TARCHI (Angiolo), nato in Napoli nel 1760. Fu per lo spazio di tredici

anni nel _Conservatorio della Pietà de' turchini_, sotto i cel.

Tarantino e Sala, e due anni dopo esserne uscito, ne divenne il maestro,

compito avendo allora, secondo gli statuti, il vigesimo quarto anno

dell'età sua. Nel 1781, essendo ancora allievo nel Conservatorio scrisse

la sua prima opera buffa, _l'Architello_, di cui tale ne fu il successo,

che il sovrano Ferdinando volle sentirla nella sua villa di Caserta: nel

1783 avendo tuttora la tonaca di panno sbiavato come allievo _della

Pietà_, compose pel teatro nuovo di Napoli, la _Caccia di Enrico IV_,

opera burlesca, che ebbe grandissimo incontro, e fu incaricato di tre

altre opere pel teatro _del Fondo_. Passò quindi in Roma, in Milano, in

Firenze, a Mantova, a Venezia, a Padova, in Torino e scrisse per quei

teatri più opere serie con grandi applausi. Nel 1789 compose in Londra

il _Desertore_, e _Alessandro nell'Indie_ drammi serj, che incontrarono

moltissimo, e sino al 1793 era di ritorno in Italia, e diede gli oratorj

l'_Isacco_ a Mantova, e _l'Ester_ a Firenze. Dopo il 1796 era egli a

Parigi, ove ha composta molta musica pel teatro dell'opera comica. Il

successo, ch'egli vi ha ottenuto, sostiene in Francia l'alta riputazione

della scuola di Napoli, d'onde è sortito. In Napoli si sono anche

eseguite di Tarchi molte messe e vespri a più voci.

TARTAGLINI (Ippolito) di Modena, uno de' migliori professori di musica

nel secolo XVI, il dotto Cardinale Alessandro Farnese fu suo protettore.

Si crede però ch'egli sia stato il primo a ricondurre il canto sul

teatro coi cori. Alcuni suoi mottetti a 4, e 6 voci sono stampati in

Roma nel 1574. Morì egli nel 1580, in età di anni quarant'uno.

TARTINI (Giuseppe) nacque a Pirano nell'Istria di assai civile famiglia

nel 1692. Entrò dapprima nell'Oratorio di San Filippo Neri; ma

distinguendosi ben presto per le sue brillanti disposizioni, fu mandato

a Capo d'Istria, per terminare i suoi studj nel collegio dei Padri delle

Scuole-Pie: quivi egli ebbe le prime lezioni di musica e di violino. Nel

1710 i suoi parenti lo mandarono all'università di Padova per istudiarvi

la giurisprudenza, e formarsi nella profession di avvocato. Ma

invaghitosi di una giovinetta, ch'egli sposò di nascosto, abbandonò lo

studio del foro, e rovinò la sua fortuna. Questo matrimonio gli trasse

addosso l'indegnazione de' suoi parenti, che lo abbandonarono affatto.

