Italiani del Mazzucchelli, la Storia

della letteratura Italiana, e la Biblioteca Modenese del Tiraboschi.

Se io prendessi a lodar queste opere, e le altre cose minori di questi

scrittori nulla potrei dire, che non sia già stato detto da molti, e

nulla aggiungerei alla loro celebrità. Dirò solamente, che vasto è

lʼargomento, che ciascheduno ha scelto, grande è in essi lʼerudizione,

ma opportuna, esatta la critica, elegante lo stile, e (ciò che

appartiene al mio scopo) non mediocre la purità della lingua; talchè

non vʼha officio di buono scrittore, che essi abbiano trascurato. Da

Apostolo Zeno non deve andar disgiunto il suo feroce, ma disuguale

antagonista Monsignor Giusto Fontanini. La sua opera dellʼeloquenza

Italiana, e la Biblioteca, che vʼè unita, si attiraron le critiche

dello Zeno, di cui ho già parlato, del Muratori, del Maffei, di Gio.

Andrea Barotti, e del P. Costadoni, e la più parte di quelle critiche è

giusta. Il Fontanini era quanto altri mai litigioso, tenace della sua

opinione, e non esatto abbastanza nellʼerudizione. Era però erudito,

e assai puro di lingua. Questa lode gli si deve ancora per la Storia

arcana della vita di F. Paolo Sarpi, che ha pure il merito grande

dʼaver rappresentato costui quale era veramente, e aver ciò fatto con

irrefragabili monumenti. Grato mi sarebbe dʼonorare questo mio catalogo

colla bellʼopera di Marco Foscarini sulla letteratura Veneziana tanto

commendata a gran ragione. Ma se le altre parti tutte egli adempie

dʼottimo scrittore, in quella solamente, che la purità riguarda

della lingua, lascia alquanto a desiderare. Devo bensì collocarvi il

Marchese Maffei per quella parte della sua Verona illustrata, dove

degli scrittori Veronesi tenne lungo discorso, Gio. Andrea Barotti

per le Memorie storiche deʼ letterati Ferraresi, ed il Bianconi per

lʼauree lettere sopra Celso. LʼAlberti ha citato alcuna volta la

Storia, e i Commentarj della volgar poesia del Crescimbeni, ma a me

non pare questʼopera purgata tanto, che le si debba dar quì luogo. Per

lo stesso motivo fra i libri di sacra eloquenza non ho collocato il

suo volgarizzamento delle Omelìe di Clemente undecimo, cui il signor

Poggiali dà luogo nel suo Catalogo, nè altrove le altre sue opere, che

per molti riguardi meritan lode. Aggiungerò più tosto lʼoperetta del

Manni dellʼinvenzione degli occhiali, che fu approvata dallʼAccademia

Fiorentina, lʼistoria del Decamerone del Boccaccio[178] la vita di

Niccolò Stenone, e le veglie piacevoli del medesimo scrittore, dove fra

più altre vite, che a questa classe non appartengono, parecchie ne sono

dʼuomini chiari nellʼamene lettere. Molte altre cose abbiamo di lui a

storia letteraria appartenenti, le quali tralascio, perchè troppo lungo

ne sarebbe il novero, ed altri le potrà vedere indicate nellʼopera

testè citata del chiarissimo signor Canonico Moreni. Non debbono poi

esser da me dimenticati il Casotti, e il Mozzi, il primo per la vita

del Buommattei, che sta innanzi alla sua opera della lingua Toscana,

e per alcune lettere sulla vita, e le opere del Casa,[179] e il

secondo per la vita di Lorenzo Bellini, che è fra quelle degli Arcadi.

E giacchè queste vite dʼuomini letterati ho nominate ragion vuole,

che tre altri purgati scrittori di questo genere io ricordi, cioè il

P. Pier Caterino Zeno, che la vita ci dette di Giovanni Rucellai,

e degli storici Veneti Battista Nani e Michele Foscarini,[180]

Antonfederigo Seghezzi, che quelle descrisse del Caro, di Bernardo

Tasso, del Castiglione, e dʼaltri,[181] Pier Antonio Serassi, da cui

abbiamo quelle copiosissime di Torquato Tasso e di Jacopo Mazzoni,

una dissertazione sopra lʼepitaffio di Pudente Grammatico, ed un

ragionamento sopra la controversia del Tasso e dellʼAriosto, Anton

Maria Salvini, che fra le vite degli Arcadi inserì quella di Benedetto

Averani, ed il fratello suo Salvino, che ci diede i Fasti Consolari

dellʼAccademia Fiorentina oltre a cinquantacinque vite le quali tutte

con incredibile diligenza ha accennate lʼeruditissimo Signor Canonico

Moreni nellʼopera più volte citata. Alle vite succedano gli elogj,

intorno aʼ quali necessariamente sarò breve, perchè niuno scrittore mi

è noto, che lungamente si sia esercitato in questo genere dʼeloquenza,

ed io non intendo nominar tutti quelli, che poche, e piccole cose hanno

pubblicate. Questo mio intendimento però non mʼimpedirà di nominare

il Bolognese Luigi Palcani. Egli educato in quella beata scuola della

sua patria, fra tanti uomini chiarissimi, che là fiorirono alla metà

del secolo passato o in quel torno, fu non solamente dotto, ma

ancora elegante, e purgato scrittore. Abbiam di lui gli elogj di due

mattematici, cioè dellʼAb. Leonardo Ximenes e del Colonello Anton

Maria Lorgna, neʼ quali la severità della materia è per lui temperata

mirabilmente colle grazie dellʼeloquenza e ingentilita per modo,

che queglʼistessi cui non piacciono le mattematiche discipline sono

invitati ad amarle in quei due libretti elegantissimi.

