[99] Accademia Fiorentina sʼintitolò lʼAccademia instituita dopo la
soppressione della Crusca.
[100] Di _avvivatore_ vʼha un esempio del Menzini, che lʼAlberti non ha
notato. _E ʼl guardo avvivator lieta rivolse. Opere_ T. 3. _p._ 15.
[101] Annotaz. a Fr. Guitt. p. 119.
[102] _Gigli Regole per la Toscana favellap._ 591. ediz. di Lucca del
1734.
[103] Lo stesso si dica della parola _deserta per messo, o servito
delle frutte_ che ivi pur si ricorda dal Gigli. Le altre voci Lucchesi
registrate da questo scrittore nel luogo stesso non sono di questo
genere, ed hanno origine diversa.
_Altri Vocabolarj, regole per la Pronunzia
Sinonimi, ed Epiteti, Rimarj, ed Etimologie._
~CAPO~ IX.
Se il P. Bergantini e lʼAlberti meritaron lode accrescendo il
Vocabolario, Apostolo Zeno, e Jacopo Facciolati la meritarono con
accorciarlo. Al primo si attribuisce il compendio di questʼopera, che
egli fece prima sullʼedizione del 1691, e poi su quella del 1729, e
che essendo stato tante volte impresso offre con ciò solo un manifesto
indizio del plauso universale. E meritamente lʼottenne o si riguardi la
brevità a cui è ridotto quel compendio a comodo altrui, o lʼemendazioni
quantunque rare, che quellʼuomo grande vi ha fatte. Dobbiamo al
secondo lʼOrtografia Italiana stampata in Padova molte volte, e che
può dirsi anchʼessa in qualche modo un compendio del Vocabolario
Fiorentino, quantunque quà, e là vi si trovi qualche aggiunta tratta
da scrittori approvati. Nè di questo genere di libri farò più a
lungo ragionamento,[104] dovendo omai parlare di alcuni Dizionarj
particolari. Tra questi per la sua celebrità domanda il primo luogo
il _Vocabolario Cateriniano_ del Gigli. Questo bizzarro, e mordace
scrittore si pose nellʼanimo dʼonorare il dialetto di Siena sua patria,
e poteva in ciò procacciarsi lode, ma lo fece in modo che si attirò
sventure e biasimo. Ma di lui ho già detto abbastanza di sopra.
Parecchi altri pure divulgando le opere degli antichi Autori Toscani
ne raccolsero le parole e maniere di dire meritevoli dʼosservazione,
e quelle massimamente che non si incontrano nel Vocabolario, come il
Salvini, il Biscioni, Giuseppe Bianchini, il Bottari, il Cavaliere
Jacopo Morelli, e finalmente il P. Ildefonso nelle Delizie degli
Eruditi Toscani, dai quali altresì ove ancora si tolga ciò che è
scorrezione popolaresca rimane sempre alquanto, e in taluni anche
molto, da aumentare il tesoro di nostra lingua.
Fra i Dizionari particolari si debbon porre quelli delle arti, e
delle scienze deʼ quali uno solo ne abbiamo in questo secolo. Tale
è quello per la Medicina dʼAndrea Pasta[105] Medico prestantissimo,
che avrebbe voluto sbandire quegli oscuri, e tenebrosi vocaboli, che
sì volentieri, e sì spesso soglionsi usare daʼ medici triviali nei
loro parlari, e nelle loro scritture. Aʼ questo fine dagli scrittori
approvati egli trasse le voci, e maniere di dire che appartengono
a medicina, e vi aggiunse parecchie osservazioni, con che provvide
non solo allo scrivere e parlar bene, ma ancora a bene operare. I
libri da lui allegati, o deʼ quali fece uso, sono il Decamerone del
Boccaccio, le opere del Galilei, i saggi dellʼAccademia del Cimento,
il trattato dellʼAgricoltura di Piero deʼ Crescenzi, il Ricettario
Fiorentino, il Vocabolario della Crusca, le opere del Cocchi, e sopra
tutto quelle del Redi. Io non sono punto istruito neʼ precetti delle
mediche discipline, pure credo di non errare dicendo, che i medici
ed i giovani principalmente dovrebbono avere frequentemente tra mano
il libro del Pasta, che consiglierebbe loro dʼusar favellando, o
scrivendo un linguaggio più acconcio a procacciarsi la confidenza del
malato, ed a confortarlo, e forse anche li persuaderebbe di diffidare
alquanto di certi nuovi sistemi, troppo sovente incerti, e variabili.
