XVI.

L’ora della messa grande a Casaletto; i cristiani sono tutti in chiesa,

sulla piazza non son rimasti che i cani: tre o quattro cagnuzzi da

pagliaio che balzellano e si rincorrono con la coda in aria, e un

cane da caccia, di razza non troppo fine, ma dall’aspetto serio e

mansueto. Questo, sdraiato nell’ombra del murettino che separa la

piazza dall’orto della canonica, fissa gli occhi lucenti sulla gran

porta nera che si è chiusa dietro al padrone, e rizza le orecchie ogni

volta che la vede riaprirsi. Ma può ben aspettare: la messa è appena in

principio, e il padrone non uscirà certo prima della fine.

Entrando, Roberto s’è fermato a destra, presso la pila dell’acqua

benedetta. Susanna è in ginocchio a sinistra; il viso, per essere

abbassato e la chiesa un po’ buia, è in ombra, ma i lineamenti

generali e l’atteggiamento la distinguono da tutte le donne che stanno

all’intorno.

Il giovane signore non volge mai il capo per quel verso, ma solo

l’occhio o la coda dell’occhio: bada a non farsi scorgere dai contadini

che ha ai fianchi e alle spalle, poichè la sola idea che qualcuno possa

attribuirgli intenzioni men che oneste, lo muove a sdegno. Dà pure, di

quando in quando, qualche occhiata obliqua ai suoi vicini, studiandosi

di indovinare i loro pensieri. Alcuni guardano in aria, balordi,

melensi, come se ignorassero perfino d’essere al mondo; altri parlano

sommessamente dei loro affari; i più bisbigliano le preghiere che

sono stati ammaestrati a recitar da bambini, colla mente alla siccità

ostinata, alla moglie infermiccia, alla mucca pregna, alla zappa cui

bisogna cambiare il manico. Nessuno occhieggia Susanna.

La messa fu eterna. Roberto impaziente, nervoso, uscì il primo. Tadò

gli corse subito alle gambe, poi via festosamente attraverso la piazza.

Ma il padrone lo richiamò, e ristette per veder passare la gente.

Uscirono prima gli uomini, poi più lentamente le donne. Susanna venne

tra le ultime, ma non sola, come Roberto s’immaginava e sperava. Ella

aveva a diritta una ragazza bianca, rossa e pienotta, a sinistra un

giovane vestito con semplicità e con decenza. Alto di persona e largo

di spalle, non aveva nel portamento e nei movimenti quella lentezza

pesante che è propria delle persone avvezze alle fatiche di campagna.

I contadini lo salutavano, ed egli rispondeva, ora portando la destra

alla fronte, ora con un semplice chinar di testa e un sorriso. Arrivato

a una casuccia piccola, ma pulita, posta quasi dirimpetto alla chiesa,

aprì l’uscio e condusse dentro le donne.

— Lo dicevo io! — pensava Roberto. — C’era da aspettarsela. Siamo

giusti, perchè non dovrebbe aver un... L’hanno tutte. Adesso mi spiego

quel suo fare riguardoso, contegnoso... Sfido! L’amico era andato

a fare il soldato. L’amico o lo sposo? Sarà tutt’uno, m’immagino.

Benissimo. Evviva! Affretteremo le nozze...

Provava un’amarezza viva, profonda, affatto inattesa; avrebbe voluto

andar via subito, andar lontano, e stava lì inchiodato, solo ed

astratto, in mezzo ai gruppetti e ai capannelli di cui era piena la

piazza.

— Salve! — disse Tomatis, sopravvenendogli alle spalle. — Cosa fa?

