NOTE:

[29] NellʼOrazione cit.

[30] _Lettere di Virg. e Risorg. dʼItal._

[31] _Saggio sulla necessità di scrivere nella propria lingua_ Op. T. 4.

[32] Opere T. 3.

[33] _Discorso intorno alla lingua di cui servir ci dobbiamo. Mantova_

1771.

_In qual modo si debba far uso della lingua

Italiana scrivendo._

~CAPO~ V.

Ma unʼaltra quistione agitata già prima neʼ secoli decimosesto, e

decimosettimo, e rinnovata aspramente nel decimottavo devesi ora da

me accennare. Questa lingua, nella quale dobbiamo scrivere, e molti

parlano è ella lingua viva, o morta col cadere del secolo decimoquarto,

dimodochè non sia più lecito dʼaggiugnere nuove voci dopo quellʼepoca?

È propria solo di Firenze, o della Toscana, o di tutta lʼItalia?

Dobbiamo noi sottoporci docilmente al freno dellʼAccademia della

Crusca, nè recedere daʼ suoi giudizj, o spregiarli, come arbitrarj? Se

ascoltiamo il Becelli nel quinto deʼ suoi dialoghi[34] noi dobbiamo

usare scrivendo la lingua del trecento; ed egli vuole, che dopo

quellʼepoca fortunata la nostra lingua sia lingua morta. Pochi però

per buona sorte sono di questo avviso, i quali chiamar si possono,

come altri già li chiamò, Giansenisti della Crusca. Parecchi con più

ragione si contentano di chiamar buon secolo quello del trecento,

perchè comunemente in Toscana si scriveva allora con purità. Nelle età

seguenti vennero altri scrittori prestantissimi in molto numero, che si

procacciarono somma lode, ma lo scrivere puramente non fu una gloria

così comune, come a quei giorni. Oltre a ciò vʼha in quegli antichi una

certa grazia, che incanta, la quale pochi deʼ loro successori hanno

voluto ritrarre nei loro scritti: o se han voluto imitarli anche in

questo, pochissimi (se non mʼinganno) hanno saputo farlo con quella

naturalezza. Si condannano gli scrittori del trecento di avere usati

certi modi antiquati, e periodi lunghi, che stancano il leggitore,

con una trasposizione spesso forzata, ed incomoda. Ma il primo non è

difetto per essi, e il secondo appartiene piuttosto allʼeloquenza,

di che non parlo in questo luogo. Ma poi domando io, questo secondo

difetto è forse negli ammaestramenti degli antichi, nelle vite deʼ

Santi Padri, nel Cavalca, in Fra Giordano, nel Passavanti, e in altri

parecchi, che potrei nominare? No certamente, e quegli scrittori, che

li accusano convien dire, che non li abbiano letti. Strana cosa è poi

il chiamar morta una lingua, che tuttora si parla, e si scrive; nè

meno è strano il togliere agli scrittori la facoltà dʼaccrescere di

nuove voci e di nuove maniere una lingua viva, purchè si faccia con

certe regole, ed ove il bisogno lo richieda. Così fecero quei valenti

scrittori, che più sono pregiati in Italia, e fuori. Ma di questo

tornerà in acconcio tenere altrove discorso, dopo che avrò parlato di

coloro, che hanno trattato della seconda questione.

Siena usa dʼun grazioso dialetto, e alcuni suoi chiarissimi scrittori,

come Claudio Tolomei, Celso Cittadini, Scipione Bargagli neʼ loro libri

lʼhanno tenacemente seguitato, ed han preteso di seguitarlo a ragione.

Si rinnovò nel passato secolo la contesa per opera di Girolamo Gigli,

il quale voleva che le voci da S. Caterina da Siena adoperate, e da

parecchi altri scrittori Senesi, fossero dallʼAccademia della Crusca

accolte nel suo Vocabolario. Già ne avea adunate forse cinquecento,

delle quali gran parte (se a lui dobbiamo prestar fede) era stata

approvata da Anton Maria Salvini.[35] Per meglio riuscir nel suo

intento meditava di stampare i principali scrittori Senesi in 37.