Un Vocabolario deʼ nomi proprj tanto delle persone, che deʼ luoghi
sarebbe utile molto, e lʼArciprete Baruffaldi lo aveva non solamente
intrapreso, ma quasi compiuto, ma è rimasto inedito.[106] E aggiungerò
quì ancora il suo Dizionario Ditirambico, e Baccanalesco, cui non
saprei qual miglior luogo assegnare.[107]
A questa classe medesima si può riferire il breve ragionamento
dellʼAlgarotti _sopra la ricchezza della lingua Italiana neʼ termini
militari_.[108] Alle maniere di dire deʼ Francesi scrittori intorno
a cose militari egli mostra quali, e quante maniere Italiane
corrispondano, ed anche in ciò solo altri può vedere di quì, come la
nostra lingua sia abbondante, e ricca più della Francese. Nè su questo
mi tratterrò più lungamente. Aggiungerò bensì, che di non mediocre
utilità sarebbe, se ciò che lʼAlgarotti fece per lʼarte militare, altri
lo facesse riguardo alle altre facoltà; affinchè ove alcuno debba
scrivere intorno alle medesime avesse pronte al bisogno le espressioni
che sono più acconce, onde non si dovesse attribuire a difetto della
lingua ciò che spesso è difetto di memoria dello scrittore.[109]
Gli Autori quì ricordati insegnano quali siano le voci, e le
espressioni, che voglionsi adoperare scrivendo; ma della pronunzia
non fanno parola, tranne lʼAlberti, che nel suo Dizionario è stato
sollecito dʼindicare le voci, che lunghe si profferiscono o brevi. Ma
noi abbiamo qualche altra cosa nella pronunzia, che domanda dʼesser
regolata. Le vocali E ed O ora si pronunziano strette, ed ora larghe;
le consonanti S Z ora hanno un suono più dolce, ed ora più aspro,
come tutti sanno. A questo volle provvedere il Gigli adoperando le
Greche lettere _epsilon_, ed _omega_ per le vocali larghe, e la S,
e lo Z corsivo per le consonanti aspre, e in questa guisa nelle sue
regole per la Toscana favella dette un lungo catalogo[110] di quelle
parole, che usar si sogliono più comunemente. Dopo lui il Salvini nel
volgarizzamento dʼOppiano[111] volle anchʼegli introdur qualche segno,
che giovasse alla pronunzia, ma solamente per le due vocali E, ed O,
alle quali sovrappose un accento circonflesso, quando si doveano
profferir larghe. Lʼuso delle Greche lettere, come non piacque nel
secolo decimosesto, quando col fine medesimo le introdusse il Trissino,
e dopo lui Adriano Franci, così nè pur piacque nel decimottavo, siccome
quelle che troppo sono difformi dalle nostre: e in questa parte fu
più saggio lʼavvedimento del Salvini, che un contrassegno adoperò più
acconcio, e meno strano. Tal novità, quantunque utile, non fu da veruno
imitata, e il Salvini medesimo negli altri suoi libri non lʼusò.
A uno scopo più alto diressero le mire loro il P. Carlo Costanzo
Rabbi Agostiniano, e il P. Giovambattista Bisso Gesuita procurando
dʼagevolare lo scriver puramente, ed elegantemente il primo in prosa,
il secondo in versi. Con questo intendimento il Rabbi raccolse i
sinonimi, ed aggiunti Italiani, cui pose in fine un trattatello
intorno alle regole per ben valersi sì degli uni che degli altri, e
delle similitudini,[112] al che poi fece parecchi accrescimenti il P.
