VATRY (l'abbé Jean), morto nel 1769, membro dell'accademia delle

Iscrizioni, nel di cui tom. 8 1733 trovansi due sue _Dissertazioni sulle

tragedie degli antichi_. Egli ragiona de' vantaggi, che l'antica

tragedia ricavava da' suoi Cori per la gran varietà del loro canto,

diverso da quello delle scene: abbraccia l'opinion di coloro, che

sostengono essersi cantate le tragedie dal principio sino al fine, come

si fa ne' nostri drammi per musica. Su tal principio mette in luogo

della declamazione una specie di musica così differente da quella de'

Cori, come lo era la Poesia de' medesimi da quella delle scene, sì per

la cadenza e l'armonia, come per l'espressione. L'Autore va innanzi

all'obbjezione, che è un assurdo il minacciare, il lagnarsi, e il morir

cantando: risponde che la Tragedia è a dir vero una imitazione, ma una

imitazione in versi, ossia un Poema destinato a divenire spettacolo: che

imita non che per i suoi discorsi, ma eziandio per via dell'azione, e

de' gesti, che esser debbono diversi dal tuono naturale e di

conversazione, e a cui preseder fia d'uopo la musica: in somma che non è

meno assurdo il parlare in versi, che il cantare nel più forte di una

passione.

VECCHI (Orazio), diverso da Orfeo Vecchi maestro di musica nello stesso

secolo, era poeta insieme e maestro di cappella in Modena circa 1590.

Deesi a costui la prima Opera buffa, e poesia e musica, che sortì alla

luce in Vinegia l'anno 1597 col titolo: _Anfiparnasso Commedia_ dedicata

a D. Alessandro d'Este. L'accademia filarmonica possiede nella sua

biblioteca un esemplare di quest'opera così rara, che il _Zeno_,

comecchè in tal genere di erudizione fosse versatissimo, confessa in una

sua lettera al _Muratori_ d'ignorarne persin l'esistenza. Il Vecchi

nella Dedica dice: “Non essendo questo accoppiamento di commedia, e di

musica più stato fatto, ch'io mi sappia da altri, e forse non

immaginato, sarà facile aggiungere molte cose per dargli perfezione; ed

io dovrò essere se non lodato, almeno non biasimato dell'invenzione.” Ed

in fatti nell'Epitafio del Vecchi in Modena, che rapporta il Muratori

nella sua _Perfetta Poesia_, così vi si legge: _Qui harmoniam primus

comicæ facultati conjunxit, et totum terrarum orbem in sui admirationem

traxit._ Ma il dotto Arteaga, che ebbe alle mani questa rara edizione

dell'Anfiparnasso dice che “nè la musica, nè la poesia meriterebbono,

che se ne facesse menzione, se la circostanza d'esser la prima nel suo

genere non mi obbligasse a darle qualche luogo nella Storia.” (_Rivoluz.

t. 1, p. 264_).

VENINI (Francesco), nativo di Lago di Como fu da prima Somasco, e sin

dal 1755 professor pubblico di matematica in Parma: lasciò poi quella

congregazione, e venne da abate secolare in Francia al servigio di

Monsignore di Aix. Uscì una di lui _Dissertazione_ in Parigi _sui

principj dell'armonia musicale e poetica_, in 8º gr. Ella è divisa in

cinque capitoli. Nel primo ragionasi dei principj dell'armonia musicale,

e in pria di quella, che risulta dalla combinazione equitemporanea o

successiva dei suoni gravi cogli acuti. Nel secondo si tratta

dell'armonia risultante dalla durata dei suoni, ossia del ritmo

musicale. In questi due capi evvi molto uso di frazioni, e l'autore

protesta a p. 17 di essersi valuto del sistema di Rameau, e del terzo

suono del Tartini. Il conte Giovio fa menzione del Venini nel suo

_Dizionario ragionato degli scrittori Comaschi_.