volumi, di che dette il prospetto fino dal 1707. e poi fece stampare

in Lucca lʼopere di S. Caterina, che furono con erudite annotazioni

illustrate dal P. Federigo Burlamacchi della Compagnia di Gesù. Quindi

compose un vocabolario delle parole, e modi di dire usati dalla Santa

e degni di speciale osservazione. Sopra alcune di queste voci bramò

egli di conferire col Cav. Anton Francesco Marmi dottissimo Fiorentino,

collʼArciconsolo della Crusca, e con Anton Maria Salvini, di che

scrisse al Marmi, pregandolo altresì, che gli procacciasse una lettera

dellʼAccademia della Crusca o dellʼArciconsolo, o almeno di qualche

erudito Accademico in commendazione delle opere della Santa. Ma non

ottenne il suo intento. Forse quellʼAccademia, che volea cogliere il

più bel fiore della lingua da quelle opere temette non forse lodandole

essa con una lettera, paresse a molti, che per lei si approvasse

tutto ciò che vi si conteneva. Ma quello che ricusò la Crusca, gli

concedettero facilmente molte altre Accademie Italiane[36]. Eʼ da

credere, che di quì nascesse il suo mal talento verso la Crusca,

che ridondò poi tutto in suo danno. Era il Gigli uomo non di molta

dottrina, ma soverchiamente mordace,[37] e di motti pungenti contro

lʼAccademia, contro qualche Personaggio illustre, e contro la Nazione

Fiorentina riempì il Vocabolario Cateriniano, il che fu a lui cagione

di lunghe e gravi sciagure. Io tralasciando la storia di questo, che

può vedersi nella sua vita, considererò brevemente il Vocabolario

Cateriniano. Ove da questo si tolga tutto ciò che vʼha di satirico, e

dʼinutile, quel volume si ridurrebbe a piccola mole, e allora sarebbe

esso stato pregevole, e più gradito. Parecchie voci usate dalla Santa

sono veri idiotismi difettosi, che doveano avervi luogo per erudizion

solamente. Ma altre ve ne sono degne di lode, delle quali alcune dai

compilatori del Vocabolario della Crusca furono collocate nellʼultima

edizione, e qualche altra ancora avrebbero forse potuto collocarvi.

Errava il Gigli pretendendo, che gli Scrittori tutti più celebri

della sua patria riputar si dovessero come legislatori, ed esemplari

di nostra lingua, quantunque per loro instituto seguendo il dialetto

Senese recedano dalle regole della lingua medesima. Egli osserva che

Ennio Plauto Catone Terenzio Pacuvio Cicerone Virgilio Orazio Catullo

Properzio Livio Ovidio Vitruvio Sallustio nel secol dʼoro, Fedro

Patercolo i due Senechi Lucano Marziale Quintiliano Persio Giovenale

Stazio i due Plinii Columella nel secol dʼargento erano forestieri, e

pure non furono esclusi dal numero deʼ legislatori della lingua Latina.

Così per suo avviso non si debbono escludere i buoni scrittori delle

diverse provincie della Toscana. Io non nego, che i buoni scrittori

debbano essere adottati, e molti in fatti ne adottò lʼAccademia della

Crusca non solo da quelle provincie, ma da tutta lʼItalia. Il che essa

fece, perchè vuolsi prendere ciò che è buono, ovunque si trova, non per

lʼesempio dei Latini addotto dal Gigli. Il Gigli dovea provare, che

quei forestieri del secol dʼoro scrivessero secondo il natìo dialetto,

non secondo il dialetto di Roma. Nè bastava che asserisse, ma dovea

provare eziandio, che la lingua latina si arricchisse a quella età

delle voci, e modi di dire delle straniere nazioni. Si sa bensì, che

Lucilio biasimava in Vectio lʼuso di qualche voce Etrusca.[38] Pollione

rimproverava a Tito Livio non so quale sua Patavinità, (se pure non

fu questa una vana, e maligna accusa di quel critico) e Vitruvio

certamente non aveva speranza dʼesser reputato legislatore di lingua;

ma anzi in principio della sua opera domandò perdono, se in alcuna cosa

fosse caduto, che alle regole della Grammatica fosse contraria.[39]

Cicerone era _in filio recta loquendi usquequaque asper exactor_;[40]

onde non è da credersi, che non si guardasse daglʼidiotismi dʼArpino.

Io non dirò, che taluno di questi ottimi scrittori non adoperasse

talvolta qualche voce straniera; dico solamente, che allora non erano

giudicati legislatori della lingua Latina, ma venivano ripresi.

Quintiliano chiama ciò _barbarismum gente_, e mostra, che vi caddero

Catullo, Persio, Labieno, e Cornelio Gallo;[41] e Cicerone rinfacciò

ad Antonio la parola _piissimus_, che non era della lingua Latina.

_Tu porro ne pios quidem, sed piissimos quaeris, ut quod verbum

omnino nullum in lingua Latina est, id propter tuam divinam pietatem

novum inducis._[42] Cap. 19. Così Quintiliano condanna la parola

_gladiola_ usata da Messala quantunque si dicesse _gladium_ ugualmente

che _gladius_. È falso dunque, che i forestieri scrittori fossero

riguardati, come legislatori della lingua anche allora, che modi nuovi

adoperavano, e voci nuove. Si dirà forse da taluno, se gli scrittori

Senesi, Lucchesi ec. del secol decimoquarto furono adottati, perchè

non si adottarono ancora il Tolomei, il Cittadini, ed altri del

sestodecimo? A questa domanda risponderà per me un dotto Senese, cioè

Uberto Benvoglienti. _Nel buon secolo pochissima differenza passava

fra lo dialetto Senese, e Fiorentino. Decadde la lingua nel secol

decimoquinto; nel seguente però si volle richiamare al suo splendore,

ma per la moltitudine deʼ forestieri, che erano nella Città_ (di Siena)

_e forse anche per altra cagione non potè il dialetto Senese rialzarsi

allʼantico suo splendore—a differenza dei dialetti era piccola da

principio, e poi certi idiotismi non erano così universali, che non

si scrivesse in Siena ancora alla maniera Fiorentina, onde neʼ loro

scritti si trova_ povero, e povaro, essere, ed essare, leggere, e

leggiare ec. ec.[43]

