[6] Nelle note alla Cronica Cassinense di Leone Vescovo dʼOstia.
[7] _Storia della Lingua Italiana_ ricavata dalle Miscellanee, e
Lettere M. SS. nelle _Delizie degli Erud. Tosc._ del P. Ildefonso T. 2.
p. 226.
[8] _Storia della Poesia_ T. 1. p. 41.
[9] Lib. 2. Cap. 1. T. 13. p. 143. La stessa opinione tennero il
Gravina, _della Rag. Poet._ Lib. 2. e il Quadrio _Stor. e Rag. dʼogni
Poes._ Lib. 1. Dist. 1. Cap. 2.
[10] P. 1. Lib. 11. Op. T. 5. p. 214.
[11] _Campi Stor. Eccl. di Piac._ T. 1.
[12] Quindi si vede, che lʼArticolo Italiano in origine non è che il
pronome _ille_ alterato per corruzione di lingua, a cui si aggiunge
una proposizione neʼ casi obliqui, cioè _del_, o _dello_ viene da _de
ille_; _al, o allo_ da _ad illo_ in Latino barbaro per _ad illum_;
_dal, o allo_ da _de illo_. Or lʼarticolo Germanico viene anchʼesso dal
pronome _quello_
Articolo. Pronome.
N. der der
G. des dessen
D. dem dem
A. den den ec.
[13] Non parlo di quelle, che il dominio degli Spagnoli introdusse
fra noi alla fine del Secolo XVI. e nel XVII. le quali appartengono
allʼaccrescimento non allʼorigine della lingua, della quale si tratta
quì. Alcune antiche voci Italiane derivate dallo Spagnolo sono
accennate dal Gigli nel Vocab. Cateriniano.
[14] Elog. Ital.
[15] Risorg. dʼItal.
[16] Stor. della Lett. Ital.
[17] Antiq. Med. Ev. Diss. 40.
[18] Trionf. dʼAm. C. 4. e più chiaramente in _Præf. ad Ep. fam. Quod
genus apud Siculos_ (_ut fama est_) _non multis ante sæculis renatum,
brevi per omnem Italiam ac longius manavit, apud Græcorum olim ac
Latinorum vetustissimos celebratum; siquidem et Romanos vulgares
rythmico tantum carmine uti solitos accepimus._
[19] _Coment. intorno alla Storia della Volg. Poes._ T. 1. Cap. 2.
[20] _Elog. Ital. Cap._ 7. _e segg._ Si veda anche il Quadrio, _Stor.
e Rag. dʼogni Poes._ il Tiraboschi _Stor. della Lett. Ital._ il
Bettinelli _Risorgim. dʼItal._
[21] _Orig. ec. dʼogni Lett._ T. 1. _Cap._ 11. p. 297. e segg.
[22] Luog. cit.
_Dei pregj della Lingua
Italiana._
~CAPO~ III.
Ma tempo è ormai che lasciamo la nostra lingua nascente, e la
osserviamo adulta considerandone i pregj. Di questi ha scritto il
Signore Napione[23] e lo ha fatto in modo, che ogni leggitore dee
rimaner dubbioso, se debba in lui commendar più la dottrina, che è
grandissima, o le belle qualità del cuore, che alla sua dottrina non
sono inferiori. Certo è che mentre egli si mostra amantissimo della
patria, e dellʼItalia, e cerca di promuoverne la gloria, espone i pregj
di nostra lingua, e accenna come si possa e convenga diffonderne lʼuso
fra le gentili e colte persone di tutta Italia. Colla ragione adunque,
e colla testimonianza deʼ più celebrati scrittori delle straniere
nazioni ne mostra i pregj, e ribatte le meschine obiezioni, che fece
già il P. Bouhours, e pochi altri prima, e dopo di lui. E siccome uno
deʼ principali suoi pregj a confessione di tutti è lʼarmonìa, da che
ne viene, che essa abbia una facilità grandissima per esprimere ciò,
che si chiama armonìa imitativa, non debbo quì tacere, che il Signor
Cesarotti avendo asserito nel suo _saggio_, che tutte le lingue si
prestano ad unʼarmonìa imitativa, neʼ rischiaramenti apologetici poi
disse, che lʼarmonìa imitativa si trova in una lingua, quando essa
sia tanto armonica _quanto il comporta la sua struttura e il rapporto
tra gli oggetti e i suoni della detta lingua_[24]. Queste parole però
ristringono tanto la proposizione, che non le lasciano più luogo di
comparire. Io dubito molto, che scrivendo il _saggio_ egli non avesse
nellʼanimo tanta restrizione, che se lʼavesse avuta par probabile,
che avrebbe giudicato inutile dʼesporla. Segue poi dicendo non
esser cosa agevole nè sicura di giudicar dellʼarmonìa di una lingua
straniera; il che ognuno gli concederà generalmente parlando. Egli
però dovrà concedere altresì, che talvolta vi sono almeno due mezzi
per rendere agevole e sicuro questo giudizio. Il primo è quando più
e diverse nazioni antepongono lʼarmonìa di una lingua straniera a