VENTO (Mattia), maestro napoletano, dopo aver fatti i suoi studj, e la

sua riputazione in Italia, fu chiamato in Inghilterra, ove soggiornò gli

ultimi sette anni di sua vita, che terminò quivi l'anno 1778. Le sue

opere per teatro sono poco conosciute oggi giorno, comecchè avessero

ottenuto del successo a' suoi tempi: egli aveva messo anche in musica

quasi tutte le canzoni anacreontiche del Metastasio, in uno stile facile

e naturale. Le sue sonate per cembalo, pria che si avesse preso gusto in

Italia per quelle de' tedeschi, vi ebbero gran voga.

VENUTI (l'ab. Rodolfo), nativo di Cortona, per le sue profonde

cognizioni in letteratura divenne primo ispettore delle antichità in

Roma, ove è morto verso il 1780. Delle sue opere non farem qui menzione

che delle addizioni da lui fatte all'opera del cel. Bianchini

sull'antica musica, di cui fu egli il primo editore: _Blanchini de

tribus generibus musicæ veterum, opus ineditum, nonnullis additis a Rod.

Venuti_, etc. Romæ in 4º, 1742.

VERACINI (Francesco M.), fiorentino, uno de' più gran virtuosi sul

violino, la di cui maniera ardita e nuova diè occasione, e stimolo al

cel. _Tartini_ di formar la sua novella scuola come si è detto nel suo

articolo. Nel 1720 Veracini fu chiamato a Dresda in qualità di

compositore per la cappella del re di Polonia. Mattheson rapporta,

ch'egli perdè colà prestamente l'uso della ragione, sì per la lettura

de' libri di alchimia, per cui andava perduto, come per uno studio

avanzato di troppo della musica. In un accesso di manía egli

precipitossi, li dì 13 Agosto del 1722, dalla fenestra della sua camera,

ed ebbe la fortuna di non farsi altro male che rompersi una gamba.

Dacchè fu guarito sì della follia, che della frattura lasciò Dresda, e

venne a stabilirsi a Londra, ove probabilmente finì i suoi giorni.

Walther cita di lui dodici _a solo_ per violino impressi a Dresda nel

1721. Cramer lo accusa di aver mostrato dell'orgoglio, e del dispregio

pei virtuosi del paese in Dresda.

VIADANA (Ludovico), nativo di Lodi nel Milanese, era maestro di cappella

della cattedrale di Fano sul principio del sec. 17, e nel 1614 della

cattedrale di Mantova. Egli si rese celebre per avere il primo

introdotto de' concerti nelle chiese, ed inventato il _basso continuo_:

o per dir meglio egli fu il primo ad usare il basso _sonante_ oltre il

basso che canta con le altre voci, e a renderlo _continuo_ allorchè

questo intermette in certe pause, così può ben capirsi quel che

_Brossard_, e _Rousseau_ hanno con poca esattezza detto ne' loro

dizionarj di musica, cioè che _un certo Lud. Viana fu il primo a mettere

il basso in uso sul principio del diciasettesimo secolo_. Viadana diè

delle regole del basso continuo in un'opera scritta nelle tre lingue

latina, italiana, e tedesca. Le di lui composizioni per chiesa, molto in

istima presso i suoi contemporanei, trovansi impresse in Roma, in

Venezia, ed altrove.

VICENTINO (D. Nicolò). Prete di Vicenza assai dotto pel suo secolo nella

teoria, e nella pratica della musica, trovavasi in Roma nel 1551, e vi

sostenne una disputa con Vincenzo Lusitano altro scrittore di musica

portoghese. Si trattava di determinare il genere della moderna musica;

