Verso la fine di luglio il caldo divenne proprio canicolare; in casa
si affogava, fuori si avvampava. I contadini bramavano l’acqua da lungo
tempo, e l’acqua non veniva. L’aria era tutta un tremolìo abbagliante.
La terra aveva perduto ogni alimento, si fendeva largamente nei campi
e nei prati, cominciava a screpolare fin nei pantani. L’erbe buone
inaridivano, le cattive pullulavano. Le strade e i sentieri erano pieni
di polvere. I ramarri e le lucertole godevano gioie ineffabili; le
cicale frinivano a distesa, dalla mattina alla sera.
Roberto passava molte ore nello studio: il luogo più fresco della casa;
leggeva, dormicchiava, suonava, acquerellava, e non usciva più che
sul tardi, per fumare un sigaro o per andare a far due chiacchiere al
Cavallo Grigio.
Un giorno, mentre si provava a copiare un bel grappolo d’uva lugliola,
Tadò, ch’era nella stanza, gli montò a un tratto dietro la seggiola e
gli fece dare un urto nel tavolino.
— Ah Tadò! — gridò Roberto. — Giù cattivo! Animo giù!... Ecco, così va
bene... E daccapo! Un urtone nel gomito. Vuoi finirla?
E qui bisognò mettersi a tu per tu col bestione. Roberto faceva forza
per allontanarlo, per cacciarlo indietro; Tadò contrastava, annaspava,
s’appuntellava con le zampe davanti al tavolino, e buttava all’aria
ogni cosa.
Seccato, impazientito, Roberto si levò in piedi e, steso il braccio e
appuntato l’indice all’uscio, disse imperiosamente:
— Passa via!
Ma Tadò, attribuendo a quel gesto un significato più conforme ai suoi
desideri, prese a spiccar salti smisurati, abbaiando e scodinzolando.
— Ho capito, ho capito — disse allora il padrone: — Tu vuoi andare a
spasso? Anch’io sono stufo di stare in casa, ma non senti che caldo?
Il sole è in leone, caro te. Se si aspettasse più tardi? No! Non sei
persuaso? Animo! fa valer le tue ragioni.
Tadò, che ascoltava seduto sulle zampe di dietro, rispose subito con un
rantolo lungo e sommesso.
— Bene — riprese Roberto; — ma se tu potessi parlare, eh? Chi sa che
cos’hai nella testa! Sei un animale pieno d’intendimento, tu... Del
resto voialtri cani la sapete lunga. Ho letto e sentito raccontare cose
da far strabiliare... Eh già, avete l’istinto. L’istinto che v’insegna
a procacciarvi ciò che vi giova, a fuggir ciò che vi nuoce. È una gran
cosa, sapete. Dunque sentiamo. T’è saltato semplicemente il grillo
di scorazzare un pochino nei campi, o sei venuto ad avvertirmi che il
terremoto sta per mandare in fascio la casa?
Così dicendo Roberto lavava i pennelli, chiudeva la scatola delle
tinte, e riordinava i fogli. Com’ebbe finito, uscì piluccando il
bel grappolo. Prese da prima la strada maestra, poi voltò in una
straducola, che gli parve più fresca; e andò avanti passo passo, senza
direzione certa e senza scopo.
Dopo un po’ di tempo, Tadò, che precedeva sbrigliatamente, brandendo
la coda, cacciò fuori un palmo di lingua, rallentò il corso, prese a
fiutare intorno intorno e a frugacchiare nei fossi.
— Fa caldo, eh? — gli diceva il padrone. — Tant’è, non torno più
indietro. Hai voluto fare a modo tuo: questo ti servirà di lezione.
Ben presto anche lui cominciò a provare alla gola una sensazione di
asciutto, che si fece prima molesta, poi penosa. Si fermò e cercò di
raccapezzarsi. Ecco che, senza accorgersene, era sempre andato verso
ponente. Dunque?... Eh per bacco! egli li conosceva quei pioppi che
sorgevano là a mancina: la Baraschia passava ai loro piedi, e la
chiatta di sant’Antonio era a destra, un duecento passi più in giù.
Roberto fece un atto d’impazienza e di stizza.
— Bisogna che ci sia la calamita da questa parte! — disse tra sè. —
Gira di qua, gira di là, vengo sempre a finir qui... Oggi però lascierò
stare Michele; non mi avvicinerò nemmeno alla chiatta; cercherò solo un
po’ d’acqua chiara...
E andò verso i pioppi.
Vi arrivò tutto molle di sudore. Tadò, che era corso avanti, si tuffò,
traversò, s’arrampicò sull’altra riva; e, sentendo la passata di
qualche animale, s’allontanò frugolando tra i cespugli.
— E perchè non farei anch’io un buon bagno? — pensò Roberto. — Come mai
non mi è venuto in mente di mandare al diavolo la tinozza di latta e
procurarmi tutti i giorni questo igienico ed onesto piacere?... Oggi
però non mi sento ben disposto, comincierò domani. Domani provvederò
le cose occorrenti, e cercherò un altro luogo: qui c’è poco fondo e
troppi ciottoli... Un altro luogo anche più riposto e solitario: vedo
lì un viottolino che mi pare assai ben battuto, e non vorrei essere
disturbato durante i miei diguazzamenti.
