Avanzava un’ora circa di giorno; e Roberto invece di tornare
direttamente al Fortino volle passare dal villaggio; aveva bisogno di
veder gente, bisogno di parlare con qualcheduno, quasi per persuadersi
che non era circondato da una solitudine desolata e senza limiti, che
non era rimasto unico superstite sulla terra.
Dietro le sue spalle il cielo si veniva sgombrando pigramente; di
fronte, la nuvolaglia biancobigia si spandeva, si riuniva, girava per
il campo immenso, trasfigurandosi in mille maniere.
Arrivato al piccolo camposanto di Casaletto, dove riposavano le spoglie
mortali di Baino e di Galosso, prima si soffermò, poi si avvicinò
pianamente al cancello; questo pareva chiuso e non era; mentre egli
vi si appoggiava, come per concentrarsi in sè stesso ed evocare
pietosamente le immagini dei suoi due conoscenti, girò, cigolando, sui
cardini e si aprì.
— Grazie tante, la non s’incomodi — mormorò Roberto, indietreggiando
con un certo ribrezzo. — Un’altra volta se mai... Oggi non rispondo
ancora all’invito.
E tirò di lungo.
Sotto il portico del comune, stavano a crocchio le persone più
ragguardevoli del paese. Vedendo passare Roberto, lo salutarono
garbatamente; e il sindaco gli domandò se veniva per prendere la posta.
Il giovane signore crollò il capo.
— Meno male — ripigliò Antonio Luvotto; — perchè manca anche
quest’oggi. Niente lettere, niente giornali. Siamo assolutamente al
buio di tutto quel che avviene in Italia. Anzi nel mondo. È una cosa
incredibile. Il papa potrebbe essere andato tra’ più, e noi...
— E perchè il papa? — interruppe il parroco. — Perchè proprio il papa e
non qualche altro? Sì, dico, qualche altro gran potentato?
— Oh bella! Perchè il papa è vecchio.
— Caro mio, la morte non guarda in bocca.
— Vero — osservò un altro; — oggi in figura, domani in sepoltura.
— Evviva l’allegria! — pensò Roberto; e traversata la strada, entrò
nella bottega dirimpetto.
Il maestro Tomatis, che stava a chiacchera con la tabaccaina, gli balzò
incontro facendogli festa.
— Oh come sono mai contento di rivederla! È un secolo... Bravo! Ma
bravo? Cosa desidera? Sigari toscani, romani, Virginia, Cavour...
Chieda e domandi, c’è d’ogni ben di Dio. Non è vero, Vittoria? D’ogni
ben di Dio. Eh, ma lei non fuma che sigarette! Ciascuno ha i suoi
gusti. Bene, bene, faccia la sua compra, poi discorreremo.
E infatti ricominciò appena furono in istrada.
— È venuto a piedi? Oh si vede! Madonna santa, com’è conciato! Deve
avere camminato di molto. È stato alla Baraschia? Un mezzo mare,
eh? Ha visto la chiatta? Sarà sfasciata, distrutta? No! Meno male,
temevo... Sarà armata in va e viene? Nemmeno? Si capisce. Questa è una
inondazione; una vera inondazione.
Tacque un momento, poi soggiunse tristamente:
— Ah! se Baino e Galosso avessero almeno potuto veder questo!
— Buona notte — disse Roberto, porgendogli la mano.
— Come? — esclamò il maestro, trattenendolo. — Mi pianta così? È
ancor tanto presto. Non ha mica fretta? E dunque? Animo, gradisca un
bicchierino. Non sto lontano, sa. Lei vede il _Cavallo Grigio_?...
Bene, un trar di pietra più in là, in faccia alla casa della levatrice.
— Grazie, grazie — ripeteva Roberto, nervoso; — vi prego a dispensarmi.
Oggi non me la sento... Oggi è giornataccia.
— Amen! — mormorò Tomatis, non senza un po’ di stizza; — mi permetta
almeno d’accompagnarla fino in fondo al paese...
Passata l’ultima casa, il maestro si arrestò e guardò in su.
— Ecco! — esclamò. — A poco a poco il cielo torna sereno.
— Hm! — fece Roberto — mi pare invece che ricominci a spruzzolare.
— Niente, niente! Vedrà domattina. Stia tranquillo... L’inverno è
ancora lontano... Lei non pensa mica a partire?
— Per ora no.
— Bene! Lei ha da restar con noi fin dopo l’estate di san Martino.
— Vale a dire?
— Eh! L’estate di san Martino dura tre giorni e un pochino.
— Dunque dovrei restar qui fino alla metà di novembre?
— Bravo! Lei mi capisce per aria, lei! Il nostro affare scade appunto
il 14 a sera.
— Il nostro affare?
— Il nostro affare... Cioè il patto, la convenzione...
Nel proferir queste parole la voce del maestro tremava sensibilmente.
Roberto gettò le braccia in aria.
— Oh santo Dio! — gridò. — Ma finiamola una volta. Come fa a prender
sul serio queste baggianate? Vergogna! Una persona istruita, un uomo
colto, un maestro!
Tomatis aveva fatto un passo addietro, sbarrando tanto d’occhi.
— Oh oh! — fece poi. — Misericordia! Lei piglia fuoco come uno zolfino.
Parlo per celia, io, non per davvero. Galosso sì... Galosso aveva
perduto tutto il suo spirito, era stato assalito da una fissazione
mortale... tanto che Baino gli appariva in visione. Ma io... Oibò! Del
resto altro è il parlar di morte, altro è il morire. Diamine! E poi non
creda che io provi un gran gusto a rinvangar certe cose. È un discorso
che mi va poco a genio, sa.
— E dunque non facciamolo più.
— Non facciamolo più. Così l’intendo. Birba chi manca...
Roberto fece un rapido gesto di saluto, e voltò le spalle.
Tomatis, tacque un momento, poi riaperse la bocca con impeto:
— Sor Roberto...
— Cosa c’è?
— Caso mai non si sentisse bene...
— Grazie a Dio...
— In caso dei casi, mandi a chiamar il dottor Fumero.
— Bene!
— A Bornengo.
— Benissimo!!
— Via del Quartiere, numero 7, piano nobile.
— Ottimamente!!!