Alla Storia è con vincoli strettissimi unita lʼAntiquaria, la quale

perciò richiama ora a se il mio discorso. Essa mi ricorda in primo

luogo il Gori, ed il Lami. Ambedue per decreto dellʼAccademia

Fiorentina sono approvati, il primo per la _risposta al Marchese Maffei

intorno al Tomo IV. delle osservazioni letterarie, e per la difesa

dellʼAlfabeto degli antichi Toscani_,[182] il secondo _per le Lezioni

Toscane, e peʼ dialoghi dʼAniceto Nemesio in difesa delle lettere di

Atromo Traseomaco_.[183] LʼAccademia non concedette lo stesso onore

alle _Lettere Gualfondiane_, che il Lami stampò sotto il finto nome

di Clemente Bini, e non senza ragione: perchè questʼautore, che nelle

lezioni Toscane e neʼ dialoghi non volle molto soggettarsi ad una

grande severità nellʼusar voci di Crusca, nelle lettere usò dʼuna

libertà anche maggiore. Al Gori e al Lami aggiungerò il Manni scrittor

purgatissimo, come ho già detto. Di lui abbiamo più e diverse opere

dʼantiquaria cioè delle _antiche terme di Firenze, notizie istoriche

intorno al Parlagio ovvero Anfiteatro di Firenze_, _istorica notizia

dellʼorigine e significato delle Befane_, e principalmente _le

osservazioni istoriche sopra i Sigilli antichi deʼ secoli bassi_.[184]

Della Verona illustrata del Maffei ho già parlato due volte, e debbo

parlarne ora di nuovo perchè vi sono unite lʼopera su gli Anfiteatri,

e quella molto minore sullʼantica condizione di Verona. Della seconda

dice graziosamente il Signor Abate Rubbi, che in essa lʼingegno

dellʼautore è in ragion del suo cuore,[185] con che egli dette un

giusto e profondo giudizio. Ma io non esamino, che cosa possano dir

gli antiquarj dellʼuna, e dellʼaltra, e mi basta, che ambedue sien

pregevoli, benchè possano meritar qualche critica, e che scritte sieno

purgatamente. Per lo stesso motivo nominerò pure lʼopera dei circhi del

Bianconi, quantunque abbia incontrato qualche oppugnatore. Debbonsi poi

con molta lode nominare le _Osservazioni sopra alcuni frammenti di vasi

antichi di vetro_ di Filippo Buonarroti,[186] le quali gli confermarono

quel nome di grande antiquario che le precedenti sue opere gli avevano

procacciato. Nè minor plauso vuolsi fare allʼAb. Luigi Lanzi, e a mio

giudizio anche maggiore, perchè nuove strade aprì nellʼantiquaria, ed

usò una esattissima critica, cui non erano molto inclinevoli molti di

quelli scrittori di sì fatto genere, che più erano celebri poco innanzi

a lui.[187] Non parlerò poi di quelli antiquarj, che poche e brevi cose

hanno scritte, per non esser soverchio: e passerò piuttosto a noverare

i principali scrittori, che di materie scientifiche hanno trattato.

Cominciamo dalla Psicologia, e dalla naturale Teologia. LʼAccademia

Fiorentina scelse la dissertazione del P. Tommaso Vincenzo Moniglia

contro i Materialisti ed altri increduli.[188] A me sarà concesso

dʼunire a questa le altre opere sue di non dissimile argomento, e

di merito uguale, cioè la dissertazione contro i Fatalisti,[189]

le osservazioni critico-filosofiche contro i Materialisti divise

in due trattati,[190] _e la mente umana spirito immortale, non

materia pensante_.[191] Alle opere del Moniglia debbono unirsi le

celebri lettere familiari del Magalotti contro gli Atei approvate

dallʼAccademia Fiorentina. Di queste io dirò solamente quello, che

il Tocci ne disse nella vita del Viviani, cioè che _esse sono ciò

che più di portentoso ha veduto da un secolo in quà la nostra lingua

in quel genere_. Di Dio, dellʼanima spirituale immortale e libera, e

della legge di natura verso Dio, verso lʼuomo, e verso se trattò il P.

Nicolai in sette ragionamenti che sono nel volume secondo delle sue

Prose. Ma più dʼogni altro trattò profondamente di sì fatte materie il

P. Antonio Valsecchi colla sua opera _dei fondamenti della Religione, e

dei fonti dellʼempietà_.[192] Parla egli dellʼesistenza di Dio, della

spiritualità, ed immortalità dellʼanima, e della legge di natura,

mostra la necessità della rivelazione, la possibilità della rivelazion

deʼ Misteri, e che veramente la Cristiana Religione è rivelata da Dio,

esamina finalmente quali i fonti sieno dellʼempietà. _La Religion

vincitrice_[193] è quasi un appendice alla prima opera, perchè avendo

in quella provati ad evidenza gli assunti suoi, e risposto alle

principali objezioni degli avversarj dʼogni maniera, in questa prese

a combattere il _sistema della natura, il sistema sociale, ovvero

principj della morale, e della politica_, e ne trionfò. Finalmente

per dar compimento alla sua impresa pubblicò _la verità della Chiesa

Cattolica Romana_,[194] in cui fa conoscere, che in questa, ed in essa

sola, la divina rivelazion si conserva. Con minor apparato di dottrina,

ma in un modo per dir così più accostevole, scrisse il Roberti alcuni

aurei suoi libretti, che se non affrontano apertamente lʼincredulità,

pure le fanno gagliarda guerra. Tali sono i trattati _del leggere libri

di Metafisica e di divertimento_, _della probità naturale_, _e le

annotazioni sopra la umanità del secolo decimottavo_.

La Psicologia e la Teologia Naturale aprono la strada alle scienze

sacre, alle quali ora farò passaggio. E quì pure ragion vuole, che

il primo luogo a quelle opere si conceda, le quali dallʼAccademia

sono citate. Fra queste sono le prose del P. Gio. Lorenzo Berti,

la Dimostrazion Teologica del Cardinal Orsi,[195] lo spirito del

Sacerdozio del Cavalier Giraldi. LʼAlberti citò il volgarizzamento,

che Francesco Giuseppe Morelli fece del _Gentiluomo istruito nella

condotta di una virtuosa, e felice vita_ dellʼInglese Dorell, e avrebbe

potuto aggiungere quello, che egli pur fece della _Guida degli uomini

alla loro eterna salute_ del Gesuita Giuseppe Personio.[196] Ma altri

ancor vi sono che purgatamente hanno scritto di sì fatte materie.