Contempla le facce dei nostri contadini? Eh poveretti!... La campagna

non mantiene quello che prometteva. La raccolta del granturco vuol

essere scarsa. Quelli che speravano di ringambarsi, si troveranno

invece ridotti quasi alla miseria. Ha visto? L’altra sera s’è levato un

temporale che pareva il finimondo: lampi, tuoni, saette da sbalordire;

a Bornengo, al Cerreto, a Vernasca l’acqua pioveva giù a bocca di

barile, qui non ha neanche bagnata la polvere. Stiamo freschi... Dico

_freschi_ per modo di dire... Va già a casa? Bene; vengo un tratto

anch’io.

Traversarono la piazza e s’incamminarono di buon passo per la strada

maestra. Tomatis ogni poco guardava sottecchi il compagno, e non

sapendo come riattaccare il discorso, aggrinzava il naso e storceva la

bocca.

— Già — ripigliò poi, — tanto tempo che non piove... Son due giorni che

tira vento, e ci si acceca dal polverone... Eppure, per star bene, io

ho bisogno di camminare, di stancarmi. E Galosso non vuol più saperne

d’andare a spasso: girare il paese par che gli soffochi il petto, la

veduta della campagna lo rattrista per un altro riguardo... È proprio

così; senza che se ne sappia la ragione, s’è appartato da tutti... Cosa

crede, lei?

Roberto si strinse nelle spalle.

— Non se n’è ancora accorto? — chiese il maestro. — Ebbene se ne

accorgerà. Un po’ falotico, un po’ fantastico lo è sempre stato, quel

buon Galosso, ma ora passa i limiti. Senta questo. Giovedì scorso gli

stetti tanto alle costole, che alla fine lo indussi a venir con me alla

fiera di Riverasco. Eravamo appena arrivati, che già voleva tornar via.

Una fiera è una fiera, si sa: bestiami, granaglie, mercerie, strumenti

agrari, tavole apparecchiate, giuocatori di bussolotti, cavadenti,

saltimbanchi... Galosso cominciò subito a lagnarsi del frastuono, del

via vai, delle gomitate, delle pestature di piedi. Io ridevo. Ecco

che sulla piazza del duomo incontriamo il mio collega Tortalla, il

quale ci dice: — Venite, venite, qui a mancina c’è un ciarlatano che

ha un cane proprio straordinario. — Infatti la gente faceva cerchio

e guardava a bocca aperta. In quel momento il ciarlatano annunziava

al pubblico che il suo barbone, oltre al ballar la monferina, al far

capriole e giuochi d’ogni maniera, conosceva anche tutte le carte da

tarocchi. Mentre parlava, gesticolava, faceva lazzi e alzava per aria

il mazzo, già bell’e pronto... Che è che non è, questo gli scappa di

mano, si sparpaglia in terra, e una carta, una sola, vola diritto sui

piedi a Galosso. Galosso si china e la raccatta. Era la _Morte_! Creda,

due occhi simili non li ho mai visti; in un mezzo secondo è diventato

di mille colori. L’ho preso a braccetto subito e l’ho trascinato via:

temevo afferrasse per il collo il ciarlatano, e... Poveraccio, come

se l’avesse fatto apposta! Non m’ero mai accorto che Galosso credesse

nè al buono nè al cattivo augurio. Per istrada mi domandava se sapevo

chi avesse inventato i tarocchi, perchè tra le figure ci fosse anche

la _Morte_, perchè questa avesse in mano una falce fienaia, e tante

e tante altre cose: sicchè mi pareva proprio di aver con me uno dei

miei scolaretti... Mah! Non c’è dubbio, la fine di Baino gli ha fatto

una grande impressione. Può darsi che pensi anche un po’ troppo a

quel certo patto, a quel certo accordo fatto tra noi... Santo cielo!

non so come si fa a prender sul serio quelle scioccherie... Sì, sì,

scioccherie, fanciullaggini, asinate, cose senza costrutto e che non

valgono niente... perchè se valessero, non si farebbero. Non è vero?

Roberto fece col capo un atto che significava grandissima affermazione,

ma aveva il pensiero rivolto a tutt’altra cosa.

La falce - Punizione - L'enigma · 第 21 / 46 题