— È permesso? — disse Giovanna, fermandosi sulla soglia.
— Avanti, avanti — rispose Giuseppe, che stava apparecchiando la tavola
per la colazione.
— Ecco il latte.
— Date qui. Il padrone si veste; abbiamo tempo a far due chiacchiere.
Mise la lattiera sulla tavola, al luogo solito, poi si lasciò andar sur
una seggiola e si asciugò il viso.
— Pare impossibile, eh? — mormorò Giovanna.
— Ouf! Non sono ancora le otto, e fa già caldo come a mezzodì. Siamo
alla fine di settembre e par d’essere ancora in principio di luglio.
— Ma il tempo adesso si butta alla pioggia.
— Alla pioggia? Ma non vedete che cielo?
— Domani, domani...
— Come fate a prognosticare?... Dal canto del gallo forse?
— Non sa niente? Stasera finisce il triduo.
— Oh allora non dubito più! A quest’ora angeli e santi lavorano già
tutti a riempire le secchie; mi par di vederli!
— Andiamo, via, sor Giuseppe, non dica bestemmie.
— Ma queste non sono mica bestemmie.
— Sono eresie; peggio che peggio! Il Signore ha ragione di mandarci i
castighi...
Roberto chiamò dall’alto:
— Giuseppe! Giuseppe!
— Comandi — rispose il servitore, correndo a piè della scala.
— Attacca, che ho fretta.
— Sì signore. Ma... scusi, perchè non mi ha avvertito? A quest’ora...
Il padrone non gli badò, rientrò in camera.
— Dove vorrà andare? — brontolò Giuseppe, ritornando nel salotto. —
Forse a Riverasco?
— O piuttosto a Bornengo — osservò Giovanna; — oggi c’è mercato.
— E cosa volete che vada a fare al mercato? Non è mica un mercante!
Si udì un’usciata, poi di nuovo la voce di Roberto:
— Giuseppe?... Lesto, per Dio!
— Lo ha morso la tarantola! — susurrò Giuseppe accorrendo.
Ma non aveva ancora toccato il pianerottolo, che si trovò a fronte a
fronte col padrone.
— Ma come! Non sei pronto? Non sei vestito? Cosa fai? Cosa aspetti?
— Ma, santo Dio, se non mi ha detto niente!...
— Te lo dico adesso. E bada, tu vieni con me...
— Dove?
— Oh bella! Dove voglio io.
— Vado ad attaccare...
— Va a rivestirti. Attaccherà Rocco o Giacomo o Felice. Spicciati!
— Non vuol far colazione?
— Spicciati, dico!
Giuseppe scivolò via, mormorando ancora tra i denti:
— Ih, c’è il fuoco nel pozzo!
Giovanna corse a portar l’ordine al marito. Roberto uscì, e prese
a misurare a gran passi il cortile. Innanzi e indietro, innanzi e
indietro, innanzi e indietro... Anche la sera prima non aveva fatto
altro quasi fino a mezzanotte, sempre pensando:
— Cosa può volere Susanna, oggi com’oggi? Cosa può sentire?
E quanto più pensava, tanto più scorgeva che non era facile trovar la
risposta. La conoscenza del cuore femminino che aveva, o credeva di
avere acquistata in città, non gli serviva più a nulla in campagna.
Diceva pure:
— Di chi mi potrei dolere se non di me stesso? S’io mi fossi condotto
come dovevo, e non come uno studentello qualunque, ora non sarei
nell’incertezza. E che incertezza!... C’è un’attenuante però: non
ho ancora dedicato dei versi a «_colei che mi invaghì_;» ma chi mi
garantisce che non ne dedicherò in avvenire? Oh insomma bisogna ch’io
trovi una via per uscire da questo laberinto. Bisogna assolutamente
ch’io la trovi...
Ed era andato a letto concludendo:
— Chi sa che la notte non mi porti consiglio!
La notte gli aveva portato il solito, il vieto consiglio di partire.
— Ecco! Me ne vo e la fo finita. Prendo il treno delle dieci e
cinquantatre; appena a Torino vado a trovare gli amici; passo con loro
il resto della giornata, la sera, la notte... cercando naturalmente di
svagarmi, di divertirmi. Gente allegra Iddio l’aiuta. Le cose prendono
una buona piega? Spedisco un telegramma a Giuseppe che faccia i bauli e
venga in città. Non posso aver pace? Non trovo la forza di svincolarmi
da questa stretta indiavolata? E allora... Niente! Adesso è inutile che
io mi stilli il cervello.
Il servitore venne ad avvertire che il calessino era pronto.
— Lodato Dio! — esclamò il padrone. — Su, va a pigliar la valigia...
— La valigia?!
— Sì, la valigia, la mia valigetta. La troverai in camera, sul letto o
sul sofà... Fa presto!
— Ma come! Parte? Va lontano?
— Può darsi ch’io debba andare a Torino... Dico: _può darsi_. Non so
ancor niente. Vedrò quando sarò a Bornengo... Fa presto, sbrigati!