Il viottolino faceva capo a una pozza, nel cui fondo si vedeva scappar
fuori, lateralmente dal terreno, una pura e vigorosa scaturigine; la
quale, nascondendosi prima sotto un fitto tappeto di crescione, poi
riversandosi per un fossatello, andava a sgorgare nel torrente.
Roberto s’ingegnò di attinger l’acqua con una vecchia busta che aveva
in tasca: la busta s’immollò e si ruppe; cercò di raccoglierla nella
mano: l’acqua spariva tra le dita; volle gettarsene in bocca, come
aveva visto fare ai contadini: non riuscì che a inumidirsi scarsamente
le labbra e ad annaffiare copiosamente il panciotto.
Perduta ogni speranza di spegnere interamente la sete, andò a gettarsi
nell’erba alta e folta, là dove l’ombra gli pareva più opaca. Il sito
era ameno e quieto; dalla corrente saliva come un alito refrigerante;
egli respirava e si riaveva.
Due cutrettole, che seguivano a sbalzi il filo dell’acqua, si posarono
sur una lunga lingua arenosa, e cominciarono a correre su e giù agili e
vispe.
Ma dopo un momento, appena preso possesso del luogo, cessarono di mover
la coda, rimasero immobili e come imbalsamate, poi: gui gui guit, si
dileguarono in un battibaleno.
Roberto voltò la testa per conoscere la cagione del loro spavento, e
vide che non era più solo.
Una fanciulla di diciannove o venti anni, piuttosto più che meno,
si avanzava verso la fonte con passo franco, con mosse onestamente
leggiadre. Vi giunse, empì la brocca, poi si mise a sedere sulla
sponda, come per riposare un momento. Ella aveva i capelli castagni,
uniti in trecce avvolte e fermate dietro il capo; i contorni del viso,
del collo, delle braccia erano quanto mai graziosi e delicati; la
veste schietta, alquanto scarsa e d’una foggia che casualmente aveva
dell’antico, svelava forme degne d’essere scolpite.
— È Susanna! — pensò Roberto. — Questa è Susanna!
E subitamente il suo cuore si mise a battere come al tempo dei primi
convegni d’amore. Il cuore batteva e la mente si oscurava, e in
quell’oscurità balenavano immagini e desideri ch’egli avrebbe dovuto
cacciare senza più. La fanciulla non s’era avveduta di lui, non lo
sapeva presente: giovandosi della sua ignoranza per contemplarla a
tutt’agio, egli commetteva forse un’azione indegna d’un uomo onesto.
— Sicuro, eccomi qui appiattato nell’erba, a occhieggiare le gambe
d’una bella ragazza come un giovinastro cupido e licenzioso...
Vergogna!
Ma non si risolveva a nulla, e continuava a mirare e ad ammirare, cheto
cheto, rattenendo il respiro. Dopo un po’ di tempo gli parve di aver
troppo indugiato: oramai non poteva più mostrarsi senza far brutta
figura. Bisognava star ben nascosto finchè Susanna restava in quel
luogo, e, quando si fosse rimessa in cammino, raggiungerla e parlarle.
Eh sì, parlarle, poichè era ben deliberato a non lasciarsi sfuggire
l’occasione di far conoscenza.
Cominciava a disporsi, a preparare le prime parole, quando udì
frascheggiare sull’altra riva. Era Tadò che tornava. Per bacco, egli
non aveva pensato a Tadò! Scoperto il nascondiglio in un attimo, il
cane gli sarebbe corso addosso latrando e menando la coda... Non pose
tempo in mezzo e balzò in piedi.
La fanciulla non fiatò e non si mosse, ma il bell’incarnato del suo
viso divenne istantaneamente più vivo.
Roberto si levò il cappello.
Ella chinò la faccia sul busto e aprì la bocca al sorriso.
— Scusate — disse il giovane signore: — potete darmi un po’ d’acqua? Ho
un’arsione che non ne posso più.
— Vuol bere a garganella? — chiese la fanciulla, alzandosi e tirando su
la brocca. — L’acqua pare più fresca e leva meglio la sete.
— Ah sì! E come si fa? Io non sono pratico.
Ella rispose che bere a garganella voleva dir bere senza accostare il
vaso alle labbra, ma sostenendolo in aria e versando l’acqua in bocca
senza ripigliare il respiro.
— Per bacco! — esclamò Roberto, ridendo. — Ma è un affar serio, un
affar complicato; io non ci arriverò mai. Da brava, lasciatemi bere...
come ho sempre bevuto.
— Ecco — diss’ella porgendogli la brocca e dando un passo addietro: —
si serva pure.
Quando Roberto si fu dissetato, mormorò galantemente alcune parole,
ch’ella troncò incamminandosi.
— Susanna...
Ella si voltò senza scomporsi, punto maravigliata di sentirsi chiamare
per nome.
— Susanna... ancora una parola...
— Dica; ma badi che mio padre mi aspetta.
— Lo sapete eh, che sono stato più volte alla chiatta?... Ho sempre
domandato di voi. Non vi avevo mai vista nè conosciuta, eppure... Ma
d’ora in poi, quando verrete al Fortino...
— Non verrò più al Fortino.
— Diavolo! E perchè?
— La Baraschia non mena più pesci.
— Peccato! Allora... Sentite, Susanna, sentite!
— Felice notte, signore.