LʼAccademia Fiorentina, che adottò le Prose del P. Nicolai, poteva

eziandio adottare le sue Lezioni. Io dubito che di lui volesse parlare

il Roberti, quando a un giovine ecclesiastico scriveva così. _Tuttavia

dellʼerudizione profana, interpetrando la parola dello Spirito Santo,

servitevene per bisogno, non per vanto. Non siate un intemperante, come

lo è nelle sue lezioni stampate un dottissimo uomo ad amendue assai

noto. Tanta intemperanza a me sembra un principio di vanità._[197] E

veramente se quelle Lezioni fossero state dal Nicolai dette così dal

Pergamo, come poi furono stampate, dovrebbesi in esse condannare quella

erudizione soverchia, e quella dottrina profonda, di che son piene. Ma

se, come egli il dice nel prospetto dellʼopera, dopo essere stato parco

leggendole, le arricchì poi per la stampa a vantaggio deʼ leggitori

scienziati si dee sapergliene grado, e commendarlo. Per la qual cosa

egli lascia in dubbio, se dobbiamo intitolarle Lezioni, o più presto

Dissertazioni, e altrove le chiama senza più col secondo nome.[198] Or

chi sarà che voglia accusarlo dʼessersi mostrato erudito, e dotto,

quando peʼ dotti scriveva e per gli eruditi? Molta poi è la purità

della lingua, principalmente dove a foggia di parafrasi spiega il Sacro

Testo, nella qual parafrasi lʼautore si adopera dʼimitare il Boccaccio.

E lʼimitazione di questo gran modello della narrazione si manifesta

ancora in unʼaltrʼopera sua, di cui per grande sventura non abbiamo

che il primo volume di quattro, che se ne promettevano col titolo,

_Dichiarazione letterale del Sacro Testo deʼ quattro Libri deʼ Re_.

Avrei creduto, che lʼAlberti citar dovesse queste opere, o avendole

egli trascurate dovessero il Gamba e il Poggiali ricordarle. Avrei

creduto lo stesso delle opere teologiche di Monsignor Incontri, e di

quelle del Marchese Maffei, delle quali il solo Poggiali ha citate le

prime, e niuno le seconde. Io certo non dubito, che non debbano aver

quì luogo il _Trattato delle azioni umane, le lettere pastorali e la

spiegazione delle feste_ di quel Prelato.[199] _La storia teologica

della Grazia, il libro deʼ Teatri antichi e moderni, lʼarte magica

dileguata, lʼarte magica annichilata, i tre libri dellʼimpiego del

denaro_, in cui mentre si ammira la profondità della Teologica

dottrina, si commenda eziandio la nobiltà e lʼeleganza dello stile, e

la purità della lingua. Queste lodi medesime si debbono attribuire alle

Dissertazioni Teologiche del Conte Canonico Cristoforo Muzani, ed anche

maggiori in ciò che appartiene alla lingua ed allo stile, se non che

forse parrà ad alcuno, che sieno talvolta troppo oratorie. Non manca

la purità, ed abbonda lʼeleganza in certe operette del Roberti, che a

questa classe appartengono. Tali sono _lʼesortazione sopra i danni che

reca il tempo alle Comunità religiose, la lettera sopra la felicità,

la lettera di un Ex-Gesuita vecchio, ad un Ex-Gesuita giovine, gli

opuscoli sopra il lusso, il trattato dellʼamore verso la patria, e

lʼistruzione Cristiana ad un giovinetto Cavaliere e a due giovinette

Dame sue sorelle_. Nè dico già che tutto sia oro nel fatto della

lingua ciò che egli scrive. Lasciando stare la voce _ex-gesuita_, che

abbiam veduta testè da lui adoperata, vuolsi confessare, che andando

innanzi nellʼetà per la frequente lettura deʼ libri francesi cominciò

senza avvedersene ad usare qualche modo di dire straniero; il che

più spesso gli avvenne nellʼ_amor della patria_, che prevenuto dalla

morte non potè emendare. Ma dove sono molte cose pregevolissime non

dobbiamo essere difficili troppo per qualche difettuzzo, che sfugga la

attenzione dʼuno scrittore.

Le opere spirituali dellʼAbate Lanzi meritano altresì onorata menzione,

perchè qualunque cosa egli prendesse a trattare, vi trasparivano i

lampi di quel suo ingegno felice, e della sua eleganza di stile.[200]

Ed ancor più debbono ricordarsi quelle del P. Anton Francesco Mariani

della Compagnia di Gesù, le quali sono immacolate.[201] Saranno forse

alcuni, i quali prenderanno a sdegno, che fra le opere deʼ Filosofi,

degli Storici, degli Oratori, e deʼ Poeti si pongano le sacre leggende

e le novene di questi scrittori: molti però con maggior senno le

ameranno e per ciò che dicono, e pel modo con che lo dicono. Ed è fama

che lʼAb. Lanzi dicesse dʼessere più contento di quelle sue operette

spirituali, che dellʼaltre erudite. Finalmente voglionsi quì ricordare

due volgarizzamenti. Sarà il primo _il libro di Dionisio Certosino

contro lʼambizione, con altri due opuscoli sul medesimo argomento_

tradotti da Monsignor Bottari,[202] e lʼaltro _lʼopere di Tertulliano

tradotte in Toscano da Selvaggia Borghini nobile Pisana_, che lo stesso

Bottari fece stampare ornandole di note e dʼuna erudita prefazione.[203]

Dalle sacre scienze non deve andar disgiunta la moral Filosofia,

glʼinsegnamenti della quale saranno sempre uniformi a quelle, ove

il corrompimento del cuore non faccia traviare lo scrittor, che ne

tratta. Niuna opera di questo genere è nel catalogo dellʼAccademia

Fiorentina fuor solamente i caratteri di Teofrasto tradotti da un

Accademico Fiorentino, cioè da Leonardo del Riccio, di cui farò parola

in altro luogo. Ma il Gamba, e lʼAnonimo Milanese ne citano due. Il

secondo ricorda la morale Filosofia di Francesco Maria Zanotti, che è

una delle migliori di questʼuomo immortale e per lʼimportanza della

materia, e pel modo con cui è trattata, e per la gravità dello stile.