Giuseppe andò, tornò in un battibaleno, e prese posto accanto al
padrone.
La strada era spietatamente inondata dal sole; a ogni buffo di vento la
polvere si sollevava in nuvoli enormi. A quell’ora più nessuno andava
al mercato; qualcuno già ne tornava. Per la vasta campagna si udivano
a tratti voci lontane lontane e onde di suoni non bene espressi, che
per Roberto non avevano nulla d’allegro. Egli si sentiva fortemente
inclinato a veder tutto nero. Gli pareva che la vita sana, florida,
lieta dei primi giorni, si fosse oramai cambiata in una inerte e
noiosa vegetazione. Folate di memorie confuse, strani fantasmi pieni di
malizia e di lusinghe, passavano per il suo spirito, glielo turbavano,
gliel’accendevano, suscitando mille desideri torbidi e indeterminati.
Oh! non vedeva il momento di lasciare quei luoghi!
Toccava spesso e stizzosamente il cavallo, ma entrando nell’abitato e
tra la folla, gli convenne metterlo al passo.
Andando avanti, crebbe ancora l’incomodo, la strettezza della gente
adunata: talchè, arrivato sulla piazza dov’era il mercato delle
granaglie, gli bisognò tirarsi da parte e fermare, per lasciar passare
quattro carri pieni di sacchi.
Dietro ai carri, a qualche distanza, si avanzava un baroccio guidato da
un vecchio; vi erano dentro alcune donne, tra queste Susanna.
Roberto la ravvisò, la salutò. La fanciulla rispose in fretta,
arrossendo leggermente, poi continuò a dare ascolto a una delle sue
compagne. Ma nel vero momento in cui il baroccio passava rasente al
calessino, ella si voltò ancora, scorse la valigetta sulle ginocchia di
Giuseppe, e il colore le fuggì dal viso.
Roberto se ne avvide, notò pure la rapida espressione di pena che
accompagnava quella pallidezza, comprese o credette di comprendere, e
si sentì balzare il cuore.
— Ah! ah! — fece egli tra sè. — Dunque ti dispiace ch’io vada via?
Bene, bene... Ma oramai è troppo tardi. È deciso che la cosa debba
esser così... Penso ai casi miei, io.
E toccò il cavallo. Il legnetto seguitò, ma sempre adagio e non senza
qualche altra fermata più o meno lunga. Roberto tornava a riflettere
alle conseguenze di ciò che stava per fare, ma gl’incagli materiali da
cui era attorniato, ora rallentavano, ora interrompevano addirittura il
corso delle sue riflessioni.
Attraversato il mercato delle uova e degli erbaggi, prima di cacciarsi
tra il bestiame grosso e minuto, consegnò le redini al servitore e
saltò a terra.
— Tira avanti come puoi — diss’egli, — io mi fermo un momentino al
_Caffè Piemonte_.
— Devo andare alla _Corona Grossa_? — chiese Giuseppe. — Devo staccare?
— Niente, niente: mi aspetterai alla stazione.
— Alla stazione? Ma vuol proprio partire? Non arriverà in tempo, sa.
Abbiamo fatto tardi, molto tardi.
Roberto non rispose, attraversò obliquamente la strada, entrò nel caffè
e si mise a sedere vicino all’uscio.
Un vecchio con una papalina bisunta in capo, vestito d’una giubba
verdiccia non fatta al suo dosso, posò sul tavolino un vassoio, poi
versò nella chicchera, sbreccata e punteggiata di nero, una certa
broda, che al colore e all’odore ricordava lontanamente la cioccolata.
Il luogo era pieno di donne, di mosche e di fumo. Due contadine, sedute
a un tavolino in faccia a quello occupato da Roberto, ora annusavano la
bevanda che avevano pronta davanti, or brancicavano le paste per vedere
quali fossero le più fresche e da scegliere: negli atti della bocca,
degli occhi, delle mani, parevano veramente due sconcie ed ingorde
bertuccie.
Il giovane signore, stomacato, pagò e si alzò senza assaggiare nulla.
Prima d’uscire, diede per caso un’occhiata a un antico orologio da
muro, ritto accanto al banco: erano le dieci e cinquanta!
— Possibile! Ma dunque non ho più che tre minuti per arrivare fino alla
stazione? E ce ne vogliono almeno dieci! Giuseppe aveva ragione. Ormai
è inutile che io mi affretti... Ebbene, non mi affretterò...
Dianzi gli pareva d’avere tutto il mondo addosso; ora sentiva il sangue
scorrere tepido e vivo per tutte le vene, rinascere e ricrescere la
fiducia nel suo destino. Perchè?
— Alla fin dei conti, cosa andavo a fare in città? Niente. Sarei
riscappato via subito. Fa ancor troppo caldo; non c’è ancora nessuno...