sosteneva il Lusitano, che ella era nel genere diatonico, e 'l Vicentino

al contrario, che ella risultava da tutti e tre i generi, diatonico,

cromatico, ed enarmonico rimescolati insieme. Fece ciascuno scommessa di

due scudi d'oro a favor della sua opinione, e la questione fu rimessa

all'arbitrio di due preti cantori della cappella pontificia. Gli arbitri

ascoltarono le due parti per più sessioni dinanzi al cardinal di

Ferrara, e ad una assemblea di molti letterati, ed intendenti delle

scienze armoniche: essi decisero a pro del Lusitano. Ma il Vicentino

tacciolli d'ingiustizia, e sostenne che il cardinale suo protettore non

era rimasto meno di lui rivoltato del loro giudizio. Bottrigari nel suo

trattato del _Melone_ censura fortemente la sentenza degli arbitri, e

difende il parere del Vicentino sul fondo della quistione. Tentò

oltracciò il Vicentino di ridurre alla pratica quella sua teoria in un

nuovo stromento di sua invenzione, ch'egli chiamò _archicembalo_, e nel

1555 diè alla luce in Roma un gran vol. in fol. per ispiegarlo ed

insegnarne l'accordatura, col seguente titolo: _L'antica musica ridotta

alla moderna pratica, con la dichiarazione e con gli esempj dei tre

generi con le loro specie, e con l'invenzione d'un nuovo stromento, nel

quale si contiene tutta la perfetta musica, con molti segreti musicali,

ec._ In questa ed in siffatte opere de' nostri antichi italiani benchè

si trovino degli errori e de' pregiudizj, non sono però, al dir di

Requeno, affatto indegne della nostra stima, mentre i loro autori

cercando l'antica musica, avanzaronsi nella moderna, e rischiararono con

la loro pratica, e stabilirono varie corde dubbiose della nostra

armonia. Eran essi filosofi, e da filosofi ragionavano; ma non era

possibile, che sul principio delle loro scoperte giugnessero tosto alla

perfezione dell'arte, onde ha ben ragione l'ab. Arteaga di alzar la sua

voce contro a' maestri, e a' musici del nostro tempo, che col fasto

proprio dell'ignoranza vilipendono le gloriose fatiche degli altri

secoli. “Si trova pur fra voi, egli dice, chi sappia tanto avanti ne'

principj filosofici dell'arte propria, quanto sapevan quegli uomini del

secolo decimosettimo, che voi onorate coll'urbano titolo di seguaci del

rancidume?”

VIEL (M.) pubblicò nel 1784, alla fine di una sua operetta intitolata:

_Considération sur l'origine de la peinture et du langage_, una curiosa

memoria sui balbuzienti al cembalo. M. Viel propone il seguente

problema, che non è stato ancora sciolto dai fisiologi. _Perchè un

balbo, che non lo è più cantando, lo è non pertanto sul cembalo, e come

questa difficoltà può pervenire sino alle dita?_

VIENNE (M. de), musico francese, morto a Charcuton vicino a Parigi nel

1802 con molte sue composizioni di uno stile piacevole e cantante ha

rigenerata la musica degli stromenti da fiato. Egli ha inoltre

arricchito il teatro francese di alcune produzioni di gusto, come _les

Comédiens ambulans_, _les Visitandines_, _le Valet de deux maîtres_. La

sua più bell'opera è il suo _Méthode de flûte_, da lui riveduta,

corretta, e considerevolmente accresciuta alcun poco prima di sua morte.

VIEUZAC (Barrere de), membro di più accademie, e letterato di un gusto

luminoso, e costante per le belle arti in generale, e con ispezialità

per la musica. Egli ha scritto molte dissertazioni in forma di _lettere

sulla musica italiana_, e fra le altre _sulle più belle composizioni di

Cimarosa e di Paesiello_. Queste lettere sono inserite nel _Journal des

défenseurs de la patrie_, anno 1810, e 1811. Ha scritto inoltre _sulle

tre scuole di musica, italiana, tedesca e francese_, come sull'influenza

del clima di Parigi sulle arti; un'_eccellente notizia sul genio e le

opere musicali di Winter_; ed una _analisi di quelle di Dalayrac_.