Ma lʼopinione del Gigli non bastò ad altri, i quali aspiravano ad una

libertà di gran lunga maggiore. Fra quanti furono patrocinatori della

libertà ricorderò solamente il Cesarotti, il quale per sottigliezza

dʼingegno, e per apparato di filosofiche ricerche tutti superò gli

scrittori, che lo precedettero in questo arringo. Egli dichiaratosi

campione della libertà nel fatto della lingua sgrida coloro, che sono

di contraria opinione, e acceso di sdegno, che non è però senza grazia,

esclama colle parole del Marmontel, _O Subligny tu pretendevi di saper

la grammatica meglio di Racine_! prosiegue poi egli, _O Infarinati, o

Inferrigni voi pretendeste di saper grammatica, e poesia meglio del

Tasso! O Castelvetro, tu pretendevi di sequestrare in bocca al Caro

tutte le voci, che non erano del Petrarca! O..... O..... O..... O razza

eterna deʼ Subligny, tu siei pur propagata in Italia_?[44] Ma se il

Signor Cesarotti ha reputata cosa lodevole il mordere aspramente Omero,

e criticare Orazio, e parecchi deʼ Greci Oratori, se egli ha creduto di

ravvisare tanti errori gravissimi in quegli uomini sommi,[45] perchè

non potrà altri ravvisare qualche errore nel Tasso, e nel Racine,

sommi uomini anchʼessi, e nel Caro inferiore a quei due, ma scrittore

illustre egli pure? Ma essi furono accusati dʼerrori grammaticali,

_come se lʼuomo di genio non avesse mai diritto di parlare senza

lʼuso, nè innanzi allʼuso_, dice il Signor Cesarotti colle parole

del Marmontel. E non sono uomini anchʼessi, e perciò sottoposti ad

errare? E quanti sono gli errori, che nelle più insigni opere dʼogni

età e dʼogni nazione si trovano, e che i Grammatici onestano col nome

dʼenallage, e con altri simili? Certo è che nellʼottima edizione delle

opere di Racine procurata dal Signor Geoffroy, e da lui corredata di

belle annotazioni, si vede talvolta in queste indicato qualche errore

grammaticale di quellʼegregio poeta. Nè intendo con ciò di condannare

il Tasso, ed approvare le dicerìe degli Infarinati e deglʼInferrigni.

Dio mi guardi da ciò. Leggo, e rileggo la Gerusalemme, e poche pagine

ho letto di quelle critiche. Dico solamente, che si debbono riprendere

queʼ critici, quando le loro censure sono irragionevoli, ma non si

debbono riprendere, perchè hanno criticato il Tasso, e meno degli altri

lo deve fare chi ha creduto di poter condannare Omero, Demostene, ed

Orazio.

Ma lasciamo star ciò, e vediamo almeno in parte il sistema di questo

chiarissimo Autore. _Una lingua_ (egli dice) _nella sua primitiva

origine non si forma che dallʼaccozzamento di varj idiomi.....

Poichè dunque molti idiomi confluirono a formare ciascheduna Lingua,

è visibile che non sono tra loro insociabili, che maneggiati con

giudizio possono tuttavia scambievolmente arricchirsi; e che questo

cieco aborrimento per qualunque peregrinità è un pregiudizio del pari

insussistente, e dannoso al vantaggio delle lingue stesse._ Dubito che

in questo discorso la conseguenza non sia giusta. La lingua nostra nata

è dalla Latina, e da quella deʼ popoli settentrionali, che invasero

lʼItalia. Dunque la lingua degli Unni, deʼ Goti deʼ Vandali deʼ

Longobardi non è insociabile colla nostra? E qual vincolo di società

può essere fra idiomi dʼindole così diversa? Assai son quelli per molte

consonanti insieme unite, e la nostra è dolcissima, e grave nel tempo

stesso per una conveniente temperatura di quelle, e delle vocali,

talchè se or si volesse togliere dallʼantico Teutonico alcuna voce, e

farla nostra uopo sarebbe alterarla in modo che non fosse più dessa.

Anche i diversi dialetti delle parti diverse dʼItalia debbono a suo

giudizio contribuire ad arricchir la lingua. Egli vorrebbe, che siccome

facevasi in Grecia, si scrivesse in tutti i principali dialetti, con

che si renderebbero tutti più regolari, e più colti, e da questi

approssimati e paragonati fra loro avrebbesi potuto formare, come

appunto formossi fra i Greci, una lingua comune, che sarebbe stata la

vera lingua nazionale, la lingua nobile per eccellenza composta di

una scelta giudiziosa deʼ termini e delle maniere più ragguardevoli,

lingua che sarebbe riuscita ricca, varia, feconda, pieghevole, atta

forse colle sole derivazioni sue proprie, senza lʼajuto di linguaggi

stranieri, alla modificazione delle idee antiche, o alla succession

delle nuove, che si introducono dal ragionamento, e dal tempo.[46]

Aggiunge poi in una nota lʼopinione di Gebelin, il quale alla libertà

di far uso di tutti i dialetti, e di mescolarli fra loro attribuisce

la ricchezza, la forza, e lʼarmonìa della lingua Greca, e in gran

parte il genio originale deʼ suoi Scrittori. I Greci non reputarono

ugualmente nobili tutti i dialetti nè li mescolarono in modo, che

quindi si formasse la lingua comune. Il dialetto Attico fu per essi

il più pregiato, come di fatto era il più gentile, e a poco a poco

abbandonarono lʼuso degli altri, e si accostarono a questo quegli

scrittori ancora, che per la loro patria avrebbero dovuto scrivere in

altro dialetto. Non parlo quì deʼ poeti, i quali più luogo tempo fecero

uso di terminazioni Joniche e dʼaltre simili; ma essi aveano sempre

rivolti gli occhi ad Omero loro duce, e maestro, e quelle terminazioni

erano considerate come poetiche, e perciò proprie dʼogni dialetto.