Tartini tanto più trovossi smarrito, che essendo la sua moglie della

famiglia del vescovo di Padova il card. Giorgio Cornaro, aveva altresì a

temere il processo, che questi doveva intentargli. Non restogli altro

partito che di lasciare la sua donna in Padova, e di fuggirsene in Roma

travestito da pellegrino. Non trovando in niun luogo sicurezza, andò

vagando di paese in paese; finalmente il gran convento dei francescani

in Assisi, il di cui guardiano era suo parente, gli offrì un asilo

sicuro contro la persecuzione del cardinale. Restò egli quivi due anni,

ed applicossi allo studio del violino, che aveva quasi totalmente

negletto in Padova. Le lezioni del _P. Boemo_, celebre organista di quel

convento, terminarono d'iniziarlo nell'arte della musica. Un altro

vantaggio, ch'egli trasse da quel solitario soggiorno, fu una totale

mutazione del suo carattere. Di violento e collerico ch'egli era,

divenne moderato, e mercè questo genere di vita laborioso e tranquillo

perdette per sempre i difetti, che cagionato avevano la sua

disavventura. Il suo ritiro era lungamente rimasto ignoto; un non

previsto accidente il fè discoprire. Sonando di violino nel coro della

chiesa, un colpo di vento portò via la cortina, che ne impediva la vista

agli astanti, ed ei fu riconosciuto da un abitante di Padova. Tartini si

ebbe per perduto: ma qual fu la sua sorpresa, allorchè quegli gli diè

nuova, che il cardinale lo aveva perdonato, e cercava di lui per

condurlo in braccia alla sua sposa! Di ritorno a Padova, egli fu

chiamato in Venezia per esser membro di un'accademia, che doveva

formarsi sotto gli auspicj del re di Polonia. Egli vi si rese con la sua

sposa: ebbe colà occasione di sentire il cel. violinista _Veracini_ di

Firenze, e restò talmente sorpreso della sua maniera di sonare ardita e

nuova, che amò meglio lasciar l'indomani Venezia, anzicchè entrar con

lui in concorrenza. Mandò sua moglie a Pirano in casa di suo fratello, e

ritirossi ad Ancona per vie meglio attendere allo studio del suo

stromento. Fu da quest'epoca (nel 1714), ch'egli da se creossi un nuovo

modo di sonar di violino: fu anche allora che scoprì _il fenomeno del

terzo suono_, ossia della risonanza della terza nota dell'accordo,

allorchè si suonano le due note di sopra. Nel 1721, fu egli posto alla

testa dell'orchestra di S. Antonio di Padova: questa cappella, una delle

migliori d'Italia, aveva quaranta musici, dei quali sedici eran

cantanti. Nel 1723, fu chiamato a Praga per l'incoronazione

dell'imperatore Carlo IV, e vi restò per tre anni insieme col suo amico

Antonio Vandini, suonatore di violoncello al servigio del conte Kinsky.

Quivi fu, che il sentì Quanz che così ne parla: _Tartini è un violinista

di primo ordine; produce de' suoni bellissimi. Le sue dita, il suo arco

del pari gli ubbidiscono bene: eseguisce senza stento le più difficili

cose, fa a perfezione con tutte le dita dei trilli, e fin anco dei doppj

trilli, e suona molto negli acuti. Ma la sua esecuzione non tocca

affatto; non è nobile il suo gusto; ed assai volte ancora è tutto

opposto alla buona maniera_. Tartini senza dubbio seppe acquistar poi

dal canto dell'espressione, e del gusto quel, che a giudizio di Quanz,

mancavagli allora; poichè ogni volta che sentiva sonar con destrezza, ma

senz'anima, _quest'è bello!_ diceva, _quest'è difficile! ma non parla al

cuore_. Da Praga tornò coll'amico Vandini a Padova, e da quel tempo in

poi nulla potè risolverlo ad accettare un servigio straniero, malgrado

le più vive, e le più vantaggiose sollecitazioni. Nel 1728 fondò in

Padova, una scuola di musica, e pochi maestri hanno formato ormai così

bravi scolari. Gli Italiani chiaman Tartini _il maestro delle nazioni_.

