Il maestro Tomatis entrò nel cortile, lo traversò rapidamente e bussò
alla porta del palazzetto.
— Vengo! — gridò Giuseppe dalla cucina.
Tomatis si levò il cappello, si asciugò il cranio col fazzoletto, diede
una lunga, una gagliarda soffiata.
— Lei qui? — disse il servitore affacciandosi. — A quest’ora bruciata!
— Vorrei dire una parola al padrone.
— Dunque sa già che è arrivato?
— Non sapevo nemmeno che fosse partito.
— Davvero? Ebbene sì. Domenica mattina gli è venuto lo schiribizzo di
andar a passare una settimana in montagna. Dunque non lo aspettavo che
sabato sera, invece... Oggi è mercoledì, non è vero?
— Mercoledì o giovedì... Non so più niente; non ho più testa... Basta,
son contento che sia tornato. Posso vederlo?
— Credo di sì. È arrivato a mezzodì, si è mutato da capo a piedi, ha
desinato, poi è andato un po’ a riposare; ma a quest’ora deve aver
fatto il suo sonno. Ehee!... Sente? Vien giù adesso. Ecco qui il suo
battistrada.
Tomatis si voltò verso la scala. Tadò scendeva a precipizio, fremendo
d’impazienza come al solito. Roberto comparve sul pianerottolo, vide il
maestro e gli fece un grazioso saluto.
— Oh, sor Tomatis, che buon vento...
— Buono no! buono no! — brontolò Tomatis, con una crollata di capo.
— Cosa c’è?
— Galosso è a letto, e desidera una sua visita.
— Galosso a letto?!
— Già, da due giorni; ci si è messo dopo una mancanza, una specie di
svenimento che lo ha fatto cadere lungo e disteso davanti alla bottega
dello speziale. La prima notte è stata cattiva, la seconda pessima;
si buttava giù, voleva fuggire, e diceva cose di fuoco, cose da
indemoniato, cose che io...
— E che dice il medico?
— Febbre tifoidea benigna.
— E dunque!
— Oh se lei volesse aver la bontà... Scusi, eh! Ambasciator non porta
pena...
— Ho capito... Tadò, a casa! Indietro! A cuccia subito!
Tadò faceva il sordo e tirava innanzi, ma Giuseppe lo inseguì nel
cortile e lo afferrò per il collare. Roberto e Tomatis si avviarono in
fretta in fretta verso Casaletto.
Il buon maestro, tutto trafelato e grondante di sudore, soffiava,
gemeva, e di tanto in tanto restava per riprendere e il fiato e il
discorso.
— Già, noi corriamo, noi voliamo, ma grazie a Dio non c’è urgenza...
Non è un male che il prete ne goda... Tifoidea, non tifo. Questo è il
parere del medico... Il qual medico, a dirla schietta, è un vero...
veterinario. Del resto Galosso è robusto, forte come un cannone... Ciò
che mi spaventa è il delirio. Se lo vedesse! urla come uno spiritato
e fa cose fuor d’ogni regola. Alienazione di mente cagionata dalla
malattia, si sa, ma pure... Povero diavolo! non ci mancava che
questa... Può essere, anzi è probabile che le mie apprensioni siano
esagerate... Che se nol fossero... Oh misericordia! Basta, lei vedrà,
sentirà...
E Roberto, non sapendo nè che credere nè che pensare, aspettava di
vedere e di sentire.
La casa del segretario era nel mezzo del villaggio, e si distingueva
tra l’altre per una certa tinta cupa e fantastica: immagine visibile
del fantastico umor del padrone.
Mentre Roberto e Tomatis si venivano accostando, la porta si aprì e ne
uscì un giovinetto biondo, grasso, impettito; tutto vestito di panno
scuriccio, ma senza garbo nè grazia.
— Il medico! — esclamò Tomatis. — Arriviamo proprio a tempo. Dottore,
dottore, ci dia le notizie.