Quindi i tragici nei cori fanno uso di qualche maniera reputata Jonica,

e dʼaltri dialetti, perchè i cori erano pezzi lirici, e perciò ad

essi erano adattate le forme poetiche. Non parlo nè pur di Plutarco,

e dʼaltri scrittori, i libri deʼ quali sono il risultamento dʼuna

immensa lettura dʼopere diverse scritte in diversi dialetti, donde essi

toglievano parecchi tratti talora senza citarli, da che ha origine

quella disuguaglianza di stile, che nelle opere morali di Plutarco si

osserva. Dallʼaltra parte non sappiamo abbastanza le proprietà deʼ

dialetti, e noi le attribuiamo allʼuno o allʼaltro, perchè le vediamo

usate da qualche Autore, che in quello scriveva.[47] Supposta però

ancora quella mescolanza di dialetti il Gebelin dopo avere spacciati

altri sogni nel suo _Monde primitif_ poteva spacciare ancor questo, che

quindi derivasse in gran parte il genio originale deʼ Greci scrittori;

ma il Sig. Cesarotti fornito di molta dottrina, e dʼacuto criterio

certamente non lo credeva. Lasciamo però il Gebelin, e torniamo al

Cesarotti. Vuole egli, che _dai dialetti dʼItalia si prendano voci,

ed acconciandole alla foggia della lingua comune si adottino. Tutti i

dialetti non sono forse fratelli? non sono figli della stessa madre?

non hanno la stessa origine? non portano lʼimpronta comune della

famiglia? Non contribuirono tutti neʼ primi tempi alla formazion della

lingua? Perchè ora non avranno il dritto e la facoltà dʼarricchirla? I

dialetti di Grecia non mandavano vocaboli alla lingua comune, come le

diverse Città i loro Deputati al Collegio degli Anfizioni_?[48] Ma se

a tutte queste interrogazioni altri avesse risposto negativamente, io

non so bene in qual modo avrebbe egli potuto confermarle. Anticamente

in una parte grande dʼItalia si parlava la lingua Greca, e altrove

lʼEtrusca lʼUmbra lʼOsca la Sannita ec. La Latina racchiusa era fra

limiti angusti anche a tempo di Cicerone, non che prima di lui. _Graeca

leguntur in omnibus fere gentibus, Latina suis finibus exiguis sane

continentur._[49] Roma obbligò i popoli soggiogati a imparare la

lingua Latina; ma non per questo si estinsero affatto le altre lingue.

In Grecia si parlò sempre la Greca, come tutti sanno; in Affrica la

Punica, come attesta S. Agostino in più luoghi; e nelle Gallie la

Gallica, o Celtica, come dice S. Ireneo.[50] Dominò assai più il Latino

in una parte dellʼItalia, ciò non ostante nelle regioni più lontane

da Roma, come la Magna Grecia, la Liguria, la Gallia Cisalpina, deve

necessariamente esser rimasta, ove più ove meno gran parte deʼ loro

idiomi. NellʼUmbria, nellʼEtruria, e nellʼaltre parti meno lontane da

Roma si parlò a poco a poco il Latino, quantunque alquanto alterato

principalmente fra il popolo, e nel contado; e di queste provincie

si può dire, che la loro lingua ebbe per origine e madre la Latina.

Vennero poi i popoli barbari i quali si sparsero in diverse parti, ed

alterarono le lingue, o vogliam dire i dialetti, che vi trovarono.

Quindi a mio giudizio hanno origine le diverse maniere di parlare,

che ora si osservano nel Piemonte, nel Genovesato, nella Lombardia,

nel Veneziano, nella Toscana, nella Romagna, nel Napoletano, nella

Sicilia. Non da una sola origine dunque vennero i dialetti dʼItalia,

nè si trova in essi pure lʼimpronta comune della famiglia. Basta

scorrer per poco lʼItalia per conoscere una lingua nel Genovesato, un

altra nel Piemonte, una nella Lombardia, unʼaltra nel Veneziano, una

nel Napoletano, e nella Sicilia, e tutte diverse da quella, che si

parla in Toscana, e in una parte dello Stato Romano. Diversità nelle

declinazioni, nelle conjugazioni, nelle parole, nelle frasi; talchè

un Toscano o un Napoletano non intende il linguaggio Genovese, o il

Piemontese. E dovʼè dunque lʼimpronta comune della famiglia? In una

cosa tanto manifesta credo inutile di trattenermi, confermando questa

mia proposizione, e già sono rese di pubblica ragione colle stampe

parecchie poesie Napoletane, Bolognesi, Milanesi, onde ogni uno può

agevolmente di per se stesso vedere la disparità immensa, che passa

fra ciascuna di queste lingue, e la Toscana o Italiana. E giacchè

si ricordano sempre i dialetti della Grecia non debbo tacere, che i

Greci oltre ai dialetti principali Eolico, Jonico, Attico, Dorico,

oltre al Poetico, che era comune a tutti ne avevano ancora altri

minori, e nobili meno, che propri erano di Città, e Nazioni diverse.