VIGNOLES (Alfonso des), di una antica e nobil famiglia della Linguadoca,

venne a stabilirsi in Berlino sin dal tempo, in cui il re Federico I vi

eresse la Real Società delle Scienze, come uno de' primi suoi membri, e

vi divenne in appresso direttore della classe delle matematiche, posto

ch'egli occupò con distinzione sino alla morte. Egli divenne per la sua

decrepita vecchiezza il Decano di tutti i Letterati dell'Europa, e finì

i suoi giorni in età di 95 anni nel 1744. Oltre a un gran numero di

dotte opere abbiamo di lui _Remarques sur la musique des Anciens_

dirette a M. Achard, che M. Formey ha inserite nei tomi X, XI, e XV

della _Nouvelle Bibliothèque Germanique_. (_V. élog. des Acad. de

Berlin, t. 1, 1757_)

VILLEBLANCHE (Armand de), nato a Parigi nel 1786, ebbe in Inghilterra le

prime lezioni di composizione da M. de Marin suo parente, e poi dall'ab.

Roze in Parigi. Cramer fu suo maestro sul forte-piano, da cui apprese

egli tutti i secreti di quest'instromento. Abbiamo di lui tre opere di

sonate per forte-piano impresse nel 1811 sommamente pregevoli. La sua

musica sul dramma la _Colère d'Achille_ è stata ricevuta all'imperiale

accademia di musica.

VILLOTEAU (G. A.), professore di musica a Parigi, membro di più società

letterarie nato a Bellème nel 1760, è autore di una eccellente opera in

2 vol. in 8º, pubblicata a Parigi nel 1807 con questo titolo, _Mémoire

sur l'utilité d'une théorie exacte et complète des principes naturels de

la musique_. Essa non è come dice egli stesso, che una breve

introduzione ad un'opera più grande, ch'egli medita sull'analogia della

musica con le arti, che hanno per oggetto l'imitazion del linguaggio. M.

Fayolle ha data una dettagliata analisi di questi due ben grossi volumi

nelle sue _Quatre Saisons du Parnasse_ (Automne 1807) che non sarà

discaro ai lettori di qui riferire, non essendo sinora quest'opera

giunta sino a noi. L'A. tratta nella prima parte dell'arte musica

considerata ne' suoi rapporti più diretti, e più naturali col

linguaggio, e coi costumi. Prima di stabilire questo punto egli dà a

divedere quanto in generale si han poche idee distinte sulla natura

della musica, e quanto è falsa l'opinion di coloro nel sostenere che

quest'arte sia una cosa puramente arbitraria, che nulla imita, nulla

dipinge ed esprime; che non ha se non molto poca o niuna influenza sui

costumi, e che non dee essere ammessa nell'educazione se non come

esercizio di mero divertimento. Per prova del contrario egli dimostra

che la musica è fondata sullo studio delle modificazioni espressive

della voce; che la sua espressione è composta degli elementi medesimi

della espressione naturale del linguaggio; che quest'arte è cominciata a

formarsi dacchè gli uomini sono stati costretti pei loro bisogni, e le

diverse relazioni socievoli, d'interessare i loro simili alla loro

sorte, e che eglino han sentito la necessità di perfezionare

l'espressione naturale per renderla più energica; avvegnachè, per

giungere a tale scopo, attaccar si dovettero ad imitare gli accenti di

coloro, l'espression de' quali era la più perfetta: e questa prima

imitazione, dic'egli, fu il primo passo dell'arte. La musica, così unita

al linguaggio sin dalla sua origine, ebbe dunque una massima influenza

sui costumi; e quel che ci fa osservare l'autore era stato sentito dagli

antichi. Nella seconda parte tratta della musica riguardata sotto il

rapporto dell'arte, dalla prima epoca della sua depravazione presso i

Greci sino al tempo in cui ce ne è giunta la cognizione. L' A. si

applica a scovrirci le cagioni, che han fatto dicadere l'arte musica

dall'alto grado d'importanza, che ella già ebbe come quelle eziandio che

le han fatto perdere quella possente energia, che tanto impero le dava

sui costumi presso le più culte, come presso le più selvagge nazioni

dell'antichità. Espone un gran numero di fatti citati dagli antichi, per

avere contribuito alla corruzione dell'arte musica, e della morale:

