[23] _Dellʼuso, e dei pregj della lingua Italiana libri_ 3. _con un
discorso intorno alla Storia del Piemonte, Torino, Balbino, e Prato_
1791. T. 2. in 8. e di nuovo Pisa 1813. Oltre a ciò che il titolo
promette, vi è un discorso intorno al modo di ordinare una Biblioteca
scelta Italiana dello stesso Autore, una Lettera del Tiraboschi
contenente alcune osservazioni sul primo volume, e la risposta, in cui
si dileguano le poche obiezioni di quella lettera, ed una lunga, e
dotta sua lettera allʼAb. Bettinelli, nella quale di più e diverse cose
appartenenti allʼargomento dellʼopera si ragiona, e specialmente di un
libro dellʼAb. Velo, del quale parlerò fra poco.
[24] _Ces. Op._ T. 1. _p._ 249.
[25] _Sulla preminenza dʼalcune lingue, e sullʼautorità degli scrittori
approvati, e dei Grammatici, ragionamento dellʼAb. Giambattista Velo.
Vicenza._ Esso non era da prima che una prefazione alla dissertazione
_suʼ caratteri del gusto Italiano presente, stampata in Vicenza, il_
1786. sotto il nome dellʼAb. Garducci.
[26] Nella lettera citata allʼAb. Bettinelli.
[27] _Della lingua Toscana Dialoghi sette._ Torino, 1777. T. 2. in 8.
[28] Salvini. Pros. Tosc. p. 297.
_Se nelle cose letterarie si debba scrivendo usare
la lingua Italiana più tosto che la Latina._
~CAPO~ IV.
Ho detto, che il Signor Napione vuole, che in ogni scienza, e in ogni
facoltà si usi scrivendo la lingua Italiana, piuttosto che la Latina.
Fu già un tempo, in cui si credeva, che la nostra lingua atta fosse
solamente a trattar dʼamore, ed altrettali soggetti di lieve momento,
e nulla di grande dir si potesse con essa. E furon parecchi uomini
dotti nel secolo decimosesto, che acremente inveirono contro di lei
sostenendo, che le scienze tutte, e la storia, e le opere di eloquenza,
e di poesia scrivere si dovessero in Latino. Fu gran ventura però, che
molti in quella, e nellʼetà seguenti le vane loro declamazioni e i loro
sofismi rigettassero coi fatti più ancora che cogli argomenti, onde
lʼItalia di tanti libri eccellenti si può gloriare scritti nel volgar
nostro in ogni maniera di letteratura. Non mancarono però nel secolo di
cui parliamo scrittori, che ancora colle ragioni abbiano validamente
sostenuta la contraria sentenza. Non parlerò del Bonamici[29] e del
Bettinelli[30], che ne parlarono solo per incidenza. LʼAlgarotti ne
trattò più direttamente:[31] ma a me pare, che adoperando argomenti
non buoni egli abbia indebolita unʼottima causa. Ricorda le espressioni
gentilesche mal a proposito posta dal Bembo nelle lettere pontificie,
di che già da tanti si è parlato; ricorda la sconvenevolezza dʼadattare
a piccoli oggetti espressioni grandiose, e magnifiche usate già dai
Romani, e degne solamente di loro, e di pochi altri: il che prova
solamente lʼirragionevole superstizione dirò così e il difetto di
giudizio in coloro, che cadono in sì fatti errori. Ma lasciando più
altre cose, che in quel saggio si vedono meritevoli di censura una
sola ne voglio aggiungere, ed è la riprensione, che fa lʼAlgarotti
aʼ moderni scrittori latini chiamandoli centonisti rivestiti delle
spoglie, e delle divise altrui. Or a me fa maraviglia, che un uom
dotato di gusto squisito e intendente della lingua latina, come egli
era, possa chiamar centonisti il Fracastoro il Vida il Sannazaro il
Molza il Flaminio, il Navagero il Bembo il Bonfadio il Manuzio il
Sadoleto e tanti altri che egregiamente in versi o in prosa scrissero
nella lingua del Lazio nel secolo decimosesto, giacchè di quelli, che
onorarono il decimottavo, farò parola altrove.
Assai meglio sostengono la causa della lingua Italiana il
Vallisnieri[32], il Gravina in un dialogo _de lingua latina_, e meglio
forse la sostenne altresì il Buganza,[33] di che mi assicura assai la
celebrità dellʼautore, quantunque lʼopera sua non mi sia venuta alle
mani. Ma certamente nulla ha lasciato a desiderare su questʼargomento
il signor Napione nellʼopera testè citata, dove, colle più giudiziose
riflessioni dimostra lʼutilità, che allʼItalia ne verrebbe ed alle
scienze, insegnandole nella nostra lingua.