XII.

Tre giorni dopo, aprendo il giornale, Roberto cadde inaspettatamente su

queste parole:

_I particolari dell’arresto e della morte

del bandito Venturino Mauro._

Come! Il _Calabrese_ arrestato? Il _Calabrese_ morto? Ma dove? Ma

quando?

E lesse avidamente.

Riverasco, 20 luglio.

«Verso le ore 14,30 arrivava in Riverasco la notizia che il famigerato

Venturino Mauro era stato arrestato. Chi sia Venturino Mauro lo sanno

già i lettori della nostra gazzetta. È un assassino che...»

Roberto saltò senz’altro una trentina di righe, tutta la biografia, e

venne al fatto.

«Il suo arresto fu operato oggi in circostanze tragiche. La Polizia

aveva avuto sentore che egli, lasciato il piano, si aggirava nel

Morsetto, luogo alpestre a un’oretta da Riverasco; sei carabinieri,

quattro in divisa e due in borghese, furono spediti in perlustrazione.

Pare che il Venturino, che si trovava realmente in un’osteriuccia,

avvisato dell’arrivo dei carabinieri, si desse alla fuga. I

carabinieri si posero sulle sue orme e lo scoprirono nel fondo di

una piccola valle; allora un carabiniere, l’appuntato Tamietti, a

gran corsa si slanciò su di lui tagliandogli la strada. Il bandito,

senza scomporsi, estrasse la rivoltella e ne sparò due colpi sul

bravo agente. I colpi andarono a vuoto, e mentre il carabiniere si

slanciava su di lui, incespicò e cadde a terra presso il bandito. Fu

fortuna che sopraggiungessero gli altri carabinieri, contro i quali

il Venturino rivolse i suoi colpi, seguitando a sparare altre quattro

rivoltellate. A questo punto i carabinieri, vistisi in pericolo,

puntarono il Venturino alla loro volta e spararono. Il Venturino fu

ferito alle braccia e al volto, e prima di darsi vinto cercò ancora

di salvarsi fuggendo. Mentre fuggiva, brandendo lo stile, cadde a

terra mandando urli di dolore. Fu raccolto, adagiato sopra una scala e

portato all’ospedale. Qui lo ricevettero e curarono i dottori Ciaudano

e Vegetti, ma subito ne presagirono la morte vicina. Una palla di

vetterly gli aveva perforato il torace, entrando dalla schiena ed

uscendogli dal petto. Non parlò e non volle parlare; domandava solo

agli astanti che lo finissero in fretta.

«Si recarono al suo letto il giudice istruttore, il procuratore del Re,

ma non fu possibile strappargli una sola parola; alle 20,30 moriva in

seguito alla ferita toccata nel petto.

«Spogliatolo, gli si rinvennero indosso, negli abiti sanguinolenti, L.

7,80, un piccolo coltello, un taccuino con un nome e un grosso rosario.

«Era vestito di frustagno; intorno alla vita aveva una cintura di

cuoio, da cui pendevano uno stile, un coltello e la rivoltella.

«L’arresto ha prodotto in Riverasco un’ottima impressione; la

popolazione resta ora tranquillata, ed è entusiasta verso i

carabinieri, i quali si meritano davvero un bravo».

Roberto passò oltre e percorse tutto il giornale; ma la lettera del

corrispondente di Riverasco aveva fermata la sua fantasia: vi tornò,

la rilesse e fu assalito da mille pensieri. Non aveva conosciuto

il bandito, solo paventato di conoscerlo, eppure bastava perchè non

potesse più considerarlo come un estraneo. Dimenticava l’ansietà, il

turbamento, l’apprensione di quella tal sera, e rammentava soltanto che

aveva desiderato di fare quello che avevano poi fatto i carabinieri.

Bel gusto! Bel vanto! Sempre fanciullo! Sempre incorreggibilmente

romantico e fanciullo!

Immaginava. — Vedeva lo sciagurato andar qua e là fuggiascamente,

senza modo di vivere, ridotto alla disperazione. Lo vedeva scendere

per un viottolo scosceso, in un luogo ombroso e celato, e buttarsi

sull’erba molle ancor di rugiada. — Qui non sarò visto... qui potrò

riposarmi, ripigliar fiato. — No! Ecco là i carabinieri! Due, quattro,

sei... Egli è in piedi, pronto a vender cara una vita divenuta oramai

insopportabile. Un ultimo sforzo, un tentativo disperato di fuga: e

tosto grida, spari, bestemmie, polvere e fumo. Il _Calabrese_ è in

terra, ferito e vinto. Lo portano via sur una scala, una ruvida scala a

piuoli (perchè, Dio santo! non procurargli un carretto, una barella?);

ogni passo è un gemito, un’imprecazione, un lamento; ogni sosta una

pozza di sangue.

Lo rivedeva all’ospedale, che brancicava convulsamente il lenzuolo;

faceva la bava come un cane arrabbiato; implorava, con un filo di voce,

il colpo di grazia...

Tutto il giorno si funestò con questi tristi pensieri; tutto il giorno

lo squallido spettro passò e ripassò davanti ai suoi occhi; verso sera,

preso dall’uggia, si mise in tasca il giornale e si avviò verso la

chiatta.