La di lui scuola ha provveduto di gran musici la Francia, l'Inghilterra,

l'Alemagna, e l'Italia. Pagin intraprese espressamente il viaggio di

Padova per formarsi sotto la direzione di Tartini. Nardini, Alberghi,

Bini, Ferrari, Carminati, mad. Sirmen, Lahoussaye e Capuzzi, nomi

illustri, e tutti suoi allievi. Questo gran maestro si rese benemerito

dell'arte per tutti quei mezzi che contribuiscono all'avanzamento di

essa. Egli era per natura uom riflessivo, perspicace, voglioso

dell'ottimo, paziente de' penosi indugj, e non isbigottito delle

difficoltà, che convien vincere per conseguirlo. Sì nel _comporre_, che

nell'_eseguire_ egli è stato _vero inventore_; ed ecco fin dove il

condussero l'osservazione e la sperienza. Osservò egli in primo luogo,

che il violino è per natura uno stromento acuto e stridente; che chi lo

arma di cordicelle sottili non ne può trar altro, che un suono fievole e

smilzo. Si avvisò quindi di armarlo di corde grosse un pò più

dell'usato. Con questa leggiera mutazione sentì addolcirsi la crudezza

natía, ed uscirne più grato e più morbido il suono. Osservò poscia, che

l'arco usato dalla scuola Corelliana è troppo corto; che però uno appena

in venti di quella scuola riesce a cavar una voce piacevole, bella, e

pastosa. Laonde ei si pose ad usar arco più steso, non trovandovi niun

de' difetti, e tutt'i vantaggi dell'arco breve. Da questi saggi

cambiamenti passò egli tosto ad un doppio studio, l'uno del modo

d'adoprar l'arco, faticando per impadronirsene sì nel guidarlo allo in

su, che allo in giù, sì nel trar senza stento e secondo il bisogno or

lunghe e melodiose, or brevi e snelle le arcate. Con siffatte minute

attenzioni, delle quali ogni egregio suonatore, e niun mediocre o

cattivo ravviserà l'importanza, pervenne il Tartini a singolar

eccellenza nel suono. Vediamo or pure, quanto egli nel comporre siasi

dipartito altresì dall'uso comune: nel che riuscì meglio a riprendere e

schivare gli altrui difetti, che a vedere e correggere i suoi. Quando

Tartini cominciò ad apparire, dominava ancora tra gli scrittori d'Italia

quel barbaro gusto delle fughe, de' canoni, e di tutti in somma i più

avviluppati intrecci d'un ispido contrappunto. Questa increscevol pompa

di armonica perizia, questa gotica usanza d'indovinelli e di logogrifi

musicali: questa musica gradita agli occhi, e crudel per gli orecchi,

piena d'armonia e di romore, e vuota di gusto e di melodia, fatta

secondo le regole, seppure le regole hanno l'atrocità di permettere di

far cose dispiacevoli, fredde, imbrogliate, senz'espressione, senza

canto, senza leggiadría, qual altro pregio veracemente aver può, che

quel di abbagliar gli eruditi, e di uccidere per la fatica il

compositore, e per la noja i dormigliosi ascoltanti? Tartini sedotto sul

principio dall'amor del difficile, si logorò anch'egli per qualche

tempo, e stese alcune sonate in questo gergo enigmatico e sibillino. Ma

di poi avvedutosi, che tal profusione di scienza, ben raro è il caso,

che riesca opportuna, e ancor più raro che ella rechi diletto, se prima,

come fa il pittore, aveva cercato il maraviglioso aggiugnendo; si volse

poscia a cercare il bello, come lo scultore, togliendo. E in fatti

quanto egli ha scritto dopo tal suo ravvedimento, tutto spira la nobile

semplicità, linda e schietta è pur sempre l'armonia: intelligibile e

andante il pensiero; sgombra di rancidumi la cantilena. (_V. Cont. S.