— Ammalati ce ne sono parecchi in paese — rispose il dottore, puntando
in terra il suo bastoncino; — e tutti piuttosto... ehm!
— Sì, sì, lo sappiamo... Ma Galosso... Come ha trovato il signor
Galosso?
— Assai migliora, chi non peggiora.
— Scusi, ma io direi che oggi è meno, molto meno aggravato di ieri.
— La malattia vuol fare il suo corso.
— Ma benignamente, eh? Mantenendosi benigna, come lei mi ha detto e
ripetuto.
— Sicuro. Ma badi che la cosa va intesa nel significato relativo non
assoluto.
— Come sarebbe a dire?
— Che finchè c’è fiato c’è vita. Riverisco.
Il dottore aveva già scantonato da un poco, che Tomatis guardava ancora
da quella parte rodendosi le unghie.
— Ah! — fece poi rabbiosamente — se tu mi ammazzi Galosso... ci
riparleremo. E adesso andiamo su, andiamo a fare un po’ di coraggio
a quei poverino. Mi raccomando, a volte una parola fa meglio che una
medicina.
Pietro Galosso giaceva sulla schiena, in un letto bastardo, in una
camera assai sfogata, ma disadorna. Una donnetta smorta e mingherlina,
con la gonnella di un colore e la vita di un altro, andava e veniva
senza posa, non facendo più rumore di un topolino. Vedendo entrare i
due visitatori, rimase un momento come estatica, poi si scosse, avanzò
due sedie e sparì.
— Ecco l’illustre infermo! — esclamò Tomatis con un’allegria, una
baldanza affatto intempestive. — Ecco l’illustre infermo! Sempre lui,
eh! Niente cambiato, niente alterato. Un faccione che pare una luna in
quintadecima. Se non fosse il berretto da notte chi direbbe che... Chi
direbbe che ha avuta la febbre?
— Se l’ho avuta! — mormorò il povero segretario. — Una febbre da
cavallo, a quarantun grado; a quarantadue si crepa...
— Sì, sì, ma adesso è passata — soggiunse Tomatis, mettendosi a sedere.
— È passata e non tornerà più. Parliamo d’altro. Che novità?
— Sanguisughe al capo.
— Quando?
— Stasera o domattina.
— Lodato Dio! L’ho detto subito al medico: — O le sanguisughe o un buon
salasso. — Ma per persuadere colui ce ne vuole! Speriamo che non sia
tardi. Vo’ dire: fortuna che siamo in tempo! La malattia attacca il
cervello e ne altera le funzioni, dunque bisogna cercare di sollevare
il sistema nervoso e combattere il parossismo. È chiaro come il sole.
L’ho detto anche a voi, quando avete cominciato a sentirvi di mala
voglia: — Presto un salasso, un emetico, un pediluvio, metodo antico! —
Avete voluto fare a modo vostro ed eccovi lì in un fondo di letto.
Galosso ascoltava in silenzio, ma ogni poco chiudeva e riapriva
istantaneamente l’occhio sinistro, poi sorrideva con un misto insolito
e incomprensibile di mestizia, di rassegnazione, d’ironia. Roberto lo
guardava, lo riguardava, e non lo riconosceva più.
La donnetta rientrò pian pianino, in punta di piedi, diede da bere al
malato e scivolò via.
— Che roba è?. — ripigliò ruvidamente Tomatis, indicando la tazza
rimasta sul comodino. — Limonata? Decotto? Puah! Ecco lì: se mi aveste
dato retta quand’era tempo, ora non sareste obbligato a ingollare
queste porcherie. Ma non mi vo’ confondere più... siete un testone!
— Oh! — esclamò Roberto, indignato, — ma voi gli parlate in un certo
tono...
Il maestro balzò in piedi e andò a guardar dalla finestra; dopo un
momento si soffiò il naso una, due, tre volte con un crescendo da far
tremare i vetri.
Galosso l’udì, strinse le labbra e ne fece uscire una lunga voce tra il
gemito e il grugnito.