prova egli quindi con un gran numero di autorità, e coll'esame delle

parti essenziali della teoria, dello studio, e della pratica delle

diverse arti, che hanno il linguaggio per oggetto, che elleno in origine

fecero parte della musica, e che ogni specie di discorso premeditato fu

anticamente cantato. Fa osservare oltracciò le tracce molto sensibili

che ciascuna di esse ha costantemente conservata della stretta unione,

che ebbe dal suo principio colla musica, benchè ne sia stata quindi

assolutamente distaccata. Giugne finalmente all'epoca della riforma del

musicale sistema de' Greci fatta da Guido Aretino. Queste due prime

parti sono seguite da note in supplemento storiche, e piene di una

scelta e vasta erudizione. Nella terza parte l'A. tratta dell'attuale

stato della musica nell'Europa dopo la riforma dell'antico sistema de'

greci introdotta da Guido d'Arezzo, e de' mezzi che contribuir possono

vie meglio alla di lei perfezione. Quì fa egli conoscere quel che v'ha

di vizio in cotale riforma con un parallelo del sistema riformato da

Guido con quello de' Greci: fa osservare gli inconvenienti, che

risultano dal moderno sistema, ed i vantaggi che offriva l'antico.

Esamina le conseguenze pregiudizievoli a' progressi dell'arte che ha

portate seco il moderno sistema, ed i moltiplici errori che sono

derivati da queste conseguenze medesime; il che gli dà agio di fare

alcune riflessioni sulle cognizioni necessarie ad un perfetto musico, e

'l mena a nuove considerazioni generali sulla natura, origine, ed

oggetto della musica. Consacra finalmente la quarta parte nell'esaminare

qual sia la vera origine, l'oggetto e lo scopo della musica.

Conseguentemente l'A. vi discute da prima le principali opinioni, che

sono state in diversi tempi spacciate sull'origine della musica. Egli

prova non essere quest'arte una invenzione arbitraria, o dovuta solo al

caso, ma che ella ci è stata inspirata dalla natura, e che piuttosto è

stata dallo stesso Dio offerta agli uomini anzicchè realmente inventata

da loro. Secondo lui quest'arte fu sin dal suo nascere essenzialmente

tradizionale; e che pel suo mezzo si sono conservate, comunicate e

perpetuate pel corso di un gran numero di secoli senza veruna

alterazione le leggi, le scienze, le arti, e tutte in somma le umane

cognizioni. Egli ne dà in prova, che la tradizione orale e cantata, che

fu per assai gran tempo la sola ammessa, necessariamente aveva da se

stessa un carattere di autenticità che non permetteva a quei che la

tramandavano di alterarla impunemente, mentre che qualunque altra

tradizione, e soprattutto la scrittura, potendo per contrario essere

clandestinamente trasmessa al favore del silenzio e dell'arcano, non

offeriva la sicurezza medesima; per altro questi monumenti muti di

rimembranza non facevano sullo spirito, e sul cuore un'impressione così

profonda e durevole come la voce, poichè assai volte negletti o

distrutti dal tempo, divenivano in appresso inintelligibili, o soggetti

a mille false interpretazioni. Perciò egli è, dice l'autore, che i più

antichi legislatori di tutte le nazioni civilizzate non permisero che la

tradizione fosse per altro mezzo conservata e propagata se non del

canto. L'ultimo capitolo contiene un epilogo di tutta l'opera, e le

principali ragioni sulle quali l'autore forma il giudizio, ch'egli reca

della musica. “Questa Memoria, dice M. Raymond, annunzia che il suo

autore non è solamente un professore distinto nella sua arte, ma che

egli è inoltre un letterato profondo nella cognizione delle lingue,

degli usi, e delle arti degli antichi, e ben capace di concepire le

utili riforme, che ci sarebbero d'uopo. Egli giudica dell'arte musica da

filosofo e da uomo sensibile: ammira le ricchezze della nostra musica, e

compiange l'abuso che se ne fa: propone una riforma, che tenderebbe a

ricondurla alla sua primitiva purezza; e se pur ciò non avviene, avrà

sempre la gloria e 'l conforto di aver concepito un util progetto.”