Il celebre Cardinal Quirini lʼebbe in tanto pregio, che avendola letta

con somma avidità la volle poi sempre sul suo tavolino, e spesso la

rileggeva con indicibil piacere. Poteva lʼAnonimo aggiungere altresì

il suo ragionamento sopra il saggio di morale di M. Maupertuis, e gli

opuscoli, che lʼaccompagnano, cioè i discorsi e le lettere contro le

_Vindiciae Maupertuisianae_ del P. Ansaldi, la risposta alle lettere di

Clemente Baroni deʼ Marchesi di Cavalcabò, e _la lettera ad un amico,

che può servire dʼintroduzione alla novella letteraria dellʼapparizione

dʼalcune ombre_. Io non parlerò quì della bellezza di questi opuscoli,

perchè quando si è nominato il loro autore è inutile ogni lode. Citerò

finalmente col Gamba la _scienza chiamata cavalleresca_ del Marchese

Maffei, utilissima opera, che ha contribuito a scemare alquanto lʼuso

empio barbaro e stolto deʼ duelli.

Ma passiamo ormai a quella scienza, che forse sopra ogni altra ha nel

passato secolo fatto progresso grande, voglio dire la scienza della

natura. Carlo Taglini aprirà questa classe colla _lettera filosofica_

al Marchese Riccardi, in cui dette la norma di studiare con profitto la

Filosofia. Essa è fra le opere scelte dallʼAccademia Fiorentina, onde

non abbisogna dellʼaltrui approvazione nel fatto della lingua. Ma per

procedere con ordine cominciamo dalla Fisica. Il dialogo di Zaccaria

Scolastico intorno alla fabbrica del Mondo volgarizzato dal Volpi, le

opere dellʼAb. Conti, in cui è pur qualche cosa di Fisica, le lezioni

di Monsignor Bottari sopra il tremoto furono approvate dallʼAccademia

Fiorentina. Se non hanno ottenuto lo stesso onore, meritano però lode

di purgati scrittori Francesco Maria Zanotti pel suo Trattato di

Filosofia, lʼAlgarotti pel Neutonianismo, il Marchese Maffei per le

sue lettere sopra la formazione deʼ fulmini. I primi due erano buoni

Fisici; ma il terzo non era molto esercitato nella scienza della

natura, e scriveva sopra un argomento difficile, prima che il Franklin,

e il P. Beccaria lʼavessero illustrato. Del Magalotti posso rammentar

solamente le lettere, nelle quali alcuna cosa sʼincontra intorno alla

Fisica, giacchè i saggi di naturali esperienze dellʼAccademia del

Cimento appartengono al secolo precedente. Poco finalmente ci offrono

le opere del Bianconi, ma non vuolsi dimenticare quel poco, perchè

egli era elegante scrittore; benchè, siccome ho già detto, alquanto

libero nel fatto della lingua. Anche il Roberti volle esser fisico, e

il fu con quella grazia, che era a lui naturale, scrivendo due lettere

dʼun bambino di sedici mesi colle annotazioni di un Filosofo, e sul

prendere, come dicono, lʼaria ed il Sole. Due brevi ragionamenti

abbiamo del Palcani, uno sul fuoco di Vesta[204] e lʼaltro sul natro

orientale,[205] ed è a dolersi, che non se ne abbia un numero maggiore,

tanto son pieni di dottrina, e dʼeleganza.

Cosa maggiori ci somministra la Storia naturale. La piccola terra

di Scandiano nel Modenese ha la gloria dʼaver dati allʼItalia nel

secolo decimottavo due sommi naturalisti, che furono nel tempo stesso

scrittori purgati ed eleganti, cioè il Vallisnieri, e lo Spallanzani.

Del primo basterà indicare lʼedizione delle sue opere fatta in Venezia

il 1733. nè sarà necessario tutte annoverarle minutamente. _Del secondo

il saggio dʼosservazioni microscopiche concernenti il sistema della

generazione_, _le memorie sopra i muli_, _le osservazioni sullʼazione

del cuore nei vasi sanguigni_, _il prodromo dʼunʼopera da imprimersi

sopra le riproduzioni animali_, _la contemplazione della natura del

Signor Carlo Bonnet tradotta in Italiano, e corredata di note_, _le

dissertazioni su i fenomeni della circolazione osservata nel giro

universale deʼ vasi_, _gli opuscoli di Fisica animale, e vegetabile_,

_il viaggio alle due Sicilie_ sono opere lodatissime per novità di

scoperte, per acutezza dʼingegno, per esattezza dʼesperienze, e per

eleganza di stile. Come una terra sola ha dati due insigni naturalisti,

così una sola famiglia ne ha somministrati altrettanti, cioè i Conti

Giuseppe e Francesco Ginanni di Ravenna. Il primo scrisse _delle

uova, e deʼ nidi degli uccelli con unʼappendice dʼosservazioni sulle

cavallette_,[206] e una lettera allʼInstituto di Bologna _intorno al

modo di pascersi, ed alla respirazione e generazione delle telline e

dʼaltre marine conchiglie_.[207] Altre sue opere sulle piante marine

del mare Adriatico, e sopra alcuni testacei ed insetti furono stampate

dopo la sua morte[208] dal suo nepote Francesco, che fu pure buon

Naturalista. Questi poi scrisse dottamente delle malattie del grano in

erba[209] e delle pinete Ravennati.[210]

E già quasi senza avvedermene sono passato a far parola della scienza

agraria, che forma un utile e nobil parte della Storia naturale.

Lʼanonimo Milanese pone nel suo catalogo la relazione istorica,

e filosofica del Matani delle produzioni naturali del territorio

Pistojese,[211] che può esser utile per prenderne qualche voce di

storia naturale: ma io non posso collocarla fra le opere puramente

scritte. Fa poi maraviglia, che niuna cosa egli abbia citata del Manni.