Esichio, Suida, lʼEtimologico, e gli altri Lessicografi Greci ci

hanno tramandate molte voci deʼ Laconi, deʼ Cretesi, deʼ Tessali, deʼ

Macedoni, e dʼaltri popoli. Ma in questi dialetti non si scrivevano

cose letterarie, e solamente si usavano in oggetti familiari, neʼ

decreti dei governi, e in altre simili cose. Quando Filippo scrisse

agli Ateniesi le lettere, che abbiamo fra le opere di Demostene, non le

scrisse già egli nella sua lingua nativa, ma sì nel dialetto Attico. E

pure quei dialetti non erano tanto lontani dalla lingua comune, quanto

le diverse lingue dʼItalia sono lontane dalla comune lingua degli

scrittori Italiani.

Ma se tanto sovente si ricorre alla Grecia a me sarà concesso di

ricorrere a Roma, e ad un uomo, che era nel tempo stesso oratore

filosofo e poeta eloquentissimo e dottissimo, voglio dir Cicerone. Egli

voleva, che si scrivesse non già nel dialetto dʼArpino, ma latinamente.

_Quinam igitur dicendi est modus melior..... quam ut latine, ut plane,

ut ornate_ ec. _dicamus?_[51] E poco dopo: _nec sperare_ (o come

altri legge _speramus_), _qui latine non possit, hunc ornate esse

dicturum_. Ed alla sua età era cosa comune tanto il parlar puramente,

che non destava maraviglia il farlo, ma veniva deriso chi no ʼl faceva.

_Nemo enim unquam est oratorem, quod latine loqueretur, admiratus:

si est aliter irrident; ne eum oratorem tantummodo, sed hominem non

putant._[52] Ma per parlare puramente richiedeva, che le parole

fossero pure: _verba efferamus ea, quae nemo jure reprehendat_.[53]

Ma qual vʼha mezzo più acconcio per iscrivere puramente? Il leggere

gli antichi autori. Essi erano disadorni, ciò non ostante voleva, che

si leggessero, e chi si fosse avvezzato al loro stile avrebbe parlato

latinamente, anche senza avvedersene. Nè si debbono però adoperare voci

disusate, se non parcamente, e per adornamento: ma chi lungamente e

con molto studio avrà letti i libri degli antichi adoprerà sì le parole

usitate, ma le più scelte e le migliori. _Sunt enim illi veteres, qui

ornare nondum poterant ea, quae dicebant, omnes prope praeclare locuti:

quorum sermone assuefacti qui erunt, ne cupientes quidem poterunt

loqui, nisi latine. Neque tamen erit utendum verbis iis, quibus jam

consuetudo nostra non utitur, nisi quando ornandi causa, parce, quod

ostendam: sed usitatis ita poterit uti, lectissimis ut utatur is, qui

in veteribus erit scriptis studiose multumque volutatus._[54] Nè gli

bastava, che le voci fosser latine, ma la pronunzia altresì voleva che

fosse Romana. _Quare cum sit quaedam certa vox Romani generis, urbisque

propria..... hanc sequamur; neque solum rusticam asperitatem, sed

etiam peregrinam insolentiam fugere discamus._[55] E questa pronunzia

Romana vuol, che sʼimpari dagli antichi; e perciò loda Lelia moglie

di Q. Scevola, e suocera di L. Licinio Crasso appunto perchè parlava

così. _Equidem cum audio socrum meam Laeliam_ (_facilius enim mulieres

incorruptam antiquitatem conservant, quod multorum sermonis expertes ea

tenent semper, quae prima didicerunt_), _sed eam sic audio, ut Plautum

mihi aut Naevium videar audire...... sic locutum esse ejus patrem

judico, sic majores._[56]

Ora se Cicerone richiedeva, che gli antichi, benchè rozzi e disadorni,

ad esempio si prendessero ed a modello di purità in una lingua, che

solo posteriormente si ingentilì e perfezionò col mutar forme e

desinenze moltissime, quanto più dovrem noi farlo nella nostra già

nel quattordicesimo secolo perfezionata? So che alcuni negano aver

la lingua Italiana avuta in quellʼetà la sua perfezione, e vantano

lʼeleganza deʼ moderni scrittori, e le molte voci di che lʼhanno

arricchita. Ma per non fare dispute vane osservo in prima, che in quel

secolo restarono determinate le proprietà della lingua, la sua indole,

il vero significato delle parole, la conjugazione deʼ verbi, e le

altre parti tutte quante della lingua medesima; e ciò io credo che sia

perfezionare la lingua. Lʼaggiugnere voci nuove la rende più ricca, non

più perfetta: e lo scrivere con eleganza mostra il valor di chi scrive,

il quale merita lode per averla bene adoperata. In questo senso dunque

io dico, che i moderni non le hanno data perfezione collʼeleganza deʼ

loro scritti. Confesso, che molti ve nʼha dʼelegantissimi; e sono

quelli, che, lungo studio avendo fatto sugli ottimi scrittori Greci,

Latini, nostri, e se a Dio piace ancor dellʼaltre nazioni, hanno saputo

ritrarne molte bellezze, o col proprio ingegno crearne di nuove. Dico

però, che lʼeleganza consiste nella purità della lingua, e nellʼaltre

parti dello stile. Ora quanto alla prima nulla hanno aggiunto, nè

potevano i moderni aggiugnere a quello, che avevan fatto gli antichi; e

le seconde non appartengono alla presente disquisizione.