Raffael. lett. 2_). Egli ebbe inoltre due pregi insigni, dov'egli non

soffre eguali. Il primo d'aver un metodo esatto, e limpidissimo

d'insegnar l'arte. I suoi precetti eran sì chiari, e sì precisi, che lo

scolare, seppur non era un gonzo madornale, preveniva il maestro, e

godea di suggerirgliene gli esempli. L'altro suo pregio raro ben anco e

prestante si era l'essere scevro affatto d'invidia, di gir sommamente

guardingo nel dar giudizio dell'altrui valore, di largheggiar nelle lodi

senz'adulazione, e di accennare i difetti senza livore, da solo a solo,

non pel piacer inumano di riprendere, ma pel vero vantaggio del ripreso,

cui moderatamente avvertiva, dicendogli i motivi della sua

disapprovazione, udendone chetamente le discolpe, cedendo se si trovava

convinto, soffrendo in pace, che non gli si desse ragione da quegli

ostinati, che non credono mai d'aver torto. Tal era l'indole, e il

merito di questo eminente caposcuola nell'arte del suono. Ci resta ora a

considerarlo come _autore_, ed _inventore_ di un nuovo sistema di teoria

musicale, sotto il quale riflesso, se censure piuttosto che lodi

verranno da me riferite, il farò protestandomi di non voler in nulla

derogare al rispetto, che per altri titoli a sì grand'uomo è dovuto.

All'epoca in cui si credeva non poter dare alla musica un fondamento

nella natura, se non con darlene uno nella fisica, Tartini ebbe la

debolezza, come in Francia Rameau, di cedere a questa bizzarría. Volle

egli creare un sistema, prendendo per la sua base _il fenomeno del terzo

suono_, sistema, che non è stato possibile a capirsi da niuno per le

folte profonde tenebre che lo involvono, e che l'autore senza dubbio non

ha saputo egli stesso comprendere. A tale oggetto diè egli fuori il suo

_Trattato di musica secondo la vera scienza dell'armonia_, Padova 1754,

in 4º. Tartini sin dal 1714, aveva osservato la coesistenza di un suono

grave uguale all'unità, e se ne serviva come di base alla sua scuola: ma

non rese pubblica questa sua scoverta, che nel 1754 in quel suo

trattato; onde è che se gli ha voluto torre l'onor dell'invenzione, con

attribuirla alcuni a M. Sorge, altri a M. Romieu. “Ma il suo libro, dice

M. d'Alembert, è scritto in una maniera così oscura, che ci è

impossibile il recarne alcun giudizio; e ben si sa averne in tal guisa

altresì giudicato Letterati di gran nome.” Tali furono il Rousseau, che

dandone un estratto nel suo Dizionario sembra tuttavia preferir le idee

di Tartini a quelle di Rameau; tali il Scheibe, il Forkel tra i

tedeschi, l'Eximeno, il Bettinelli e più altri. M. Serre di Ginevra nel

2º cap. delle sue _Osservazioni su i principj dell'armonia_ fece delle

oggezioni al sistema del Tartini, a cui oppose egli: _Risposta di G.

Tartini alla critica del di lui trattato di musica di M. Serre_, Venezia

1767, in 8º. E cercando di evitare i difetti oppostigli da M. Serre, diè

al pubblico: _Dissertazione de' principj dell'armonia musicale,

contenuta nel diatonico genere_, Padova 1767, in 4º. M. Mercadier nel

Discorso preliminare al suo _Nouveau système de musique_ fa la

confutazione dell'algebra posta in uso dal Tartini nel suo sistema:

finalmente il dottissimo Eximeno impiega un capitolo della sua opera per

confutare i raziocinj di fisica e di metafisica, i calcoli e le

singolari dimostrazioni geometriche della sua teoria. “Tartini non

avendo avuto, egli dice, che un lume superficiale di matematica e di

filosofia, si abusò dei vocaboli di queste scienze per iscrivere un

_Trattato dell'armonia_, che niuno ha potuto finora intendere, e credo

che neppur l'A. intendesse se stesso. Se altri più avveduti filosofi

hanno vaneggiato, ognun può figurarsi, qual caos d'illusioni si formi il

Sig. Tartini. Comincia a vedersi qualche lume allorchè fa egli

utilissime riflessioni circa l'accompagnamento, ed altre materie di

pratica, dalle quali si scorge, che il Tartini avrebbe potuto illustrar

la teorica, come illustrò la pratica, se la matematica e la fisica non

avessero sconcertata la sua fantasia.” (_l. 1 c. 4_). L'illusione del

suo spirito giunse al segno di credere che avesse nel suo sistema _la

prova dell'uno e trino_, com'egli stesso lo affermò all'ab. Bettinelli

(_V. Risorgiment. c. 4_). Egli conservò sino alla morte queste idee

metafisico-teologiche, e lasciò morendo al P. Colombo la cura di

pubblicare un suo _Trattato sulla teoria del suono_, ove essendosi

trovate siffatte chimere, fu stimato miglior consiglio il non darlo a

luce. Maggior profitto può trarsi dagli altri libri, che ci restan di

lui, in riguardo alla pratica del suono. Nel t. V dell'Europa letteraria

1770, è stata inserita una sua _Lettera alla Sig. Maddalena Lombardini_

(mad. Sirmen), _inserviente ad una importante lezione per i suonatori di

violino_. M. Fayolle ne ha dato l'originale in francese nel 1810. In

fronte alle sue nove opere si trova impressa altresì _l'arte dell'arco_,

di cui ne ha data una nuova edizione M. Cartier nel 1812. L'ab. Fanzago

parla di un manoscritto che ha per titolo: _Lezioni sopra i varj generi

di appoggiature, di trilli, tremoli, e mordenti ec._ Mr Denis ne ha

pubblicata una traduzione in francese. Per la musica vocale non

conosciamo altro di Tartini, che il _Miserere_ eseguito il mercordì

santo del 1768 nella cappella Sistina in Roma dinanzi il papa Clemente

XIII, che il barone Ag. Forno palermitano, il quale era presente, dice

nel suo elogio di Tartini, che questa composizione merita il primo luogo

tra tutte quelle dell'autore. Tartini morì in Padova tra le braccia del

suo favorito allievo Nardini, a dì 16 Febbraio 1770. Il carattere morale

di questo grand'uomo merita somma lode. Egli usò sempre la moderazione

di Socrate verso la moglie, che era a suo riguardo una vera Santippe,

riottosa e caparbia. Sosteneva molte indigenti famiglie, e molti orfani

a sue spese: dava anche delle lezioni gratuite a quegli, che volevano

imparar la musica, e non avevano i mezzi onde pagare i maestri. Il posto

ch'egli occupò per trent'anni non gli valeva che 400 ducati, e non era

obbligato a sonare che nelle grandi festività. Non lasciava tuttavia

passar settimana in cui non sonasse più volte. Giulio Meneghini suo

succesore dispose in suo onore la funebre pompa che celebrossi nella

chiesa de' Serviti. L'ab. Fanzago profferì il suo elogio, e la cappella

di S. Antonio eseguì un _Requiem_ composto dal P. Vallotti. Il conte

Algarotti attesta, che il Tartini prima di comporre era uso leggere un

qualche sonetto del Petrarca, cui somigliava moltissimo nella

delicatezza del sentimento, affinchè avesse un oggetto determinato a

dipignere; e non perdesse mai di vista il motivo, o soggetto. Così in

fatti nelle sue sonate la più gran varietà vien sempre sposata alla più

perfetta unità.

TAUSHER (J. G.), morto verso il 1787, si crede esser l'autore di un

_Saggio d'istruzione sulla disposizione de' registri dell'organo, e la

maniera di perfezionare in generale questi instromenti_, Waldenburgo

1775. Vi si trova in fine una relazione di un soffietto, nuovamente

inventato dai fratelli Wagner, costruttori di organi, e di cui si è

fatto uso nella costruzione dell'organo di Hohenstein.

TAYLOR (John Brook), cel. matematico inglese, e secretario della Società

reale di Londra, fu il primo che nella sua opera, _Methodus

incrementorum directa et inversa_ (Londra 1715), giunse a dimostrare con

esattezza e con rigore geometrico il problema su le vibrazioni delle

corde sonore, e sottomettere al calcolo il moto delle corde oscillanti.

Taylor morì in Londra nel 1731.