Questʼuomo instancabile, di cui ho già parlato più volte, ha scritto

ancora di cose agrarie. Il suo ragionamento _della piantagione, e

coltivazione deʼ gelsi cagione di ricchezza_[212] è stato dimenticato

dal Lastri nella _Biblioteca Georgica_. Ivi si registrano di lui

tre sole opere, che hanno per titolo _Introduzione deʼ gelsi in

Toscana_,[213] _Nuova proposizione per trarre dallʼAgricoltura

un maggior frutto_,[214] e _Del fare i lavori alla campagna in

tempo_[215]. Lʼultima merita da me special ricordanza peʼ proverbj

usati nel contado, che egli ha raccolti accompagnandoli dʼutili

avvertimenti. Di sì fatti proverbj utili allo studio della lingua, e

molto più allʼarte agraria ne avea raccolti in buon dato il Proposto

Lastri, e sparsi quà e là nel suo _Lunario peʼ Contadini_, donde poi

altri li trasse, e riuniti gli stampò di nuovo.[216]

Alla scienza della natura appartengono lʼAnatomia, la Medicina, e la

Chirurgia, delle quali vuolsi ora tener discorso. Lorenzo Bellini

leggiadro poeta fu eziandio anatomico grande, e le sue opere furono

spiegate dal Pitcarne nellʼuniversità dʼEdimburgo. Antonio Cocchi ne

stampò i discorsi anatomici, che lʼAccademia Fiorentina meritamente

reputò degni di far testo in lingua. Essa accordò lʼonor medesimo

allʼeditore pel _trattato deʼ Bagni di Pisa_, _peʼ discorsi Toscani_,

_per la prefazione alla vita di Benvenuto Cellini_, _e peʼ regolamenti

dello spedale di S. Maria Novella_, che non sono stampati. Poteva

forse accordarglielo ancora pel _discorso sopra Asclepiade_, _e peʼ

consulti medici_. Non aggiungo il _discorso sul matrimonio_ perchè non

è opportuno, che facciano testo in lingua quei libri, che la retta

morale condanna. Il figlio suo Raimondo lo stampò dopo la sua morte,

e poteva rimanersene. Doveva più presto pubblicare i consulti medici,

che il padre aveva lasciati in gran numero, ed egli inopportunamente

li vendè a non so quale straniero; talchè lʼedizion che ne abbiamo, fu

poi tardi fatta dal Pasta, raccogliendoli con diligenza, e in quella

maggior copia, che potè. LʼAccademia approvò ancora le sue _lezioni

anatomiche_; il Signor Gamba però dottissimo nella Storia letteraria

ha osservato, che queste non son dʼAntonio, ma di Raimondo. Essa ha

pure approvate le opere di Giuseppe del Papa, e già lui vivente citate

le avrebbe la Crusca nellʼultima edizione del Vocabolario, se egli

non vi si opponeva. La maggior parte di queste appartengono al secolo

precedente, e solamente i _Consulti medici_, e i _Trattati varj_ dati

in luce nel decimottavo possono aver quì luogo. Approvò finalmente

le _Lettere scientifiche_ di Carlo Taglini, e il libro critico di

Pier Francesco Tocci intitolato la _Giampaolagine_. Andrea Pasta

altresì fu egregio medico, e purgato scrittore, e il suo _discorso

medico-chirurgico intorno al flusso di sangue dallʼutero delle donne

gravide_ meritò dʼesser registrato neʼ lor cataloghi dal Gamba e

dallʼAnonimo. Il Poggiali concede questʼonore alle opere mediche

dʼAntonfrancesco Bertini, che io non ho vedute.[217] Niun poi di

loro lo concede ai Consulti medici di Giacomo Bartolommeo Beccari,

i quali però ne erano degnissimi, essendo egli stato, secondo la

scuola di Bologna sua patria, elegante scrittore in Italiano e in

Latino dʼunʼeleganza nitida, e semplice. In quei due aurei volumetti

di lettere familiari dei Bolognesi si vorrebbe, che fossero state

poste ancor le sue, che dovevano esser bellissime, se lo possiamo

congetturare da una diretta al Pontefice Benedetto decimoquarto, che

il Conte Fantuzzi ha inserita neʼ suoi _Scrittori Bolognesi_ T. 2. p.

57. Terminerò poi questa classe con due Lucchesi, Matteo Regali, e

Pietro Tabarrani. Del primo ho già fatta menzione altrove. Egli era

medico, ma a dir vero era miglior grammatico. Scrisse una _Lezione

intorno allʼuso dellʼacqua della Villa_ (cioè dei Bagni di Lucca)

col cibo,[218] la quale, se non è approvata dai professori dellʼarte

medica, è almeno scritta con purità. Il secondo al contrario era buon

medico ed eccellente anatomico, e se non uguagliava il Regali nella

purità della lingua, non era però illodevole. Le sue _lettere mediche

ed anatomiche_[219] sono ricordate dallʼanonimo, e sono lodate dai

professori di queste scienze, nè saranno molto riprese da quelli, che

amano la nostra lingua. Nè diverso è il giudizio, che si dee portare

dellʼaltre cose sue, che si vedono impresse negli atti degli Accademici

Fisiocritici di Siena.

In niuna facoltà è più agevole lo scrivere purgatamente quanto nelle

mattematiche. Esse hanno un certo linguaggio loro proprio e semplice

tanto, che quasi non concede luogo ad errare, principalmente ove si

tratti di quelle, che chiamano mattematiche pure, come lʼaritmetica, la

geometria, e lʼalgebra. In questa parte pertanto sarò più severo. Fra i

Mattematici Italiani del secolo diciottesimo potrei collocare Vincenzio

Viviani grande e diletto scolaro del grandissimo Galileo. Egli giunse

cogli estremi anni suoi a toccare quel secolo, essendo morto il 1703.

