XIII.

Verso la fine di luglio il caldo divenne proprio canicolare; in casa

si affogava, fuori si avvampava. I contadini bramavano l’acqua da lungo

tempo, e l’acqua non veniva. L’aria era tutta un tremolìo abbagliante.

La terra aveva perduto ogni alimento, si fendeva largamente nei campi

e nei prati, cominciava a screpolare fin nei pantani. L’erbe buone

inaridivano, le cattive pullulavano. Le strade e i sentieri erano pieni

di polvere. I ramarri e le lucertole godevano gioie ineffabili; le

cicale frinivano a distesa, dalla mattina alla sera.

Roberto passava molte ore nello studio: il luogo più fresco della casa;

leggeva, dormicchiava, suonava, acquerellava, e non usciva più che

sul tardi, per fumare un sigaro o per andare a far due chiacchiere al

Cavallo Grigio.

Un giorno, mentre si provava a copiare un bel grappolo d’uva lugliola,

Tadò, ch’era nella stanza, gli montò a un tratto dietro la seggiola e

gli fece dare un urto nel tavolino.

— Ah Tadò! — gridò Roberto. — Giù cattivo! Animo giù!... Ecco, così va

bene... E daccapo! Un urtone nel gomito. Vuoi finirla?

E qui bisognò mettersi a tu per tu col bestione. Roberto faceva forza

per allontanarlo, per cacciarlo indietro; Tadò contrastava, annaspava,

s’appuntellava con le zampe davanti al tavolino, e buttava all’aria

ogni cosa.

Seccato, impazientito, Roberto si levò in piedi e, steso il braccio e

appuntato l’indice all’uscio, disse imperiosamente:

— Passa via!

Ma Tadò, attribuendo a quel gesto un significato più conforme ai suoi

desideri, prese a spiccar salti smisurati, abbaiando e scodinzolando.

— Ho capito, ho capito — disse allora il padrone: — Tu vuoi andare a

spasso? Anch’io sono stufo di stare in casa, ma non senti che caldo?

Il sole è in leone, caro te. Se si aspettasse più tardi? No! Non sei

persuaso? Animo! fa valer le tue ragioni.

Tadò, che ascoltava seduto sulle zampe di dietro, rispose subito con un

rantolo lungo e sommesso.

— Bene — riprese Roberto; — ma se tu potessi parlare, eh? Chi sa che

cos’hai nella testa! Sei un animale pieno d’intendimento, tu... Del

resto voialtri cani la sapete lunga. Ho letto e sentito raccontare cose

da far strabiliare... Eh già, avete l’istinto. L’istinto che v’insegna

a procacciarvi ciò che vi giova, a fuggir ciò che vi nuoce. È una gran

cosa, sapete. Dunque sentiamo. T’è saltato semplicemente il grillo

di scorazzare un pochino nei campi, o sei venuto ad avvertirmi che il

terremoto sta per mandare in fascio la casa?

Così dicendo Roberto lavava i pennelli, chiudeva la scatola delle

tinte, e riordinava i fogli. Com’ebbe finito, uscì piluccando il

bel grappolo. Prese da prima la strada maestra, poi voltò in una

straducola, che gli parve più fresca; e andò avanti passo passo, senza

direzione certa e senza scopo.

Dopo un po’ di tempo, Tadò, che precedeva sbrigliatamente, brandendo

la coda, cacciò fuori un palmo di lingua, rallentò il corso, prese a

fiutare intorno intorno e a frugacchiare nei fossi.

— Fa caldo, eh? — gli diceva il padrone. — Tant’è, non torno più

indietro. Hai voluto fare a modo tuo: questo ti servirà di lezione.

Ben presto anche lui cominciò a provare alla gola una sensazione di

asciutto, che si fece prima molesta, poi penosa. Si fermò e cercò di

raccapezzarsi. Ecco che, senza accorgersene, era sempre andato verso

ponente. Dunque?... Eh per bacco! egli li conosceva quei pioppi che

sorgevano là a mancina: la Baraschia passava ai loro piedi, e la

chiatta di sant’Antonio era a destra, un duecento passi più in giù.

Roberto fece un atto d’impazienza e di stizza.

— Bisogna che ci sia la calamita da questa parte! — disse tra sè. —

Gira di qua, gira di là, vengo sempre a finir qui... Oggi però lascierò

stare Michele; non mi avvicinerò nemmeno alla chiatta; cercherò solo un

po’ d’acqua chiara...

E andò verso i pioppi.

Vi arrivò tutto molle di sudore. Tadò, che era corso avanti, si tuffò,

traversò, s’arrampicò sull’altra riva; e, sentendo la passata di

qualche animale, s’allontanò frugolando tra i cespugli.

— E perchè non farei anch’io un buon bagno? — pensò Roberto. — Come mai

non mi è venuto in mente di mandare al diavolo la tinozza di latta e

procurarmi tutti i giorni questo igienico ed onesto piacere?... Oggi

però non mi sento ben disposto, comincierò domani. Domani provvederò

le cose occorrenti, e cercherò un altro luogo: qui c’è poco fondo e

troppi ciottoli... Un altro luogo anche più riposto e solitario: vedo

lì un viottolino che mi pare assai ben battuto, e non vorrei essere

disturbato durante i miei diguazzamenti.