quella della propria: il secondo quando più e diverse nazioni, mentre
lodano lʼarmonìa della propria lingua, fra quelle poi che ad essa
sono straniere si uniscono tutte o quasi tutte a dar la preferenza ad
una. E tale è il caso della lingua Italiana. Finalmente contro coloro
i quali opinano le lingue deʼ paesi freddi dover essere più aspre
oppone il Sig. Cesarotti lʼopinione dellʼAb. Denina, il quale disse
la Svezzese esser più dolce della Tedesca, e tanto esser più dolce
quanto più si estende verso il settentrione, la Polacca esser piacevole
ad udirsi, e la Russa accostarsi più dʼogni altra alla soavità della
Greca. Io non credo, che lʼopinione intorno allʼasprezza delle lingue
settentrionali sia vera, ma certo non è lʼautorità dellʼAb. Denina, che
mi muove punto a crederla falsa. Egli non ha dato prove di saper molto
la lingua Tedesca, benchè abbia dimorato qualche anno in Germania, ed
è permesso di dubitare che non sia più dotto nella Svezzese, Polacca,
e Russa. Sentii un giorno cantare una canzonetta Polacca dal Principe
Poniatovvski, e quando egli si fu rimasto dal cantare gli dissi, che
la sua lingua mi pareva molto dolce. Egli però mi rispose, che quella
dolcezza era solo apparente, e che la lingua è molto aspra, ma qualche
artifizio usato cantando, e lʼaccompagnamento del suono copriva gran
parte di quellʼasprezza. Così mi è pure avvenuto assai volte di non
sentire eccessivamente lʼasprezza della lingua Tedesca nelle opere in
musica, ma sentirla però moltissimo nei familiari colloquj. Ma torniamo
al Sig. Napione.
Mostra egli, che vuolsi usare della nostra lingua piuttosto, che della
Latina scrivendo dʼogni scienza e dʼogni facoltà, ed espone i vantaggi,
che da ciò debbono derivare. Indi esamina quali siano le cause, per
cui la lingua Italiana, che fu già un tempo Lingua universale abbia or
cessato dʼesser tale, indica le sue vicende, e lʼattual suo stato, e
propone i mezzi, che reputa più acconci a far sì che popolare, e comune
divenga la colta lingua Italiana.
Altri prima di lui avea tentato di ricordare i pregi della lingua
Italiana, come Castruccio Bonamici in una orazione accademica, il
Salvini in alcuni discorsi, e simili; ma in niuno si trova quella
copia di ragioni e dʼutili osservazioni, quella giudiziosa critica,
quellʼampia erudizione, quellʼamor di patria, che quì si vedono ad ogni
pagina. Di questi perciò non dirò più lungamente. Dovrei bensì far
parola del ragionamento del Sig. Ab. Velo.[25] Se vogliamo prestar
fede agli editori delle opere del Cesarotti, in poca o niuna stima lo
dovremo tenere. Ma se ascoltiamo il Signor Napione[26] ne giudicheremo
altrimenti.
In questa disparità di giudizj crederò di non errare preferendo quello
del secondo, il quale non solamente colla celebrità del suo nome, ma
ancora colla minuta analisi, che ne fa, persuade il leggitore. Ma non
mʼè riuscito di vedere quel ragionamento, onde non posso dirne più
oltre.
Prima di questi scrittori avea trattato lʼargomento medesimo il P.
Girolamo Rosasco.[27] Egli però con moltissime parole non dice molte
cose, e per ogni riguardo nella sua trattazione deve ceder la palma al
Sig. Napione. Ricerca in prima lʼorigine della lingua e condannando
lʼopinion di coloro, che il volgo di Roma lʼusasse anticamente,
la reputa nata dal corrompimento del latino per lʼinondazione deʼ
Barbari in modo però, che le lingue di costoro poco influissero su
la Toscana Romana e Veneziana, molto su la Bergamasca, Bresciana
Lombarda Piemontese e Genovese. Parla poi dellʼabbondanza sua, della
dolcezza, brevità, ed armonìa paragonandola colla Greca e colla Latina.
Parla altresì del modo, che si dee tenere scrivendo nella nostra
lingua, ma di ciò ragionerò altrove. Prima ancor del Rosasco, anzi al
cominciamento del secolo scrisse Anton Maria Salvini una lezione su
questo argomento:[28] ne scrisse però brevemente in modo, che la sua
celebrità, non lʼutilità dellʼopera mi ha indotto a nominarlo.