La mattina di poi, appena alzato, Roberto chiamò il servitore e gli
ordinò d’andar subito a prendere notizie dal signor segretario. Ma dopo
un momento cambiò idea: — Perchè non farei una passeggiatina fino a
Casaletto? — Si fece dare un bicchiere di latte, e s’incamminò passo
innanzi passo.
S’era destato con la mente riposata e serena. I tristi pensieri che
gliel’avevano ingombrata e funestata la sera prima, dopo la visita
fatta al povero Galosso, erano svaniti coi sogni della notte.
Considerando l’età, la robustezza dell’infermo si sentiva pieno di
sicurtà e di fiducia. S’immaginava di rivedere il medico per l’appunto
dove l’aveva veduto il giorno prima; lo interrogava, e quello gli
rispondeva:
— Buone nuove, il pericolo è passato, abbiamo un miglioramento
insperato, inesplicabile.
Egli saliva, si rallegrava col malato, con la donna, con Tomatis e
poi...
La giornata era così bella! Una di quelle giornate in cui si campa
volentieri, in cui il cuore si allarga alla speranza, a mille speranze,
e l’avvenire si dischiude ampio, color di rosa, tutto popolato di larve
ridenti.
— E poi farò un bel giro pei campi — pensava Roberto. — Una piccola
perlustrazione fino alla chiatta. È un secolo che non vedo nessuno. Non
so più niente di niente...
E in pochi momenti il desiderio di sapere si fece vivo, intenso,
divenne bramosia: di modo che, giunto dove una viottola corre a destra
le praterie verso la Baraschia, fu lì lì per svoltare. Si raffrenò e si
contentò di allungare il passo.
Il villaggio aveva il suo aspetto ordinario: s’udiva lo strepito del
mulino e il martellamento del fabbro; il custode della scuola metteva
un affisso alla cantonata; sotto il portico del comune vi era il solito
crocchio in cui si commentava il giornale.
Passando davanti al forno, Roberto sentì l’odore appetitoso del pan
fresco; odore, che si cambiò in lezzo di marmitta e in puzzo d’olio
fritto nella vicinanza d’altre botteghe. Arrivato presso la casa del
segretario, alzò gli occhi alla finestra, e la vide aperta.
— Ecco — disse tra sè, — si muta l’aria alla camera, segno che il
malato sta meglio.
Ma non appena ebbe pensate queste parole, ne risentì come uno spavento.
— E se invece... Oh, non è possibile! Diavolo! da ieri sera... Non è
possibile, non è possibile.
Combattè, respinse l’idea nera che s’affacciava alla mente, e si
accostò alla porta.
Era chiusa.
Picchiò prima con le nocche delle dita, poi col martello. A quel suono
risposero di dentro pianti e lamenti, e dopo un poco giunse Tomatis
disfatto, stravolto, verde come un ramarro.
— Ah! — singhiozzò con voce soffocata. — Però ha sentito anche lei,
eh? Tifoidea benigna. Un corno! Fulminante doveva dire quell’asino
birbone!... E adesso venga su, venga a vedere, venga a vedere.