ma le opere sue Italiane appartengono tutte al secolo precedente, ed

io non voglio oltrepassare quei limiti, che mi sono prescritti. Il

nome però del Viviani ricorda quello di Guido Grandi, che segnando le

prime orme nella carriera geometrica potè destar maraviglia in quel

geometra veterano, il quale pareva pure, che di niuna cosa dovesse

più maravigliare. Egli unì lo studio dellʼantiquaria a quello delle

mattematiche, ma lʼAccademia Fiorentina approvò solamente due opere del

secondo genere, cioè gli _elementi di geometria_, e le _istituzioni

delle sezioni coniche_. La seconda però di queste opere in ciò, che

spetta alla lingua si dee piuttosto attribuire a Tommaso Perelli,

giacchè essa è un volgarizzamento da lui fatto delle sezioni coniche,

che il Grandi aveva pubblicate in latino a Napoli il 1737. A queste

opere lʼAlberti, il Gamba, e lʼAnonimo aggiunsero le _istituzioni

Geometriche_, quelle dʼ_Aritmetica_, le _Meccaniche_, il _trattato

delle resistenze_ unito alle opere del Galileo, ed alcune scritture

dʼIdrostatica, che abbiamo nella _raccolta degli autori, che trattano

del moto dellʼacque_. Il Poggiali ben a ragione vi aggiunse la

_Risposta apologetica alle opposizioni fattegli dal Dott. A. M._

(Alessandro Marchetti,) _i Dialoghi circa la controversia eccitatagli

contro dal Dottore Alessandro Marchetti_,[220] oltre alla Vita di S.

Pietro Orseolo. Egli ha poste nel suo catalogo ancora le _Instituzioni

Analitiche_ della Agnesi, le quali tranne qualche difetto nel fatto

della lingua possono esser utili per una nuova impressione del

Vocabolario.

Ma parlando di Mattematica, e di purità di lingua chi può dimenticare

Eustachio Manfredi? Egli fu buon Geometra, e sommo Astronomo ed

Idrostatico. Gli _elementi della Geometria, e della Trigonometria_,

quelli _della Cronologia_, le _instituzioni astronomiche_, _la

descrizione dʼalcune macchie scoperte nel Sole_, e le _annotazioni al

Trattato della natura deʼ fiumi del Guglielmini_ mostrano abbastanza,

che si può scrivere profondamente delle materie più difficili senza

oltraggiare le leggi della lingua. Lo stesso dimostrano le altre

opere sue, che tralascio per non diffondermi soverchiamente, ma si

possono veder registrate dal Fantuzzi.[221] LʼAccademia Fiorentina

nulla ha approvato di lui, fuorchè le lettere, di che forse molti si

maraviglieranno. Ma si può credere, che lʼAccademia della Crusca vorrà

esser meno difficile; giacchè riguardo a un uom così grande può esser

tale senza pericolo.

Al Manfredi succeda lʼamico suo, il suo lodatore Francesco Maria

Zanotti. Celebre è la questione agitata un tempo fra i Mattematici

sulla forza viva, la quale i Cartesiani dicono proporzionale alla massa

del corpo moltiplicata nella velocità, mentre i Leibniziani la vogliono

proporzionale alla massa moltiplicata pel quadrato della velocità.

Dopo un disputar lungo M. dʼAlembert mostrò, che quella questione era

inutile, e tutti si acquietarono alla sua sentenza.[222] Io non la

chiamerò inutile, solamente perchè produsse due bei libri, una del P.

Vincenzio Riccati, e lʼaltro dello Zanotti. Il Riccati prese a difender

lʼopinion Leibniziana in un suo dialogo,[223] nel quale ampiamente

trattò di sì fatta questione, combattendo certa proposizione, che

il secondo avea detta neʼ Commentarj dellʼInstituto di Bologna. Lo

Zanotti, che avea in animo di scrivere alcun dialogo colse lʼoccasione

di rispondere al suo oppositore, e compose quello sopra la _forza che

chiamano viva_,[224] il quale io non dubito di chiamare maraviglioso,

e ardisco contrapporlo a quelli bellissimi di Tullio e di Platone.

Nobiltà e gravità di stile, quando la materia il richiede, chiarezza

nelle cose scientifiche, ordine nelle dispute, urbanità, e grazia

somma sono pregj, che abbondano in questʼopera, peʼ quali basterebbe

essa sola a render lʼautore immortale. Niunʼaltra cosa di Mattematica

abbiamo da lui scritta in Italiano, fuorchè una lettera a Monsignor

Vitaliano Borromeo, in cui prova due elegantissimi Teoremi Geometrici,

cioè che ogni poligono circoscritto a un circolo sta al circolo stesso,

come il perimetro del primo alla circonferenza del secondo, e che ogni

solido chiuso da ogni parte da superficie piane e circoscritto ad

una sfera sta alla sfera, come la superficie del primo sta a quella

della seconda.[225] Anche il suo nepote Eustachio fu elegante, e

purgato scrittore. Il Fantuzzi[226] ha dato il catalogo delle sue

opere spettanti alla Astronomia, alla Fisica, allʼIdrostatica, ed

alla Prospettiva, che giudico inutile di ripetere in questo luogo.

Aggiungerò solamente, perchè egli lʼha dimenticato, lʼesame del nuovo

Ozzeri,[227] cioè dʼun canale di scolo, che era stato proposto nello

Stato Lucchese.

Il P. Riccati, che ho nominato dianzi, fu uno deʼ primi Mattematici

Italiani del secolo decimottavo. La maggior parte delle molte sue opere

sono scritte in latino; parecchie però ne fece ancora in italiano con

molta purità di lingua. Di queste pure tralascerò il catalogo, che

altri potrà vedere nel nono volume del Giornale di Modena. LʼAnonimo

Milanese ed il Gamba ricordano anche il padre suo Jacopo Riccati,

perchè le sue opere sono scritte con molta proprietà, e chiarezza.

Io non gli nego questa lode, che ben merita; ma sì fatti pregi non

bastano al mio presente intendimento. Essi debbono essere uniti a una

sufficiente purità di lingua, e questa manca a Jacopo non rare volte.