— Basta — disse Roberto, — la malattia è superata, presto entrerete in
convalescenza...
— Dica in agonia.
— Andiamo, non dite fandonie!
— Ma non me ne importa niente... Oggi a me, domani a te.
Tomatis si riscosse, si riavvicinò prestamente.
— Niente, niente — proseguì il segretario. — Non parlo con voi, parlo
col signor Duc. Dicevo?... Ah sì! Dicevo che son bell’e andato.
Pazienza!... Facevo il mio bravo conto di vivere ancora qualche
annetto, e invece... Facevo il conto senza l’oste, ecco tutto.
Parve colpito dal suono delle ultime parole che gli erano uscite
di bocca, guardò con faccia curiosa alle facce degli altri, strizzò
l’occhio e susurrò:
— Non parlo mica di Baino...
— Zitto! — interruppe Tomatis angustiato. — Siamo alle solite! Non
cominciate a snocciolare scioccherie. Vi potrebbe tornar l’agitazione.
— Che ore sono?
— Cosa v’importa dell’ora? State buono, state quieto...
— Avete un bel dire voi che siete lì, sano come un pesce. Ma... oggi
a me, domani a te. Con certe cose non bisogna scherzare. Non scherzar
coll’orso, se non vuoi esser morso. Non scherzar con la morte, se non
vuoi... se non vuoi... se non vuoi...
Tomatis si voltò a Roberto e gli fece un cenno che voleva dire: — Su,
da bravo, mi aiuti un pochino. — Poi esclamò: — A proposito! Non ve
l’ho ancor detto? Sor Roberto è stato in montagna.
— In montagna? — ripetè il malato, corrugando la fronte, quasi
ignorasse il significato di questa parola. — Perchè in montagna?
— Per divertimento, per mutar aria, non è vero, sor Roberto? Dica
cos’ha fatto. Dica dov’è stato.
E Roberto prese a raccontare pianamente la sua gita nella fresca e
amena valle della Baraschia; interrotto a ogni poco dal buon Tomatis,
che domandava schiarimenti sulle strade, sui villaggi, sugli alberghi,
e soggiungeva con studiato entusiasmo:
— Per bacco! Se le strade sono comode, se gli alberghi son buoni, ci
voglio andare anche io. Ohe, Galosso, volete che ci andiamo insieme? Vi
pago il viaggio... Non tutto, eh, perchè non posso. L’andata, ecco; al
ritorno ci penserete voi.
Galosso non rispondeva, ma atteggiava la bocca al sorriso; un sorriso
non accompagnato da alcun’altra dimostrazione di letizia, e perciò
stranamente gelido e sinistro. Dopo un poco cominciò ad accendersi in
viso, a rabbruscarsi, a rabbrividire; a un tratto sobbalzò e si rizzò a
sedere sul letto.
— Fermo! — gridò Tomatis. — Cosa c’è adesso? No, no, bisogna star
caldo, vedere di non scoprirsi... Tornate sotto, da bravo.
Il malato si mirò dattorno lungamente, smarritamente, poi lasciò
ricader la testa sul guanciale e sospirò:
— Ah! me lo creda, signor Duc, sto male, molto male.
— Coraggio! — susurrò Roberto. — Domani andrà meglio.
— Domani, domani, domani!... Intanto oggi tocca a me!... Però l’è
dura, alla mia età... Poco fa era qui il parroco... Una predica coi
fiocchi: — Bisogna rassegnarsi ai voleri di Dio. Questo in cui viviamo
è un gran mondaccio, una valle di lagrime. Ah il paradiso! Oh il
paradiso! Uh il paradiso! — L’ho lasciato dire e dire e dire, poi gli
ho fatta una domanda, ma una domanda!... Adesso non la ricordo più,
ma credete voi che abbia saputo rispondere? Storie! Le cose come non
le vedo, non le credo. L’uomo crede quello che può, non quello che
vuole... L’eternità!? Ah! reverendo, come vuol che faccia a immaginare
una cosa che non ha principio nè fine? Questo gli ho detto, e poi ho
fatta la mia domanda, ma che domanda! Va là, t’insegno io a canzonare
i moribondi!... Senza peccati no, ma senza birbonate sì. Dunque che
inferno! Che paradiso! In purgatorio, se mai... Ricordatevi bene...