Perchè non me ne andrei invece un po’ al fresco? Perchè non farei un
giretto in montagna? Dal Fortino a Riverasco, da Riverasco al Morsetto,
dal Morsetto alla Badia di san Magno, al Pian del Lupo, alla sorgente
della Baraschia... Solo però: non voglio importuni, voglio poter andare
avanti o tornare indietro a mio piacimento... Il proposito è buono,
ma avrò la forza di mandarlo ad effetto? Santo Dio! i miei propositi,
le mie risoluzioni non reggono più alla voltata d’occhi d’una bella
ragazza... Dunque a che pro ostinarsi?... Ostinarsi no, ma nemmeno
darsi per vinto... Ragioniamo. Ah no! Basta. Ho già arzigogolato anche
troppo.
E allungò il passo, non pensando più che a risalire nel suo calessino e
a tornarsene a casa.
Arrivato al palazzo Grondana, vide attaccato alla cantonata un gran
cartello bigiognolo, sul quale erano goffamente dipinte certe figure
armate e barbute, in atto di dar la scalata alle mura turrite e merlate
di una nobile città. Sotto si leggeva a caratteri gialli e turchini:
TEATRO GRANDE
QUESTA SERA GIOVEDÌ, ORE 8 1/2
LA DRAMMATICA COMPAGNIA ITALIANA
AMILCARE FUGIGLANDO
RAPPRESENTERÀ
~L’IRA D’IDDIO~
OVVERO
FACINO CANE ALL’ASSEDIO DI BORNENGO
MONDIALE-CAPOLAVORO
IN QUATTRO ATTI
_Primi posti cent. 30 — Secondi posti cent. 20._
Roberto fece tre o quattro passi con la testa per aria, e
improvvisamente si trovò a ridosso a un tale che guardava pure in su.
Volle scansarsi, abbassò gli occhi e riconobbe Tomatis.
— Oh, oh, oh! — fece il maestro. — Anche lei qui? Anche lei
magnetizzato da quella robaccia? Il cartellone vale i teatranti, sa.
Un branco di vagabondi che hanno oramai girata tutta la provincia. Il
capo però dev’essere un furbo bollato. Credo che nel suo repertorio
non abbia altro che questo dramma, ma come sa variare il titolo! Io ho
già visto _La presa di Riverasco_ e _La difesa di Casaletto_; non mi
fermerò certo a vedere _L’assedio di Bornengo_. E neanche lei, eh?
— No davvero — rispose Roberto. — Mi trovo qui per combinazione... e
torno indietro subito.
— Ha lasciato il calessino all’albergo?
— No, l’ho mandato alla stazione.
— Oh guardi! vengo anch’io alla stazione; vengo incontro a Galosso,
che è andato a Torino ieri, e deve tornar oggi col treno delle undici e
venti... È un pezzo che non l’ha più visto?
— Sono parecchi giorni.
— Sa perchè è andato a Torino?
— Qualche affare?
— No.
— Per divertirsi?
— No.
— E allora?
— Glielo do a indovinare...
— Insomma?
— Insomma è andato per consultare un medico, un medico di grido. Cosa
vuole? il nostro non gli basta più; nè il nostro nè quei del contorno.
Hanno un bel dirgli: — Stia di buon animo, non c’è niente di serio. —
Lui non vuol credere, lui non si fida più di nessuno.
— Ma cos’ha? Cosa si sente?
— Che so io? Un malessere, una mala voglia... Prostrazione di forze,
prostrazione di spirito...
— Patirà d’ipocondria.
— Sarà ipocondria... Fatto sta che fa pena vederlo. Da un mese a questa
parte ha fatto un tal mutamento che non si riconosce più. Un mutamento
anche morale. Si ricorda, eh, quant’era ruvido, lunatico, stravagante?
Una vera bestia... Adesso è diventato un agnello, un agnellino. Si
ricorda come mi trattava, come mi strapazzava? Cose da pigliarlo a
calci nel sedere sei volte al giorno. Adesso invece... S’immagini che
ieri, partendo, mi ha perfino baciato!
Il buon maestro si fermò su due piedi, si soffiò il naso, si asciugò
gli occhi, e soggiunse con voce affievolita:
— Non gli dica niente, per carità!
Il treno entrò nella stazione rombando e fumicando; un dopo l’altro
gli sportelli furono aperti; si vide un andare e venire di gente
affaccendata e frettolosa, un discendere, un salire, un caricare e uno
scaricar di sacchi, di gabbie, di ceste.
Roberto e Tomatis aspettavano in silenzio, ritti accanto al cancello
dell’uscita. Passarono alcuni contadini, un bersagliere in congedo,
una balia, due domenicani; poi comparve Galosso sudato, rabbuffato, col
cappello sulla nuca e la sottoveste sbottonata e aperta.
Tomatis gli corse incontro per alleggerirlo della sacca da viaggio; e
intanto gli domandava ansiosamente:
— E dunque? Com’è andata? Com’è andata?
— Com’è andata? — rispose Galosso. — Ho consultato il dottor Roggiapane.
— Nientemeno!
— Nientemeno.
— E... cosa vi ha detto?
— Cosa mi ha detto? Che non ho un cavolo: parole testuali.
— E poi?
— E poi... e poi gli ho dovuto snocciolar venti lire.