Alessandro Bandiera deʼ Servi di Maria. Gli approvati scrittori di
purgata favella sono le fonti, dalle quali lʼopera è tratta, e poco
vʼha (se non mʼinganno) che non le sia uniforme.[113] Ma questo genere
di libri è pericoloso peʼ giovani, i quali sʼavvezzano a prendere senza
discernimento non ciò che è più acconcio, ma quello che prima cade
sotto gli occhi, ed a riempiere dʼinutili aggiunti le loro dicerìe. E
tanto più facilmente essi potrebbono risentirne danno, che si vedono
quì talvolta voci, e maniere di dire ora triviali, ed ora strane, ed
antiche, che potevano forse esser tollerabili, ed anche lodevoli nel
luogo dove furon poste da quegli autori, e altrove desterebbono riso, e
meriterebbono riprensione. Con miglior consiglio il P. Bisso raccolse
le voci, e locuzioni poetiche di Dante, Petrarca, Ariosto, e Tasso,
e dʼaltri autori del cinquecento[114] aggiungendo ancora talvolta
lunghi squarci di queʼ Poeti, e intieri componimenti. E giacchè il
mio argomento mi ha condotto a far parola deʼ sussidj prestati alla
poesia ed ai poeti non voglio lasciar di ricordare i rimarj, libri
pericolosi anchʼessi, ma comodi. Universale è quello del Rosasco[115]
per ogni genere di rime piane, tronche, e sdrucciole ed è ampio tanto,
che la stessa sua copia può talvolta imbarazzare il Poeta. Quì poi si
trovano tutte le parole e nobili, e mediocri, ed umili, onde chi vuol
farne uso debbe essere di fino discernimento fornito per iscegliere
quelle che sono più adatte al suo bisogno. Alle sole rime sdrucciole
limitò il suo Rimario il Baruffaldi[116]. Questi due Rimarj offrono
le sole parole, che fanno rima; ma, con utile avvedimento altri
facendo il rimario particolare di qualche poeta vi ha posto glʼintieri
versi, il che quanto comodo apporti, coloro tutti lo sanno, aʼ quali è
avvenuto alcuna volta di fame uso. Tali sono quelli del Dante[117] del
Tasso[118] del Petrarca Bembo Casa Guidiccioni e Molza[119] e altri.
Anche i proverbj ebbero un dotto illustratore nel P. Sebastiano Paoli
Lucchese deʼ Chierici Regolari della Madre di Dio[120], che una materia
così arida, ed ingrata seppe render piacevole con molta, ma sempre
amena erudizione. A lui vuolsi aggiungere il Biscioni nelle annotazioni
al Malmantile, il qual poema essendo da cima a fondo pieno di proverbj,
questi principalmente han dovuto spiegare i suoi Comentatori.