(_Lettre a M. Villoteau 1811_).

VINCI (Leonardo da), celebre pittore nato di buona famiglia nel castello

di Vinci presso Firenze, era uno di quei genj felici, a cui nulla costa

l'acquisto di quelle cognizioni, che i mezzani ingegni apprender non

possono senza una lunga ed ostinata fatica. Le scienze e le arti eran

familiari a questo grand'uomo, aveva inventata una specie di lira, che

divinamente suonava, ed egli fu dapprima in qualità di musico e di

virtuoso sul violino al servigio di Lud. Sforza duca di Milano, con un

assegnamento di 500 scudi. Teneva alla sua lira un manico di argento che

terminava con una testa di cavallo, ed egli cantava alle volte

accompagnandosi con quest'instromento. Dopo aver dipinto in Roma, in

Firenze, ed in Milano venne in Francia, ma morì poco dopo a Fontainebleu

nel 1520 in età di 75 anni fra le braccia del re, Francesco I, che erasi

portato a visitarlo nella sua malattia.

VINCI (Leonardo), compositore celebratissimo nella prima metà dello

scorso secolo, nato in Napoli, fu insieme con Pergolesi allievo nel

conservatorio _de' Poveri di G. C._ Nel 1725 diè in Venezia la sua prima

opera _Ifigenia in Tauride_, che ebbe tale successo, che le più grandi

città dell'Italia vollero averlo per compositore. La _Didone_ e

l'_Artaserse_ che fu l'ultimo dramma ch'egli scrisse, rappresentato in

Roma nel 1731, furono riguardati come i suoi capi d'opera. Il Vinci

mirabile nella forza, vivacità delle immagini, dice l'ab. Arteaga, prese

a perfezionare quella specie di composizione detta volgarmente

_recitativo obbligato_, la quale per la situazione tragica, che esprime,

pel vigore che riceve dalla orchestra, e pel patetico, di cui abbonda, è

lavoro pregiatissimo della musica drammatica. L'ultimo atto della

_Didone abbandonata_ modulato in gran parte da lui a questo modo è

preferibile a quanto han di più fiero e più terribile nella pittura i

quadri di Giulio Romano. (_Rivoluz. t. 2, p. 21_). Uno de' principali

meriti di questo gran musico, si è di aver cercato sempre a render

l'espressione della natura; egli fu rapito all'arte nella immatura età

di 42 anni nel 1732. Dicesi di avere avuto il veleno nel cioccolato. Si

vuole che egli avesse avuta l'imprudenza di vantarsi, che mentre era in

Roma aveva ottenuto i favori di una dama d'alto rango. Uno de' parenti

della medesima, trovandosi per allora in Napoli, ne fu informato, e

vendicolla dell'indiscretezza del Vinci con farlo avvelenare.

VIOTTI (Giov. Battista), nato in Piemonte è senza dubbio il primo

violinista del secolo. Nel 1782 portossi a Parigi, ove si è fatto

ammirare nell'esecuzione de' suoi concerti per un carattere originale,

che sembra fissare i limiti del genere, per una fecondità di fantasia,

per una felice arditezza, per un brio ed una vivacità temperata da un

gusto nobile e puro: vennero applauditi que' bei motivi, che dalle prime

misure annunziano il genio del compositore, e quei sviluppi di un

pensiero unico, in cui la progressione del sentimento porta al più

sublime grado l'effetto. Qual energia e qual grazia insieme nella di lui

esecuzione! come è finito negli _adagio_! come è brillante negli

_allegro_! La regina di Francia M. Antonietta volle, che Viotti venisse

a Versailles. Gli si assegna il giorno pel concerto: giungono tutte le

persone della corte, e comincia il concerto. Già le prime battute

dell'_a solo_ impongon silenzio, e la più grande attenzione, allorquando

tutto ad un tratto odesi gridare: _place à monseigneur le comte

d'Artois_. In mezzo al tumulto, Viotti si pone il violino sotto al

braccio, e va via, lasciando così tutta la corte con grande scandalo de'