Il viottolino faceva capo a una pozza, nel cui fondo si vedeva scappar

fuori, lateralmente dal terreno, una pura e vigorosa scaturigine; la

quale, nascondendosi prima sotto un fitto tappeto di crescione, poi

riversandosi per un fossatello, andava a sgorgare nel torrente.

Roberto s’ingegnò di attinger l’acqua con una vecchia busta che aveva

in tasca: la busta s’immollò e si ruppe; cercò di raccoglierla nella

mano: l’acqua spariva tra le dita; volle gettarsene in bocca, come

aveva visto fare ai contadini: non riuscì che a inumidirsi scarsamente

le labbra e ad annaffiare copiosamente il panciotto.

Perduta ogni speranza di spegnere interamente la sete, andò a gettarsi

nell’erba alta e folta, là dove l’ombra gli pareva più opaca. Il sito

era ameno e quieto; dalla corrente saliva come un alito refrigerante;

egli respirava e si riaveva.

Due cutrettole, che seguivano a sbalzi il filo dell’acqua, si posarono

sur una lunga lingua arenosa, e cominciarono a correre su e giù agili e

vispe.

Ma dopo un momento, appena preso possesso del luogo, cessarono di mover

la coda, rimasero immobili e come imbalsamate, poi: gui gui guit, si

dileguarono in un battibaleno.

Roberto voltò la testa per conoscere la cagione del loro spavento, e

vide che non era più solo.

Una fanciulla di diciannove o venti anni, piuttosto più che meno,

si avanzava verso la fonte con passo franco, con mosse onestamente

leggiadre. Vi giunse, empì la brocca, poi si mise a sedere sulla

sponda, come per riposare un momento. Ella aveva i capelli castagni,

uniti in trecce avvolte e fermate dietro il capo; i contorni del viso,

del collo, delle braccia erano quanto mai graziosi e delicati; la

veste schietta, alquanto scarsa e d’una foggia che casualmente aveva

dell’antico, svelava forme degne d’essere scolpite.

— È Susanna! — pensò Roberto. — Questa è Susanna!

E subitamente il suo cuore si mise a battere come al tempo dei primi

convegni d’amore. Il cuore batteva e la mente si oscurava, e in

quell’oscurità balenavano immagini e desideri ch’egli avrebbe dovuto

cacciare senza più. La fanciulla non s’era avveduta di lui, non lo

sapeva presente: giovandosi della sua ignoranza per contemplarla a

tutt’agio, egli commetteva forse un’azione indegna d’un uomo onesto.

— Sicuro, eccomi qui appiattato nell’erba, a occhieggiare le gambe

d’una bella ragazza come un giovinastro cupido e licenzioso...

Vergogna!

Ma non si risolveva a nulla, e continuava a mirare e ad ammirare, cheto

cheto, rattenendo il respiro. Dopo un po’ di tempo gli parve di aver

troppo indugiato: oramai non poteva più mostrarsi senza far brutta

figura. Bisognava star ben nascosto finchè Susanna restava in quel

luogo, e, quando si fosse rimessa in cammino, raggiungerla e parlarle.

Eh sì, parlarle, poichè era ben deliberato a non lasciarsi sfuggire

l’occasione di far conoscenza.

Cominciava a disporsi, a preparare le prime parole, quando udì

frascheggiare sull’altra riva. Era Tadò che tornava. Per bacco, egli

non aveva pensato a Tadò! Scoperto il nascondiglio in un attimo, il

cane gli sarebbe corso addosso latrando e menando la coda... Non pose

tempo in mezzo e balzò in piedi.

La fanciulla non fiatò e non si mosse, ma il bell’incarnato del suo

viso divenne istantaneamente più vivo.

Roberto si levò il cappello.

Ella chinò la faccia sul busto e aprì la bocca al sorriso.

— Scusate — disse il giovane signore: — potete darmi un po’ d’acqua? Ho

un’arsione che non ne posso più.

— Vuol bere a garganella? — chiese la fanciulla, alzandosi e tirando su

la brocca. — L’acqua pare più fresca e leva meglio la sete.

— Ah sì! E come si fa? Io non sono pratico.

Ella rispose che bere a garganella voleva dir bere senza accostare il

vaso alle labbra, ma sostenendolo in aria e versando l’acqua in bocca

senza ripigliare il respiro.

— Per bacco! — esclamò Roberto, ridendo. — Ma è un affar serio, un

affar complicato; io non ci arriverò mai. Da brava, lasciatemi bere...

come ho sempre bevuto.

— Ecco — diss’ella porgendogli la brocca e dando un passo addietro: —

si serva pure.

Quando Roberto si fu dissetato, mormorò galantemente alcune parole,

ch’ella troncò incamminandosi.

— Susanna...

Ella si voltò senza scomporsi, punto maravigliata di sentirsi chiamare

per nome.

— Susanna... ancora una parola...

— Dica; ma badi che mio padre mi aspetta.

— Lo sapete eh, che sono stato più volte alla chiatta?... Ho sempre

domandato di voi. Non vi avevo mai vista nè conosciuta, eppure... Ma

d’ora in poi, quando verrete al Fortino...

— Non verrò più al Fortino.

— Diavolo! E perchè?

— La Baraschia non mena più pesci.

— Peccato! Allora... Sentite, Susanna, sentite!

— Felice notte, signore.

La falce - Punizione - L'enigma · 第 18 / 46 题