Mancava un’ora al tramonto; Roberto staccò dalla parete il suo
schioppo, prese il cappello, uscì di camera. Tadò, che sonnecchiava
sotto un tavolino, si slanciò avanti, tempestò giù per la scala, corse
latrando per tutto il cortile; ma poi, quando vide che il padrone
s’avviava a gran passi verso la Baraschia, tornò indietro mogio mogio
e andò ad accucciarsi a piè del pagliaio. L’esperienza è maestra anche
dei cani: quando il padrone si metteva per quella strada, ogni speranza
di cacciare era perduta.
Roberto non andò fino alla chiatta; giunto al macchione della Vernea,
vi entrò, e si sdraiò sull’erba.
Gli pareva d’aver la mente tutta ingombra di pensieri arruffati e
confusi, ma quando si provava, per dir così, a strigarli, non ne
trovava più che uno solo, indicibilmente grave e molesto: Susanna amava
ed era riamata.
L’immagine di lei gli si presentava a ogni momento: la vedeva prima
in chiesa, nel suo atteggiamento umile, fermo, sereno; poi tosto
fuori, avvenente, attraente, col giovane a fianco, che le parlava e le
sorrideva. Aveva un bel scuotere il capo, un bel fregarsi la fronte, la
visione durava, si prolungava, e non svaniva che per rinnovarsi. Egli
ripeteva tra sè, con insistenza infaticabile, sempre le stesse parole:
— Perchè non dovrebbe avere un innamorato? L’hanno tutte! Alla fin dei
conti è in età da marito...
Con quella certa malafede che spesso usa l’uomo con sè medesimo, quando
è tribolato da un dubbio importuno, voleva pure indursi a credere
ciò che nel fondo del suo cuore non credeva già più: cioè che Susanna
era libera, non dava retta affatto al nuovo arrivato, e tutto quello
ch’egli scorgeva in questa faccenda non era che apparenza e fantasia.
E mentre appunto durava la fatica d’ingannare sè stesso, sentiva farsi
più vivo e più acuto il desiderio di chiarirsi senza indugio.
— Eh già, bisogna che io sappia, bisogna ch’io m’informi... Sì, ma
come? E da chi? Devo parlare direttamente a Susanna? Devo rivolgermi
al padre? Tutti e due possono dirmi in faccia: — Scusi tanto, ma come
c’entra lei? Lei non ha nessun diritto di occuparsi dei fatti nostri.
— E supponiamo che non ci sia niente di vero, che la cosa non sia come
la immagino, che direi poi per giustificare il mio intervento? Ecco:
— Io non ho nessuna, nessunissima intenzione di prender moglie, e mi
piacerebbe che anche Susanna non pensasse a prendere marito. — Che
bella risposta sarebbe mai questa, e garbata, e generosa! Ragioniamo:
credo di abbassarmi, di rendermi ridicolo cedendo a questo impulso?
E allora perchè non me ne vado subito, mentre sono ancor in tempo?
Il cuore invece mi consiglia di... di fare il contrario? E allora...
Adagio. Ho amato non so quante donne, e non ho mai provato il bisogno
di sposarne nessuna. È vero però che, o non erano libere o non erano
degne. Dunque... dunque niente; non c’è conclusione. Oh è un gran
destino che alla mia età... La mia età? Eh via, non sono più uno
sbarbatello, ecco tutto. Del resto non mi sono mai sentito così bene.
Il mio mal essere è tutto morale. Soffro, è vero, ma non farei il
minimo sforzo per sottrarmi al tormento. Gli è come se fossi seduto
troppo vicino a un gran fuoco: non mi riscaldo, abbrucio, ma non mi
risolvo a tirar indietro la seggiola.
Trovata quest’arguta similitudine, si alzò, fece alcuni passi e si
fermò di nuovo. Doveva andar fino alla chiatta? Doveva tornarsene
a casa? E pensando che da un piccolo atto possono derivare grandi
conseguenze, stava lì con gli occhi a terra, dubbioso e perplesso.
A un tratto cominciò a sentire come un mormorìo di voci, ma era così
debole, che gli pareva e non gli pareva; intorno intorno non vedeva che
frasche; si avanzò, separandole con le mani e con le braccia, finchè
scorse la strada.
Susanna era là, a una cinquantina di passi, che discorreva col bel
compagno di quella mattina.
— Ancora insieme! — pensò Roberto, mordendosi il labbro. — Dunque non
si sono più lasciati? Dove possono aver passate tutte queste ore? Eh
diamine! nella casa dove li ho visti entrare. Questo è grave. E adesso
cosa fanno? Perchè quel bel mobile non l’accompagna fino alla chiatta?
Per non essere veduto dal padre? Dunque c’è un intrigo...
Guardando minutamente il giovane, vedeva che non solo la condizione,
ma anche l’età e le forme lo avvicinavano maravigliosamente a Susanna:
sì, parevano proprio fatti l’uno per l’altra; questa considerazione gli
empiva l’animo di cruccio, di gelosia, e lo spingeva a mostrarsi per
troncare in qualche modo il colloquio.
Si gettava già avanti, quando vide Susanna porgere la mano al giovane,
ritirarla quasi senza dargli il tempo di stringerla, e staccarsi
bruscamente.
Quegli, fatta una spallucciata, girò sui talloni e in un momento fu
alla svolta.
La fanciulla scese verso la Baraschia con passo fermo e veloce,
guardando diritto davanti a sè.
— Susanna! — disse Roberto, presentandosi.
Ella si fermò su due piedi e lo squadrò come se penasse a raffigurarlo.
— Sono io — proseguì il giovane signore, — sono io in carne e ossa. Ero
lì che mi godevo l’ombra, quando vi ho vista arrivare. Figuratevi se ho
voluto perdere l’occasione di...
— Scusi — diss’ella, scostandosi alquanto, — ho fatto tardi e mio padre
mi aspetta.
— Tardi! Il sole non è ancora andato sotto, e la vostra casa è lì...
Siete stata fuori tutto il giorno, eh? Per questo avete fretta?
Si accorgeva al colore del volto, all’espressione degli occhi, che un
qualche nascosto pensiero la travagliava; e ciò invece di rabbonirlo,
lo irritò.
— Del resto — ripigliò poi, volgendosi indietro, — anche l’altro aveva
fretta. Guardate: non si vede più.
— _L’altro?_ — diss’ella alzando il viso.
— Sì, colui ch’era con voi.
— Bastiano.
— Si chiama Bastiano?
— Bastiano Millo.
— Bel giovane... Brava! la scelta è buona.
Susanna si strinse nelle spalle e soggiunse pacatamente:
— Bastiano è mio cugino.
— Ah ah! Importa poco, però. Anzi...
— Senta, se vuol malignare...
— Malignare? No che non voglio malignare. Perchè dovrei... Anzi mi
rallegro. Mi rallegro con voi della buona scelta, e... delle prossime
nozze.
Susanna si scosse, gli piantò gli occhi in viso.
— Prossime! Che ne sa lei? Prossime no.
— Ma sicure, eh, ma sicure?
Michele Masino, piantato sulle gambe un poco aperte, con le mani
congiunte tra la schiena e la cacciatora, guardava da lontano
fissamente, severamente sua figlia.
Ella si mosse senza affrettare il passo, senza punto scomporsi.
Quando l’ebbe vicina, Michele le ingiunse di passare avanti con un atto
brusco, ruvido, quasi minaccioso.