spettatori. Da quel tempo in poi egli determinossi a non più suonare in

pubblico. Nel 1790, un deputato all'assemblea costituente, intimo amico

del Viotti, alloggiava sino a un quinto ordine della casa, egli aveva

consentito a dar quivi un concerto. Furonvi invitati dei gran principi e

delle dame d'alto rango: _Lungo tempo abbastanza_, disse Viotti, _noi

siamo discesi sino a loro; bisogna ora che essi saliscano sino a noi_.

Viotti aveva gran prontezza di spirito. Un giorno il ministro Calonne

dimandogli qual era il violino più giusto. _Quello_, egli rispose, _ch'è

meno falso_. Allorchè trovavasi insieme con M. Puppo, di cui non

apprezzava gran fatto il talento sul violino, diveniva allora più di lui

malizioso. Egli sapeva che il virtuoso Lucchese per ogni dove vantavasi

di essere scolare del Tartini, e che ciò era una falsità; allora egli

pregava M. Lahoussaye, vero allievo del Tartini, di sonare sulla maniera

del suo maestro dinanzi a Puppo, e diceva a costui: _Amico, senti bene

Lahoussaye, ed avrai un'idea dello stile del Tartini._ Sulla fine del

1792, Viotti passò in Londra, ove poco dopo diè un addio all'arte musica

per darsi interamente al commercio. Questo gran violinista conta tra

suoi allievi Rode, Alday, Libon, la Barre, Cartier, Vacher ed altri

bravi artisti. Egli ha fatto imprimere 25 concerti, un'opera di

quartetti, più opere di trio, che sono in gran pregio, e delle

variazioni per violino.

VIRBES (M. de), maestro di musica e di cembalo a Parigi, inventò nel

1771, il _cembalo acustico_, e circa 1777 _il clavicembalo armonioso e

celeste_. L'uno e l'altro ottennero i suffragi delle accademie di Londra

e di Parigi. Questi stromenti hanno di particolare, che senza tubi,

senza martelletti, e senza pedali imitano per via di corde d'acciajo

ordinarie il suono di quattordici o diciotto strumenti. Nel 1786 un suo

figlio fecesi sentire sopra un tal cembalo in un particolare concerto.

VITRUVIO Pollione da Formia, ora Mola di Gaeta, visse nel secolo d'oro

de' romani sotto Augusto. Egli, come a ragion riflette il dotto Andres,

non si appagò solo delle opere greche e latine risguardanti

l'architettura, ma s'immerse eziandio nello studio della fisica, e

passando alle matematiche non seppe starsi ne' primi elementi, ma

penetrò nelle più profonde speculazioni geometriche e meccaniche,

_musiche_ ed astronomiche d'Archita, d'Aristosseno, ec. (_T. 4.

dell'Origine de' progressi ec. p. 10_). Nel suo _Trattato di

Architettura_, ch'è l'unico rimastoci dell'antichità, ragiona egli a

lungo della musica, de' suoi effetti, e della maniera con cui debbonsi

costruire i teatri perchè più spicchi l'armonia. Tutti coloro che han

fatto de' comenti, o delle traduzioni di questo libro di Vitruvio, come

_Valla_, _Barbaro_, _Perrault_, il marchese _Galiani_ e più altri hanno

trattato lo stesso soggetto.

Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 4 Di tutte le nazioni sì antiche che moderne · 第 8 / 17 段