Ma torniamo ai dialetti dʼItalia. A favore di questi si ricorda il

giudizio di Dante, il quale nel libro della volgare eloquenza dopo la

lingua, che a lui piacque di chiamare illustre, cardinale, aulica, e

cortigiana, preferisce il dialetto Bolognese agli altri tutti. Ed altri

osserva, che fra gli scrittori approvati dalla Crusca il maggior numero

di quelli, che non sono Toscani, son Bolognesi. Qual sarà la ragione di

ciò? Un celebre scrittore[57] lʼattribuisce a quella Università famosa

sopra ogni altra, alla quale accorrevano da ogni parte scolari in

numero grande, e professori insigni, che per intendersi scambievolmente

avranno fatto uso di una lingua comune. Ma, se mi è lecito di oppormi

in parte alla opinione dʼun uomo così grande, dirò in primo luogo, che

Dante non poteva chiamar dialetto Bolognese quella lingua, la quale

si suppone, che gli scolari e i maestri parlassero fra loro: e che il

dialetto Bolognese esser doveva quello usato dai Bolognesi, non dai

forestieri. Dico in secondo luogo, che qualunque sia il motivo, perchè

egli lo preferisse, ciò è indifferente per la quistione, che sʼagita

intorno alla lingua da usarsi comunemente in Italia scrivendo. Dante

parla del dialetto, che egli poneva innanzi agli altri, ma lo posponeva

a quella sua lingua illustre, cardinale, aulica, e cortigiana: ed io

cerco qual sia la lingua, nella quale si dee scrivere, ed è quella

appunto indicata da lui. E già intorno allʼopinione di Dante hanno

egregiamente ragionato i signori Rosini e Nicolini,[58] talchè reputo

inutile lʼaggiugner nuove parole alle cose dette da questi valentuomini.

Gli stessi dotti scrittori hanno altresì risparmiata a me la fatica

dʼesaminare unʼaltra sentenza da altri valentissimi sostenuta. Vuolsi

da alcuno, che sia in Italia una lingua scritta diversa dalla lingua

parlata come dicono, cioè una lingua, che adoperano i savj ed eleganti

scrittori diversa da tutti i dialetti, che nelle diverse parti dʼItalia

si parlano. Io reputo inutile il ripeter quì ciò che acutamente si

è disputato nei libri testè allegati. Ricorderò solamente, che la

pura lingua, nella quale si scrive, è quella stessa, che favellando

si usa in Toscana dalle colte persone. Qualche non grave differenza

in poche cose della conjugazione deʼ verbi, non è ciò che forma la

diversità dʼuna lingua, come è stato detto, ed io ripeto. Oltre a ciò

io domando, quando si formò questa lingua che dicono scritta? Quali

sono gli antichi documenti, che facciano testimonianza di questo

fatto? Come avvenne ciò? Forse molti uomini dotti si unirono in un

congresso? Ma niuna cronica o storia ce ne parla. Forse gli Italiani

dispersi determinarono questa lingua? Ma questo parmi impossibile: nè

veruna nazione antica o moderna ci offre un esempio di così singolare

avvenimento. E se gli uomini dispersi per lʼItalia crearono questa

lingua tanto diversa dalle natìe par che dovessero esser solleciti

di scriverne le regole, cioè una grammatica: ma le prime grammatiche

Italiane sono del cinquecento come ognun sa, per opera del Fortunio e

del Bembo. E questi primi grammatici non sepper nulla di quel primo

accordo, ma i precetti ne cercarono negli antichi autori Toscani. E

per qual motivo fu creata questa lingua? Gli uomini dotti sdegnavano

di scrivere intorno alle scienze, fuorchè in latino. Il volgare era

destinato a cose, che riputavansi di poco momento, versi dʼamore,

croniche, libri spirituali, qualche laude spirituale, romanzi,

novelle, libri di mascalcia, ed altrettali cose per glʼinletterati.