Cita lʼanonimo anche Tommaso Narducci pel _paragone deʼ canali, e

pel trattato della quantità del moto, o sia della forza dellʼacque

correnti_. Ma se vorremo dar quì luogo a questo scrittore non si

debbono dimenticare due brevi suoi opuscoli _sulla misura della

velocità e del tempo, in cui una data quantità dʼacqua non perenne di

un lago, o altro ricettacolo esce dallʼincile del medesimo, e sopra

la figura della terra_.[228] Ma quantunque egli sia purgato più di

Jacopo Riccati, pure non è scevro da qualche idiotismo del dialetto

Lucchese. Al contrario lʼanonimo non annovera il Conte Giordano Riccati

fratello di Vincenzio, che io col Gamba porrò fra gli altri purgati

scrittori. Molte dissertazioni di Mattematica egli stampò nelle

Raccolte dʼopuscoli Calogeriana, Lucchese, Fiorentina, e Ferrarese,

nella Minerva, nel Prodromo della nuova Enciclopedia del Giorgi, e

nel Giornale di Modena, ed inoltre il _saggio sopra le leggi del

contrapunto_,[229] gli _schediasmi sulle corde o fibre elastiche_,[230]

e le _dissertazioni sulla tensione delle funi_.[231] Vi porrò pure con

lui Lorenzo Mascheroni, che fu ugualmente leggiadro poeta ed ingegnoso

Mattematico, e lasciando ora a parte stare i suoi versi rammenterò

la sua _maniera di misurare lʼinclinazione dellʼago calamitato_, _le

nuove ricerche sullʼequilibrio delle volte_, _il metodo di misurare

i poligoni piani, e la geometria del compasso_. Un altro Mattematico

insigne non si vuoi dimenticare, cioè il Cavalier Giulio Mozzi. Un

solo rimprovero a lui si può fare, ed è che potendo egli arricchire la

Repubblica delle lettere di molte opere pregevolissime non abbia voluto

pubblicare che un solo opuscolo. Esso porta per titolo: _Discorso

Matematico sopra il Rotamento momentaneo deʼ corpi_,[232] e fa

conoscere ad evidenza quanto egli valesse nelle mattematiche discipline.

Molti sono i purgati scrittori, deʼ quali ho parlato fino ad ora, ed

altri molti ne avrei aggiunti, se non avessi creduto dovermi alquanto

temperare. Nelle facoltà diverse però, che formano la scienza del

Dritto, quantunque un gran numero dʼuomini illustri possa vantare

lʼItalia, che le hanno felicemente illustrate, pure è scarso il numero

di coloro, che illustrandole hanno scritto purgatamente. Non inutil

sarebbe il cercarne la ragione; ma per una parte sì fatta indagine

troppo mi farebbe deviare dal sentiero, che debbo scorrere, e per

lʼaltra trattar dovrei materie troppo a mio credere pericolose. Per la

qual cosa mi rimarrò da sì fatta considerazione, e senza più nominando

quegli scrittori, che a me sembrano più purgati porrò in primo luogo

Giuseppe Maria Buondelmonti, di cui lʼAccademia Fiorentina approvò il

_ragionamento sul diritto della guerra giusta_.[233] Purissime altresì

sono le dissertazioni di Giuseppe Alaleona,[234] delle quali la maggior

parte appartengono a questa classe, e trattano delle Romane leggi

delle dodici tavole, del paterno imperio, delle leggi civili, delle

leggi Romane e Venete. Anche due ragionamenti di Girolamo Baruffaldi

spettanti a ragion canonica vogliono aver quì luogo, cioè un _voto

sulla retta intelligenza della clausula_ seu alias _inserita nel

Canone di P. Bonifacio_ VIII. _e nellʼaltro di Clemente_ V. _intorno

alla libera elezione della sepoltura_, che egli stampò il 1751. e una

dissertazione _sopra il significato delle parole_ fide constitutus

inserita nella Raccolta del P. Calogerà T. 37. Il Lampredi altresì

celebre Professore dellʼUniversità di Pisa può aver quì luogo pel suo

trattato _del commercio deʼ popoli neutrali in tempo di guerra_,[235]

pel discorso _del governo civile degli antichi Toscani, e delle cause

della lor decadenza_.[236] Altre opere ancora dʼaltri scrittori si

potrebbono unire a queste, ma stimo savio consiglio di trascurarle,

e piuttosto passerò a far parola di coloro, che delle arti del

disegno hanno scritto, coi quali darò fine a questo capitolo forse

increscevole, e lungo soverchiamente. Monsignor Bottari, che tanto fu

benemerito della letteratura e della nostra lingua per molte opere

pubblicate, tale si rese eziandio peʼ dialoghi _sopra le tre arti del

disegno_, per le annotazioni alle vite dei Vasari, e per lʼimpressione

delle _lettere sopra la pittura, scultura, e architettura deʼ più

celebri professori_. Queste opere sue furono adottate dallʼAccademia

Fiorentina; talchè altri può trarne in molto numero forme di dire

spettanti alle arti belle. Trar se ne possono ancora parecchie dal

terzo e dallʼottavo volume delle opere del Conte Algarotti nellʼultima

edizion Venata, che tutti si aggirano su questo argomento. Niuno

ignora, come egli era dotato di fino gusto nelle arti del disegno, e

come trattava la matita lodevolmente. Egli ora instruisce i giovani

pittori con ottimi precetti e consigli, ora dà giudizio savio e maturo

delle opere deʼ pittori degli scultori degli architetti, ed or ricorda

piacevoli erudizioni, che la storia riguardan dellʼarte e deʼ maestri

migliori. AllʼAlgarotti non cedeva nel buon gusto Gian Lodovico

Bianconi, e lo vinceva nella grazia dello stile. Le sue lettere sopra

la Baviera sono la più cara cosa, che si possa desiderare; nè credo

che altra descrizion di paesi si trovi così piacevole, siccome è

questa. In essa parla delle arti del disegno, e più ne parla nella

vita del Mengs nelle _due lettere al Principe Enrico di Prussia sopra

Pisa_, e nelle _otto lettere riguardanti il così detto terzo tomo

della Felsina pittrice_. Anche il P. Roberti volle trattar di questo

argomento. Scrisse in prima una splendida orazione, con che difese

le scuole Italiane contro certa diceria del Marchese dʼArgens,[237]

