XXI.

Quattro interminabili giorni di pioggia dirotta e continua.

Roberto leggeva o disegnava nel suo studio; passeggiava nelle stanze

terrene; saliva a strologare il tempo da un abbaino, di dove non

scorgeva che aria torba, solcata da miriadi di piccole strie inclinate

e lucenti; e di quando in quando scendeva pure a sentir le chiacchiere

dei contadini raccolti sotto la tettoia.

Correvano brutte notizie. La pioggia cadeva strabocchevole specialmente

dalla parte delle montagne; i fossati e i torrentelli recavano troppo

ampio tributo di acque alla Baraschia e ne accrescevano spaventosamente

la furia. La corrente scendeva a precipizio dall’alta valle, devastando

i coltivati, portando via le piante e gli armenti, rapinando per ogni

dove. Venendo su Riverasco con potentissimo urto, aveva abbattuta

la porta detta della Maghelona e gran parte delle mura; il ponte

minacciava rovina; il sobborgo della Madonna era allagato, e l’antica

chiesa aveva l’acqua fin sopra gli altari.

Anche il lento, il placido Gamberetto aveva rotto in più luoghi,

inondando largamente i campi tra Casaletto e Bornengo: il servizio

postale era sospeso, e non si sapeva più nulla degli abitanti della

cascina La Torrazza, con i quali non si poteva più comunicare.

— Ecco — diceva Giovanna, — la Baraschia è sempre in bestia, il

Gamberetto non ha finito d’alzare; questo è proprio un secondo diluvio.

— Niente paura — brontolava Rocco, da buon filosofo, — dopo un tempo ne

viene un altro. Giuraddiana!

— Già, già — ripigliava la moglie, — vedrete che la Baraschia e il

Gamberetto si congiungeranno qui al Fortino, dove siamo noi.

— E noi andremo in barca! — esclamava Giacomo.

— Bisognerebbe averla la barca! — osservava Felice.

— Abbiamo il tinone che è grosso come un bastimento.

— Zitto, zitto, mammalucco — susurrava la madre. — Con l’acqua non si

scherza; strascina via tutto: case, bestie, cristiani... Menica Gorla

ha visto passare tre vacche e due buoi ancora legati alla mangiatoia.

— Ma Stefano Pron ha visto ben altro! — gridava Felice. — Ha visto

una culla con dentro un bambino; un bambino che gemeva, vagiva,

strillava...

— L’ha detto a te? — chiedeva Giacomo.

— L’ha detto a me.

— Quando?

— Ieri sera.

— To’, e ieri mattina parlava d’un gatto!

— E ci sarà stato anche un gatto! Un gatto e un bambino. Non è mica

impossibile? Dica lei, sor padrone...

Il padrone ascoltava, taceva e pensava.

Pensava quasi continuamente al chiattaiuolo e a sua figlia. Durante

il giorno, sempre li immaginava sani e salvi, rifugiati in luogo

sicuro; ma sul far della notte cominciava a turbarsi, sentiva vergogna

di trovarsi così fidatamente, così mollemente ricoverato, mentre la

fantasia gli rappresentava Michele e Susanna ora derelitti nella loro

casuccia assediata dai cavalloni spumanti che minacciavano d’ingoiarla,

ora ritti come due spettri in mezzo alla chiatta sconquassata,

abbandonati alla commossa superficie dell’acqua.

Quando era a letto, i vari rumori della notte tempestosa aggravavano

la sua inquietezza, rendevano anche più tetri tutti i suoi pensieri. Si

rivoltolava lungamente prima di prender sonno, poi non aveva altro che

sogni stravaganti e paurosi; si destava di sobbalzo, come all’annunzio

di una sciagura imminente, inevitabile, e gli pareva davvero di sentire

la romba delle acque irrompenti, strida e urli di morte in lontananza.

Venuto il giorno chiaro, si quietava di nuovo, si rinfrancava, tornava

a fare assegnamento certo sull’avvedutezza, sulla prudenza e sul

coraggio del chiattaiuolo:

— Eh, diavolo! Michele non è uomo da lasciarsi cogliere dalla

piena. D’ora in poi non mi voglio più confondere, non mi voglio più

angustiare...

La mattina del quinto giorno il diluvio divenne pioggia, una

pioggerella cheta e minuta, che verso il tocco cessò. I nuvoli

cominciarono ad alzarsi e a diradare, lasciando più qua e più là

trasparire il sereno sbiadito e sfumato, e la spera del sole velata,

offuscata, priva di ogni possanza.

Roberto prese il cappello, il bastone e s’avviò verso la Baraschia. Si

avviò in fretta, ma ben presto gli convenne rallentare il passo.

Dai prati e dai campi allagati sgorgavano sulla strada innumerabili

rigagnoli, che empiendola di fango e di pozzanghere, la rendevano tutta

malagevole e, in certe parti più basse, pressochè impraticabile. A

tendere l’orecchio, si sentiva un rumorìo ampio e incessante, prodotto

da tutte le acque che gorgogliando, strosciando, sbraitando fuggivano

alla china per l’estesa campagna. Le rondini erano tutte fuggite.

Le passere, posate con l’ali basse sulle vette degli alberi e sui

ramoscelli spogliati, aspettavano bisbigliando che l’aria asciugasse

loro le piume. L’erbe piegate o coricate, le fronde impregnate e

pendenti, parevano stanche, spossate dall’aspra lotta sostenuta in quei

giorni.

Piede innanzi piede, affondando spesso a mezza gamba, Roberto arrivò

ad una specie di lago giallastro e melmoso, fatto dalla Baraschia, che

traboccava da quella parte con abbondanza e con impeto; a due tiri di

schioppo, nel filone della corrente, passavano tronchi travolti, rami

schiantati, mucchi di foglie e di strame, mille cose morte ed informi.

La chiatta era sull’altra riva, vuota ed inoperosa; dalla casupola,

biancheggiante tra gli alberi, si alzava una colonnetta di fumo cerulo.

Contemplando quel tenue indizio di vita sotto quel cielo mesto,

in mezzo a quella campagna stranamente disertata, Roberto si sentì

immalinconire l’anima così amaramente, che durò fatica a tenere le

lacrime. Ah! gli pareva una cosa tanto ingiusta, tanto crudele che

Susanna, nata forse per vivere agiatamente, signorilmente, dovesse

abitare quella meschina catapecchia!... Di chi era la colpa? Di

nessuno. Il destino voleva così, e bisognava rassegnarsi... Intanto

essa era là, dall’altra parte di quel torbido pelago, simbolo di tutti

gli ostacoli reali o immaginari che separavano le loro esistenze...

Quando l’avrebbe riveduta? Chi sa! Forse mai più. Perchè? Non sapeva.

Una voce gli susurrava dentro: — Tu non avrai mai la facoltà d’operare

secondo che ti detta la ragione, secondo che ti detta il cuore. Volere

è potere. Ma tu non potrai mai. La tua volontà è volubile, variabile,

stanca, e si piega al più leggiero soffio di vento...

Laggiù, sul tetto della casupola, la piccola colonna di fumo

ondeggiava, vacillava, si torceva, come se anch’essa fosse alle prese

con una forza occulta e nemica.

La falce - Punizione - L'enigma · 第 26 / 46 题