L’ora della messa grande a Casaletto; i cristiani sono tutti in chiesa,
sulla piazza non son rimasti che i cani: tre o quattro cagnuzzi da
pagliaio che balzellano e si rincorrono con la coda in aria, e un
cane da caccia, di razza non troppo fine, ma dall’aspetto serio e
mansueto. Questo, sdraiato nell’ombra del murettino che separa la
piazza dall’orto della canonica, fissa gli occhi lucenti sulla gran
porta nera che si è chiusa dietro al padrone, e rizza le orecchie ogni
volta che la vede riaprirsi. Ma può ben aspettare: la messa è appena in
principio, e il padrone non uscirà certo prima della fine.
Entrando, Roberto s’è fermato a destra, presso la pila dell’acqua
benedetta. Susanna è in ginocchio a sinistra; il viso, per essere
abbassato e la chiesa un po’ buia, è in ombra, ma i lineamenti
generali e l’atteggiamento la distinguono da tutte le donne che stanno
all’intorno.
Il giovane signore non volge mai il capo per quel verso, ma solo
l’occhio o la coda dell’occhio: bada a non farsi scorgere dai contadini
che ha ai fianchi e alle spalle, poichè la sola idea che qualcuno possa
attribuirgli intenzioni men che oneste, lo muove a sdegno. Dà pure, di
quando in quando, qualche occhiata obliqua ai suoi vicini, studiandosi
di indovinare i loro pensieri. Alcuni guardano in aria, balordi,
melensi, come se ignorassero perfino d’essere al mondo; altri parlano
sommessamente dei loro affari; i più bisbigliano le preghiere che
sono stati ammaestrati a recitar da bambini, colla mente alla siccità
ostinata, alla moglie infermiccia, alla mucca pregna, alla zappa cui
bisogna cambiare il manico. Nessuno occhieggia Susanna.
La messa fu eterna. Roberto impaziente, nervoso, uscì il primo. Tadò
gli corse subito alle gambe, poi via festosamente attraverso la piazza.
Ma il padrone lo richiamò, e ristette per veder passare la gente.
Uscirono prima gli uomini, poi più lentamente le donne. Susanna venne
tra le ultime, ma non sola, come Roberto s’immaginava e sperava. Ella
aveva a diritta una ragazza bianca, rossa e pienotta, a sinistra un
giovane vestito con semplicità e con decenza. Alto di persona e largo
di spalle, non aveva nel portamento e nei movimenti quella lentezza
pesante che è propria delle persone avvezze alle fatiche di campagna.
I contadini lo salutavano, ed egli rispondeva, ora portando la destra
alla fronte, ora con un semplice chinar di testa e un sorriso. Arrivato
a una casuccia piccola, ma pulita, posta quasi dirimpetto alla chiesa,
aprì l’uscio e condusse dentro le donne.
— Lo dicevo io! — pensava Roberto. — C’era da aspettarsela. Siamo
giusti, perchè non dovrebbe aver un... L’hanno tutte. Adesso mi spiego
quel suo fare riguardoso, contegnoso... Sfido! L’amico era andato
a fare il soldato. L’amico o lo sposo? Sarà tutt’uno, m’immagino.
Benissimo. Evviva! Affretteremo le nozze...
Provava un’amarezza viva, profonda, affatto inattesa; avrebbe voluto
andar via subito, andar lontano, e stava lì inchiodato, solo ed
astratto, in mezzo ai gruppetti e ai capannelli di cui era piena la
piazza.
— Salve! — disse Tomatis, sopravvenendogli alle spalle. — Cosa fa?
Contempla le facce dei nostri contadini? Eh poveretti!... La campagna
non mantiene quello che prometteva. La raccolta del granturco vuol
essere scarsa. Quelli che speravano di ringambarsi, si troveranno
invece ridotti quasi alla miseria. Ha visto? L’altra sera s’è levato un
temporale che pareva il finimondo: lampi, tuoni, saette da sbalordire;
a Bornengo, al Cerreto, a Vernasca l’acqua pioveva giù a bocca di
barile, qui non ha neanche bagnata la polvere. Stiamo freschi... Dico
_freschi_ per modo di dire... Va già a casa? Bene; vengo un tratto
anch’io.
Traversarono la piazza e s’incamminarono di buon passo per la strada
maestra. Tomatis ogni poco guardava sottecchi il compagno, e non
sapendo come riattaccare il discorso, aggrinzava il naso e storceva la
bocca.
— Già — ripigliò poi, — tanto tempo che non piove... Son due giorni che
tira vento, e ci si acceca dal polverone... Eppure, per star bene, io
ho bisogno di camminare, di stancarmi. E Galosso non vuol più saperne
d’andare a spasso: girare il paese par che gli soffochi il petto, la
veduta della campagna lo rattrista per un altro riguardo... È proprio
così; senza che se ne sappia la ragione, s’è appartato da tutti... Cosa
crede, lei?
Roberto si strinse nelle spalle.
— Non se n’è ancora accorto? — chiese il maestro. — Ebbene se ne
accorgerà. Un po’ falotico, un po’ fantastico lo è sempre stato, quel
buon Galosso, ma ora passa i limiti. Senta questo. Giovedì scorso gli
stetti tanto alle costole, che alla fine lo indussi a venir con me alla
fiera di Riverasco. Eravamo appena arrivati, che già voleva tornar via.
Una fiera è una fiera, si sa: bestiami, granaglie, mercerie, strumenti
agrari, tavole apparecchiate, giuocatori di bussolotti, cavadenti,
saltimbanchi... Galosso cominciò subito a lagnarsi del frastuono, del
via vai, delle gomitate, delle pestature di piedi. Io ridevo. Ecco
che sulla piazza del duomo incontriamo il mio collega Tortalla, il
quale ci dice: — Venite, venite, qui a mancina c’è un ciarlatano che
ha un cane proprio straordinario. — Infatti la gente faceva cerchio
e guardava a bocca aperta. In quel momento il ciarlatano annunziava
al pubblico che il suo barbone, oltre al ballar la monferina, al far
capriole e giuochi d’ogni maniera, conosceva anche tutte le carte da
tarocchi. Mentre parlava, gesticolava, faceva lazzi e alzava per aria
il mazzo, già bell’e pronto... Che è che non è, questo gli scappa di
mano, si sparpaglia in terra, e una carta, una sola, vola diritto sui
piedi a Galosso. Galosso si china e la raccatta. Era la _Morte_! Creda,
due occhi simili non li ho mai visti; in un mezzo secondo è diventato
di mille colori. L’ho preso a braccetto subito e l’ho trascinato via:
temevo afferrasse per il collo il ciarlatano, e... Poveraccio, come
se l’avesse fatto apposta! Non m’ero mai accorto che Galosso credesse
nè al buono nè al cattivo augurio. Per istrada mi domandava se sapevo
chi avesse inventato i tarocchi, perchè tra le figure ci fosse anche
la _Morte_, perchè questa avesse in mano una falce fienaia, e tante
e tante altre cose: sicchè mi pareva proprio di aver con me uno dei
miei scolaretti... Mah! Non c’è dubbio, la fine di Baino gli ha fatto
una grande impressione. Può darsi che pensi anche un po’ troppo a
quel certo patto, a quel certo accordo fatto tra noi... Santo cielo!
non so come si fa a prender sul serio quelle scioccherie... Sì, sì,
scioccherie, fanciullaggini, asinate, cose senza costrutto e che non
valgono niente... perchè se valessero, non si farebbero. Non è vero?
Roberto fece col capo un atto che significava grandissima affermazione,
ma aveva il pensiero rivolto a tutt’altra cosa.