e poi una lettera sopra Jacopo da Ponte detto il Bassano: e pare

che in ambedue le occasioni lʼamore del nome Italiano, e di Bassano

sua patria, mentre lʼanimò a prender la penna, aggiugnessero nuove

grazie, nuovi fiori alla sua eloquenza. Più parco negli ornamenti

dello stile, ma castigatissimo nella lingua il Cavaliere Clementino

Vannetti pubblicò le _notizie intorno al pittore Gasparantonio Baroni

Cavalcabò di Sacco_,[238] le quali, come le altre opere sue potrebbono,

se non mʼinganno, far testo in lingua. Anche Giampietro Zanotti volle

esser puro ed imitare gli antichi scrivendo la _Storia dellʼAccademia

Clementina_, se non che raccontando talvolta avvenimenti troppo

minuti, e di niun conto, e volendo troppo imitar gli antichi annoja il

leggitore. Nulla posso dire deʼ suoi _avvertimenti per lʼincamminamento

dʼun giovine alla pittura, e della descrizione ed illustrazione delle

pitture di Pellegrino Ribaldi e Niccolò Abati esistenti nellʼIstituto

di Bologna_, che non mi è riuscito di vedere. A Giampietro unirò

il fratello suo Francesco per le tre sue orazioni sopra la pittura

degnissime di lui, e del Romano Campidoglio, dove la prima fu recitata.

Ma sopra quante opere di questo genere ho fin quì nominate si dee

collocare la _Storia pittorica dellʼItalia_ dellʼAb. Luigi Lanzi.

Essa ebbe il suo cominciamento nellʼanno 1792. in cui venne alla luce

il primo volume e nel 1796. fu compiuta quantunque poi solo nella

seconda impressione del 1809. ricevesse la sua perfezione. Divide egli

tutta la trattazione secondo le diverse scuole, ed in ogni scuola

distingue le epoche. Accenna i principali pittori di ciascuna, e ne

descrive lo stile, nè tace i mediocri, deʼ quali pure si desidera avere

qualche contezza. Ora egli fa ciò con fina critica ed avvedutezza,

con abbondanza non soverchia di notizie, e con uno stile vivace,

spesso conciso, ed ove la materia il richieda anche eloquente. Non

dirò che il Lanzi sia severo nel fatto della lingua; ma qualche

libertà da lui usata moderatamente e con giudizio non dispiace, e

fra tante cose belle, che allettano e incantano, non sa il lettore

fargliene un rimprovero. Anzi io gli so grado di alquante novelle

voci e forme di dire da lui adoperate parlando delle arti del disegno

e dellʼantiquaria, che molti poi non hanno ricusato dʼadoperare.

Ma i meriti del Lanzi in questa parte della Letteratura sono stati

egregiamente esposti da scrittori troppo migliori di me, cioè dal

Signor Conte Giambattista Baldelli, e dal Signor Cavaliere Onofrio

Boni, ai quali altri potrà ricorrere.[239]

Or dopo la noja per me sofferta nel tessere questa lunga serie di

nomi e di titoli di libri, se rivolgo lo sguardo a tanti uomini

illustri fin quì nominati, ed a quegli altri molti, che di leggieri

aggiunger potrei, mentre per una parte mi conforta e ricrea il

pensier della gloria, chʼessi hanno recata al nome Italiano, parmi

per lʼaltra, che si possa quindi trarre un motivo per dileguare un

timore insorto nellʼanimo del Signor Cesarotti. _Un uomo scienziato_,

egli dice, _ragionativo, eloquente, ma di coscienza timorata in fatto

di lingua, col capo gravido del suo soggetto si mette a scrivere:

gli si presenta unʼidea nuova che sembra domandar un termine_, che

non è nel Vocabolario. _Che farà egli? Mandi con Dio la sua idea o

la storpi con un altro termine il meglio che sa._[240] Or io dico,

tanti scrittori insigni da me nominati le scienze e le discipline

quasi tutte hanno illustrate con nuovi scoprimenti, con pensieri

nuovi, con riflessioni non prima fatte, o le cose già dette da altri

hanno esposte in nuova foggia scrivendo purgatamente; nè pare che

sia loro avvenuto di stroppiare unʼidea per mancanza dʼun termine; e

forse non avranno voluto sopprimere qualche nuova idea venuta loro

in mente. Essi avranno trovato nella ricchezza grande della nostra

lingua il modo di supplire alla mancanza dʼuna voce, o pure hanno

usata una voce, che non è nel Vocabolario, la quale se è, non dirò

necessaria, ma opportuna, _bella, ben derivata, acconcia che nulla

più_[241] lʼAccademia non trascurerà dʼapprovarla. Si potrebbe ancora

dileguar il timore del Signor Cesarotti, negando poter mai accadere,

che una parola sia così necessaria per esprimere una idea, che senza

quella convenga assolutamente stroppiarla, come egli dice. Ma ove

ancora ciò fosse, ove lo scrittor non volesse oltrepassar i confini

del Vocabolario, crederei, che nè la sua gloria nè la Repubblica

delle lettere patirebbono un danno intollerabile, se lʼuso dʼunʼaltra

voce o una forma di dire alquanto più lunga venisse a scemar alcun

poco la forza o la bellezza di quellʼidea. Dallʼaltro canto se lo

studio posto negli antichi dagli scrittor Fiorentini gli preservò nel

secolo decimo settimo dal reo gusto in cui tanti caddero miseramente,

siccome confessa il Signor Cesarotti, è da credersi, che lo studio

medesimo continuerà a produrre un non dissimile giovamento. Ed è da

credere ancora, che la diligenza la quale taluno usa per emendare i

proprj scritti, onde toglier loro ogni macchia contraria ai canoni

della lingua, rileggendoli più volte, e consultando i periti prima

di consegnarli alle stampe, produca il vantaggio, che per nuova e

replicata riflessione lʼautor sʼaccorga dʼaltri falli, neʼ quali per

difetto dʼumana natura era caduto. Onde il vantaggio sarà di gran lunga

maggiore del supposto danno.

Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte I · 第 11 / 15 题