TEDESCHI (Giov.), detto _Amadori_, e più conosciuto sotto questo nome,

fu uno de' più gran cantanti della cel. scuola di Bernacchi. Dopo aver

figurato moltissimo ne' più rinomati teatri dell'Italia e della

Germania, prese in Napoli nell'anno 1773 l'impresa del R. teatro di S.

Carlo. Conoscitore ch'egli era della buona musica, e fissar volendo la

volubilità del gusto napoletano, indusse Jommelli a scrivere per quel

teatro l'_Armida_, e un pò dopo il _Demofoonte_. Amadori avendo per se

tratto gran profitto dall'ottima riuscita della musica di questi due

drammi, andò in Roma, dove era ito a scriver Jommelli, non avendolo

potuto persuadere per lettere, che gli componesse un terzo, che fu

l'_Ifigenia_, e gli offerse doppia ricognizione. Ma per una fatalità

incredibile essendo in teatro caduta questa musica, Jommelli restituì

generosamente all'impresario Amadori i scudi seicento, prezzo convenuto

dell'Ifigenia, col dire, che avendo sbagliata l'opera, doveva aver

riguardo al di lui interesse nel metterne un'altra; atto magnanimo e

virtuoso, dice il Mattei, che vale per la sua gloria più assai di cento

opere ben incontrate. Tedeschi viveva ancora nel 1775.

TELEFANE di Samo, celebre maestro di canto e suonator di flauto fu

amicissimo dell'oratore Demostene. Narra costui che dovendo per incarico

della sua tribù mandare al concorso del premio ne' pubblici giuochi i

giovani più abili nel canto, stava per esser tradito dalla trascuratezza

di _Midia_, che loro aveva dato per maestro. Pochi giorni prima del

concorso avvisato dell'inganno, Demostene licenziato _Midia_ dalla

scuola, scongiurò l'amico Telefane a fare in modo, che sotto la sua cura

supplissero in que' giorni le lezioni, che i ragazzi avevano perdute

fino a quell'ora, acciocchè non facessero disonore alla sua tribù. La

maestria di Telefane fu tale, che li dispose con sugose lezioni di

armonìa; ed i ragazzi e Demostene fecero bella figura. Viaggiando

Pausania per la Grecia trovò un magnifico mausoleo innalzato con una

eccellente iscrizione in Megara da Cleopatra sorella del grande

Alessandro alla memoria di questo cel. suonatore. Plutarco riferisce,

che egli non solo non faceva uso d'imboccatura nel suonare il flauto, ma

che cercava di persuadere eziandio i costruttori a non metterne nei loro

strumenti. Fu per questa ragione ch'egli non volle entrar mai in lizza

ne' giuochi pitici (_V. Requeno t. 1_).

TELEMANN (Giorgio Filippo), nato a Magdeburgo fu uno de' più fecondi

compositori. Hendel diceva di lui, che scriveva un pezzo di musica a

otto parti colla stessa facilità con cui un altro scriverebbe una

lettera. Egli mostrò principalmente nella musica di chiesa uno

straordinario talento: ma avea più scienza, che gusto, e le sue opere

per teatro sono del tutto obliate. Morì in Hamburgo nel 1767. Egli fu

membro della Società musicale di Mitzler, che gli diè un vasto campo a

far delle ricerche sulla teoria. Abbiamo di lui: 1. _Descrizione

dell'organo di Castelli_; 2. _Istruzione sul trasporto_; 3. _Sistema de'

suoni, e degli intervalli, con ispiegazioni_, Hambourg 1767.

TELEMANN (Michele), nipote del precedente nato nel 1748 fu precettore

nella scuola musicale della cattedrale di Riga. Degno del suo avo non fu

men di lui profondo teorico. Nel 1773 diè egli al pubblico _Unterricht_

ossia _Elementi del basso continuo_. Nel 1785 fece stampare a Lipsia

un'altra opera in fol. col titolo di _Memorie sulla musica di chiesa_,

in tedesco. Vi si trovano delle _Messe_ a gran cori, e _Sanctus_ di sua

composizione.

