Quattro interminabili giorni di pioggia dirotta e continua.
Roberto leggeva o disegnava nel suo studio; passeggiava nelle stanze
terrene; saliva a strologare il tempo da un abbaino, di dove non
scorgeva che aria torba, solcata da miriadi di piccole strie inclinate
e lucenti; e di quando in quando scendeva pure a sentir le chiacchiere
dei contadini raccolti sotto la tettoia.
Correvano brutte notizie. La pioggia cadeva strabocchevole specialmente
dalla parte delle montagne; i fossati e i torrentelli recavano troppo
ampio tributo di acque alla Baraschia e ne accrescevano spaventosamente
la furia. La corrente scendeva a precipizio dall’alta valle, devastando
i coltivati, portando via le piante e gli armenti, rapinando per ogni
dove. Venendo su Riverasco con potentissimo urto, aveva abbattuta
la porta detta della Maghelona e gran parte delle mura; il ponte
minacciava rovina; il sobborgo della Madonna era allagato, e l’antica
chiesa aveva l’acqua fin sopra gli altari.
Anche il lento, il placido Gamberetto aveva rotto in più luoghi,
inondando largamente i campi tra Casaletto e Bornengo: il servizio
postale era sospeso, e non si sapeva più nulla degli abitanti della
cascina La Torrazza, con i quali non si poteva più comunicare.
— Ecco — diceva Giovanna, — la Baraschia è sempre in bestia, il
Gamberetto non ha finito d’alzare; questo è proprio un secondo diluvio.
— Niente paura — brontolava Rocco, da buon filosofo, — dopo un tempo ne
viene un altro. Giuraddiana!
— Già, già — ripigliava la moglie, — vedrete che la Baraschia e il
Gamberetto si congiungeranno qui al Fortino, dove siamo noi.
— E noi andremo in barca! — esclamava Giacomo.
— Bisognerebbe averla la barca! — osservava Felice.
— Abbiamo il tinone che è grosso come un bastimento.
— Zitto, zitto, mammalucco — susurrava la madre. — Con l’acqua non si
scherza; strascina via tutto: case, bestie, cristiani... Menica Gorla
ha visto passare tre vacche e due buoi ancora legati alla mangiatoia.
— Ma Stefano Pron ha visto ben altro! — gridava Felice. — Ha visto
una culla con dentro un bambino; un bambino che gemeva, vagiva,
strillava...
— L’ha detto a te? — chiedeva Giacomo.
— L’ha detto a me.
— Quando?
— Ieri sera.
— To’, e ieri mattina parlava d’un gatto!
— E ci sarà stato anche un gatto! Un gatto e un bambino. Non è mica
impossibile? Dica lei, sor padrone...
Il padrone ascoltava, taceva e pensava.
Pensava quasi continuamente al chiattaiuolo e a sua figlia. Durante
il giorno, sempre li immaginava sani e salvi, rifugiati in luogo
sicuro; ma sul far della notte cominciava a turbarsi, sentiva vergogna
di trovarsi così fidatamente, così mollemente ricoverato, mentre la
fantasia gli rappresentava Michele e Susanna ora derelitti nella loro
casuccia assediata dai cavalloni spumanti che minacciavano d’ingoiarla,
ora ritti come due spettri in mezzo alla chiatta sconquassata,
abbandonati alla commossa superficie dell’acqua.
Quando era a letto, i vari rumori della notte tempestosa aggravavano
la sua inquietezza, rendevano anche più tetri tutti i suoi pensieri. Si
rivoltolava lungamente prima di prender sonno, poi non aveva altro che
sogni stravaganti e paurosi; si destava di sobbalzo, come all’annunzio
di una sciagura imminente, inevitabile, e gli pareva davvero di sentire
la romba delle acque irrompenti, strida e urli di morte in lontananza.
Venuto il giorno chiaro, si quietava di nuovo, si rinfrancava, tornava
a fare assegnamento certo sull’avvedutezza, sulla prudenza e sul
coraggio del chiattaiuolo:
— Eh, diavolo! Michele non è uomo da lasciarsi cogliere dalla
piena. D’ora in poi non mi voglio più confondere, non mi voglio più
angustiare...
La mattina del quinto giorno il diluvio divenne pioggia, una
pioggerella cheta e minuta, che verso il tocco cessò. I nuvoli
cominciarono ad alzarsi e a diradare, lasciando più qua e più là
trasparire il sereno sbiadito e sfumato, e la spera del sole velata,
offuscata, priva di ogni possanza.
Roberto prese il cappello, il bastone e s’avviò verso la Baraschia. Si
avviò in fretta, ma ben presto gli convenne rallentare il passo.
Dai prati e dai campi allagati sgorgavano sulla strada innumerabili
rigagnoli, che empiendola di fango e di pozzanghere, la rendevano tutta
malagevole e, in certe parti più basse, pressochè impraticabile. A
tendere l’orecchio, si sentiva un rumorìo ampio e incessante, prodotto
da tutte le acque che gorgogliando, strosciando, sbraitando fuggivano
alla china per l’estesa campagna. Le rondini erano tutte fuggite.
Le passere, posate con l’ali basse sulle vette degli alberi e sui
ramoscelli spogliati, aspettavano bisbigliando che l’aria asciugasse
loro le piume. L’erbe piegate o coricate, le fronde impregnate e
pendenti, parevano stanche, spossate dall’aspra lotta sostenuta in quei
giorni.
Piede innanzi piede, affondando spesso a mezza gamba, Roberto arrivò
ad una specie di lago giallastro e melmoso, fatto dalla Baraschia, che
traboccava da quella parte con abbondanza e con impeto; a due tiri di
schioppo, nel filone della corrente, passavano tronchi travolti, rami
schiantati, mucchi di foglie e di strame, mille cose morte ed informi.
La chiatta era sull’altra riva, vuota ed inoperosa; dalla casupola,
biancheggiante tra gli alberi, si alzava una colonnetta di fumo cerulo.
Contemplando quel tenue indizio di vita sotto quel cielo mesto,
in mezzo a quella campagna stranamente disertata, Roberto si sentì
immalinconire l’anima così amaramente, che durò fatica a tenere le
lacrime. Ah! gli pareva una cosa tanto ingiusta, tanto crudele che
Susanna, nata forse per vivere agiatamente, signorilmente, dovesse
abitare quella meschina catapecchia!... Di chi era la colpa? Di
nessuno. Il destino voleva così, e bisognava rassegnarsi... Intanto
essa era là, dall’altra parte di quel torbido pelago, simbolo di tutti
gli ostacoli reali o immaginari che separavano le loro esistenze...
Quando l’avrebbe riveduta? Chi sa! Forse mai più. Perchè? Non sapeva.
Una voce gli susurrava dentro: — Tu non avrai mai la facoltà d’operare
secondo che ti detta la ragione, secondo che ti detta il cuore. Volere
è potere. Ma tu non potrai mai. La tua volontà è volubile, variabile,
stanca, e si piega al più leggiero soffio di vento...
Laggiù, sul tetto della casupola, la piccola colonna di fumo
ondeggiava, vacillava, si torceva, come se anch’essa fosse alle prese
con una forza occulta e nemica.