I frammenti di storia impressi dal Muratori nelle Antichità Italiane

sono scritti nel dialetto Napoletano, o molto simile al Napoletano. I

Veneziani autori di croniche citati dal Foscarini hanno usato il lor

volgare: e fecero così i lor viaggiatori. A me parrebbe, che questi

scrittori avrebbero adoperato altrimenti se stata vi fosse una lingua

comune a tutta lʼItalia, per universale consentimento destinata per

le produzioni letterarie. La Toscana incomparabilmente più dʼogni

altra parte di Italia somministra autori delle cose testè indicate, e

questi scrissero nel lor volgare, il qual volgare presto si condusse

a quella perfezione, che vediamo nel trecento per opera dʼalcuni, che

seppero scegliere le forme migliori fra quelle usate dal volgo. I

forestieri invaghiti di quello stile lo imitarono, e più felicemente

forse i Bolognesi. Ciò può ripetersi forse da due ragioni. La prima

è lʼuniversità, che richiamando colà alcuni Professori, e parecchi

scolari Toscani essi avranno parlato la loro lingua, ed avranno

portato con loro le rime di fra Guittone, di Guido Cavalcanti, e degli

altri poeti di quellʼetà, e storie, e volgarizzamenti dal Latino,

e libri ascetici. La seconda è la vicinanza, e il commercio con

Firenze, che dovea produrre lo stesso effetto. Si aggiunga a questo,

che _gli antichi rimatori Bolognesi si veggono quasi tutti usciti di

riguardevoli parentadi_, come osserva il Dottor Gaetano Monti parlando

dʼOnesto degli Onesti,[59] e le loro ricchezze forse, agevolarono

ad essi il modo di conversare cogli uomini dotti, e di comprar le

opere deʼ nuovi Autori Toscani. La lingua, che alcuni chiamano comune

altro non è, che la lingua Toscana spogliata, come ragion vuole dalle

irregolarità del volgo, e dai riboboli. Le sue regole sono esposte

nella Grammatica, e il Vocabolario della Crusca comprende una parte

grandissima delle sue voci unita ad altre molte, che son poste là per

giovar alla storia della lingua, e allʼintelligenza degli antichi

scrittori; altrimenti sarebbe già avvenuto delle opere loro ciò che deʼ

versi saliari avvenne in Roma, i quali col volger deʼ secoli più non

si intendevano. Lo stesso dotto scrittore testè citato per quellʼamore

della gloria dʼItalia, che lo anima, vorrebbe, che i Principi tutti

dʼItalia adoperassero favellando questa lingua da lui chiamata comune,

e mostrassero desiderio, che tutti quelli, che li attorniano facessero

lo stesso, ed ordinassero, che in questa lingua sʼinsegnasse ogni

scienza nelle università, e nelle accademie, ed egli ha speranza, che

le gentili persone non terrebbero altro linguaggio familiarmente, ed i

dialetti rimarrebbero solamente alla Plebe. Ma io dubito forte che, ove

ancora ciò si eseguisse, non per questo si avrebbe una lingua comune,

regolata, stabile, e per tutta lʼItalia diffusa. Fin da principio quel

linguaggio usato alla Corte non potrebbe essere scevro affatto da ogni

tinta del dialetto nazionale, e il linguaggio della Corte di Torino

non sarebbe lo stesso, che quello praticato alle Corti di Milano, e di

Firenze, e di Napoli; e questa diversità anderebbe sempre crescendo,

talchè dopo forse cinquantʼanni ogni paese avrebbe due dialetti

diversi, uno cioè delle gentili persone, lʼaltro della plebe.[60] Nè

mai vi sarà la necessaria uniformità di lingua, se non si ha un canone

uniforme per tutti, di cui sia custode unʼaccademia residente in

quella parte, il dialetto della quale sia appunto quella lingua comune,

o più dʼogni altro vi si accosti, cioè in Toscana.

Non nega il Sig. Cesarotti, che quellʼaccademia risieda in Toscana,

anzi in Firenze: ma vuol che abbia altri accademici dʼogni nazione con

parecchi cooperatori, i quali colgano il meglio di ogni dialetto per

arricchirne la lingua comune. Ma ciascuno di questi accademici mandando

parole, e modi di dire della sua patria vorrebbe poi, che i suoi scelti

fossero a preferenza di quelli di altre nazioni; e quindi nascerebbono

letterarie discordie interminabili, che farebbono perire la nuova

accademia sul primo suo nascere. In fatti non so comprendere, come non

volendo egli, che altri ubbidisca allʼaccademia della Crusca, speri

poi che ognuno sia per esser ligio di questa sua, e che i Toscani, i

Lombardi, i Piemontesi debbano accogliere facilmente le voci tolte

dalla lingua Napoletana, Siciliana, e Genovese, mentre parecchie delle

loro ne vedrebbono rigettate.

Ogni lingua aver deve certe regole altrimenti ne nascerebbe una

confusione intollerabile, e presto se ne altererebbe lʼindole e

la natura. La Toscana ebbe nel secolo decimoquarto tre scrittori

prestantissimi, cioè Dante, Petrarca, e Boccaccio, che destarono

lʼammirazione universale colle opere loro, le quali andavano per le

mani di tutti. Essi furono padri della lingua, perchè seppero scegliere

le forme migliori energiche delicate piacevoli. Ma non furono i

soli. Il B. Giovanni da Ripalta, Fra Bartolomeo da S. Concordio, Fr.