TELESTE di Selinunte in Sicilia, cel. musico e poeta lirico nel quinto

secolo prima dell'era cristiana. Ateneo (_l. 14_) fa di lui menzione, e

reca un frammento di un suo Poema sull'avventura di Pallade, che sonando

la tibia si avvide in un fonte, che il suo volto divenivane sconcio, e

la gittò via. E poco appresso adduce ancora un passo del di lui _Imeneo

Ditirambico_ dove ei favella di uno istromento musico di cinque corde,

chiamato _Magade_.

TEMPELHOF (Giorgio-Feder.), dopo il 1786 precettore del R. principe di

Prussia per le matematiche, pubblicò a Berlino _Riflessioni sul

temperamento di Kirnberger, con una Istruzione per accordare di una

facil maniera gli organi, i cembali e li forte-piano_, 1775.

TEOFRASTO, nativo di Eresia città di Lesbo, filosofo greco. Platone fu

il primo suo precettore, dalla cui scuola passò a quella di Aristotile.

Costui invaghito della facilità del suo spirito, e della leggiadria

della sua elocuzione, cambiò il suo primo nome di Tirtamo in quello di

Eufrasto, che _buon parlatore_ significa, e un tal nome non rispondendo

abbastanza all'alta stima, ch'egli concepito avea della bellezza del suo

ingegno, e del suo dire, lo chiamò _Teofrasto_, cioè un _uomo di lingua

divina_. Aristotile, obbligato a sortire d'Atene, lasciò la sua scuola,

l'anno 322 prima di G. C. a Teofrasto. Il di lui nome divenne così

celebre in tutta la Grecia, ch'egli giunse ad aver nel suo liceo oltre a

due mila scolari: ebbe la stima e la familiarità di più Sovrani:

Cassandro re di Macedonia fu suo amico, e Tolomeo figlio di Lago primo

re dell'Egitto trattenne sempre seco uno stretto commercio. Teofrasto

morì carico d'anni e di fatiche, non cessando di studiare se non

cessando di vivere. Tra le molte sue opere dalla voracità del tempo

rapiteci, eravi quella dell'_Origine della Musica_, in tre libri ch'egli

avea scritto da metafisico piuttosto che da pratico. L'enciclopedista

_Plutarco_, che l'aveva letta, ci diede nel _Simposiaco_ l'argomento

della medesima, dicendo, che questo filosofo riconobbe tre differenti

origini del canto: 1. il dolore, da cui derivarono i canti lugubri; 2.

il piacere o la gioja, dalla quale ebbero origine le allegre cantilene

co' balli; 3. l'estro divino, da cui furono prodotti i canti eroici e

profetici; aggiungendo, che per perfezionare queste tre specie di canti,

altro principio che l'istinto del cuore e dello spirito non dovesse mai

consultarsi. Secondo Laerzio scrisse ancora Teofrasto un _Trattato

storico de' Musici_, ed un altro degli _Armonici_.

TEOFRASTO di Pieria, cel. musico dell'antica Grecia fiorì cinque secoli

innanzi G. C. Nicomaco afferma ch'egli aggiunse la nona corda alla lira

di Mercurio verso la parte grave (_Manual. mus. lib. 2_).

TEONE di Smirna, filosofo platonico, e celebre matematico nel secondo

secolo dell'era cristiana, scrisse a lungo della musica nel suo

_Compendio della dottrina matematica di Platone_, ed un altro libro

abbiamo di lui intitolato _Della Musica_, nel quale rapporta le

proporzioni de' musicali intervalli secondo la dottrina di Laso

ermionese, e d'Ippaso di Metaponto, e disapprova la divisione del tuono

data da Aristosseno.

Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 4 Di tutte le nazioni sì antiche che moderne · 第 5 / 17 段