Finalmente a questa classe medesima appartengono altresì i Dizionari
etimologici, i quali però richiedono breve discorso, e questo lo vuol
quasi tutto il Muratori. Sono alcuni i quali avendo per costume di
biasimar ciò, che non sanno, sorrideranno al nome dʼetimologie, nè
crederanno che reputar si possano illustratori dʼuna lingua coloro,
che i loro studj hanno rivolti a questo genere di considerazioni,
che essi chiamano vano ed inutile. Ma se si considera quanti uomini
preclarissimi a sì fatte indagini hanno consacrate le loro cure, se si
considera, che fra questi è il Leibnitz, che molto ne scrisse, e con
molta, diligenza, ed il Cesarotti, che di questo studio fece una breve,
ma giudiziosa difesa ed opportuna,[121] e desiderò che un Vocabolario
etimologico avesse la nostra lingua disposto secondo lʼordine
alfabetico delle radici[122]: se a tutto ciò si ponga mente non dovremo
noi esser molto solleciti della disapprovazione di costoro. Potrebbe
forse piuttosto dubitarsi, se far si dovesse un rimprovero aglʼItaliani
di non aver già prima dʼora adempiuto, o prevenuto il desiderio del
Cesarotti, lasciando che la palma cogliesse in ciò un Francese, cioè
il Menagio colle sue _Origini Italiche_. Ma la difficoltà dellʼimpresa
probabilmente fu quella, che fino ad ora distolse i nostri dal
correre pienamente questo arringo. E per ciò che spetta al Menagio,
quanto è degna di lode lʼintenzion dellʼautore dottissimo, che
coraggiosamente prese ad illustrare una lingua non sua, altrettanto
era da desiderarsi un più felice riuscimento alle sue cure, ed alle
sue fatiche. Imperciocchè se da quel suo libro si tolga ciò che egli
prese daglʼItaliani Redi, Dati, Chimentelli, Canini, Monosini, Ferrari,
Varchi, Castelvetro, e dal Vocabolario della Crusca, poco resta di suo
e quel poco generalmente parlando non è molto lodevole. Ma venghiamo a
noi.
Il Muratori dunque parlando dellʼorigine di nostra lingua due lunghe
serie di parole ci dette, la prima di quelle voci Italiane, lʼorigine
delle quali è tuttavia sconosciuta, o dubbiosa, e la seconda di molte
voci, delle quali cerca donde provengano.[123] Nella prima molte
son le parole delle quali non reca lʼorigine, come per lo stesso
titolo suo era da aspettarsi; pure dʼalcune lʼaccenna, e di qualche
altra non è difficile lʼassegnarla. Fra queste sono _basto_ che viene
da _bast_, _basta_:[124] _cangiare_, dal Latino _cambiare_; di cui
si veda il Du Cange; _cascare_ da _cascus_, che nellʼantico Latino
significava _vecchio_, e forse voleva dire _debole_, _cadente_;
_caprone_ non comprendo come il Muratori non si sia accorto, che viene
da _caper_; _zanzara_ dal suono che fa, ed altre di quel catalogo, che
si potrebbero aggiungere. La seconda serie è un copioso catalogo di
voci, delle quali egli va indagando lʼorigine ora dal Latino antico,
ed or dal barbaro, ora dalle lingue deʼ popoli invasori dʼItalia, e
dal Provenzale, dallo Spagnolo, dallʼArabo, con molta erudizione.
Parecchie etimologie si possono aggiungere ancora quì fra le quali
accennerò le seguenti tratte dal Tedesco. _Bara_, cioè cataletto viene
da _bahre_: _Becco_ per maschio della capra da _bok_: _bosco_ da
_busk_ (il Muratori alla v. _abbozzare_ avea bensì detto, che bosco
derivava dalla lingua Tedesca, ma non ne aveva indicata la radice nè
lʼaveva registrata al suo luogo): _daga_ spezie di spada da _dagen_
spada: _stanga_ da _stange_: _tasca_ da _tasche_: _tasso_ animale da
_dachs_.[125]
Non tutti poi adotteranno tutte le sue etimologie. Per esempio _astio_
probabilmente viene dal Tedesco _hass_ come altri già ha detto: ed egli
lo fa venire dal Latino, la qual lingua non aveva questa voce, erronee
essendo le due citazioni di Plauto, che presso di lui si leggono, e
che egli prese dal Du Cange. _Randello_ viene dal Tedesco _randell_, e
il Muratori troppo forzatamente lo fa derivare da _rand_, che significa
_giro_, _cerchio_, _margine_. Ma in cose oscure tanto, e difficili,
e ravvolte in tante incertezze chi può pretendere, che mai non si
devii? Anche Anton Maria Salvini spiegò lʼetimologia di alcune voci
Italiane neʼ suoi discorsi accademici[126] e il Baruffaldi, molte ne
aveva esaminate di quelle, che dal Ferrari, e dal Menagio, erano state
trascurate.[127]