Domenico Cavalca, Fr. Jacopo Passavanti, i tre Villani, Francesco

Sacchetti, S. Caterina da Siena, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoja, e

parecchi altri, oltre agli anonimi autori delle novelle antiche, del

volgarizzamento delle vite deʼ SS. Padri, e più altri ebbero forza,

grazia, e vaghezza. Da questi scrittori principalmente si trassero le

regole di nostra lingua per opera del Fortunio e del Bembo, come ho

detto. Nè si pretende con ciò, che tutto sia perfetto ciò che procede

da quelle fonti, nè che ora sia disdetto dʼaggiunger nulla alla nostra

lingua. Il Salviati, contro al quale si fa da alcuni tanta guerra, reca

alcune scorrezioni, che negli scritti degli antichi si trovano,[61]

nè certamente le approva; e il Corticelli parlando di certa maniera

irregolare usata da Fr. Giordano dice così. _Non si vogliono imitare,

essendo anzi errori che no. Lasciò scritto un valentuomo_,(lo Scioppio)

_che queste figure sono pretesti inventati daʼ Grammatici per iscusare

i fatti, neʼ quali sono talvolta incorsi per umana fiacchezza anche i

più celebri Autori._[62] Non si vogliono però condannare nè pure tutte

le irregolarità, le quali quando sono adottate da parecchi sono veri

vezzi di lingua. Non ammette i vezzi di lingua il Sig. Cesarotti;[63]

ma ogni lingua li ha, e quelle principalmente, che vantano maggior

numero dʼeleganti scrittori: e se questi si tolgono dalle opere loro se

ne torrà una gran parte della bellezza. Non è vietato, come ho detto

pur ora, dʼaggiunger nulla alla lingua. _Chi può negare_, dice il Sig.

Cesarotti, _che il Firenzuola, il Gelli, il Caro, il Castiglioni, e

varj altri non avessero e castigatezza, e grazia? Ma i loro vocaboli,

i loro modi erano gli unici? La lingua, lo stile eran fissati in

perpetuo? Quì sta il torto della Crusca._[64] Qual torto? Quando è che

la Crusca abbia detto, che quegli scrittori fossero gli unici, e la

lingua, e lo stile fossero determinati in perpetuo? La Crusca ad ogni

nuova edizione del Vocabolario ha fatto lo spoglio di nuovi autori, ed

ha adottate nuove parole, e nuovi modi di dire. Nè mi si opponga la

guerra ingiustamente mossa al Tasso; perchè quella non fu guerra della

Crusca, ma dellʼInfarinato, e dellʼInferrigno.

Ma ormai troppo a lungo mi sono trattenuto su ciò, e molto mi

rimarrebbe a dire su questʼopera. Vorrei almeno parlare del Vocabolario

Italiano da lui progettato; ma lʼesporlo, ed esaminarlo accuratamente

richiederebbe troppo lungo discorso. Dirò solo esser questo un lavoro

immenso necessariamente difettoso per la stessa sua vastità, nè tale da

poter mai conciliare le discordi opinioni dei Letterati.

Anche il Muratori nella perfetta poesia Lib. 3. Cap. 8. prese a

sostenere, un solo essere il vero ed eccellente linguaggio dʼItalia,

che è proprio di tutti glʼItaliani, il quale per lui non è il Toscano,

ma bensì comune a tutti, e da tutti usato scrivendo. Il Salvini, però

gli si oppose con molta forza nelle annotazioni, e difese la causa

della lingua Toscana. Più ampiamente la difese il P. Rosasco nellʼopera

testè citata,[65] e nel tempo medesimo combattè il Salvini, il quale

nel calor della disputa lodando molto gli Scrittor del trecento deprime

forse soverchiamente i moderni. Concede a quellʼaureo secolo maggior

purità ed una certa grazia, che altri poi nellʼetà posteriori non

ha mai potuto perfettamente ritrarre, ma loda altresì gli scrittor

più recenti, che di molte voci, e di molti modi lʼhanno arricchita.

Quindi parla appunto della facoltà dʼaggiugnere voci nuove, e mostra

quali sieno gli avvertimenti che debbonsi avere facendolo. Questa

facoltà però egli concede ai Toscani, ed ai Fiorentini massimamente.

Io confesso, che amerei dʼessere alquanto meno severo. I termini, che

appartengono alle arti, ed alle scienze, non solamente si possono, ma

si devono adoperare: e sarebbe ridicolo quel Geometra, che ricusasse di

dire _coseno_ e _cotangente_, e quel Chimico che non volesse nominare

lʼ_idrogeno_ e lʼ_ossigeno_, perchè non sono nel vocabolario queste

parole. Riguardo alle altre voci, se queste mancano per esprimere

qualche concetto (il che avviene rade volte a quelli che sanno ben

maneggiare la nostra lingua) credo, che ognuno possa usar nuove

voci; lʼadottarle però spetta allʼAccademia della Crusca. Parecchi

oppositori scrivono ciò che cade loro giù dalla penna senza riflessione

riguardo alla lingua, e poi vorrebbero, che le cose per essi scritte

fossero in ogni parte perfette, e chiaman pedanti chi ardisce trovarvi

alcun difetto. Non sarebbe però difficile il dimostrare, come

essendo più castigati sarebbero stati più eleganti. Ma chi ha data a

quellʼAccademia la facoltà di seder giudice nel fatto della lingua?

Gliele han data la necessità dʼavere un giudice per conservarne la

purità, la convenienza, che questo giudice sia in Firenze, il possesso

dʼoltre a due secoli, il consenso di molti ottimi scrittori, le

gloriose fatiche da essa sostenute a pro della medesima.

Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte I · 第 5 / 15 题