Arrivato al torrente, travide fra gli alberi, a diritta, un non so che

bianco che veniva lentamente alla volta sua. Fissò gli occhi da quella

parte e distinse il chiattaiuolo scamiciato, con una vanga in spalla.

Gli diede una voce. Michele si toccò il cappello, allungò il passo, e,

quando fu vicino, piantò rabbiosamente la vanga in un mucchio di rena.

— Cosa c’è? — chiese Roberto. — Siete di cattivo umore?

— Eh altro! S’immagini che ho dovuto fare il becchino!

— Come mai?

— Boh, porcheria! Erano due giorni che sentivo l’aria ammorbata, e non

sapevo che fosse; creda, un fetor di cadavere. Mezz’ora fa mi viene

in mente di frugar sotto i barconi. Sa cos’ho trovato? Un cagnaccio

morto da chi sa che tempo. L’ho sotterrato laggiù appiè d’un pioppo.

Ma non è un’infamità? Ogni tanto ricevo di questi regali: cani, gatti,

porci, galline, conigli... tutte le bestie che muoiono di malattia da

Riverasco ad andar su su fino al Morsetto, fino a Montalto, vengono

a sbarcar qui gonfie e marciose. Accidenti a chi le getta! Ci vuol

tanto a fare una buca e a buttarci dentro le vostre carogne? Razza

di sporcaccioni, non sapete che prima di tutto è proibito, e poi che

l’acqua va rispettata?

Dibattè i pugni in aria, verso gli inquinatori lontani, si rasciugò il

sudore e si chetò.

Allora Roberto gli raccontò estesamente la morte del _Calabrese_, non

trascurando i particolari più rilevanti.

Michele stette a sentire con molta attenzione e come curioso di simili

storie, poi diede una scrollata di testa e mormorò tra i denti:

— Insomma morì come visse, cioè da bestia. Tal sia di lui.

Come a conferma di quanto aveva narrato, Roberto gli porse il foglio.

Il chiattaiuolo prima fece un gesto che voleva dire: — Oh che ne devo

fare? — Poi lo prese, lo ripiegò con cura e lo mise nel taschino dei

calzoni.

— Lo darò a mia figlia — diss’egli. — Susanna legge che è un piacere a

sentirla; sa decifrare qualunque rabesco.

— Davvero? — esclamò Roberto.

— Cosa crede? — replicò Michele quasi duramente. — Susanna è una

ragazza educata, una ragazza che... Mi dica un po’: lei avrà conosciuta

la marchesa Emilia Leonardi di Riverasco?

Per verità Roberto non l’aveva mai sentita mentovare.

— Peccato! — proseguì Michele — lei non ha conosciuto una santa!...

Dunque ecco qui: la signora marchesa si rammaricava molto di non aver

avuto prole. Ogni volta che incontrava Susanna, sempre la chiamava a

sè e la tratteneva con paroline e carezze. Quando poi seppe che mia

moglie era andata in paradiso, subito si esibì di prendere Susanna

con sè, non come serva, ma per tenerle compagnia in casa e fuori.

Accettai senza far complimenti, chè non conveniva privarla di tanta

fortuna... Accettai e me ne venni a star qui, solo come un romito. Così

mia figlia imparò a leggere, a scrivere, a far di conto, e tant’altre

cose. Acquistò delle cognizioni, perchè la sua benefattrice gradiva

così. Bisogna anche dire che è piena di giudizio, d’un naturale buono,

rispettosa e sottomessa, sicchè l’educarla fu cosa facilissima. In

pochi mesi diventò la compagna, direi quasi l’amica della signora

marchesa; si volevano bene, vivevano insieme proprio felici... A un

tratto, due giorni avanti Natale, la marchesa, che pareva il ritratto

della sanità, dovette soccombere a un fiero colpo d’apoplessia; e

non aveva ancora pensato a distendere il suo testamento! L’eredità se

la pappò tutta un parente alla lontana, che la defunta non aveva mai

potuto soffrire. E così buona notte: a mia figlia neanche un legato,

neanche un regalo, neanche un ricordo. Del resto...

S’interruppe e si voltò verso l’altra riva: si udivano voci confuse,

risa sgangherate, schiocchi insistenti.

— Eccomi! — gridò il chiattaiuolo. — Son qua, sono al mio posto.

— Cosa c’è? — domandò Roberto, che non vedeva ancor niente.

— È il baroccio dei coscritti che tornano dal capoluogo; tutti briachi,

già... Dunque dicevo... Hm! Insomma chi è disgraziato lo mordono anche

le pecore. Felice notte, signore.

E andò incontro al baroccio che scendeva alla chiatta.

Roberto s’incamminò verso casa. Cominciava appena a farsi notte, ma

una civetta capricciosa e impaziente svolazzava da un albero all’altro,

battendo e ribattendo il suo fischio.

— Non pare che si beffi di me? — pensava il giovane signore. —

Infatti... neanche questa volta la bella Susanna non s’è fatta

vedere... È la fenice costei! l’araba fenice.

Che vi sia ciascun lo dice

Dove sia nessun lo sa.

La falce - Punizione - L'enigma · 第 17 / 46 题