Candida, Candida!... Porta da bere.
La donna si affacciò subito, sgranando tanto d’occhi.
— Badiamo di non fare imprudenze — disse Roberto.
— Per amor del cielo! — esclamò Tomatis.
— Che imprudenze! — gridò Galosso, dimenandosi come un ossesso.
— Niente imprudenze! Io non ho più assaggiato il vino da... da un
secolo... Vo’ dire da un mese. E non lo assaggierò mai più. Mai più
vino, mai più birra, mai più liquori! Però voglio vedervi ancora una
volta col bicchiere in mano. Un’ultima volta! È un piacere, è una
carità che mi fate!
— Amen! — disse Tomatis, cedendo. — Accettiamo, ma a patto che il vino
sia leggiero: un dito d’un vinetto qualunque, tanto per spegnere la
sete...
Quando si vide esaudito, il povero segretario agguantò la sua tazza di
decotto, l’alzò, e gridando: — Viva noi! — si sbrodolò allegramente la
faccia e la camicia.
Dopo ciò, prese a vociare, a smaniare, ad agitarsi. Ora si rasserenava,
gongolava, mostrava di riconoscere gli amici, il luogo dove era; ora si
rannuvolava, imprecava e diceva cose vane e contro ragione. Di quando
in quando buttava le gambe fuor del letto, come per alzarsi, e i due
uomini duravano fatica a rattenerlo.
Candida lo guardava con occhi pieni di tenerezza e di dolore, e non
si discostava più: a ogni momento bisognava accomodare il guanciale,
rassettare le lenzuola, riadagiare e rinvoltare il delirante, bagnargli
la bocca.
La luce veniva mancando. Era l’ora che infiacchisce l’animo ai sani;
accora, sbigottisce e abbatte gli infermi.
— Lume! — disse Galosso.
Candida accese una candela ch’era sul cassettone.
— Via! — ripigliò il malato. — Levala via. Non vedi che la combatte il
vento? Mettila sul tavolino... Così. E adesso dammi da bere. Mi sento
ardere; non ne posso più.
La donna si riaccostò e reggendogli la nuca con una mano, gli mise la
tazza alla bocca.
Nella strada passò un branco di bestie scalpitanti; passò un vaccaro
che cantava a squarciagola. La campana annunziò solennemente il finire
del giorno, e tutta la stanza si empì di onde sonore.
Poi vi fu un silenzio quasi sepolcrale.
Galosso supino, col capo abbandonato, con le ginocchia un po’
sollevate, brancicava nel vuoto e stravolgeva in qua e in là gli occhi
spalancati; dopo un poco li fissò sull’uscio semiaperto e disse prima
piano, poi forte:
— Avanti!... Avanti!
Gli astanti si voltarono e non videro alcuno.
In un subito il misero balzò a sedere con un viso lieto e premuroso,
con le braccia aperte, come a una persona aspettata e desiderata; poi
fece cenno a Candida di approssimare una sedia, l’offrì garbatamente
all’amico invisibile, e prese a interrogare e a rispondere brevemente,
ma sempre con molta significazione di affetto.
A notte chiusa, Roberto e Tomatis si alzarono, offrirono i loro
servigi alla donna, e si ingegnarono ancora d’infonder coraggio nel
malato con parole di speranza e con atti amorevoli. Galosso continuava
a farneticare, dimenando le mani come un predicatore; ma quando li
vide avviati, li richiamò e additò loro la sedia con la quale stava
parlando.
— Come! — diss’egli con voce ferma e severa. — E a Baino niente?
Neanche un saluto al nostro buon Baino, che è venuto a pigliarmi?